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Amarone in Jazz

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Perlè presenta il nuovo video del brano “Scivola”

Scivola” è una suadente emozione con la potenza di un fiume in piena.
Ti stringe in un caldo abbraccio e ti fa toccare con mano la freddezza della neve e l’immensità della natura.
Perlè nel suo album “Il Blu e il Nero” ha così racchiuso la calma e la cupezza in una linea immaginaria di luce ed ombra.
“Scivola” è uno dei suoi tasselli più belli ed intensi. E’ un vero e proprio viaggio onirico, costellato da sensualità ed inquietudine. La natura sciamanica ed evocativa di Perlè si esprime quindi in questo video attraverso molti elementi: gli animali (un pitone, un cerbiatto e uno scorpione), il contrasto tra la cucina e la valle innevata e desolata e la presenza femminile (la cantante rock Alessandra Gismondi).
Il calore del fuoco e il movimento sinuoso del serpente scandiscono le parole  di questo videoclip mistico e ti fanno scivolare nell’affascinante sogno di Perlè.

Guarda il video qui: http://vimeo.com/14735936

Regia e soggetto di Alessandro Gioia, riprese e montaggio di Videolana Production e postproduzione di Paolo Shama. Con la partecipazione di Alessandra Gismondi.

 http://www.myspace.com/gperle



Intervista con Perlè

 

26/02/2010

Sound Magazine ha il piacere di incontrare il musicista veronese Perlè, ex cantante della band Kasanova. Ha all’attivo un album solista, intitolato “Il blu e il nero”.

Ciao Gianluigi e benvenuto su Sound Magazine. Vorresti presentarti ai nostri lettori?
Ciao Valentina è un piacere incontrarti qui, sono Perlè, o Gianluigi se preferisci e sono uno che scrive di sè e che ama il rock’n roll e che, quindi, mischia le due cose. Non mi ritengo un artista che lo fa per scelta o per piacere, ma uno che lo fa per  necessità. Uno che, se nella vita non avesse casualmente incontrato la musica, avrebbe potuto esprimere se stesso in atro, magari avrei studiato recitazione, adoro il teatro e un giorno vorrei farlo. La musica per me è un mezzo, non il fine.

Dopo quattro anni dallo scioglimento dei Kasanova arriva il disco solista. Quella di pubblicare qualcosa di tuo è stata una necessità maturata ai tempi dello scioglimento della band o è arrivata più tardi?
In fondo ne ho sempre avuto voglia, la condizione di band alla lunga mi stava stretta, volevo qualcosa di mio e non volevo più compromessi. Anche se devo ammettere che in quel periodo sono stato molto bene con loro, in 12 anni di totale condivisione diventi quasi una famiglia. Voglio molto bene a tutti loro. Ma avevo un gran bisogno di esprimere ciò che sentivo fino in fondo e quindi ho preso questa decisione, tra l’altro molto sofferta.

“Il blu e il nero” è molto introspettivo e, credo, autobiografico. Com’è avvenuta la stesura di questi pezzi?
Da quando è partita la mia nuova situazione, da solista, ne sono successe di tutti i colori, soprattutto sul piano personale e questo, ne bene o nel male, ha alimentato a dismisura il mio demone, o daimon come lo chiamavano i greci. In quel periodo ho scritto almeno 30 pezzi, ero un vulcano di idee, avevo fame di dire cose.

Il titolo sicuramente non è stato scelto a caso. Il blu e il nero simboleggiano due concetti ben distinti: il blu che ricorda un senso d’infinito e il nero di vuoto. I pezzi stessi suggeriscono momenti più distesi e sognanti intrecciati ad altri zeppi di rabbia. Ho colto bene?
Alle grande! Il titolo del disco “IL BLU E IL NERO” è stato scelto proprio per questo motivo, perché in quel periodo erano usciti alcuni brani che dicevano che la vita è una merda, mentre altri dicevano l’esatto contrario e volevo rendere onore ad entrambe queste due parti. Pulsavano in me con la stessa forza, non ero nella condizione di fare preferenze, una delle due ne avrebbe sofferto troppo e così le ho assecondate entrambe. I due colori scelti, il blu e il nero, davano lo stesso tipo di sensazioni, mi piace molto come titolo.

Hai scelto di inserire la cover di “Caroline Says” di Lou Reed. Sei particolarmente legato a questo pezzo?
Ora lo sono moltissimo. L’idea di inserire quel brano nel disco è stata di Alessandro Gioia, un produttore che mi ha molto aiutato nella realizzazione del disco, e che da sempre ha avuto la forte sensazione che Caroline Says avesse una sorta di legame ancestrale con i mie brani. All’inizio ero molto scettico, non volevo mettere cover nel disco, ma ad oggi devo riconoscere che ha avuto ragione lui, amo quel brano come se fosse mio ed è uno dei miei preferiti.

Quali altri artisti stai ascoltando in questo periodo?
In questo periodo sto ascoltando più che altro artisti indie che mi portano a distaccarmi dal quotidiano, dalla realtà, che creano atmosfere desertiche, che si muovono su corde rarefatte. Mi piace il folk sperimentale, quali Surrounded, Soulsavers, Cat Power, Down ad altri.

Parliamo delle collaborazioni all’interno del disco. Sono molto incuriosita di sapere come hai lavorato con John Agnello e John Parish, due colonne della musica mondiale. Cosa hanno apportato ai tuoi pezzi?
La cosa che più ha lasciato il segno dentro di me, nel lavorare con i 2 John, o Johns, è stata la grandezza con cui loro affrontano il brano sul quale stanno lavorando. Entrano nelle viscere della canzone, per coglierne l’essenza. Si muovono  su livelli differenti, Parish è più sciamano, Agnello è più rock’roll. Persone semplici, umili, con le quali si è instaurato un bellissimo rapporto di stima, sia durante la lavorazione del disco che dopo. Ero quasi riuscito a farli incontrare, nel giugno 2009 quando sono stato l’ultima volta a New York per finire il mastering del disco. In quell’occasione Jonh Parish suonava a Manhattan con PJ Harvey, John Agnello vive nel New Jersey, poco distante da NY, ed io sarei stato li.. Avevo già organizzato la cosa, ma purtroppo la mia partenza dall’Italia è slittata di qualche giorno e non se n’è fatto nulla. Peccato, sarebbe stato figo. Ma ci saranno altre occasioni.. (nda: Gigi, quando succederà portaci con te!!!).
 
Il disco esce sotto La Rosa. Com’è nata l’etichetta?
Terminato il disco, non mi era arrivato niente di convincente e così mi sono arrangiato. Scelta che ad oggi approvo ancora di più. E non so se domani cambierei, sto bene così, faccio quello che voglio e non devo dire grazie a nessuno. E poi mi piacerebbe produrre altri artisti.

Dal vivo sei accompagnato da un pianoforte e da un violoncello. Come mai questa scelta?
Con Alberto ed Anna, il pianista e la violoncellista, sto benissimo sotto tanti punti di vista. Lo spettacolo funziona, per ora va bene così. Forse dopo l’estate farò qualche data in elettrico, ma è una decisione che non ho ancora preso. Inoltre in trio  ci sono più possibilità di suonare anche in posti più piccoli ma non per questo meno interessanti.

Dall’uscita del disco hai avuto modo di fare molte date e molte ne hai in programma. Com’è il responso delle persone che ti vengono ad ascoltare?
La risposta del pubblico è molto diversificata, nel senso che essendo questo progetto particolarmente introspettivo – cosa che nei live è ancor di più evidenziata – ci sono degli avvicinamenti e degli allontanamenti.  In questo progetto la cosa avviene in modo più netto rispetto ai progetti passati, è un live particolare, o t’addormenti o t’acchiappa..

In attesa di vederci alla presentazione ufficiale de “Il blu e il nero” il 5 marzo al Circolo Il Giardino di Lugagnano (VR) ti abbraccio e ti ringrazio per l’intervista.
Ciao Valentina, grazie a te.



“Il blu e il nero” di Perlè

perlè coverIl blu e il nero, un accostamento di colori inusuali, che suggeriscono calma distesa ed opaca cupezza.
Sono proprio queste due componenti fortemente diverse che fanno da filo conduttore, che accompagnano l’ascoltatore in un percorso mai claustrofobico, ma affascinante, talvolta a piedi nudi per sentire i sassi appuntiti, talvolta in ginocchio, sempre con gli occhi ben aperti.
C’è infatti un’aria sognante ma lucida, in cui Gianluigi riesce ad esprimere un’interiorità dalle molte sfaccettature, che va da una vena più dark e riflessiva ad una viscerale rabbia. Si oscilla quindi da pezzi sinuosi come “Pesca d’aprile” e “Scivola”, ad altri serrati come “Fuoco Spento” o più orientati verso il surf/pop come “Un’onda dipinta di blu”. Le chitarre sostengono e completano il fulcro dei pezzi, che sono i testi e la voce, sempre  in primo piano e pregna di personalità e calore comunicativo.
Uno dei molti pregi di quest’album è proprio la carica di delineata professionalità, degna dell’esperienza decennale di quest’artista. E’ impossibile non avvertire forti influenze di artisti come Manuel Agnelli, Afterhours, Lou Reed o Giorgio Canali, ma Perlè ha saputo plasmare un rock senza usare stampini o cadere nella trappola del clichè del “cantautore italiano”, che porterebbe ad un appiattimento ed un sapore amaro sia negli arrangiamenti, che nei testi e nella voce.
Penso invece che sia stato molto onesto con se stesso e abbia voluto mettersi in gioco pienamente, portando alla luce una sensibilità musicale e personale invidiabili, che rendono “Il blu e il nero” un album di grande pregio e spessore.
Da acquistare ed ascoltare…possibilmente molte volte, per cogliere al meglio tutta la gamma di sfumature che vanno dal blu al nero.