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“I Dreamed An Island” di Piers Faccini

Chi viaggia portandosi in spalla il solo fardello della curiosità e del desiderio di conoscenza, torna arricchito. Chi lo fa per tutta la vita, seguendo un istinto innato, che lo conduce con una bussola salda verso la scoperta di più culture possibili, di storia, musica ed architettura, fa del viaggio una parte di sé, un arto invisibile quanto necessario per la propria ispirazione.
Piers Faccini, artista a tutto tondo, è una di queste persone. Da sempre attirato dalle radici più profonde della storia mondiale, ha indagato nel suo ultimo lavoro “I Dreamed An Island” il bacino del Mediterraneo. Luogo da sempre crocevia di popoli, ha accolto pellegrini e migranti, lasciandosi innestare da tutto ciò che le loro culture potessero offrire.
Il musicista è partito da un libro scritto da John Julius Norwich sulla storia della Sicilia medievale e ha trovato nel 12° secolo, epoca della dominazione Normanna, un ottimo punto focale.
Parte così il racconto onirico su quest’isola cosmopolita e poliglotta, tra le forti influenze bizantine ed arabe. Ciò che ho apprezzato dal primo ascolto è stato il senso d’immersione totale in un’atmosfera esotica seppur così vicina a noi, sentendo quasi la sabbia sotto i piedi ed i profumi di quei luoghi zeppi di sole. Le varie lingue usate nei testi – inglese, francese, dialetto italiano ed arabo – si amalgamano perfettamente, rinforzando le diverse influenze all’interno dei brani, dal mondo marocchino a quello provenzale. La forte presenza di strumenti barocchi come theorbo, chitarra barocca e zampogna, completano il mosaico, diventando tasselli fondamentale per intuirne il disegno nella sua totalità.
Ho amato moltissimo anche come Faccini si sia presentato nelle vesti di un narratore presente ma non invadente, lasciando spazio alla personalità della musica stessa, senza mai prevaricarla con la propria. È come se ne desse una propria chiave di lettura, lasciando lo spiraglio aperto verso tutto ciò che la storia ci ha insegnato finora. Questo senso di riverente rispetto verso ogni passo musicale e storico è così forte da essere contagioso. Non so se chiamarla in modo semplicistico world music, ma so che la ricerca minuziosa per abbracciare ogni singola sfumatura di questi popoli di cui portiamo ancora i segni sui nostri volti e sugli edifici delle nostre città, è ammirabile.
Il suo sesto album è a mio gusto uno dei dischi più raffinati e coinvolgenti che la discografia ci possa regalare quest’autunno e mi auguro possa creare negli ascoltatori quel wanderlust pieno di stupore e meraviglia, che “I Dreamed An Island” porta in grembo.

http://www.idreamedanisland.com/

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