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“Didjeribile” di Christian Muela

Recensione di Silvia Scorrano

“Didjeribile” è un progetto musicale concepito e nato il 15 giugno 2011 dalla mente di Christian Muela e prodotto dall’etichetta  musicale Ephedrina Netlabe . Come dal nome stesso del cd si può intuire, l’intenzione è quella di guidare l’ascoltatore alla scoperta di sonorità nuove, quelle nate dal didjeridoo, attraverso un “background” elettronico comune ai più che le renda “digeribili”.
Otto tracce da ascoltare e percorrere in 33:59 minuti: “Didjeribile” suggerisce l’esplorazione di un ambiente suggestivo che ci allontana dal modo di concepire la musica oggi. Nessuna voce presente, a fare da protagonista in questo cd è una sequenza di suoni che sono in grado di stimolare l’immaginazione.
Il contesto rappresentato nella cover è una macchia di fitta vegetazione vista dall’alto, tagliata dall’ombra di un albero gigantesco  (l’albero è infatti il simbolo di questo e del precedente lavoro di Christian, “Albero 2.0”).
I lavori di Muela sono figli della stesso richiamo simbolico alla terra, in particolare è il legno la materia prima da cui prende vita il didjeridoo, un antico strumento a fiato ricavato dall’eucalipto già scavato dalle termiti e lavorato artigianalmente; di questo strumento musicale, protagonista assoluto dei lavori di Christian, esistono anche versioni in vetroresina e platano.
Il titolo di ogni traccia è uno spunto interpretativo:
Con i primi suoni di “Warrior” si attraversa una doccia di suoni incantati; l’atmosfera  della prima traccia è inizialmente armonica, essa prosegue suscitando maggiore  tensione con l’avvicinarsi della voce del guerriero: una voce puramente strumentale che ricorda però  un eco mistico. Il ritmo crescente condotto dai suoni prodotti dal didjeridoo si alterna a quello nato dai suoni di musica elettronica, generando un inseguimento sonoro che sfuma nella conclusione del pezzo.
“In TRO” anticipa quello stato di tensione, presentito nella prima traccia, già nei primi suoni; essi scandiscono un passo lento e pesante pronto ad accelerare, fermarsi e riprendere velocità. L’atmosfera non si risolve armoniosamente, ma viene sfumata da tintinnii.
All’inizio di “Boogie”, la terza traccia, si accompagnano disordinatamente i suoni stonati del sintetizzatore e del tamburello circondato da cimbali; subentra la melodia “burlesca” del didjeridoo che si esaurisce con il suono dei piatti. Questa traccia, per il clima chiassoso riprodotto e per l’alternanza con cui si avvicendano i suoni, ricorda un ballo popolare capace di coinvolgere diversi soggetti con una sensibilità al ritmo personale.
“Frogs ballad” è la traccia che ho trovato più “esaltata”. Il gracidio della rana si intervalla al suono prodotto dal pizzichio di una corda, nonché ai suoni elettronici  che sembrano volteggiare a mezz’aria. Il ritmo che segue  introduce l’evoluzione del didjeridoo. I suoni si mescolano creando momenti di confusione e  di rinnovato ordine. Nell’insieme non è riscontrabile una salita o una discesa della melodia, ma un succedersi di fasi diverse. Rumori sordi e metallici irrompono a metà traccia creando “baccano”. Il didjeridoo è l’elemento costante di tutta la traccia che sceglie di concludersi con l’emergere di suoni “alieni” e infine quattro “colpi” di didjeridoo ricordano il suono della sirena di una nave.
I soffi che introducono “Magia” sono il delicato richiamo al verso di un uccello che si può distinguere dopo poco tempo; la traccia ha una sua evoluzione su due livelli: come sottofondo il didjeridoo “gorgheggia” lievemente, le note più gravi emergono in totale anarchia e terminano la traccia in un richiamo stonato.
“Didj  scratching box” comincia con lo screcciare di un disco. Il ritmo che segue il didjeridoo è veloce per un buon tratto, la pausa che succede lascia invece spazio a un nuovo avvio di suoni elettronici . Legati insieme, i suoni naturali e quelli elettronici non si separano mai in questa evoluzione sonora, ma vivono nel ritmo comune.
“Five spaces”  comincia con il presagio acustico a fiato, il flauto giapponese shakuhachi.   Il suono dei dischi introduce il didjeridoo legato a un’atmosfera di tensione crescente. Il  suono del didjeridoo si purifica verso il finale per essere nuovamente rincorso dalle note di un piano, dai suoni che creano atmosfera e dal shakuhachi. La chiusura vede partecipare solo i due strumenti.
“Out Roots” è la marcia conclusiva del percorso,  accompagnati dal didjeridoo con passo cadenzato ci si prende delle pause, prima che i suoni accordandosi portino nelle vicinanze di una cascata, nel frattempo il didjeridoo dialoga con gli altri suoni, lascia passare le note pizzicate di una corda e si chiude con un tuffo in presenza di una cascata.

Nell’insieme quest’album è una passeggiata, non nel senso che l’ascolto risulta semplice e passivo, anzi ci sveste delle abitudini mentali con cui ricerchiamo il ritmo “ballabile” che tende a un climax, per riscoprire invece uno sforzo maggiore di sintonizzazione musicale. Questa musica vive nell’evocazione di un luogo naturale e di ritmi “primitivi” che non fanno sobbalzare il corpo, ma solleticano la mente.
Molto probabilmente il contenuto sottointeso in questo lavoro ha un carattere etnico. I suoni a cui siamo abituati quotidianamente (ritmi non necessariamente melodici, ma che ci accompagnano durante la nostra routine quotidiana) sono dei più vari, dal rumore dei clacson, a quelli della lavatrice, ai segnali acustici di vario genere, ma tra questi non ricordiamo l’acqua, gli elementi naturali, o strumenti semplici, come quello del didjeridoo.  Il didjeridoo per la sua origine lontana non rientra assolutamente nella memoria acustica di ciascuno di noi che non l’abbia già scoperto altrimenti, per questo l’impegno volto all’ascolto di suoni nuovi e alla loro “degustazione” è indicativo dell’apertura mentale con cui si può prestare ascolto a ciò che intorno a noi, distante o vicino che sia. Questo è il messaggio sottointeso che ho potuto cogliere nei lavori di Christian Muela.
Buon ascolto a tutti.

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