Ho fatto passare più di un mese, settimane in cui mi sono data il tempo di abituarmi a un Brian Molko imbolsito, con i capelli lisci e lunghi e le basette, a un ventiduenne californiano biondo platino con tanto di muscoli e tatuaggi alle pelli e all’aspettativa un po’ ferita di veder rinascere a nuova vita i Placebo.
I presupposti non erano affatto male, a partire dalla produzione del geniale David Bottril (che ha collaborato con Tool, Muse, Silverchair, dEUS per citarne alcuni). Quest’ultimo è famoso per mettere pesantemente mano ai suoni delle canzoni, a destrutturarle e inserire archi per completare gli arrangiamenti. Così facendo, però, il sesto lavoro della band sembra passato prima dal chirurgo plastico e poi sotto la lucidatrice per tentare disperatamente di togliere le ultime imperfezioni (così belle invece nel mondo rock).
Il rock scarno, malato e diretto che aveva contraddistinto i primi tre album ora è diventato fiacco, impreziosito solo da archi e fiati, che per stare in tema Inghilterra fa molto Coldplay, e lascia alla fine in uno stato di confusione.
E’ come esser passati dai bei ricordi dei Sonic Youth e dei Pixies, a gruppi più giovani come 30 Seconds to Mars o Linkin Park. Una regressione? Forse, visto che talvolta in “Battle for the Sun” si sono lasciati andare ad un emo-rock quasi adolescenziale.
Sicuramente molti apprezzeranno l’abbandono di sonorità cupe e testi sofferti, ma io mi auguro invece che il terzetto riesca a staccarsi definitivamente da cliché musicali troppo legati alla moda del momento o alla richiesta radiofonica, perchè le intuizioni brillanti ci sono (in particolare nei primi due brani “Kitty Litter” e “Ashtray Heart” per quanto venga ridicolizzata dall’inizio in spagnolo “Cenicero, Mi corazon”) , ma non riescono a coinvolgere tutti i pezzi e a lasciarti a bocca aperta come all’inizio della loro carriera.
Una piccola ma non totale delusione, che si somma ai precedenti ultimi album. Il nuovo look non ha spazzato via la patina grigiastra dal gruppo, con mio sommo dispiacere.