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“Supersonic” di Oasis

Potete amarli od odiarli, ma certamente non potete rimanere indifferenti a quella che forse è stata l’ultima vera rock band del secolo scorso. Gli Oasis sono un gruppo che nella sua quasi ventennale carriera è sopravvissuto a cambi di formazione, eccessi, scandali creati dai tabloid, ma che non ha mai smesso di fare una cosa: scrivere pezzi che, volente o nolente, rimarranno immortali.
Una carriera culminata con l’ultimo litigio dei due fratelli Gallagher, quello che ha sancito la fine di un’era, lasciando un vuoto generazionale che Noel Gallagher’s High Flying Birds e Beady Eye (RIP) hanno solo riempito in parte. Mentre le voci di reunion continuano ad inseguirsi ad ogni ventennale degli album classici aumentando il senso di nostalgia, si è deciso di premiare proprio questo senso di mancanza con la realizzazione del monumentale documentario “Supersonic”.
Affidato alla regia di Mat Whitecross (“Road To Guantanamo”, “Sex & Drugs & Rock & Roll”, “Spike Island”), il documentario abbraccia in quasi due ore di durata l’ascesa al successo di cinque ragazzi del sottoproletariato della periferia di Manchester, partendo dagli sgangherati inizi nelle sale prove del Boardwalk e i concerti finiti nell’anonimato in giro per l’Inghilterra, passando per la siglatura del contratto con la Creation Records, il primo singolo “Supersonic”, l’uscita di “Definitely Maybe”, i tour in Giappone e America, “(What’s The Story) Morning Glory?” fino ai due monumentali concerti di Knebworth con 165.000 persone a serata.
Il documentario si chiude con quello che è stato molto probabilmente l’apice della loro carriera con l’Inghilterra ai loro piedi. Non aspettatevi il solito documentario con i protagonisti intervistati oggi, nella loro vecchiaia, in qualche stanza lussuosa addobbata con dubbio gusto. Il gruppo ha deciso di lasciare tutto alle loro voci narranti, che raccontano la loro storia su foto e filmati dell’epoca tra ricordi di infanzia, alcool, droghe, attitudine e quel pizzico di arroganza che li ha portati a crederci fino al debutto ufficiale e la consecutiva esplosione. Ovviamente viene dato grande risalto ai due fratelli Gallagher, descritti nel documentario come “la vera forza che ha portato avanti gli Oasis, ma li ha anche trascinati verso la loro disfatta finale”.
Un gruppo che si è ritrovato nella spirale degli eccessi tipici del rock’n’roll ancora prima di firmare un contratto discografico e che nel bene e nel male è riuscito a trarre vantaggio dai gossip scandalistici che facevano la fortuna dei giornali dell’epoca.
Ma alla fine sono le loro canzoni che hanno fatto la storia, che hanno creato quella sinergia con i fans, pezzi che hanno segnato una decade e una generazione che ha vissuto tutto questo sulla propria pelle. Montaggio e fotografia sono pazzeschi, quasi due ore che volano via come niente, ma ricordatevi di mettere i sottotitoli, perchè l’accento di Manchester non è propriamente di facile comprensione. Imprescindibile per i veri fans, con tanto di lacrime e batticuore sulla doppietta finale “Champagne Supernova” e “The Masterplan”, ma anche un documento preziosissimo per chi vuole farsi su un’idea dell’ascesa di un gruppo che con un mazzo tanto e un po’ di fortuna per un po’ di anni è riuscito a trovarsi il mondo ai suoi piedi.

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