Il tempo scorre inesorabile per tutti. Sono passati sei anni da quando un quartetto di giovani provenienti da Sheffield, UK, ha sconvolto il mondo della musica britannica (e non solo) prima creandosi un seguito enorme grazie a demo diffusi via internet ed poi entrando direttamente nel Guinness dei Primati vendendo più di un milione di copie in soli 8 giorni, battendo così il precedente record detenuto dagli Oasis.
Dopo il buon secondo album “Favourite Worst Nightmare” e la parentesi di Alex Turner nel side project The Last Shadow Puppets, tornano finalmente gli Arctic Monkeys con il loro terzo lavoro, intitolato “Humbug”.
Quello che a molti potrà apparire come un mezzo passo falso è in realtà un lavoro maturo ed articolato, un po’ spiazzante volendo, ma che necessita di parecchi ascolti per essere ingranato alla perfezione.
Il giovane quartetto suona ormai senza la pressione di dover dimostrare per forza qualcosa, e molto probabilmente l’assenza di occhi puntati addosso ha liberato l’estro del gruppo, portandolo a soluzioni più ricercate e meno immediate.
Il classico sound del quartetto viene portato a un livello superiore e impreziosito da influenze che guardano si ai tardi anni 60 ma allo stesso tempo strizzano l’occhio agli anni 80. Il singolo “Crying Lightning”, messo come apripista del nuovo lavoro, e “My Propeller” sono un palese esempio di questa nuova contaminazione, mentre “Potion Approaching” fa da tramite con il passato, ma sono pezzi come “Secret Door”, “Fire And The Thud” e “Cornerstone” ad essere quelli più coinvincenti, pronti ad avvolgerti nella loro pacatezza e nelle loro melodie sognanti.
Sicuramente un disco di transizione, ma con la giusta direzione davanti agli occhi. Se riuscissero a trovare la giusta combinazione tra il vecchio sound e le nuove sperimentazioni non ce ne sarebbe più per nessuno.