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“Santo Santo Santo” di Rashomon

Recensione di Susi Pellegrinuzzi

Dopo 5 anni di silenzio, a novembre del 2016, è uscito “Santo Santo Santo” il nuovo (secondo) album dei Rashomon, autoproduzione realizzata anche grazie ad una vincente campagna di crowdfunding iniziata nel 2013. Il disco si sviluppa attraverso una lunga serie di passaggi cruciali e rappresenta una profonda svolta nel sound e nella line up della band emiliana.
Le dieci tracce sono anche il frutto dell’aggiunta del basso (strumento assente nel precedente album d’esordio “Andrà tutto bene” del 2011) e di inserimenti di elementi rap e pop che restano comunque legati ad uno sfondo profondamente rock.

Partendo dalla copertina, realizzata dall’artista Zamoc, si può intuire quale sia il tema generale del disco: troveremo un anomalo supereroe che si incarna in un outsider marcio e tossicomane avvicinandosi di molto alla fragilità umana perché oppresso dal decadere del mondo. Si tratta di uno strappo a quell’immaginario collettivo che si ha della figura dell’eroe, visto qui come un semplice uomo che può essere travolto e può farsi influenzare dalla cattiveria che lo circonda.

“Schiuma Spray” è un prologo soft di quello che sarà poi la poetica del disco: è il ricordo di un’adolescenza ribelle che traccia i destini di una vita fuori dall’ordinario molto diversa da quella apparentemente voluta. “Amerika” fa da bandiera all’idea di un anti-eroe decadente ed oscuro, una specie di “tetra parodia” che si rivolge a quella nazione che fa del supereroe fantastico un vero e proprio manifesto. In “Non ci avranno mai” e “Nuvole basse” troviamo sempre la figura dell’eroe umanizzato che si arrende quasi senza rancore alle sue fragilità.

“Santo” invece è un adattamento della poesia “Howl” di Allen Ginsberg che nel disco vuole essere una spinta a celebrare l’umanità che si trova in contesti difficili, oscuri e squallidi quasi come a voler dire che la bontà dell’uomo in realtà esiste e c’è sempre speranza. Mentre “Breathe”, riuscita cover dei Prodigy, rappresenta uno dei momenti più sperimentali della band, ma è anche un po’ il corpo estraneo al concept del disco.

Un album che si presta ad un ascolto lineare, senza interruzioni e che non stanca. Nei suoni e nei testi, diretti ma allo stesso tempo ricercati, si percepiscono adrenalina e nervosismo di fondo, come se si volesse sottolineare la continua incertezza nei confronti di una condizione forse ormai insanabile: “Cosa resterà di noi? Cosa resterà? Qualcuno adotterà la nostra storia?” sono infatti le parole che si trovano nel brano “Auto Nera”.

“Mucho Mojo” chiude con decisione l’ascolto di un album che conferma i Rashomon come una delle band più interessanti del panorama rock italiano.

Dieci energici brani figli di quel rock anni ’90 ma con i piedi ben saldi nella contemporaneità.

https://www.facebook.com/rashorashorasho/

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