soundmagazine

Interviste . Intervista con An Harbor

Intervista con An Harbor

Federico Pagani in arte An Harbor dopo la parentesi X-Factor nel 2014 giunge oggi alla pubblicazione di “May”, un disco intenso e carico di emotività qui descritto dall’artista stesso.

Intervista a cura di Luca Malinverno

Ciao Federico, come ho letto in Rete questo disco è frutto unicamente dei tuoi sacrifici. Ci puoi raccontare quando hai iniziato a scrivere le sue canzoni e quali sono stati i tuoi primi passi alla ricerca di figure che potessero essere utili alla tua causa?
Ciao! Sì, sicuramente in questo disco ci ho messo davvero tutto me stesso sotto tanti punti di vista. Ed è vero che è fondamentalmente autoprodotto in tutto e per tutto per quanto riguarda l’aspetto finanziario e organizzativo. Artisticamente parlando mi piace sempre ricordare l’importanza del contributo dei miei compagni d’avventura, senza i quali questo disco non sarebbe neanche lontanamente quello che è. Cristiano, Federico e Pietro sono prima di tutto amici e si sono uniti al progetto in modo molto spontaneo e naturale. In quel momento erano molto semplicemente le persone più adatte a interpretare l’idea che avevo in testa, le canzoni invece nascono molto indietro nel tempo, sono pezzi che mi porto dietro da anni, fin dagli inizi solitari e un po’ sgangherati da solo con la mia chitarra. E sono solo una manciata di tutto quello che ho scritto e riscritto (e spesso cestinato) da alcuni anni a questa parte.

Tutti hanno iniziato a conoscerti solo con X-Factor, ma tu eri musicista e compositore già da ben prima. La cosa non ti fa in qualche modo rabbia? Ossia notare quanto sia semplice attraverso un talent arrivare a un livello di visibilità che probabilmente non avresti mai raggiunto senza di esso?
Sì, questo è stato il mio primo pensiero subito dopo l’esperienza in TV. Continuavo a chiedermi come fosse possibile che lo stesso pezzo che avevo suonato per più di un anno in tutta Italia, nella più totale indifferenza del pubblico, ora fosse adorato da tutti. Questa cosa continua a rammaricarmi, soprattutto se penso a quanti artisti anche molto più bravi di me ci sono in giro per il Paese e spesso rimangono ignorati solo perché non riescono ad avere la giusta visibilità. Ero e sono molto felice di come è cambiata la mia vita dopo X-Factor, è innegabile, ma continuo a credere che questo meccanismo dei talent sia molto sbagliato e crei delle false illusioni pericolose, soprattutto tra i più giovani.

Torniamo agli albori, ossia, quando hai iniziato a capire che la musica poteva essere la tua massima aspirazione? E quel Federico Pagani di allora aveva qualcosa in comune con l’artista di oggi a tuo avviso?
Diciamo che è una storia parecchio lunga da raccontare. Il mio percorso musicale parte tanti anni fa, quando ero ancora ragazzino. Ho suonato con diverse band, ho iniziato come cantante, poi ho suonato il basso, sono ritornato a cantare ma in un modo molto più sperimentale e decisamente poco “ortodosso”, poi ancora ho smesso di cantare per un bel po’ e ho suonato la chitarra e lo sto ancora facendo, con due diverse band che suonano cose molto diverse da quello che faccio da solo. Durante tutte queste esperienze ho maturato pian piano la consapevolezza che mi ha portato poi a scrivere le canzoni che ora suono come An Harbor. Una cosa che ripeto spesso ma anche in questo caso è stato tutto molto spontaneo e per nulla frutto di piani fatti a priori. Chiaramente rispetto a quando ho iniziato a suonare ora ci sono molta più consapevolezza e maturità (per fortuna), che mi permettono di crescere e migliorare giorno per giorno. Riguardando però a quel ragazzino che prendeva in mano il microfono per la prima volta sento che c’è ancora lo stesso fuoco che brucia nel petto, la stessa voglia di dire le poche cose importanti che ho da dire e farlo nel modo più convincente e sincero possibile.

“May” è un disco che sta decisamente dividendo l’opinione della critica sulla sua reale fisionomia: chi lo trova un ottimo lavoro pop e chi invece lo pone nel calderone rock internazionale. Quale pensi sia la dimensione ideale di questo lavoro e di te stesso?
Penso di non ci sia una risposta univoca ed è proprio questo il bello per me. Non mi piace essere etichettato o pormi limiti. La contaminazione è sempre la parola chiave, quindi il fatto che non si riesca a dare una definizione precisa al disco per me è un grandissimo risultato. Volevo fosse così sfaccettato e multicolore. Spero però che allo stesso tempo tutto questo sia leggibile sotto un stesso comune denominatore, che è poi la mia persona, la mia scrittura e il mio “messaggio”.

Per dar vita a questo lavoro ti sei affidato a musicisti che conoscevi bene, così come nel caso di fotografo e videomaker. Avere al tuo fianco persone fidate riesce in qualche modo a tranquillizzarti e a farti rendere meglio come musicista?
Assolutamente sì, le persone con cui collaboro devono essere prima di tutto amici. Sarà banale ma credo molto nelle affinità elettive, ci sono persone di cui mi fido ciecamente e con cui spero di continuare a collaborare il più a lungo possibile (Andrès Maloberti, ad esempio, che è la persona che ha curato la serie di foto dell’artwork e girato il video di “Like A Demon”). E’ inevitabile che quando esiste una condivisione di intenti e visione mi sento molto più a mio agio e libero di proporre anche scelte più azzardate.

All’interno dei tuoi brani hanno trovato spazio riferimenti alla scena rock statunitense ma anche un’insolata vena electro anni ‘80 che mai mi sarei aspettato di sentire. Cosa ti spinge sempre ad andare oltre le classiche barriere imposte da un genere?
Come scrivevo poco sopra, la contaminazione è uno dei miei primi comandamenti, è la cosa più stimolante che ci sia quando si lavora a un arrangiamento. Per me si può sempre azzardare oltre il consentito, in fondo sono solo canzoni, che c’è di male? A qualcuno piacerà e qualcun altro invece forse lo odierà, ma in fondo è così in ogni caso quindi perché stare a crucciarsi e sforzarsi a tutti i costi di essere qualcosa che non si è davvero? Quando è arrivato il momento di lavorare sul disco questo desiderio di sperimentare e avventurarsi in mondi sonori nuovi è emerso in modo molto naturale, senza nessun piano o ragionamento a priori.

Cosa ti piace maggiormente del tuo nuovo album?
Ancora una volta devo darti la stessa risposta! (ride) Sono fiero di essere riuscito a rendere uno spettro sonoro così sfaccettato e contaminato all’interno di un prodotto, però anche estremamente coeso dal punto di vista narrativo e della scrittura. Per me oggi come oggi “May” è il disco della vita e sento che l’obiettivo che avevo in mente è stato raggiunto in pieno.

La tua personalità esce forte in “May”, ci sono situazioni commoventi, altre allegre e spensierate, un mix di sentimenti e sensazioni insomma. Con quale mood mentale hai scritto i brani di “May” e quale senti più tuo a livello mentale?
E’ quasi impossibile dirlo, perché i pezzi del disco sono nati in un arco di tempo molto lungo e quindi in situazioni emotive e condizioni di scrittura anche opposte tra loro. E questo credo si senta in modo chiaro nel disco, c’è una dicotomia sia nelle liriche (e di conseguenza anche nei suoni) tra un mood più intimo, malinconico e carico di rabbia e un altro più speranzoso, ottimista, che invita a lasciarsi andare e a non mollare mai. e rappresenta un po’ quelle che sono le due facce del mio carattere.

L’interazione col pubblico è da sempre un tuo motivo d’orgoglio, non a caso a breve sarai alle prese con un tour italiano che ti porterà lontano da casa per due mesi. Come ci si prepara a un così lungo periodo da vagabondo in giro per lo Stivale?
Purtroppo temo di non avere una risposta esaustiva a questa domanda! (ride) Anche io non l’ho ancora capito bene, nonostante ormai sia costantemente in giro a suonare ininterrottamente da due anni. Sicuramente rispetto a prima ora sono molto più attento a trovare la scaletta giusta, a provare in modo più dettagliato il set, che col tempo è continuato (e continua) a cambiare costantemente. Fatto questo non mi resta che salire in macchina il giorno del concerto, mettere in moto e lasciare che il rock’n’roll faccia il suo corso.

Cosa ha ottenuto e cosa spera di ottenere Federico Pagani da un disco come “May”?
Ti confesso che non mi sono mai posto questa domanda. L’istinto trainante durante il lavoro sul disco era prima di tutto il bisogno vitale di mettere nero su bianco queste canzoni, questi arrangiamenti… Non c’era uno sguardo in avanti ma solo un “qui e adesso”. Ora che è uscito potrei dire che spero che possa entrare nelle vite delle altre persone, che riescano a farlo diventare il “loro” disco, che diventi la colonna sonora dei loro momenti importanti o meno e che abbiano voglia di condividere e cantare con me queste canzoni durante i concerti.

https://www.facebook.com/An.Harbor/

Condividi questo articolo

Lascia un commento

Lascia questi due campi così come sono: