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Amarone in Jazz

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“Old Crows/Young Cardinals” di Alexisonfire

alexisonfire coverLa sicurezza di conoscerli fin troppo bene è scemata a livelli inverosimilmente bassi quando mi sono ritrovato a dover redigere questa recensione.
È stata sorprendente la difficoltà che ho riscontrato nello scrivere due righe su “Old Crows/Young Cardinals”, sbalzando la mia attenzione ad un livello tale fosse che li stessi ascoltando per la prima volta.
Il mio occhio da fan un po’ lacrima, quello da critico sorride. Lacrima perchè si rende conto come la trasformazione degli Alexisonfire abbia raggiunto un apice, come se in “Crisis” si sentissero limitati e chiusi dentro un involucro, dal quale, però, iniziavano ad aprire nuovi spiragli. Sorride, perchè sono convinto che con questa dimostrazione si imporrano presto in un universo espanso, dove andranno a scrivere il proprio nome sul grande libro della storia del rock. I ricordi dei cinque ragazzini che si dimenavano epiletticamente nella casa di “Pulmonary Archery” sono passati, e loro stessi enunciano il cambiamento gia nella prima traccia “Old Crows” (we are not the kids we used to be).
Il primo singolo estratto,”Young Cardinals”, è una canzone che non desdegnerebbe in una compilation skate punk e che me li fa paragonare ai conterranei St.Catherines. Una delle prime differenze rispetto al passato che emerge è l’evidente cambiamento di voce di Pettit, forse troppo sgolato ultimamente, ora dedito ad una melodia piu sporca che a tratti potrebbe fin troppo collidere con il terzo cantante della band, Wade. Ma tanto agli AOF non interessa niente, perchè loro sono come un vascello in esplorazione nell’oceano e al quale interessa vedere la terraferma il più tardi possibile.
Sono sempre in evoluzione, sempre in grado di progredire, senza voltarsi e a guardare al passato. Questa soluzione potrebbe essere interpretata come un arma a doppio taglio. Laddove nuovi fans sono pronti ad abbracciare il suono della band dell’Ontario, quelli di vecchia data si ritroverebbero nostalgicamente a guardare indietro, come quando ti ritrovi a fissare la fotografia di qualcuno che sai che non tornerà piu. Loro consigliano però di seguire il cambiamento e lasciano i ricordi agli altri, “not wishing for yesterday“, perchè adesso si fa così. Trovatemi colui che sarebbe capace di remargli contro. Trovatemi colui che non denota come ormai le basi siano cambiate, come il vecchio post/hc sia solo un orma sulla sabbia cancellata dal mare e come ora l’80′s hardcore la faccia da padrone nelle fondamenta di questo album. Trovatemi colui che dice che i side-project (Fucked Up,City and Colour e Black Lungs) non abbiano influenzato il tutto, creando quella formula magica che sono gli AOF di oggi. Da una parte c’è “No Rest” dall’altra c’è “The Northern”, così lenta ma così impellentemente profonda. C’è “Born And Raised”, secondo singolo estratto e episodio di rara compatibilità di generi, una strada intrapresa anche dai Thrice. E poi “Sons of Privilege”, una canzone che da live ci fara sudare come pochi, dove riaffiorano idee degne di At The Drive-In e Bad Religion, ma sempre con quella spina dorsale metallica contraddistintiva loro. Dovrei citarli tutti, con entrambi i miei occhi.
Una critica va a “Burial”,un pezzo fin troppo scuro e pesante confrontato con il resto, ma che non cambia il risultato.
In conclusione, è il miglior album degli Alexisonfire? Rispondere si è scontato, rispondere no è stupido. Bisogna ascoltarlo, interpretarlo, capire dove siano arrivati, quanto siano cresciuti e fidatevi che se siete loro adoratori da sempre, crescerete anche voi. Possiamo dunque dire, che il fuoco è ancora vivo.