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Dinosaur Jr., Parco della Musica, Padova, 11/07/17

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Io e i Dinosaur Jr. siamo stati per anni due strade che per svariati motivi non si sono mai incrociate. Poteva esserci la svolta l’anno scorso, ma ci ha pensato un mal di gola a far saltare le due date italiane, non rimanendo altro che mettersela in saccoccia. Il tanto agognato momento è arrivato quest’anno, e nemmeno le notizie di possibili apocalissi pronte a scatenarsi nel cielo di Padova hanno impedito la riuscita del concerto.
Arrivo al Parco della Musica che i Soria, band d’apertura del concerto, sta già suonando. Purtroppo la mia attenzione è rivolta principalmente al giro di saluti con amici e conoscenti, quindi rimangono un mero sottofondo nello scambio di convenevoli.
La location è molto bella, vicino ad un giardino botanico ahimè chiuso a quell’ora, un po’ a mo di sagra ma allo stesso tempo graziosa e perchè no intima, con una buona affluenza e un clima davvero accogliente.
L’attesa per i Dinosaur Jr. è vibrante, ma senza tutta la frenesia e la calca di altri concerti, tanto da riuscire ad arrivare tranquillamente e comodamente sottopalco. Hanno mantenuto la promessa di tornare presto, e il pubblico è pronto a ripagare con calore.
I tre aprono il concerto con “Thumb” da “Green Mind” e si delinea subito il leit motif della serata: un J Mascis ai limiti dell’apatico (ma chi conosce il gruppo sa che è fatto così) e perso tra riverberi e wah wah, un Lou Barlow perennemente in movimento a fargli da contraltare, con Murph a fare da collante tra le due personalità. Praticamente tutto quello che ti puoi aspettare da un loro concerto. La scaletta vanta qualche pezzo dall’ultimo lavoro “Give A Glimpse Of What Yer Not” (“Going Down”, “Love Is…”, “Tiny”, “Knocked Around”), “Watch The Corners” dal penultimo “I Bet On Sky”, alternati a pezzi più classici come “Freak Scene”, “Feel The Pain”, “Little Furry Things”, “The Wagon” fino al bis con “Gargoyle” e “Just Like Heaven”. Certo con una discografia lunga come la loro ci sarebbe aspettato qualche altro pezzo, magari dagli album post reunion, ma in fondo chi siamo noi per lamentarci? Alla fine il gruppo ha fatto quello che sa far meglio, ovvero suonare senza troppi fronzoli, dialoghi ridotti al minimo e un gran muro di suono tra wah wah, riverberi ed assoli.
Il pubblico risponde caloroso con singalongs e qualche accenno di pogo, che fa un po’ ridere pensando alla musica proposta, ma almeno è stato la dimostrazione di quanto la gente fosse presa bene.
Che dire, ne è valsa la pena di aspettare tutto questo tempo per vederli? Assolutamente si, e tornerei a vedermeli anche domani se potessi. Nel mentre mi tengo il ricordo di un bel concerto visto assieme ad amici carissimi.

Foto e video di Emanuela Bruzzi

 

 

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