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BOL & Snah – Roma – 16/11/2013

Recensione a cura di Emiliano Merlin

E’ mezzanotte e mezza* quando quattro personaggi di mezza età, tre uomini e una signora, salgono sul palchetto del Rising Love a montarsi da soli gli strumenti**. Il signore che suona la chitarra si inginocchia e comincia a collegare cavetti, pedalini e alimentatori. Ci mettono un buon quarto d’ora a sistemare tutto, poi scendono cinque minuti e poi risalgono e iniziano il concerto, davanti a una trentina di persone al massimo, mentre nelle retrovie del locale la gente rumoreggia. BOL è un trio norvegese formato dalla cantante e maneggiatrice d’elettronica Tone Ase, il tastierista Stale Storlokken, già insieme ai Motorpsycho per l’album The Death Defying Unicorn e relativo tour, e il batterista Tor Haugerud. Snah suona la chitarra nei citati e mai troppo lodati Motorpsycho, e da qualche tempo anche con i BOL: insieme hanno pubblicato un disco, “Numb, number”, e ora stanno girando in tour. BOL & Snah sono un curioso Frankenstein musicale.
Il trio si muove chiaramente su coordinate elettro-pop-jazz, con le tastiere di Storlokken a definire le trame sonore, e la voce di Ase che spazia dal sussurro all’urlo, spesso indugiando in evocative melodie di chiara matrice nordica, con una perizia tecnica invidiabile. Su questo si innesca il chitarrone di Snah, che non si discosta di troppo dal suo lavoro negli ultimi Motorpsycho: riff potenti e articolati, ritmiche marcatissime, lunghi assoli. L’insieme che ne risulta lascia spiazzati e non è semplice inquadrare questo post-prog-psych-metal-jazz rock, che un momento pare un incrocio fra Bjork e St. Vincent e un attimo dopo il figlio illegittimo di King Crimson e Killing Joke (con Axl Rose alla voce). Il concerto è breve, meno di un’oretta – e vista l’ora d’inizio non mi sono lamentato – ma denso, impegnativo, suonato splendidamente e con maestria da quattro musicisti formidabili, sia tecnicamente che nel gusto. I brani sono lunghi, con parti improvvisate, ma senza esagerare nella libertà. I lunghi finali di canzone si aprono spesso in pienoni dinamici à la Motorpsycho; l’impronta scandinava è sempre evidente, e qua e là vengono in mente i Jaga Jazzist, in certe aperture melodiche. Mentre guardavo il concerto pensavo che non c’è nessuno, in Italia, che riesca, ma nemmeno che provi, ad avvicinarsi a questo tipo di sperimentazione multiforme, tentacolare, restando nell’abito della canzone pop rock. L’esempio più prossimo che riesco a farmi venire in mente sono i benemeriti Area, riaggiornati al ventunesimo secolo nei suoni, nelle strutture, negli arrangiamenti, con la differenza sostanziale dell’approccio vocale, lontano dagli istrionismi di Stratos e più prossimo all’approccio evocativo.

* Prima, con inizio alle 23, le esibizioni di due gruppi spalla locali, onesti quanto poco interessanti.

** Ho fermato Snah per stringergli la mano prima che salisse sul palco. Mi ha detto “I hope you will enjoy the show. There will be no Motorpsycho songs, but I hope you’ll like it anyway”. Volevo abbracciarlo.

 

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