“Backspacer” di Pearl Jam
I Pearl Jam non hanno i piedi ben piantati a terra, li hanno sepolti sotto chili di cemento armato. Dopo otto album di indubbio successo, dei tour indimenticabili, che hanno riunito migliaia di persone in tutto il mondo sotto il sole e la pioggia, e una visibilità mediatica non da poco, sono rimasti i ragazzi di sempre. Ora sono uomini, certo, però lo spirito non avvizzisce e il magico fluido che da sempre scorre nelle loro vene c’è ancora e corre a velocità sostenuta.
Umilmente Eddie Vedder ha spiegato che ha potuto dedicare alla stesura dei brani di quest’album giorni e non mesi, poichè la paternità gli richiede giustamente molto del suo tempo e lui deve saper gestire entrambe le cose, come un normale padre di famiglia.
Credo che l’umiltà li abbia contraddisti dai loro inizi ad adesso. Avrebbero potuto strafare, storpiare il loro essere e svendersi, come anche adagiarsi stancamente sui vecchi allori.
Non hanno fatto nè una, nè l’altra cosa. Se è vero che gli ultimi loro lavori sono passati in sordina, facendoli passare come astuti “conservatori”, con “Backspacer” tornano con energia da vendere. Il loro sound è un infallibile marchio di fabbrica, ma non si cade mai nella ripetitività. E’ invece un piccolo fulmine a ciel sereno quest’album, sia per la luce che riesce a produrre, che per la sua brevità. Effettivamente le canzoni sono abbastanza brevi ma scivolano molto bene, arrivando dritte al punto senza il bisogno di infarcirle di dettagli superflui. Si respira un senso di leggerezza, da non confondere con atona spensieratezza. L’umore è visibilmente più disteso, cosa che si nota a prima vista dai testi. Le parole di Vedder, probabilmente aiutate dalla gioia ed il sollievo post Obama, fanno intravedere spiragli di luce insperati, come suggerisce tra tutte “The fixer”. La rabbia e la critica sociale sono state momentaneamente messe nel cassetto, per far emergere una dimensione più personale, più schietta.
Pearl Jam più buoni? Non credo. L’energia e l’insita incazzatura ci sono ed elettrizzano attraverso i riff rock accattivanti, alla voce che non perde un colpo, a quella qualità e verve espressiva che solo loro possono dare. Certo, su undici pezzi qualche brano meno vincente c’è, vedi “Amongst the waves” e “Unthought Known”, che rimangono più nell’ombra, ma senza certamente svilire l’album.
Sono di parte? Può benissimo essere, ma non riesco a stufarmi di loro e lascio che quell’alchimia che sanno creare da anni mi abbracci ancora una volta.
Facebook
My Space
Twitter
