Raised Fist+Deez Nuts+Endwell – Mezzago (MI) – 24/10/09
É un Bloom di Mezzago degno delle grandi occasioni quello che si propone come contesto dell’unica data italiana dei Raised Fist, la storica band svedese che torna in Italia per promuovere il suo ultimo lavoro “Veil of Ignorance” (parola molto usata quest’anno fra le band hardcore, nda).
La notte è freddissima, quasi degna della taiga scandinava e dopo un giro di saluti ad amici e conoscenti, ci si getta subito nell’afoso ed irrespirabile locale, tra un giro al merch e una bibita rinvigorente, ma la coda alla cassa è senza fine e decido di rivolgere la mia attenzione allo show che sta per iniziare. Ad aprire le danze sono i new yorker Endwell, che di certo non fanno fare una bella figura alla città patria dell’ hardcore. A tratti fuori tempo e decisamente troppo statici durante tutto il loro set, i cinque americani appaiono monotoni e inconcludenti e laddove la fantasia manca, ecco comparire come d’incanto l’ormai (ahimè) immancabile stacco breakdown, sempre piu’ visto come un muro dietro al quale rifugiarsi. Pochi sono i loro sostenitori, che debbono pero’ abbandonare la loro foga data la noiosità che gli Endwell trasmettono durante il loro live. BOCCIATI SENZA ATTENUANTI.
Passano 20 minuti ed ecco apparire gli australiani Deez Nuts, che fautori del mescolamento fra hip hop e hardcore si credono portabandiera di qualcosa di nuovo che poi cosi nuovo non è. L’opener “There’s No Tomorrow” sembrerebbe il preludio ad un set concitato e dall’anima party, ma ben presto mi accorgo che la pragmaticità dei quattro porta il tuttuno a variare l’idea che mi ero fatto dopo aver ascoltato in questi mesi il godibilissimo Stay True. Impatto sotto le attese, con il cantante J.J. Peters che sembra l’anima di Biggie Small intrappolata nel corpo di un surfista, e tanti pezzi fra i piu’ riconducibili a loro evitati, come il singolo “I Hustle Everyday”. La fiducia è ancora tanta e dato che dappertutto impazzano, li rimando alla prossima occasione. RIMANDATI.
Ed eccoci ai tanto attesi Raised Fist. Hanno appena perso il loro ultimo dei tanti batteristi, ora in coma dopo un incidente (we don’t know if he ll go to heaven or down the ground dice il cantante Alexander) e la cosa salta subito all’orecchio. Dietro le pelli c’è ora l’ex Dark Funeral Matte Modin che spara all’impazzata per tutta l’ora di concerto come una saetta, pensando forse di suonare ancora con il vecchio gruppo. A mio giudizio una scelta molto piu’ ponderabilissima, in quanto il sound “sballa” toccando picchi di cacofonicità. Beh, c’è comunque da dire che l’acustica del Bloom non è quella dell’Apollo Theatre di Londra, ma lo stesso non mi è parsa nemmeno cosi pessima come molta gente mi ha fatto notare. La setlist sorvola tutta la storia della band, incentrandosi sugli ultimi due lavori “The Sound of Republic” e “Veil of Ignorance”, ma loro sembrano non essere invecchiati affatto. Salti, sputi, sudore e passione al servizio dei fans, cinque macchine da guerra che non necessitano di breakdown. Non mi hanno mai entusiasmato nè lo sono diventato ora, ma devo ammettere che molte band debbano ricredersi sul fatto di essere “in your face” e prendere qualche lezione di svedese per farsi spiegare un domani come faranno a sopravvivere alle ondate di stili e generi ai quali i Raised Fist sono sempre resistiti e hanno sempre mostrato di potersela cavare a occhi chiusi. PROMOSSI.
Facebook
My Space
Twitter
