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“Beg for more” di Modern Blossom

Recensione di Andrea Broggi

Riverbero, acqua glaciale di lago disintegrata e ricomposta nell’ingresso del tuffatore e inquietante indecifrabilità di una copertina in bianco – molto – e nero – poco – segata da una striscia viola.
Beg for more, opera prima del duo Modern Blossom, è un disco di quelli che finisce per ritornare in testa anche se tu e l’elettronica siete vicini come la pioggia e la voglia di farsi una passeggiata senza ombrello, con indosso un paio di scarpe scamosciate appena comprate, e lo fa con una ripetitività  presente in ognuno dei sette brani che compongono l’album e anche grazie a una peculiarissima quanto apprezzabile orecchiabilità. Tra l’altro scopro ora che nel press kit lo chiamano elettro pop e in effetti, sì, ci sta.
I testi anglofoni sono cantati da una voce maschile che risalta i toni cupi, ed è tutto perfettamente coerente, tutto combacia con la frammentazione delle linee di basso e l’irrigidimento algido e seduttivo insieme dell’armonia. Sette tracce tra le quali spicca di prepotente grazia, non Beg for more che dà il titolo all’album ed è ricco di incursioni wave, né la sfumata e ridondante Velvet Shulders, ma A common poetry, la prima del disco, un vero piccolo capolavoro, arricchito da un’intro strumentale che riassume in sé tutto quell’algoritmo di suoni spezzati e qualità che compongono il disco.
Beg for more, è un fotogramma di una una sala piena di persone irriconoscibilmente chiuse, ognuna nella propria individualità, in un sacco di plastica trasparente da coroner intente a ballare.
La morte è un attimo di perfetta sincronia.
Buon ascolto.

 

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