“Malamorenò” di Arisa
Recensione di Angela Mingoni
“Arisa nel Paese delle meraviglie”. Questo stato il titolo perfetto per il suo secondo album e invece Rosalba Pippa (vero nome della cantantessa nata nel profondo nord, ma calabrese d’adozione) ha scelto qualcosa di più semplice: “Malamorenò”.
Strano ma vero, quello che ci propone entra totalmente in contraddizione con il suo modo di essere. Nonostante capelli e occhiali nuovi, la testa è sempre la stessa, sempre tra le nuvole, sempre morbosamente sognante. E’ innamorata dell’amore, per cui se siete tra quelli che vedono il mondo intero dipinto di rosa non dovete farvelo scappare, altrimenti lasciate perdere.
Arisa l’abbiamo conosciuta nel 2009 a Sanremo tra le nuove proposte (ne uscì anche vincente) con il singolo “Sincerità” e quest’anno è tornata a calcare il palco dell’Ariston tra i grandi big (Emanuele Filiberto e Pupo, ad esempio), con appunto “Malamorenò”.
Diciamocela tutta, l’originalità con le parole non è quel che si dice “il suo forte”.
Si potrebbe proporrre di cancellare completamente la traccia vocale e di sicuro il livello salirebbe. Sì, perchè la musica è praticamente perfetta, ma le parole no.
Coniamo un motto: “Malamusicasi”. Il ritorno al blues e al jazz è azzeccato e quindi molto ben riuscito. Il tipico suono della tromba, sfruttata nelle note più allegre, convince parecchio e piace, probabilmente si tratta di un tributo sincero a Miles Davis (indimenticabile e indimenticato musicista negli anni ’40, virtuoso jazzista che raggiunge il suo massimo livello tra il ’56 e il ’69, ndr).
Le note ti trasportano in mondi colorati e felici, in luoghi fatati dove Arisa cerca di farti entrare.
Vero è che, nonostante la bellezza delle musiche, qualche cosa che non convince c’è, qualcosa di già sentito. Prendiamo ad esempio “Oggi”. Manteniamo la base, sicuramente orecchiabile e molto piacevole, e sovrapponiamo il testo di “Fuck you” di Lily Allen. Spiace ammetterlo ma purtroppo i due singoli si somigliano davvero molto. Lo stesso vale per “La gioia di un attimo” che, inquesto caso, ricorda un po’ troppo “Rehab” di Amy Winehouse.
Attenzione: non si vuol gridare al plagio ma solo essere onesti e ammettere che qualche nota che stona c’è. Sono dettagli, è vero, ma è umano aspettarsi sempre il massimo da tutti gli artisti (che piacciano o meno), soprattutto se riescono ad arrivare al loro secondo album con lo stesso successo, cosa che oggi risulta più unica che rara.
Ma torniamo ora ai testi. Purtroppo non c’è molto da dire: sono scialbi e scontati o forse semplicemente infantili (l’amore è visto attraverso gli occhi di una bimba cresciuta). Concentriamoci, ad esempio, su “Tornerai”. Si può dire che l’idea di base sia alquanto bislacca ma piacevole; il Sole si è innamorato della Luna ma non potrà mai averla perchè i due non sono certo destinati ad incontrarsi. Bene, e poi? Poi purtroppo l’inventiva si consuma, si prosciuga.
Davvero non si sentono i brividi lungo la schiena. Parlare d’amore senza cadere nello scontato non è un lavoro facile ed ecco perchè questo argomento, molto più di altri, ha bisogno di non fermarsi alla superficie, di una ricerca più profonda che qui manca. “Malamorenò” manca, perciò, di introspezione e verità.
Si salva, invece, “Scivola veloce”, una parentesi elettronica molto seria con relative campionature, distorsioni e la tastiera (che in sottofondo da quel tocco in più), acconpagnata dalla chitarra elettrica. La voce qui esplode, potente e forte, un vero peccato quindi che si risvegli solo nel finale.
Non è sicuramente un album per disillusi questo, non riuscirebbero mai a comprenderlo. E’ più una dolce distrazione da usare magari come scaccia pensieri tintinnante, peccato solo non lo si possa attaccare alla porta per allontanare gli spiriti maligni.
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