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Amarone in Jazz

Recensioni Concerti



30 Seconds to Mars – Milano – 22/03/2010

Recensione di Eleonora Piazzi

Più che di un concerto, stavolta si può parlare di un vero e proprio show. Allo spegnimento delle luci gli Street Drum Corps si sono presentati subito al meglio delle loro capacità, suonando con i volti imbavagliati tre bidoni della spazzatura, tirando fuori della musica semplicemente eccezionale. Hanno energia, bravura e ritmo da vendere questi cinque ragazzi californiani, in grado di fare musica con qualsiasi cosa, dai bidoni della spazzatura ai fusti vuoti di birra. Il pezzo più bello è stato indubbiamente  “I miss you”, una canzone melodica ma molto intensa che farà parte del nuovo album in uscita tra breve, il perfetto finale dei precedenti pezzi di puro stampo punk- rock californiano, di quelli che ti fanno sempre e solo pensare a giornate di sole al mare.
Un po’ più fredda è stata l’accoglienza per il secondo gruppo di supporto, i danesi Carpark North, visto anche il loro genere maggiormente paragonabile al più intellettuale brit pop che non al punk casinista dei garage universitari, anche se questo gruppo esordiente ha dimostrato di avere talento e buone capacità musicali, di tenere il palco e il pubblico in modo adeguato, anche se purtroppo non si trovavano nel contesto ideale per essere apprezzati appieno.
Eccezionale l’arrivo dei 30 seconds to Mars, il cui arrivo è stato ovviamente preannunciato dal solito telone che copre il palco, su cui sono state proiettate le ombre di Jared and co. da potenti fari che hanno illuminato tutta la serata. Alla caduta del telone  nero che li copriva, gli Street Drum Corps sono venuti alla ribalta sventolando grandi bandiere bianche, mentre Jared e soci si lanciavano in una performance eccezionale di “Night of the hunter”. Shannon, finalmente alla ribalta nel nuovo tour, e non più costretto con la sua batteria in posizione defilata dietro al fratello, seppure sul suo solito trespolo, è stato promosso alla sinistra di Jared, a scapito però del povero Tim, il bassista che non ha mai preso ufficialmente il posto di Matt (attualmente nelle schiere degli AVA con Tom DeLonge), e che è stato retrocesso in seconda fila, con qualche sporadica e non sempre apprezzata incursione alla ribalta.
Purtroppo non è stato fatto nessun pezzo del primo album, anche se sono stati scelti i pezzi migliori di A beautiful lie, il secondo album, e ovviamente  This is war, il terzo lavoro, a cui è stata aggiunta l’inedita “Revenge”, riproposta in versione acustica. Sempre a proposito di acustiche, la sessione unplugged è stata stupefacente, fatta proprio dagli spalti del Palasharp, in mezzo alla folla, memorabile il commento di Jared “Damn I’m surrounded by italians!” che ovviamente ha scatenato una potente risata collettiva. Vedere di nuovo questo cantante, molto spesso così schivo rispetto alla folla, in mezzo al suo pubblico è stato davvero incredibile, così come è stata incredibile la calma delle tribune, forse troppo attonite dalla sua presenza tra di loro per capire cosa stesse realmente accadendo.
Il colpo di grazia credo sia stato dato alla fine, quando Mr Leto ha chiamato a raccolta un discreto numero di fan sul palco, per concludere con il primo singolo del nuovo album “Kings and Queens”, a cui hanno partecipato anche gli Street Drum Corps, chiudendo il concerto in una sorta di grande abbraccio collettivo.
Particolarmente interessante si è rivelato il concorso per videomaker indetto dagli stessi Mars, i quali hanno dato la possibilità a due registi in erba di cimentarsi con le riprese live del concerto, riprese che finiranno nel DVD in lavorazione di prossima uscita. Alcune delle immagini che i ragazzi stavano registrando erano proiettate direttamente sul megaschermo alle spalle della band, alternato ad alcuni video storici, riproposti proprio in concomitanza con l’esecuzione delle canzoni stesse. L’effetto è stato molto scenico e al tempo stesso quasi surreale, perché vedere Shannon ripreso dall’alto mentre ce l’hai di fronte ha la capacità di farti girare la testa.
Insomma, per una volta un concerto dei Mars si è trasformato in un vero e proprio spettacolo di intrattenimento, piacevole, coinvolgente e ben orchestrato, invece che il solito momento di autocompiacimento del cantante.



Calibro 35 – Verona – 31/03/2010

Indossate i vostri occhiali scuri e tirate fuori dalla naftalina i pantaloni a zampa di vostro padre. Questi sono due requisiti necessari per poter fare quel balzo indietro di trent’anni, come neanche sentirlo.
Siete pronti per la rapina? L’adrenalina sale al passo con la ritmica pulsante del drumming di Fabio Rondanini e viene amplificata all’ennesima potenza dei riff funk della chitarra, dal basso martellante e spiritato,  e dai passaggi acid jazz delle tastiere del poliedrico Enrico Gabrielli.
Il calibro 35 per le armi non esiste, rimane quindi incastonato nella trama ideale di un film poliziesco, proprio come le loro colonne sonore, che attingono ai grandi classici come “La morte accarezza mezzanotte” di Gianni Ferrio, “Milano Odia” di Ennio Morricone e “Il Consigliori” di Riz Ortolani, per citarne solo alcuni.
I Calibro 35 invece esistono eccome ed esplodono di perfezionismo esecutivo, di guizzi potenti che lasciano un’impronta personale nella loro musica prettamente strumentale e li distanziano dall’essere un gruppo esecutore di cover. Sinceramente, anche fosse, lo farebbero così bene e con un piglio così intuitivamente geniale, che non peserebbe affatto.
Questo “supergruppo” è del resto composto da musicisti che già collaboravano con artisti come Niccolò Fabi, Mariposa, Eugenio Finardi e Afterhours, uniti dalla fortunata mente del noto prodotture Tommaso Colliva. Questo va detto perchè in questo modo si coglie maggiormente la cura dei dettagli, dei suoni fantastici, dell’uso di svariati strumenti (oltre a batteria, pianoforte elettrico, organo, basso e chitarra sono stati suonati anche il flauto traverso, il sax, cembalo e xilofono), che danno un impatto quasi orchestrale all’esecuzione dei pezzi.
L’approccio fortemente improvvisativo, da lussuosa jam session metropolitana, crea una sorta di energia statica, che si consuma in pochi minuti, per poi rinnovarsi sotto altra forma e temperatura, come delle ruote di un binario che si modellano a seconda del calore e del peso, ma che sanno sempre esattamente dove andare.
I Calibro 35 non raccontano solamente di rapine a mano armata e spari nella notte cittadina, ma indossano il passamontagna e con il loro incedere sicuro riportano in vita i fasti dell’era d’oro delle colonne sonore italiane, rivestendole di nuovo, digrignando i denti, scuotendo la testa, sbattendo i piedi per terra e sorridendo sornioni.
Sempre bravissimi.



Om – Verona – 30/01/2010

So di gente che al concerto si è annoiata a morte, chi dopo pochi pezzi è uscito infastidito dai suoni troppo alti, chi è rimasto senza parole e chi è rimasto totalmente indifferente di fronte agli Om.
Io non sono tra questi. A me il concerto è piaciuto e tanto, a partire dall’apertura sconvolgente di Lichens (aka Rob Lowe), cantante e bassista dei 90 Day Men, che ha traghettato dolcemente e lentemente il pubblico verso il giusto stato d’animo.
Lo stesso Lichens è poi rimasto sul palco con gli Om, in veste di ipnotizzante cembalista e cantante, in grado di emettere dalla gola note e scale pulite e dritte come dei binari. Anche grazie alla sua magnetica presenza, posso dire che gli Om sono stati straordinari. Chi ha seguito tutto il loro percorso, partendo magari dall’ascolto degli Sleep, potrà apprezzare tutta l’evoluzione di questa band, che ha perso il precedente batterista Chris Hakius, ma ha guadagnato Emil Amos. Quest’ultimo ha fatto sì che l’ultimo lavoro del gruppo californiano, “God is Good”, abbia delle influenze sotterranee dei Grails, sua precedente band.
Il binomio basso-batteria in versione live ha riportato ad uno stato primitivo e grezzo i pezzi. Il basso aveva delle frequenze così alte che si schiacciavano addosso al costato e in un vortice ipnotico si incastravano con la voce di Cisneros e la batteria di Amos, new entry del gruppo californiano. Gli inserti di batteria si sono rivelati utili nel donare sfumature decise e cambi di registro, che erano forse rilegati precedentemente nei brani più “heavy”.
Chi già conosce gli Om sa bene che si è avvolti da riff mantrici dal sapore etnico, ripetuti allo sfinimento con voce mono-tono da santone consumato. L’Om del resto è considerato il suono primordiale che ha dato origine alla creazione, la quale viene vista come manifestazione stessa di questo suono. Al Cisneros si fa quindi portatore rock del mantra più sacro.
Tribalismi, trance, spiritualità tattile, trascendentale downtempo, delirio artistico controllato e psichedelia: ecco cosa sono gli Om live.



Ludovico Einaudi – Verona – 01/12/2009

ludovico einaudi liveUn’entrata in punta di piedi, nella penombra, ha sancito l’inizio dell’ascolto (o forse meglio dire lettura) di “Nightbook”, l’ultima opera di Ludovico Einaudi.
Un ingresso lieve, nascosto dagli abiti scuri, all’eleganza del Teatro Filarmonico, che ha fatto da splendida cornice al concerto.
Non ci si può far ingannare però dall’impostazione “classica” della serata, poichè uno dei grandi pregi di Einaudi è proprio sapere coniugare una visione della musica alta e nobile con un’impronta moderna e ad ampio raggio.
Facile notare tra il pubblico persone di tutte le età, segno che quando la musica è coinvolgente, toccante e soprattutto splendidamente suonata, non ci sono barriere d’età, cultura o di moda che tengano.
Che i brani fossero magistralmente suonati l’ho già detto, ma nell’aria c’era qualcosa in più, un filo invisibile che collegava “Nightbook” e il suo accento “onomatopeico” alla cura dei dettagli: il fruscio, tutto ciò che riempiva e completava il sottofondo. Questo è quello che vorrei sempre avere da un concerto, la sensazione tattile di ciò che l’artista vuole esprimere, un fermo immagine costante ma mutevole.
Tutto questo è stato aiutato dalla scelta di una scaletta estremamente indovinata, dinamica, che ha previsto la presenza nella maggior parte dei brani dei musicisti, alternata a parti soliste, che hanno saputo donare diversi tipi di pathos, da momenti corali e coinvolgenti e quelli più intimisti.
La particolare scelta di inserire il synth, violino, chitarra, basso, viola, tamburo, xilophono, glockenspiel, togliendo la batteria si è rivelata essere un raffinato modo per veicolare il suono in modo sinuoso ed originale.
La sinergia tra Einaudi ed i suoi musicisti è forte, tale da farsi “contaminare” vicendevolmente, da rendere al meglio (con cuore e talento) un’esecuzione già in partenza impeccabile.
Se questa prima tappa italiana del tour europeo è per lui “un ritorno a casa”, lo è stato anche per me, poichè il suo entusiasmo è riuscito ad arrivare a me (e a chi probabilmente era presente ieri sera) senza filtro alcuno, sorprendendo in punta di piedi.



Eastpak Antidote Tour – Milano – 02/11/09

eastpak antidote tourIl tanto atteso carrozzone dell’Eastpak Antidote Tour sbarca in una Milano dai tipici tratti somatici autunnali di un lunedì che mai nella storia è stato il giorno designato per un concerto. Ma oggi si fa un’eccezione, oggi abbiamo fra le mani un bill di tutto rispetto costituito da pietre miliari e band affermate, da nuove leve e futuri rappresentanti della scena, gruppi per i quali converrebbe anche farsi una scampagnata a piedi nudi in un campo innevato per goderseli. Non sappiamo quanto abbia giovato il fatto che la serata è stata spostata dal Muscidrome all’Alcatraz di Via Valtellina, sappiamo però che il risultato acustico nel corso dell’evento è stato a dir tanto sufficiente. Per chi come me ha sudato e gridato sotto il palco per 3/4 del tempo, avrà riscosso l’enorme differenza nel seguire il tutto dal “soppalco” del locale, dove il sound era quasi inaccettabile. Un elemento che ha sicuramente influenzato negativamente la prova dei Mainline, rappresentanti del belpaese e pronti a ben figurare per quell’Italia ormai in crisi di idee e proposte valide internazionalemnte parlando. I torinesi se la cavano comunque alla grande, sono dotati di personalità e esperienza da vendere, anche se il loro prog hardcore di matrice Misery Signals non ssembra scaldare il poco pubblico fin li presente. Peccato perchè questi validissimi ragazzi meriterebbero maggiori attenzioni di quante altre band di casa nostra hanno. Il cartellone ufficiale si apre con i The Ghost Of A Thousand, band del calderone Epitaph che ha recentemente pubblicato lo spettacolare “New Hopes New Demonstrations”. Essendo stati tra i primi mescolatori di rock’n'roll e hardcore nel mondo, c’è molta curiosità di come reagiscano ad un nuova realtà come quella italiana. La setlist è quasi interamente dedicata all’ultimo lavoro, forse piu’ conosciuto da noi, e i fans di This Is Where The Fire Begins come il sottoscritto, rimangono un po’ a bocca asciutta nel non sentire brani come “Bored of Math” o “New Toy”. Grande prova, soprattutto del frontman Tom, che si getta nel pit piu’ e piu’ volte per scatenare il freddo gruppo di sostenitori, organizzando un wall of death (ben riuscito) e scatenandosi nel pogo, da buon punkers quale è. Non mi aspettavo così tanto entusiasmo invece per i Four Year Strong. I pop punkers di Boston sfornano un intensa scaletta basata su quelle perla quale è Rise Or Die Trying, evidenziando gli elementi migliori, entusiasmando anche coloro storcevano il naso prima che O’Connor & co. salissero sul palco. Persiste il dubbio di che ruolo il tastierista ricopre, la cui assistenza musicale è marginale. Il top è stato il double finale “Maniac” + “Heroes Get Remembered…” con lo scatenante circle pit e il corale TEAM UP! TEAM UP!, importante quanto uno scambio di mano ad una funzione religiosa e sul quale tutti siamo diventati un po’ piu’ amici. Un intro horror, degno del maestro Dario Argento, accompagna chi davvero è ultra atteso da tutti:gli AlexisOnFire.
I canadesi sono tornati da noi dopo 3 anni e sono saliti sul palco schiaffeggiando il pubblico con “Drunks,Lovers,Sinners and Saints”, con conseguente reazione a catena del pubblico e inizio di deliri e crowd surfing. Si va dalle vecchie “Waterwings” e “No Transitory”, a quelle avute dal capolavoro Crisis come “We Are The Sound”, “Boiled Frogs” e la hit “This Could Be Anywhere In The World”. Pettit è tanto sudato quanto carico, McNeill e l’epilettico Steele rendono sempre di piu’ come impatto scenico, mentre Green sembra essere una voce fuori dal coro. Non perchè pecchi con la sua voce, anzi, ma perchè sembra poco partecipe allo show, non emettendo neanche un verso che non sia di una canzone tramite il microfono nè interagendo con tanti e soprattutto le tante girls arrivate per ammirare il, non so poi quanto, bel Dallas. La conclusiva “Accidents” è stata uno dei momenti topici della mia vita da concerti e vedere Pettit sollevato sulle teste delle persone quanto Gesu’ Cristo camminare sul lago di Tiberiade ti puo’ solo riempire di gioia nell’intendere quanto gli AOF abbiano ancora quell’attitudine che mai è mancata e a tanti è invidiata. INIMITABILI.
Tempo di fumarmi una sigaretta e constatare dalla polizia che il mio cellulare rubato (TI AUGURO TUTTO IL MALE DELLA VITA) non è stato ritrovato, che è il turno dell’ultima band, gli Anti-Flag. Headliner in Europa ma non in Inghilterra, i punk di Pittsburgh sono accolti carolosamente e si capisce perchè da noi siano gli attori principali. Senza lasciar respiro, tra una canzone e il solito comizio antitutto, la band di Justin Sane si conferma ultima portabandiera del punk-rock a stelle e strisce che tanto ha fatto bene a noi ventenni, mostrando la grande forza d’impatto che hanno sui giovani che vogliono cambiare il mondo. Chris#2 è il solito animale e trascinatore, ma alla lunga la frittata diventa insipida e già mangiata. Chicca del loro show è la cover dei Clash “Should I Stay,Should I Go”, da sempre unica e dichiarata influenza della band. Abbandono l’Alcatraz con la consapevolezza di non avere piu’ un cellulare e di poter affermare che stasera nessuno ha vinto, nessuno è arrivato dopo nè ha sfigurato, nessuno ha perso. Se non coloro che se ne sono stati a casa piuttosto che assistere a uno dei migliori concerti di sempre.



Raised Fist+Deez Nuts+Endwell – Mezzago (MI) – 24/10/09

raised fist concertoÉ un Bloom di Mezzago degno delle grandi occasioni quello che si propone come contesto dell’unica data italiana dei Raised Fist, la storica band svedese che torna in Italia per promuovere il suo ultimo lavoro “Veil of Ignorance” (parola molto usata quest’anno fra le band hardcore, nda).
La notte è freddissima, quasi degna della taiga scandinava e dopo un giro di saluti ad amici e conoscenti, ci si getta subito nell’afoso ed irrespirabile locale, tra un giro al merch e una bibita rinvigorente, ma la coda alla cassa è senza fine e decido di rivolgere la mia attenzione allo show che sta per iniziare. Ad aprire le danze sono i new yorker Endwell, che di certo non fanno fare una bella figura alla città patria dell’ hardcore. A tratti fuori tempo e decisamente troppo statici durante tutto il loro set, i cinque americani appaiono monotoni e inconcludenti e laddove la fantasia manca, ecco comparire come d’incanto l’ormai (ahimè) immancabile stacco breakdown, sempre piu’ visto come un muro dietro al quale rifugiarsi. Pochi sono i loro sostenitori, che debbono pero’ abbandonare la loro foga data la noiosità che gli Endwell trasmettono durante il loro live. BOCCIATI SENZA ATTENUANTI.
Passano 20 minuti ed ecco apparire gli australiani Deez Nuts, che fautori del mescolamento fra hip hop e hardcore si credono portabandiera di qualcosa di nuovo che poi cosi nuovo non è. L’opener “There’s No Tomorrow” sembrerebbe il preludio ad un set concitato e dall’anima party, ma ben presto mi accorgo che la pragmaticità dei quattro porta il tuttuno a variare l’idea che mi ero fatto dopo aver ascoltato in questi mesi il godibilissimo Stay True. Impatto sotto le attese, con il cantante J.J. Peters che sembra l’anima di Biggie Small intrappolata nel corpo di un surfista, e tanti pezzi fra i piu’ riconducibili a loro evitati, come il singolo “I Hustle Everyday”. La fiducia è ancora tanta e dato che dappertutto impazzano, li rimando alla prossima occasione. RIMANDATI.
Ed eccoci ai tanto attesi Raised Fist. Hanno appena perso il loro ultimo dei tanti  batteristi, ora in coma dopo un incidente (we don’t know if he ll go to heaven or down the ground dice il cantante Alexander) e la cosa salta subito all’orecchio. Dietro le pelli c’è ora l’ex Dark Funeral Matte Modin che spara all’impazzata per tutta l’ora di concerto come una saetta, pensando forse di suonare ancora con il vecchio gruppo. A mio giudizio una scelta molto piu’ ponderabilissima, in quanto il sound “sballa” toccando picchi di cacofonicità. Beh, c’è comunque da dire che l’acustica del Bloom non è quella dell’Apollo Theatre di Londra, ma lo stesso non mi è parsa nemmeno cosi pessima come molta gente mi ha fatto notare. La setlist sorvola tutta la storia della band, incentrandosi sugli ultimi due lavori “The Sound of Republic” e “Veil of Ignorance”, ma loro sembrano non essere invecchiati affatto. Salti, sputi, sudore e passione al servizio dei fans, cinque macchine da guerra che non necessitano di breakdown. Non mi hanno mai entusiasmato nè lo sono diventato ora, ma devo ammettere che molte band debbano ricredersi sul fatto di essere “in your face” e prendere qualche lezione di svedese per farsi spiegare un domani come faranno a sopravvivere alle ondate di stili e generi ai quali i Raised Fist sono sempre resistiti e hanno sempre mostrato di potersela cavare a occhi chiusi. PROMOSSI.



This Is Hell – Lucinico (Go) – 25/09/09

this is hellGiunge alla terza edizione la Stay Rad! Night, uno dei freschi eventi hardcore al Pieffe Factory. Dopo aver ospitato Terror e Carpathian nelle prime due edizioni, il piatto succulento di questa terza serata sono i new yorkesi This Is Hell. Ma andiamo con ordine.
Ad aprire la serata ci pensano i friulani No Reason, gruppo attivo dal 2003 che ha visto diversi cambiamenti di formazione e soprattutto nuove direzioni musicali. Dal nu metal degli esordi si è passati ad un metalcore compatto di stampo moderno, con accelerazioni swedish metal abbinate a tanti breakdown che non mancano di provocare movimento e headbanging sotto il palco. La scaletta è totalmente incentrata sui brani dell’ep d’esordio “Live In Ignorance”, e la voce di Alice continua a soprendere sempre di più, dimostrandosi il valore aggiunto del gruppo.
A seguire i Dine In Hell, giovane quintetto di Ravenna, autori di un metalcore molto compatto e potente. I pezzi risultano un po’ derivativi, con echi che rimandano a Parkway Drive e gruppi affini, ma il gruppo dimostra comunque una discreta personalità destinata a crescere con l’accumulo di esperienza. Anche per loro la scaletta è incentrata sui brani del loro ep d’esordio “Bites Of Time”. Una buona esibizione, anche se in un contesto diverso avrebbero avuto maggior risalto.
Tempo di un rapido cambio palco e ci troviamo di fronte ad uno dei due gruppi portanti della serata, i canadesi Grave Maker. L’impatto è devastante, il quartetto picchia duro con bordate potentissime di hardcore, provocando le prime avvisaglie di mosh e stage diving. Il gruppo si diverte e diverte, con una capacità incredibile di coinvolgere i presenti, segno di maturità ed esperienza accumulata in numerosi tour. La scaletta pesca a piene mani dalla loro discografia, principalmente dall’album “Bury Me At Sea” e regalando anche una chicca dall’ ep “Home Is Where The Heartache Is”, in uscita nelle prossime settimane. Un’esibizione veramente da applausi.
A seguire, gli headliner della serata, ovvero i This Is Hell da Long Island, NY. Il gruppo sale sul palco proponendo “Among The Living” degli Anthrax come intro, ma è con le successive “Prelude” e “Permanence” che inizia il massacro sotto il palco. La scaletta prosegue con brani come “The Search”, “Warbirds” e “Worship Syndrome”, dal loro recente ep “Warbirds”, assieme a classici dei loro precedenti lavori, come “Reckless”, “The Polygraph Cheaters” e “Broken Teeth” e una cover dei Cro Mags come bis.
Che dire? Il gruppo ha sfornato una prestazione grandiosa, segno anche di un’esperienza che li ha portati a ritagliarsi un posto non indifferente nella scena hardcore mondiale. Buona la prova vocale di Travis, grandioso Rick alla chitarra, potentissima la sezione ritimica composta da Andrew e Benny dei Dead Swans. E tanto tanto coinvolgimento.
Il pubblico risponde alla grande, finendo esausto e sudato, ma con la consapevolezza di aver assistito ad un grande show.
Un gran bel concerto che testimonia ancora una volta come il Pieffe Factory stia diventando uno dei locali di maggiore spessore – come qualità e proposta – a livello nazionale.



Bouncing Souls – Lucinico (Go) – 05/09/09

Primo concerto della nuova stagione al Pieffe Factory e subito un gruppone: i Bouncing Souls. In tour per festeggiare i 20 anni di attività, il quartetto newyorkese fa tappa nella piccola Lucinico (Go), per regalare ai prensenti oltre un’ora di energico punk rock melodico, veloce, coinvolgente.
Causa defezione del gruppo spalla, gli sloveni Golliwog, i nostri si fanno aspettare, ma quando salgono sul palco è subito un tripudio. L’attacco con “True Believers”, “East Coast, Fuck You!” e “Say Anything” scalda e gasa la platea, scatenando movimento sotto il palco ed energici singalongs. Seguono canzoni classiche come “Kid”, “That Song”, “The Something Special”, fino a quando, dopo una breve pausa, il gruppo diventa una cover band: interessante “Hybrid Moments” (The Misfits), scolastiche “I Wanna Be Sedated” (The Ramones) e “White Wedding” (Billy Idol), ma è la cover di “Just Like Heaven” (The Cure) a sorprendere per scelta e bravura di esecuzione, strappando non pochi applausi.
Tempo di un’altra breve pausa e tornano sul repertorio classico e quello recente: scivolano via tra cori e singalongs “Cracked”, “Wish Me Well (You Can Go To Hell)”, “The Gold Song”, “Private Radio”, “Sing Along Forever”, “The Ballad Of Johnny X”, “Hopless Romantic”, “I Like Your Mum” e la mitica “Kate Is Great”.
Un bel concerto sicuramente, coinvolgente e nostalgico. Certo non ci si poteva aspettare la grinta degli anni migliori, ma il gruppo ha fatto la sua buona figura. E il pubblico ha gradito rispondendo calorosamente. Personalmente mi ha strappato un sorriso, facendomi tornare adolescente per una serata, con tutte le memorie annesse.
Chissà se a quel tempo mi sarei mai aspettato di potermeli vedere in un ambiete così intimo di cui mi sento ogni giorno sempre più parte.
Ad ogni modo gran bel concerto. E lunga vita al Pieffe Factory.



The Get Up Kids – Bologna – 30/08/09

Penso che pochi credessero in un evento simile. Penso che quasi nessuno avrebbe scommesso sulla possibilità di rivederli dopo lo scioglimento del 2005. Ma si sa, la vita è imprevedibile, guai se non fosse così. E questo pazzo 2009 è riuscito a regalarmi, dopo i Faith No More, anche i The Get Up Kids.
Troppi i ricordi legati al gruppo, ancora aperta la ferita per la defezione all’Indipendent Days Festival del 2002. E in mezzo tanti ricordi di vita tardoadolescenziale, di testi scritti sui diari, di testi imparati a memoria e quel “Something To Write Home About” che mi ha “rovinato” la vita.
Certo avrei preferito vederli in una location diversa, magari un posto più piccolo, più intimo. Ma al cuore non si comanda, quindi il posto del concerto passa decisamente in secondo piano. La tipologia di pubblico è decisamente variegata, dai nostalgici alle nuove leve, fino a qualche modaiolo che ha sentito il dovere di presenziare per l’hype dell’evento. Poco importa, si va oltre anche a questo, concedendosi solo a vibrazioni positive, lontano da polemiche inutili e velleitarie.
Ma andiamo con ordine. Ad aprire la serata ci sono i The Briggs, gruppo statunitense dedito ad un punk rock energico con venature melodiche, direttamente dal roster della SideOneDummy Records. Il loro set è gradevole e scorre via facilmente, anche se penso che in un altro contesto la gente avrebbe vissuto l’esibizione diversamente, anche perchè la domanda generale che sarà passata per la testa di gran parte dei presenti dev’essere stata: “Perchè hanno messo questi ad aprire i Get Up Kids?” e con premesse simili il pubblico era più ansioso che l’esibizione finisse presto piuttosto che stare a godersela.
A seguire, ovviamente loro. Fa tenerezza vederli sul palco un po’ invecchiati e un po’ appesantiti dall’età, segno che gli anni passano per tutti. Ma si sa, la loro essenza sta tutta nella loro musica e quindi via con il trittico da infarto “Holiday”, “I’m A Loner Dottie, A Rebel” e “Valentine”. Pelle d’oca, singalong e flashback di ricordi vari. Scene che ti sei sempre sognato e finalmente le vivi in carne ed ossa. E in quel momento capisci che, nonostante l’età, anche per loro il tempo si è fermato. La grinta con cui suonano, i sorrisi, l’energia, come se fossero tornati di colpo ventenni. E sono brividi su brividi. Il resto lo fanno la magia delle canzoni e i singalong del pubblico.
E scorrono via pezzi immortali come “The One You Want”, “Woodson”, “Campfire Kansas”, “Mass Pyke”, “Red Letter Day”, “Coming clean”, “My Apology”, “Action & “Action” prima del bis con “Out Of Reach”, “Close To Me” (cover dei The Cure), “Beer For Breakfast” (cover dei The Replacements) e “Ten Minutes”. In mezzo anche spazio per due brani inediti, forse il punto più debole dell’esibizione, ma anche un saggio di quello che forse sarà. La gente però non è lì per questo.
La gente è lì per fare i conti con il proprio passato. Per vivere la magia di canzoni e album con cui sono cresciuti. E devo dire che la serata da questo punto di vista è riuscitissima. Un’ora e mezza in cui il tempo si è fermato per tutti, gruppo e pubblico.
Ora voglio che l’imprevedibilità della vita mi regali anche le reunion di At The Drive In e Refused. Poi posso vivere in pace il resto dei miei giorni, ma per il momento va bene così. E vesto con fierezza il cappottino di pelle d’oca che i Get Up Kids mi hanno gentilmente regalato.



Goose Festival – Zevio (VR) – 7,8,9/08/2009

Il Goose Festival è un festival di tre giorni, tenutosi a Zevio (VR) il 7, 8 e 9 agosto. L’associazione organizzatrice, Helios, ha fatto un buon lavoro di selezione dei gruppi, pur prediligendo quelli nelle vicinanze di Verona.
La prima serata si è aperta con il gruppo padovano Nicker Hill Orchestra, che ha offerto una scaletta interessante, incentrata sul post-rock strumentale (tranne qualche incerto inserto vocale). I Nicker Hill Orchestra si sono rivelati potenti quanto riflessivi.
A seguire la band veronese Nexus, col suo garage-rock energico e coinvolgente. Pur essendo senza cantante, il gruppo ha suonato senza incertezze, pur rimanendo legati al solito genere che lo ha da sempre contraddistinto. Buona performance, ma nulla di nuovo.
Una positiva sorpresa sono stati i bresciani Aucan, che con il loro avant-rock tra il minimalista e l’elettronica spinta ha saputo stupire. Chitarre potenti e synth sono stati i veri motori del concerto, che mi ha lasciato addosso la voglia di scoprire e conoscere meglio la band, in quanto è veramente una ventata di sana innovazione. Finalmente qualcuno che osa col rock e osa bene!
Sabato sera invece, era interamente dedicato al metal. Ad aprire le danze gli Acheode, quintetto veronese. Nonostante la giovane età la band ha buona padronaza degli strumenti e il loro death metal con elementi “core”, seppur non originale, scorre senza sbavature tecniche. Le uniche pecche possono essere individuate nel cantato “pulito”, abbastanza debole, e nella tenuta palco, un po’ troppo timida, ma avendo dalla loro la giovane età sono difetti che verranno limati col tempo e con l’esperienza.
Decisamente più in palla rispetto agli Acheode, il gruppo veronese Vehement. Forti di un imminente debutto su etichetta nei prossimi mesi, regala al pubblico del Goose Festival un’esibizione infuocata e a tratti divertente a base di thrash metal rivisto in chiave moderna. La tenuta palco è sempre viva e quantomeno coinvolgente, almeno a vedere la gente delle prime linee, ma alla lunga il suono si fa monotono e a tratti irritante.
Gli headliner della serata erano invece i Cadaveria. Forti di una carriera quasi decennale e acclamati dal pubblico presente, forniscono un’esibizione senza infamia e senza lode, con il black metal degli inizi che ha fatto spazio a un rock metal a mio avviso privo di impatto.
Per l’ultima serata sono stati scelti tre gruppi particolari e forti nel loro genere, col cantato in italiano. Gli Eroi, duo bresciano, sanno spiazzare a causa del suono grezzo e diretto, loro pregio e limite.
Gli Elettrofandango hanno invece proposto una performance quantomeno particolare. Il loro genere, definito “rock torcibudella”, mischiato a videoproiezioni forti e d’impatto, ha sortito un effetto graffiante, aggressivo e pesante per la sua voluta complessità.
A chiudere in bellezza il festival ci ha pensato Giorgio Canali e i Rossofuoco, che hanno proposto una scaletta coinvolgente ed entusiasmante, che ha saputo far emergere la verve dell’intero gruppo, il suo rock sanguigno e i preziosi testi.
Tirando le somme, il Goose Festival ha saputo migliorarsi in qualità e diventare uno dei festival rock veneti da tenere d’occhio.