Eccole di nuovo. Le due sorelle Quin ci regalano il sesto album approciandosi gioiosamente ai trent’anni.
Che siano trenta o venti gli anni non importa, la loro carriera professionale si è così evoluta negli anni che non viene più da chiamarle “le gemelline canadesi”. Finalmente e definitivamente si sono scrollate di dosso tutte le stupide etichette legate alla loro età, alle loro vocine, ai loro testi e persino alla loro sessualità.
Tornano quindi a due anni dal precedente “The Con” non solo sfoggiando un ipnotico look a righe, ma con un vagone di cose interessanti da dire. Lo fanno premendo il pedale del power pop, di quell’indie rock accattivante che le ha da sempre accompagnate, alleggerito da meno chitarre del solito ed impreziosito da inserti d’elettronica che potrebbero essere tranquillamente inseriti tra i marchi di fabbrica vincenti del duo. Quel genio di Chris Walla ha quindi solo perfezionato e raffinato un prodotto già di qualità altissima.
Considerazioni sul genere e sulla produzione a parte, ciò che secondo me vale tutto il costo dell’album è il booklet. Intendiamoci, non parlo solo di grafica (molto bella tra l’altro, tra il retrò e il moderno, che ti sbalza di colpo su una banchina deserta di un porto, d’autunno), ma dei testi. Questi hanno una rilevanza quasi imbarazzante, poichè non ci sono veli nè barriere che li divide dalle autrici. Sono loro. Il fatto che siano così ben scritti, così perfettamente incastrati negli arrangiamenti, così adatti per le loro voci, porta “Sainthood” ad un livello superiore.
Non ci sono discussioni, Tegan and Sara non fanno musica da fighette. Esprimono una continua lotta interiore, uno sguardo attento e critico sulle proprie vicende personali e tutto ciò che orbita attorno a loro e riversano tutto in musica con una sincerità disarmante.
Non si può essere sviati da melodie “sbarazzine”, talvolta leggere, poichè proprio il contrasto tra quest’apparente leggerezza ed i testi che spesso sono pugni nello stomaco, lascia a bocca aperta.
Non cambierei una virgola di “Sainthood”, anzi, non farei altro che ascoltarlo e riascoltarlo per cogliere sfumature nuove ogni volta.