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Amarone in Jazz

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The Get Up Kids – Bologna – 30/08/09

Penso che pochi credessero in un evento simile. Penso che quasi nessuno avrebbe scommesso sulla possibilità di rivederli dopo lo scioglimento del 2005. Ma si sa, la vita è imprevedibile, guai se non fosse così. E questo pazzo 2009 è riuscito a regalarmi, dopo i Faith No More, anche i The Get Up Kids.
Troppi i ricordi legati al gruppo, ancora aperta la ferita per la defezione all’Indipendent Days Festival del 2002. E in mezzo tanti ricordi di vita tardoadolescenziale, di testi scritti sui diari, di testi imparati a memoria e quel “Something To Write Home About” che mi ha “rovinato” la vita.
Certo avrei preferito vederli in una location diversa, magari un posto più piccolo, più intimo. Ma al cuore non si comanda, quindi il posto del concerto passa decisamente in secondo piano. La tipologia di pubblico è decisamente variegata, dai nostalgici alle nuove leve, fino a qualche modaiolo che ha sentito il dovere di presenziare per l’hype dell’evento. Poco importa, si va oltre anche a questo, concedendosi solo a vibrazioni positive, lontano da polemiche inutili e velleitarie.
Ma andiamo con ordine. Ad aprire la serata ci sono i The Briggs, gruppo statunitense dedito ad un punk rock energico con venature melodiche, direttamente dal roster della SideOneDummy Records. Il loro set è gradevole e scorre via facilmente, anche se penso che in un altro contesto la gente avrebbe vissuto l’esibizione diversamente, anche perchè la domanda generale che sarà passata per la testa di gran parte dei presenti dev’essere stata: “Perchè hanno messo questi ad aprire i Get Up Kids?” e con premesse simili il pubblico era più ansioso che l’esibizione finisse presto piuttosto che stare a godersela.
A seguire, ovviamente loro. Fa tenerezza vederli sul palco un po’ invecchiati e un po’ appesantiti dall’età, segno che gli anni passano per tutti. Ma si sa, la loro essenza sta tutta nella loro musica e quindi via con il trittico da infarto “Holiday”, “I’m A Loner Dottie, A Rebel” e “Valentine”. Pelle d’oca, singalong e flashback di ricordi vari. Scene che ti sei sempre sognato e finalmente le vivi in carne ed ossa. E in quel momento capisci che, nonostante l’età, anche per loro il tempo si è fermato. La grinta con cui suonano, i sorrisi, l’energia, come se fossero tornati di colpo ventenni. E sono brividi su brividi. Il resto lo fanno la magia delle canzoni e i singalong del pubblico.
E scorrono via pezzi immortali come “The One You Want”, “Woodson”, “Campfire Kansas”, “Mass Pyke”, “Red Letter Day”, “Coming clean”, “My Apology”, “Action & “Action” prima del bis con “Out Of Reach”, “Close To Me” (cover dei The Cure), “Beer For Breakfast” (cover dei The Replacements) e “Ten Minutes”. In mezzo anche spazio per due brani inediti, forse il punto più debole dell’esibizione, ma anche un saggio di quello che forse sarà. La gente però non è lì per questo.
La gente è lì per fare i conti con il proprio passato. Per vivere la magia di canzoni e album con cui sono cresciuti. E devo dire che la serata da questo punto di vista è riuscitissima. Un’ora e mezza in cui il tempo si è fermato per tutti, gruppo e pubblico.
Ora voglio che l’imprevedibilità della vita mi regali anche le reunion di At The Drive In e Refused. Poi posso vivere in pace il resto dei miei giorni, ma per il momento va bene così. E vesto con fierezza il cappottino di pelle d’oca che i Get Up Kids mi hanno gentilmente regalato.