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Amarone in Jazz

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Intervista con Canadians

 

 

22/04/2010

SoundMagazine ha il piacere di incontrare i Canadians, brillante band indie-rock veronese che ha all’attivo due mini cd e due album: “A sky with no stars” del 2007 e “The fall of 1960″, da poco pubblicato. Risponde alle nostre domande Massimo Fiorio, bassista del gruppo.
Domande a cura di Michael Simeon.

Ciao ragazzi, onorati di avervi su Sound Magazine. Vorreste presentare i Canadians ai nostri lettori?
I Canadians sono cinque trentenni veronesi (Duccio, il cantante, in realtà è di Brescia, ma è nato a Zevio, quindi, almeno di nascita, è veronese) che suonano assieme da cinque anni, hanno fatto due dischi e una manciata di ep. Hanno suonato un po’ ovunque in Italia, riuscendo addirittura a portare le proprie facce in tv (MTV, All Music) e le proprie canzoni in radio (Radio Deejay, Radio Uno, Radio Due, Radio Capital, Virgin Radio, etcetc).
 
 

Il vostro precedente “A Sky With No Stars” aveva creato non poco clamore nel panorama underground nazionale. Ora tornate con il nuovo lavoro “The Fall Of 1960″. Vorreste parlarcene?
Il nuovo disco è stato realizzato con tempi biblici, essenzialmente perchè abbiamo fatto un anno e mezzo di tour per l’album precedente e, una volta finito il tour, ci siamo ritrovati in sala prove con l’unico scopo di scrivere i pezzi per il nuovo disco. Essendo noi persone abbastanza pigre, abbiamo impiegato un anno e mezzo per scrivere una quindicina di canzoni, sceglierne una dozzina e registrarne, alla fine, dieci (e mezzo). L’altra volta avevamo molta fretta di entrare in studio (“Dovete registrare il disco entro fine ottobre”. Era agosto e avevamo solo quattro canzoni, quindi ci siamo ritrovati a lavorare velocemente, concludendo alcuni brani proprio in studio), mentre questa volta abbiamo fatto tutto con calma, abbiamo registrato i provini in sala prove, abbiamo lavorato sugli arrangiamenti, decidendo subito cosa registrare e come registrarlo, in modo tale da arrivare in studio con le idee chiarissime.
 
 

Cosa è successo nel 1960? Avrei capito se fosse stato un crollo degli anni sessanta in generale, ma una data così precisa è legata a qualche avvenimento particolare? C’è un concept dietro tutto l’album?
 Nessun avvenimento in particolare. Per la scelta del titolo dell’album abbiamo usato lo stesso ragionamento dell’altra volta: qual è la canzone con il titolo più adatto? Le tre possibilità erano Carved in the bark, The night before the wedding e The fall of 1960. Alla fine ha vinto quest’ultimo. Dobbiamo però smentire una voce che gira in rete ultimamente: the fall of 1960 significa l’autunno del 1960, e non “la caduta del 1960″. Però d’ora in avanti varierò il significato del titolo da un’intervista all’altra!
 
 

Il vostro sound rimanda spesso all’epoca d’oro del college rock americano, un rock si robusto ma comunque incline al fascino della melodia. C’è da dire però che con questo nuovo lavoro avete tentato di renderlo più personale e maturo. Siete convinti di esserci riusciti? Era questo il vostro intento?
Il nostro intento era quello di fare un disco che ci piacesse sia nei singoli episodi che nel complesso. Secondo me siamo riusciti a fare un lavoro più omogeneo rispetto all’album precedente pur variando maggiormente in fase di arrangiamento e di soluzioni melodiche. Tante canzoni più eterogenee rispetto alle precedenti danno un risultato globale più uniforme. Andiamo contro le leggi matematiche e logiche insomma. Il sound invece è sempre lo stesso (muri di chitarre distorte e ritmiche sostenute, contornate questa volta da pianoforti, mandolini, banjo e qualche violino), abbiamo solo sperimentato nuove metodologie di registrazione, utilizzando il nastro invece dei computer e ottenendo quindi un suono più caldo rispetto ai lavori precedenti.
 

Penso che la musica, per quanto convincente e ben suonata, sia molte volte legata anche al contesto in cui nasce. Il college rock era tipico delle radio dei campus delle scuole americane. La bellezza di Verona è indubbia, però lontano dai cliché a stelle e strisce. Da dove traete la vostra ispirazione? Ed essere uno dei pochi gruppi su suolo italico a suonare questo genere è uno stimolo a dare sempre il meglio per lasciare un segno indelebile?
Duccio vive in un paesino sperduto in provincia di Brescia, probabilmente l’ispirazione la prende da lì. In realtà i testi delle nostre canzoni hanno poco dell’immaginario americano. Parlano spesso di tematiche globali, come ad esempio l’ambiente, un tema molto caro a Duccio. Legami tra i nostri testi e Verona? Probabilmente quando si trattano temi personali è sempre l’amore a farla da padrone, ed essendo Verona la città degli innamorati è questo l’unico legame che mi viene in mente.
Se davvero fossimo l’unica band in Italia a suonare questo genere non sarebbe neanche necessario impegnarsi troppo per lasciare un segno, non avendo alcun rivale. Fortunatamente non è così, e di band italiane che fanno indierock fatto bene ce ne sono molte. Ad esempio i The Record’s, autori di un disco davvero bello, o gli A Toys Orchestra, una band di un altro pianeta, che meriterebbe palcoscenici ben diversi da quelli italiani. La possibilità di confrontarsi sullo stesso terreno di queste band è sicuramente uno stimolo a migliorarsi.
 

Disco nuovo, tour nuovo. Avete già pianificato le date a supporto dell’uscita del nuovo album? Ho visto che suonate anche in chiave acustica, riuscite a bilanciare bene le due dimensioni?
 Per il momento abbiamo moltissime date in trattativa, e quasi giornalmente la nostra agenzia ci dice “ehi, il giorno tale abbiamo chiuso la data nel posto tale”, e quindi parte il giro di telefonate interno alla band per vedere e valutare gli impegni lavorativi di tutti, capire come raggiungere il luogo del concerto (non abbiamo più un furgone, quindi siamo entrati nel maledetto mondo degli autonoleggi. anzi, appello: qualcuno di voi vende o affitta furgoni?), etcetc. Rispetto al tour precedente, dove 3/5 della band non lavoravano e quindi era facilissimo suonare sempre, ora lavoriamo tutti e organizzarsi è sempre più difficile, ma riusciamo sempre a trovare una qualche soluzione per suonare il più spesso possibile. A breve suoneremo a Modena (mercoledì 28 aprile), poi nelle prossime settimane dovremmo essere a Bolzano, Roma, Varese, Monza, Rovigo, e faremo anche un altro paio di date in provincia di Verona a giugno e luglio.
Ovviamente puntiamo tutto sulla ripresa della stagione concertistica in autunno, con la riapertura dei locali e la contemporanea pubblicazione del nostro nuovo video.
 

Il suolo italico è rinomato per essere da sempre ostico nei confronti dei gruppi underground, e per uscirne bisogna farsi un mazzo tanto. Penso che la vostra musica avrebbe più facilità nell’imporsi all’estero piuttosto che qui in Italia. Avete mai pensato di puntare al mercato straniero?
 Sul mercato straniero abbiamo puntato fin dai tempi del nostro primo ep, e in seguito la nostra etichetta ha supportato tali mire espansionistiche, pubblicando il nostro disco in tutt’Europa, negli USA e in Giappone. Il sottoscritto s’è fotografato tenendo in mano copia del nostro disco in negozi a Berlino, Austin e New York, è stata una bella soddisfazione essere dall’altra parte del mondo e vedere il proprio lavoro bellamente esposto in qualsiasi negozio di dischi. Il problema del mercato straniero è la concorrenza: prendi una città come Austin, grande il doppio di Verona ma patria di band come Spoon, Trail of Dead, Okkervil River, solo per citare le prime che mi vengono in mente. Gli standard minimi negli Stati Uniti sono davvero elevati, quindi imporsi da quelle parti è davvero un compito difficile. Noi abbiamo fatto e faremo del nostro meglio, e alcuni piccoli riconoscimenti siamo già riusciti a portarli a casa: Band of the Day su Spin.Com e trafiletto su NME, ad esempio. Speriamo di fare ancora meglio con il nuovo album!
 
Domandone classico, ma decisamente interessante: c’è qualche gruppo che consigliereste ai nostri lettori? Penso sia il modo migliore per scoprire nuove realtà.
Cinque band italiane (altrimenti farei un elenco troppo lungo): Fake P, A Toys Orchestra, Home, Annie Hall, Carpacho. Cinque band/artisti stranieri: Band of Horses, Biffy Clyro, Mew, Earlimart, Lady Gaga.

Bene Massimo, grazie mille per l’intervista e per il vostro tempo. Vorresti aggiungere qualcosa da dire ai nostri lettori?
Grazie a voi! E per i lettori: passate ogni tanto nel nostro sito www.canadiansmusic.com, perchè nelle prossime settimane pubblicheremo alcune tracce inedite o versioni alternative di brani contenuti nel disco.



“The Fall Of 1960″ di Canadians

Con il precedente “A Sky With No Stars” avevamo lasciato i Canadians a sollazzarsi sui prati di qualche campus universitario americano con addosso qualche vestito vintage da negozio di seconda mano con le cuffie dei loro walkman che sparano fuori Weezer, Grandaddy, Posies e il meglio del college rock americano anni 90.
Ora, a tre anni di distanza da quel piccolo gioiello, tornano a farsi sentire nel panorama dell’underground nazionale e non. I vestiti sono ancora vintage, ma con strati di polvere, e non vengono da un negozio ma da uno di quei bauli impolverati nascosti in un angolo della soffitta. E i prati universitari fanno posto a piccoli panorami di foto ingiallite e sbiadite dal tempo.
“The Fall Of 1960″. L’autunno del 1960. Prima dei Beatles, prima dei Rolling Stones, prima della Summer Of Love. Un titolo che può essere letto in diversi modi, io lo leggo come maturità. Non dico che i Canadians siano diventati improvvisamente “adulti” e retrogradi, solamente che hanno maggiore consapevolezza dei propri mezzi.
Per il resto le influenze bene o male sono rimaste le stesse, con i Grandaddy eletti a numi tutelari. E la loro spensieratezza compositiva ed esecutiva fa si che diano l’impressione di suonare con una disinvoltura disarmante, come se fosse solo un gioco.
Ma le 10 tracce che compongono questo secondo lavoro dei veronesi sono tutt’altro che un semplice gioco. Questo è il risultato di 3 anni passati a focalizzare la propria direzione, a personalizzare la propria musica, a curare ogni minimo dettaglio. Le canzoni continuano ad entrarti in testa e a non staccarsi, ma non più in modo così diretto. Nuove scelte stilistiche si uniscono all’inserimento di strumenti aggiuntivi come banjo, glockenspiel, mandolino, chitarre acustiche e archi, che arricchiscono un suono già di per sè convincente ed accattivante, regalandoci un gruppo che ha trovato finalmente la propria dimensione ideale, suonando si adolescenziale e spensierato, ma strizzando l’occhio a sonorità che possono raggiungere anche un pubblico decisamente più maturo.
“A Great Day”, “Carved In The Bark”, “Rain Turns Into Hail (And Then The Sun)” e “Open Letter To An Alpine Marmot” sono solo alcune delle perle che costituiscono questo album, ma fungono da esempio di come questo gruppo riesca a passare con naturalezza da momenti di spensieratezza a momenti decisamente disincantati, suonati con una maestria che appartiene a pochi.
Un buonissimo lavoro che aumenta la sensazione che i Canadians stiano raccogliendo meno di quanto meritino veramente. Forse questo lavoro può segnare una svolta. Forse a loro non interessa proprio e vogliono continuare a fare ciò che piace loro. Non ci sono certezze, il futuro non è mai una certezza. L’impressione è che i veronesi non si facciano condizionare dagli eventi e che continuino dritti per la loro strada. Che poi sia una foto ingiallita o un prato di un college poco importa, i Canadians rimangono sempre la colonna sonora ideale.