“The ArchAndroid” di Janelle Monae
Recensione di Angela Mingoni
In “The ArchAndroid”, album d’esordio di Janelle Monae, si può trovare un buon impasto di hip hop e reggae uniti a suoni più melodici e assoli di chitarra. Si tratta di un vero e proprio concept album (ossia un lavoro che si focalizza su un unico concetto, in questo caso l’amore e la voglia di rivincita) che esce a distanza di tre anni da “Metropolis”, Ep che l’ha resa popolare in America e nel mondo black grazie anche all’aiuto del suo produttore, Sean Combs, meglio conosciuto come P.Diddy.
La Monae si racconta attraverso il suo alterego, l’Androide appunto, dimostrando la capacità non comune di passare con disinvoltura da pezzi rappati a melodie più soft dove la potenza della voce la fa da padrona ( ad esempio in “Sir Greendown” e “Oh Maker“).
“Tightrope”, primo singolo estratto e passato in radio, rappresenta quello che ci si aspetta dalla musica rap: rime impossibili da ripetere per molti comuni mortali e quel ritmo scanzonato e allegro che ti fa ballare e tenere il tempo.
Se il risultato è così buono il merito va di diritto anche a Big Boy degli ex Outkast, che ha collaborato alla realizzazione del pezzo.
Tra uno scioglilingua e una ballata si incastrano “Suite II overture” e “Suite III overture”, due temi musicali di breve durata (un po’ surreali), che lasciano a bocca aperta; uno con la forza del mondo classico e dei concerti da camera, l’altro con la melodia del pianoforte e il coro, maestoso, in sottofondo, che ricorda quei film in bianco e nero dalle pellicole ormai consumate.
L’uso dei cori, non si limita solo alle overture ma viene riutilizzato per altri due pezzi: “Neon Valley street” e “Dance or die featuring Saul Williams “. Entrambi, sfruttano la potenza della chitarra elettrica. Ma se nel primo caso si può ascoltare un vero e proprio assolo (culminante nel finale), nel secondo lo strumento viene accostato ad una base reggae e il tentativo apparentemente azzardato da i suoi frutti.
Sfortunatamente, quello che ci rimane sono pezzi più o meno orecchiabili ma non particolarmente incisivi per un disco che alla fine si rivela essere un po’ pesante.
Unire troppi generi e troppe sperimentazioni è sempre rischioso perché o li sai gestire o il risultato, come in questo caso, è un’accozzaglia che non permette di capire chi veramente Janelle Monae sia e cosa voglia raccontare. In questa grande confusione il suo alterego (o meglio l’androide) resta una vaga proiezione che chi ascolta non riesce a mettere a fuoco.
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