Give It a Name Festival – Milano – 17/04/2010
Recensione di Eleonora Piazzi
Non un concerto, non un festival, non uno spettacolo, ma pura magia musicale. Finalmente anche l’Italia ha potuto conoscere una parte di quel mondo festivaliero che tocca praticamente tutti i paesi d’Europa tranne il nostro. Sette gruppi si sono alternati sul palco, dando vita a quanto di meglio ci si potesse aspettare. Più di sei ore quasi ininterrotte di musica, che hanno mandato la folla in delirio. La maggior parte dei presenti si sono ritrovati sotto il tetto dell’Alcatraz al grido di “Sum 41”, assenti dalle scene italiane dal 2003, così come gli A.F.I., acronimo di A Fire Inside, anch’essi mancati al pubblico italiano da parecchi anni.
L’apertura è stata affidata agli italianissimi Andead, gruppo capitanato da Andrea Rock, già voce di Virgin Radio e volto storico di Rock Tv, che ha presentato diversi brani del nuovo album, intitolato “Hell’s Kitchen”.
A seguire sono saliti sul palco i The Friday Night Boys, gruppo americano attivo già dal 2006, iscrivibile nel filone del pop punk, quella che io definisco “musica da college americano”, tipica dei garage e dei film ambientati nei campus universitari, leggera, ma di un certo effetto. Prima volta per questo gruppo in Italia, anche se negli Stati Uniti hanno già un discreto pubblico. Pezzo di punta della loro esibizione è stato”Stupid Love Letters”, di cui è appena stato presentato il video.
Un rapido cambio di palco ha portato ad avvicendarsi ai The Friday Night Boys, i sempre americani The Swellers, provenienti dal Michigan, in attività ben dal 2002, con già quattro album e un best of alle spalle, il cui ultimo lavoro, Ups and Downsizing è della fine dell’anno scorso, e sono in questi mesi in tour in Europa proprio per la promozione del nuovo album, dove suoneranno oltre che al Give It A Name, anche assieme ai Motion City Soundtrack e al Vans Warped Tour. Il loro suono è duro, graffiante, con accenni di screamo mai esagerati, ma sempre con stile, calibrati alla perfezione e con un ottimo tempo.
I Madina Lake invece sono stati la perla della serata. Molto più emozionati dei fan che per la prima volta li vedevano in Italia, hanno eseguito un repertorio impeccabile, pescando sia dal primo che dal secondo album, inserendo però solo pezzi estremamente energetici, evitando invece le canzoni più melodiche, chiudendo con “Here I stand” tratta dal primo album. Particolarmente divertente è stato il lancio di enormi palloni bianchi pieni di coriandoli dello stesso colore, in tema con l’abbigliamento della band, ad eccezione di Nathan, il cantante, unico vestito completamente di nero. Nel momento in cui questi esplodevano una piccola pioggia di coriandoli ricopriva la folla sottostante, creando un divertente effetto scenico. La follia di Nathan, di cui ho sempre letto, mi è stata confermata appieno, nel momento in cui, verso la metà della loro esibizione, si è tolto le scarpe, ha preso la rincorsa e si è letteralmente gettato sulla folla, mandandola in visibilio.
Gli Story of The Year hanno offerto un impeccabile viaggio attraverso il loro quattro album, peccato però che siano stati accolti con una certa freddezza dal pubblico di ragazzini nemmeno ventenni, pervenuti all’Alcatraz solo per assistere all’esibizione dei Sum 41. La band non la prende molto bene, e anche se cerca di nascondere la propria delusione, questa è perfettamente palpabile. Nonostante tutto hanno incitato il pubblico a cantare i ritornelli, e quattro disgraziati che, come me, erano li anche per loro, sono stati ben contenti di seguirli.
Finalmente sono arrivati i Sum 41, con grande gioia dei ragazzini più cafoni e maleducati che io abbia mai avuto la sfortuna di incontrare, che hanno presentato pezzi datati, anche perché il loro ultimo album risale al 2007. Hanno cercato di coinvolgere un pubblico in visibilio solo per il fatto che loro fossero sul palco, con una scaletta che però ha riscosso molto successo: “Hell song”, “Fat Lip”, “My direction”, “Walking disaster”, “Still waiting” pezzo di punta ovviamente, che ha scatenato il pogo a livelli impressionanti. Molto bella la cover di “Paint it Black” dei Rolling Stones, meno apprezzato invece il finale, dove i Sum hanno presentato alcuni pezzi del loro B-Project, i Pains for Pleasure, band più tendente al metal che al pop- punk, dove i componenti sono gli stessi ma a ruoli invertiti. E per quanto Steven, il batterista, sia un bravo musicista, non ha il carisma di Derryck nel tenere il palco. La chiusura è stata col solito lancio di bacchette e un saluto in italiano ai fan ormai stanchi.
La stanchezza non ha infatti giovato all’accoglienza degli A.F.I., i veri headliner del festival. Nonostante la grande energia con cui Davey si è presentato letteralmente schizzando sul palco, aprendo con “Medicate”, tratto dal nuovo album appena uscito Crash love, che riporta il gruppo agli splendori dei primi album, dopo la sperimentazione di Decemberunderground, che al di là dei testi, si discostava particolarmente a livello musicale dai precedenti. Tracklist particolarmente ricca, con “Girl’s not gray”, “The leaving song Pt 2”, “Kill caustic”; “The days of the Phoenix”, “Love like the winter”, “Miss Murder”, per poi concludere con “Silver and Cold”tratto da Sing the sorrow, che ha letteralmente fatto rabbrividire I fan di vecchia data. Il bis non è stato concesso, anche per problemi tecnici dovuti al blocco aereo causato dalla nube di fumo proveniente dall’Islanda.
In compenso però quasi tutti hanno dato la possibilità ai fan di un saluto, un autografo e un paio di foto all’uscita dal backstage, ad eccezione dei Sum 41 che sono scappati sul van che li ha portati in albergo.
Insomma una giornata letteralmente epica, dove la parola d’ordine è stata energia, scaturita da chiunque abbia toccato il palco dell’Alcatraz durante il festival, che nonostante alti e bassi e pubblico più o meno educato, è stata indimenticabile e ha mandato in visibilio il pubblico numeroso accorso nonostante la pioggia milanese.
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