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“Storie di non lavoro” di Giubbonsky

Anacronistico ma sempre attuale, come una bella foto color seppia. Guido Rolando, in arte Giubbonsky, in questo primo album da solista spreme la società e la descrive con gusto pungente.
C’è aria di rivoluzione, necessità di cambiamento e un interesse sincero verso la storia, che lo porta ad esser critico e ad avere una lucida visione d’insieme.
Giubbonsky parla di argomenti “delicati” come popolo Rom, della mafia, di Milano, del precariato, di Luca Rossi (vittima di una delle pallottole volanti, ndr), con semplicità e raffinatezza.
Folk alla De Gregori, testi impegnati alla De Andrè, voce roca ed arrangiamenti variopinti alla Capossela. Citazioni alte? Si, ma per canzoni di spessore come queste ce lo possiamo permettere.
Non servono ritornelli facili o tormentoni a questo cantastorie dotto per mostrare un talento probabilmente sottovalutato. Quanto le canzoni hanno uno spessore evidente, basta solo ascoltarle con la giusta attenzione.
“Storie di non lavoro” è da assaporare possibilmente dal vivo, dimensione in cui la sua volontà di denuncia trasuda e coinvolge ancora di più.

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