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Interviste . Intervista allo specchio: Daniele Santagiuliana

Intervista allo specchio: Daniele Santagiuliana

Lo avevamo conosciuto con il precedente lavoro “Jeremiad“, ora Daniele Santagiuliana ci parla dell’ultimo oscuro ed intenso EP “Imbecile” e della nuova uscita con i Testing Vault.
Anche lui è stato al gioco in quest’intervista “allo specchio”: quindi Daniele intervista Daniele.

Perché hai scelto di cantare dopo anni di spoken words o di litanie che poco avevano di musicale?

Di base, tutto è partito ascoltando un giorno, scoprendo per caso (e molto tardi) una canzone bellissima, cupa, ed intima fino ad essere dolorosa, di un cantautore che se ne fregava dell’intonazione, dell’accordatura, dell’appeal… Era Jandek e la canzone era “I Passed By The Building”. Lo scoprii nel 2013, ma posso dire di essermi rifatto e di aver comprato 46 uscite del musicista in questione, per ringraziarlo dell’influenza nello spingermi a cantare come volevo… e come canto sempre da anni senza microfoni accanto… tutt’ora le mie canzoni migliori le compongo per strada mentre passeggio… ma non le registro, perché mi perdo a cantare…

Altro evento fondamentale e causa scatenante riguardo alla mia nascita come autore di “folk altro”, la devo all’incoraggiamento di Deison e Mingle, nel volermi come guest vocalist nella loro struggente versione di “Failure” degli Swans per il loro masterpiece “Everything Collapse[d]”… ho sempre amato quel brano alla follia perché rispecchiava molto la mia situazione esistenziale… per come mi vedevo fino a poco meno di due anni fa, mi stavo giusto preparando per la fossa… e con quella canzone Gira la fossa te la scava. E’ deprimente, ma non è di quelle ballate malinconiche fatte per piangersi addosso… è una risata amara sulle cose andate storte. Ed in questo posso dirlo, non mi ci avvicinerò mai a livello di talento, ma come tipo di “visione” abbiamo differenti immagini ricorrenti in comune… mi piacerebbe sapere se gli è piaciuta, se l’ha mai ascoltata. Quel disco era fenomenale anche senza di me… ma come detto, non credo ringrazierò mai abbastanza Andrea e Cristiano. Credevano in me più di quanto io stesso lo facessi.

Una volta uscito quel disco mi sentii nel prodotto finito e piansi, sono onesto. Era stato un uscire dal seminato ed un dimostrare che anche “gli smanettoni sperimentali” possono essere effettivamente intonati, e cantare bene una canzone dal cuore atrofico come “Failure”… E così insomma, dall’unione di questi due eventi, mi sono deciso ed ho inciso “Jeremiad” ed “Imbecile EP” pochi mesi dopo…

Il pubblico che ti ascolta di solito, o da un po’ di tempo ti ha percepito in maniera differente rispetto a prima?

Sicuramente. Non tutti, ma in tanti sì. In diversi mi hanno preso molto più sul serio, come se sentendo che sapevo scrivere delle canzoni, il mio fare musica “diversa” fosse ora “giustificato” in qualche modo, dato che avevo dimostrato di parlare anche un linguaggio (apparentemente) più abbordabile… E questo non fa che fare bene anche ora che un lavoro sperimentale sta uscendo a due mesi circa da un lavoro acustico… è una, finalmente!, felice convivenza delle mie varie sfaccettature. Dovrei solo imparare a semplificare moniker e progetti, ridurre tutto a due filoni, così’ si creerebbe ancora meno confusione ed i fan sarebbero probabilmente meno cardiopatici nel seguirmi tra i vari nomi usati, hahahaha!!!

Perché la scelta, dopo dischi sperimentali con lunghi brani nel 2013, e dopo due dischi acustici (di cui uno appunto recentissimo!) in cui nonostante l’oscurità si respira un’atmosfera comunque calma, uscire con un disco così veloce, isterico ed elettronico come “The Opal Sequence”?

Non conosco la risposta reale di cosa uscirà quando. Le poche volte che ho cercato di pianificare qualcosa, nonostante si debba fare per forza, avendo da gestire una piccola label, ho sempre deluso le mie aspettative di rispettare delle tabelle di marcia… Non perché non lavori o non produca nulla, ma quello che esce, semplicemente esce… senza il mio permesso – semplicemente è come uno sfogo della pelle… un rash cutaneo. Che mi piaccia o no in quel momento esce ed io devo avere a che fare con esso.
Ammetto che adoro le atmosfere dei miei due album acustici, ma al tempo stesso, ascolto un sacco di cose come Crystal Castles, Liars, Underworld, e vari mixtape di acid house old school, accanto ad altri act che amo come Aural Rage, Cyclobe, Kevin Tomkins, Angus MacLise, LaMonte Young… e le cose si stanno mixando sempre di più. “The Opal Sequence” ha beat a 140 o 120 BPM, come la acid house… mi sono concentrato sempre sulla lunghezza del drone, ma ho notato che… comprimere la struttura di una canzone che poteva essere di 6 minuti in soli 3, è interessante. Perché vuoi risentirla, ti porta a premere di nuovo play per capirne meglio il contenuto. Il disco per questo è breve (a dire il vero, un pò come tutti i dischi che faccio), e per questo lo trovo ulteriormente affascinante, in special modo per il tipo di musica che propongo… sono un fermo sostenitore dell’idea che i dischi che hanno fatto la storia della musica, perlopiù duravano 40/50 minuti, ed avevano tutto in poco tempo, senza disperdersi per 80 minuti di cd… Avevano quello spazio, e quello usavano al meglio. Niente fillers.

E mi piace che la musica con drones chiari ed alti suonasse isterica, veloce, frammentata – in questo modo si sente uno stato di coscienza alterato.Ho sempre pensato che la musica house fosse la musica più disperata di tutte. La trovo molto deprimente, e mi piace per questo.
Che ricordasse un attacco di apnea notturna. E’ un disco molto personale (lo è sempre nel mio caso), ma chi confonderà queste brevi suite psicotropiche (dato che sono ispirate molto alla cultura dell’assunzione di determinate sostanze o comunque di stati “altri”) con musica semplicemente ambient o elettronica, perderà gran parte di ciò che in realtà avviene in quel platter, da strumenti indiani reali alla voce convulsa in loop ritmici irriconoscibili, ed un artwork che spiega un pò di più come ci si sente ad essere me durante un processo creativo di natura sciamanica.

Come mai questa transizione a livello stilistico (dal folk alla elettronica sperimentale) non cambia la tua estetica? In fondo, nonostante i dischi acustici siano più abbordabili, la poetica visuale rimane la stessa… Cosa e chi ti ispira ciò che crei?

Credevo che i miei demoni mi avrebbero sopraffatto fino a due anni fa, ed ero in loro balìa sino al punto da vivere condizionato da essi. Vedevo il mio corpo come unica fonte di ispirazione in un modo molto voyeuristico. Questi demoni oggi li ho addomesticati in gran parte, e quindi posso capire cosa effettivamente mi ispira, aldilà di poeti, scrittori, film, quadri, altri musicisti…
C’é una cosa che mi provoca molti pensieri. La meditazione. Il dondolarsi. I mantra, la ripetizione ossessiva – e le visioni che trai da questo stato, che ti si cristallizzano in testa sono come una fotografia – che conservo gelosamente.
Ti faccio un esempio: la canzone “Little Led Red Light” in realtà è un titolo che ho usato sia per una collaborazione sperimentale a quattro mani con Corrado Altieri (Uncodified) dal titolo “Music For Lemurians” nel 2013, ed è anche presente, con un’altra veste, come canzone acustica, in “Jeremiad” nel 2014. Ha un suono ipnotico se pronunciata costantemente, e credo a questo punto, che riapparirà in altre vesti. Tutt’ora amo scriverla negli appunti.
Molti dei miei brani nascono da questo tipo di ispirazione “semi-automatica”.

Poi, artisticamente, facendo dei nomi, sono innamorato di un sacco di cose, da Antonin Artaud a Marjorie Cameron, da Odilon Redon a William Burroughs, da Ballard ad Austin Osman Spare… l’arte visiva è molto importante per la mia, mi nutro di essa tanto quanto mi nutro con la musica – di certo partire come pittore ha avuto un suo peso!

Con chi vorresti collaborare in futuro e cosa altro ti piacerebbe fare? Anche nomi incredibilmente famosi, niente limiti…

Amo le collaborazioni a distanza.
Nessuno entra nel tuo spazio personale e viceversa… se vogliono il tuo trademark, glielo dai in pieno nel tuo ambiente. Per questo mi piacerebbe collaborare (magari in certi casi una terza volta) con un sacco di gente che sa come sono, e sa che li abbraccerei e passerei con loro volentieri giornate intere ad ascoltare e parlare di arte, musica e libri, ma poi, “ognuno a casa sua” per produrre la propria parte… a partire dall’Italia, collaborerei volentieri da impazzire con persone ed acts come Mingle, Deison, Uncodified, Noise Trade Company, Dream Weapon Ritual, E Aktion… per l’estero sparo altri nomi grossi, mi piacerebbe musicare un disco con la voce di Peter Sotos o Genesis P-Orridge, o creare un box sperimentale con Kevin Tomkins dei Sutcliffe Jugend, che apprezzo molto nella sua veste solista sperimentale. Oppure se si va ancora oltre, nell’Olimpo dei sogni puri e semplici, chi non vorrebbe collaborare con un Michael Gira, con un John Cale, oppure con “il classico” David Lynch? Dopotutto, tra pittori di base, ci potrebbero essere diversi punti di contatto per una estetica comune… ma ovviamente sto delirando – e me ne scuso!, hahahaha!

Cosa altro vorrei fare? Vorrei riuscire a mettere insieme un libro. Da anni scrivo, scrivo molto, per poi cancellare, dimenticare, scartare un’idea. Ne ho un sacco, e mi piacerebbe avere questa possibilità, acquisire questa capacità. Ho un sacco di cose che mi saltano in testa, e non posso metterle tutte in musica o nella grafica. Devo scriverle. Ho taccuini pieni di frasi, appunti, sogni, ma non sono quasi mai stati usati. Mi piacerebbe fossero messi in buon uso… per creare qualcosa che vada oltre al suono.

Mi piacerebbe anche girare una serie di corti – o “quadri in movimento” – la cosa è fattibile, non ho un occhio malvagio per quanto riguarda la fotografia e le riprese… solo che capire l’editing, trovare locations, fondi, comparse.. non è il mio mondo. E quindi per ora alzo le mani, e non ci penso troppo..!

Insomma, come sempre, mi piacerebbero giornate di 48 ore.

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