“Rifugio per stili orfani” di Blackcherry
Recensione di Eleonora Piazzi
Non sempre la libertà di espressione e la volontà di non essere etichettati sotto un genere ben preciso può essere un punto di forza, anzi si rivela spesso essere un’arma a doppio taglio. Come in questo caso.
I Blackcherry, gruppo vicentino formatosi nel 2003, che ha subito cambi di formazione continui fino a trovare un parziale equilibrio a partire dal 2008, cerca di fare musica per il piacere della musica, ma non sempre ci riesce. Troppi sono i generi buttati nel calderone, troppe sono le scelte stilistiche differenti e mai attinenti una all’altra, troppe sono le sperimentazioni che si innestano all’interno di un solo album.
Passiamo infatti da pezzi jazz come “Entering the sound” ad altri cantati in un inglese poco comprensibile come “Livin’ on the sound” fino ad alcuni tentativi di incastrare il rap con una base di chitarra e basso in “Pop”. Non intercorre un unico filo logico, un’idea di base comune a tutto, che unisca un pezzo all’altro. Sembra piuttosto che siano stati presi pezzi a caso del repertorio e infilati insieme a forza per riuscire a partorire comunque un LP.
I testi forse vogliono essere di denuncia, o forse solo una trasposizione poetica di sensazioni e sentimenti ben saldi nella mente dei compositori, ma che purtroppo non escono da lì. Non riusciamo a penetrare oltre alla cortina delle parole, che anche messe su carta non assumono un significato particolare, ma continuano a rimanere parole, non suscitano emozioni particolari o idee mistiche, ma solo tanta confusione.
Le melodie non sono male, però, anche se di nuovo il disordine prevale. C’è troppa chitarra acustica se si vuole fare rock, c’è troppa batteria se si vuole fare pop, e la voce non è talmente brillante da far dimenticare tutto il resto. Non c’è una linea che prevalga sulle altre, non si sa bene da che parte si cerchi di mirare, stando in bilico continuamente tra tanti mondi e non appartenendo mai veramente a nessuno, con il rischio quindi di finire nel dimenticatoio dopo il primo ascolto.
Ci vuole qualcosa di più incisivo, ci vogliono linee più marcate, un genere un po’ più definito, più grinta, testi più comprensibili, volgarmente più materiali, ma di più forte impatto emotivo.
Tutto ciò non va letto come un fallimento, o un marchio indelebile, ma deve invece essere la spinta per fare un po’ di lavoro di ricerca su se stessi e sul gruppo nel suo complesso, capire in che direzione ci si vuole muovere, quale genere potrebbe tra i tanti essere quello prevalente, e rielaborarlo in modo personale, se proprio non si vuole essere etichettati come l’ennesimo gruppo pop/rock/punk che lascia il tempo che trova. Al momento però siamo ancora lontani da tutto ciò. Quindi aspettiamo con fiducia il prossimo lavoro, con la convinzione che ne uscirà qualcosa di più articolato, e di maggiore impatto.
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