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“Bloodroot” di Ofeliadorme

Recensione di Andrea Broggi
A pensare che gli indiani d’America utilizzassero lo stesso fiore per dipingersi il volto prima di andare in battaglia come medicinale e come filtro d’amore, fa riflettere. Fa riflettere, ad esempio, su quale filo sottile esista per gli esseri umani, senza troppe distinzioni di collocazione geografica, a separare tutte le emozioni.
E forse è partendo da questa riflessione breve che intendono lasciare attoniti gli Ofeliadorme, che con Bloodroot, loro secondo LP uscito in questo inizio Marzo, mutuano il titolo dalla Sanguinaria Canadiensis, fiore dal bianco immacolato che trova in una specifica caratteristica delle sue radici il motivo di un nome sì inquietante, queste, infatti, una volta recise essudano un liquido rosso e denso, come sangue. E dal fiore la traccia d’inquietudine riposa nei suoni elettrici appena accennati, miscelati a una presenza stilistica definita, ma mai ingombrante e costruiti come un’impalcatura su cui far poggiare la voce femminile, nei tratti malinconici dei testi e dei toni, che come un telo di elegante bellezza avvolge e stringe il tutto.

Come un pendolo l’album descrive brevi archi tra riposo acustico e improvvisa sveglia, alternando lievi armonie appena sussurrate – Magic ring e Pumpkingirl – a incalzanti linee ritmiche di rinnovata energia – Bloodroot e Stuttering morning e lo fa in trenta minuti di parole e di suoni che hanno tutta l’aria di appartenere a un disco americano o londinese che abbia il desiderio di parlare all’intimità di chi ascolta dopo aver parlato dell’intimità di chi l’ha scritto.
Buon ascolto!

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