“I primitivi del dub” di Tre Allegri Ragazzi Morti
Recensione di Angela Mingoni
Addio punk, benvenuto raggae. I tre allegri ragazzi morti lasciano sbigottiti e ci presentano il loro sesto album: “I primitivi del dub”.
Il gruppo di Pordenone torna indietro nel tempo (un vero controsenso visto il titolo dell‘album originale, i primitivi del futuro), a quella particolare pratica degli anni ‘60, il dubbing instrumental. Essa altro non è che la versione ritmica di brani raggae inclusi nei b-side dei singoli in formato 45 giri.
Ecco perché oggi parliamo di versione dubbata del brano originale, o meglio, dell’album originale.
Ma bando ai tecnicismi. Dimenticate, cancellate e rimuovete tutto quello che credevate di sapere, i Tarm hanno iniziato la rivoluzione.
Allontaniamoci da quei sound decisamente alternative rock che troviamo in “Prova a star con me un altro inverno a Pordenone” o in “Signorina prima volta” e distacchiamoci dalle letture impegnate e i simposi su poesie di Pasolini, cerchiamo di cambiare prospettiva.
Immergiamoci in un altro mondo, quello delle feste sulla spiaggia (rigorosamente giamaicana)dove si balla e ci si abbandona al ritmo, magari a quello di “La dubbata delle ossa“. Il testo oscuro e dalle venature macabre assume improvvisamente toni vivaci e scanzonati grazie all’energia di Andrew-I che si prodiga in uno scioglilingua velocissimo e incomprensibile, dove non è importante capire ma muoversi sulle note.
“Moon dub” più o meno è la stessa storia, solo che all’atmosfera da party se ne sostituisce una più cupa che sfrutta la distorsione, i riverberi e gli echi per la voce, gli stessi che troviamo anche in “Codalunga space“.
Essenzialmente le linee guida di ogni pezzo stanno in una base con un ritmo preciso e dall’andamento spezzato e cadenzato dal basso che ha, in genere, un ruolo predominante e mette per la prima volta in ombra la chitarra, che qui risulta meno incisiva.
Le cose non cambiano nemmeno in “Gianni boy raw“, dove assistiamo ad una sorta di battaglia tra la voce e il canto in italiano del leader del gruppo, Davide Toffolo (cantante e fumettista, sono sue le maschere che la band indossa in ogni concerto) e il rap in inglese di Rankin Alpha.
La storia si ripete uguale e identica anche in “La cattedrale del dub” (“La cattedrale di Palermo” per la versione non dubbata) solo che qui alla voce maschile si sostituisce quella femminile di Mama Marjas.
“I primitivi del dub“, pezzo che chiude l’album, si distacca dalla massa informe fino a qui ascoltata e ci porta ad assaporare atmosfere più balcaniche con un grottesco ululato iniziale che impreziosisce una base cupa. Il ruolo della chitarra questa volta si fa più definito, il suo suono risulta nitido e pulito rispetto agli altri pezzi. Il tutto è intervallato dal testo in questo caso recitato.
La verità però è una sola: il dub è un genere decisamente particolare, che ha dato vita a ritmi come quelli dello ska e del rock steady, ma che rimane sempre uguale a se stesso pezzo dopo pezzo. Di ciò ne pagano le conseguenze i testi che, in questo album, si perdono e si nascondono. L’identità del gruppo viene a mancare. Quello che eravamo tanto abituati ad ascoltare ieri, oggi non lo ritroviamo.
La sperimentazione e il cambiamento sono sempre cosa buona e giusta, ma forse in questo caso si corre il rischio di allontanare e confondere le idee ai proprio sostenitori. La devozione per un gruppo non dovrebbe essere intaccata da un cambio di rotta ma sicuramente questo sarà un album destinato a dividere i pensieri sia per i vecchi e inossidabili fans, sia per gli accaniti seguaci del raggae e del dub.
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