“Ruins” di Blame It On The Ocean
Recensione di Irene Ramponi
Aggressivo, potente, disincantato, ruvido…Un hardcore gridato che vira quasi nello stoner…Tutto questo è Ruins, ep di sei pezzi dei Blame it on the ocean.
Il gracchiante cantato (che però non è pienamente growl) del death metal si unisce alla velocità del metalcore, ma anche alla declamazione disperata grunge e un po’ all’ hardcore old school.
Tutti i pezzi non lasciano respiro, creano tensione, un profondo senso di rabbia e di lacerazione interiore, come si può anche intendere dai titoli e dai testi (I End Where You Begin, Halos Bent And Rusted Nails, Graves, Runaway); tutti i brani sono tirati all’inverosimile, gridati, con una veemenza che potrebbe ricordare il primo Manson, ma solo lontanamente perché la speditezza del ritmo ed i contenuti sono completamente diversi.
Qualche sprazzo di sollievo, sebbene l’aleggiare dell’inquietudine e dell’insoddisfazione sia una costante, si può scorgere in momenti di rilassatezza e calma apparente (si veda Ruins, in cui un sommesso duetto basso-chitarra accompagna tutto il pezzo, senza mai sforare in momenti di agitazione e disperazione, come negli altri pezzi); in ogni pezzo si lascia spazio al cambio di ritmo, che può ricordare una caratteristica tipica del metalcore, mentre i momenti in cui la velocità cala il richiamo al nu-metal potrebbe essere presente.
Sicuramente apprezzati nel panorama hardcore, i quattro, meritatamente, si sono potuti permettere di aprire i concerti di grupponi quali Terror e Strength Approach, dal momento che, per la grande carica che i Blame it to the ocean hanno dimostrato, il loro ep di sei pezzi può essere benissimo inserito nella discografia di chi ami i generi forti.
I ragazzi sono italiani e questo fa sempre piacere, in un panorama musicale che non sempre ha prodotti buoni da offrire e che spesso si trova in crisi.
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Di seguito riportiamo la recensione in lingua originale
Biografia: