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“Oslo Tapes” di Oslo Tapes

Recensione a cura di Andrea Broggi

Ogni volta che il mito racconta il duale, eccetto forse nella forma Yin/Yang, lo fa separando distintamente il bene dal male, come se le due cose non possano combinarsi, né possano essere la definizione più precisa della complessità di un tutt’uno, ma invece debbano necessariamente essere scissi, essere una contrapposizione.

Oslo Tapes (Un cuore in pasto ai pesci con teste di cane), titolo dell’album e del progetto musicale, è una risposta duale, appunto, allungata da una folta schiera di collaborazioni esterne che la spingono ben oltre il numero due – Nicola Manzan (Bologna Violenta), Gioele Valenti (Herself), Luca Di Bucchianico, Mauro Spada (buenRetiro) Stefano Venturini (Ka Mate Ka Ora) – eppure risulta armonicamente singola, come una coralità che perfettamente diventa unica.

Le due teste amiche di questo neonato progetto, Marco Campitelli e Amaury Cabuzat, caricano il disco – sin dalla copertina – di nubi temporalesche, una fotografia dove un unico essere umano sembra trovarsi ai confini del mondo con un mare e un cielo che quasi si confondono nel colore tanto son blu, e poi le addensano con competente alchimia in forme ritmiche molto varie: dalle ripetitive e appena elettricamente distorte – Alghe, Attraversando, Nove illusioni – all’unica vera ballata dell’album – Distanze – o diventando quasi brani dai connotati ambient pur nella distorsione crescente – Crux Privee, Tremo.

E’ talmente varia la natura musicale di Oslo Tapes che la catalogazione, non troppo necessaria, finisce per diventare impossibile. Del resto è più nei testi – italiani, inglesi e francesi – che si percepisce l’avvicinamento, in quella scelta di sguardi che arrivano all’orizzonte fino a perdersi. E’ un disco che sa molto poco d’Italia e tra le uscite musicali di questa primavera che stenta ad arrivare, sembra guardare geograficamente un po’ più a nord non solo nel titolo.

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