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	<title>Sound Magazine &#187; Recensioni Concerti</title>
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	<description>Il magazine della musica</description>
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		<title>Pj Harvey &#8211; State Theatre, Sydney &#8211; 19/01/2012</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Jan 2012 13:03:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Valentina Zardini</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<img src="http://www.soundmagazine.it/wp-content/blogs.dir/1/files/2012/01/PJ-Harvey-Sydney-Festival-8-150x150.jpg" alt="" width="54" height="54" />L’intero concerto di Pj Harvey é uno statement politico. Ad iniziare dal suo copricapo, continuando con il suo vestito a lutto, e il susseguirsi delle canzoni senza intermezzi parlati.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><em>Recensione di Francesca Piazzi</em></strong></p>
<p><img class="alignleft size-medium wp-image-30085" style="margin: 5px" src="http://www.soundmagazine.it/wp-content/blogs.dir/1/files/2012/01/PJ-Harvey-Sydney-Festival-8-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" align="left" />Pj Harvey sale sul palco dello <strong>State Theatre</strong> alle 8.10pm. Dietro di lei la segue la sua band. Non ha gruppo di supporto ad aprire il concerto. É la sua seconda data a Sydney, ieri sera la prima, entrambe apparizioni di punta dell’annuale Sydney festival, che fa risplendere la cittá di poesia, teatro e musica.</p>
<p>L’intero concerto di Pj Harvey é uno statement politico. Ad iniziare dal suo copricapo, continuando con il suo vestito a lutto, e il susseguirsi delle canzoni senza intermezzi parlati. L’intero concerto il suo canto all’Inghilterra, la sua Inghilterra, amata &#8211; e le sue scelte politicamente sconsiderate. L’ultimo album<strong><em> Let England Shake</em></strong> parla di guerra e di patria&#8230; Pj Harvey e la sua band eseguono tutto l’album dall’inizio alla fine, cantando e suonando della guerra in Afghanistan, dei soldati mandati a morte in terre straniere, di bambini orfani lasciati in patria, dell’odore dei canti di battaglia, dei rapporti politici tra Inghilterra, America e Nazioni Unite &#8211; rapporti rimossi da un qualunque senso di cosa sia la realtá. Cantano delle trincee, e della responsabilitá civile che una nazione non puó mancare di onorare ai suoi cittadini. Mentre Pj Harvey canta tutto questo, trapela l’amor di patria, e il senso d’appartenenza all’ isola regina, ma anche un’immensa tristezza, che a volte si trasforma in delusione, a volte lascia spazio alla rabbia, e forte di indignazione.<br />
C’é quasi un senso di teatralitá nel modo in cui la piccola e riservata Polly Jean entra ed esce dagli spazi bui, lasciati in ombra dalle luci fredde del palco. Tutto &#8211; anche la scelta del bellissimo State Theatre, vecchio teatro cittadino che risuona di Francia e Art Nouveau &#8211; veicola una drammaticitá voluta che amplifica il messaggio delle canzoni.</p>
<p>Il concerto si conclude con qualche pezzo vecchio, <em>Down by the Water</em>, <em>C’Mon Billy</em> e una canzone in cui la menestrella abbraccia un’ autoharp e prega l’oscuritá di coprirla, e proteggerla. Come se il mondo a volte fosse troppo da sostenere. Ma anche capace di contenere e amplificare la voce e il messaggio di questa donna, dedita all’arte, e al suo paese.</p>
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		<title>Aucan &#8211; Sommacampagna (VR) &#8211; 09/12/2011</title>
		<link>http://www.soundmagazine.it/blog/2011/12/13/aucan-sommacampagna-vr-09122011/</link>
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		<pubDate>Tue, 13 Dec 2011 15:53:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Valentina Zardini</dc:creator>
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		<description><![CDATA[ <img src="http://www.soundmagazine.it/wp-content/blogs.dir/1/files/2011/12/aucan-band1-150x150.png" alt="" width="54" height="54" />Quest'empasse tecnica ha sicuramente penalizzato il concerto, che poteva contare su dei pezzi davvero straordinari e su appunto un palco magistralmente allestito.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-29293" style="margin: 5px" src="http://www.soundmagazine.it/wp-content/blogs.dir/1/files/2011/12/aucan-band1-300x300.png" alt="" width="300" height="300" align="left" />E&#8217; da quando è uscito che il vinile di &#8220;Black Rainbow&#8221; risuona ciclicamente nel mio salotto, a tutte le ore.<br />
Immaginate quanto mi sia piaciuto e quanto io l&#8217;abbia consigliato a tutti gli amanti del dubstep e dell&#8217;elettronica fatta e maneggiata con tutti i crismi del caso.<br />
Adoro ovviamente i pezzi, ma quello che proprio ho apprezzato maggiormente è stata la cura maniacale dei suoni, la loro limpidezza, la loro nitida personalità.<br />
Sono arrivata all&#8217;Auditorium Malkovich carica quindi di altissime aspettative e da subito sono rimasta positivamente colpita dalla sontuosità del palco, allestito impeccabilmente.<br />
Il concerto inizia con dei suoni ambient cupi e quasi loop, che ti entrano in circolo da subito e ti ipnotizzano i globuli rossi. La loro entrata in scena, semi nascosta dietro i cappucci e le loro ormai famose felpe, illuminata da luci davvero scenografiche, è stata emozionante.<br />
Da lì in poi un vero e proprio &#8220;spettacolo&#8221; si è snodato per circa un&#8217;ora, senza tregua. Parlo non solo di concerto, ma bensì di performance, perchè gli Aucan non si sono limitati ad offrire la loro musica, ma l&#8217;hanno integrata e completata con dei giochi di luci veramente d&#8217;impatto.<br />
I colori, che richiamavano l&#8217;arcobaleno in copertina, venivano non solo proiettati sul palco, ma sparati dritti negli occhi del pubblico, che ha assorbito lampi luminosi nella propria retina, quasi a voler registrare gli ultimi frammenti di pezzo e combinarli con quell&#8217;intensità luminosa. Questo non è un dettaglio, ma bensì una delle colonne portanti dello spettacolo offerto dalla band bresciana, che ha fatto delle &#8220;emozioni forti&#8221; il cuore vibrante dei loro live.<br />
A proposito di cuore, di certo non si possono tralasciare le canzoni. Quei pezzi incredibili che si snodano tra dubstep, elettronica, rock e psichedelia. La maggior parte della scaletta era incentrata proprio su &#8220;Black Rainbow&#8221; e da subito noto una certa differenza tra la resa su disco e live. Certo, mica si può pretendere sia identica, però ho cominciato ad aver subito il dubbio che ci fosse qualcosa che non andava forse nell&#8217;equalizzazione. Tutti i bei suoni nitidi dei pezzi originali erano soffocati da un &#8220;pastone&#8221; senza contorni netti, con un ritorno assurdo. Talvolta il rimbombo copriva anche la voce, che usciva troppo distorta e piatta.<br />
Parlavo all&#8217;inizio di alte aspettative, infatti. Mi son quindi chiesta dov&#8217;era quella ruvidezza, quelle bastonate nello stomaco, quel fiato sospeso, le chitarre incazzate, il synth che si muove su linee ondulate&#8230;<br />
Quest&#8217;<em>empasse</em> tecnica ha sicuramente penalizzato il concerto, che poteva contare su dei pezzi davvero straordinari e su appunto un palco magistralmente allestito.<br />
La mia stima per la band rimane immutata, però spero di poterli risentire presto live per ascoltarli con dei suoni migliori, che ne esaltino la furia e il genio creativo.</p>
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		<title>Circle Fest &#8211; 27/07/11 &#8211; Lugo (Ra)</title>
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		<pubDate>Wed, 03 Aug 2011 16:57:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>michael</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.soundmagazine.it/wp-content/blogs.dir/1/files/2011/08/jeremy.png"><img class="alignnone size-thumbnail wp-image-25880" src="http://www.soundmagazine.it/wp-content/blogs.dir/1/files/2011/08/jeremy-150x150.png" alt="" width="54" height="54" /></a>Recensione del tradizionale Circle Fest che ha visto esibirsi La Dispute, Touché Amoré, Death Is Not Glamorous, Locked In e Lantern al Lughè di Lugo (Ra).]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Foto di Giulia @ Losingcontrolhasneverbeensofunny</em></p>
<p><img class="size-medium wp-image-25868  alignleft" style="margin: 5px" src="http://www.soundmagazine.it/wp-content/blogs.dir/1/files/2011/08/ding1-300x200.png" alt="" width="300" height="200" align="left" />Personalmente aspettavo questo concerto dal giorno in cui i ragazzi di Gold Events hanno annunciato la data. Tre gruppi che fanno capolino fisso nei miei ascolti, tutti insieme per un&#8217;unica data sul territorio nazionale. Un&#8217;occasione troppo ghiotta per non essere sfruttata a dovere. Non mi era mai capitato prima di mettere piede dentro al Lughè, il locale dove si è tenuto il mini festival, e in un primo momento mi ha colto un po&#8217; di diffidenza, probabilmente dovuta al fatto che il palco era decisamente alto per i miei standard, anche se nel corso del concerto la cosa è passata in secondo piano.<br />
Ma siamo qui a parlare di musica, quindi inizio spendendo un paio di parole sui gruppi nostrani che hanno aperto il concerto. I locali <strong>Lantern</strong>, a me sconosciuti fino a quel momento, sono stati una piacevole sorpresa, con il loro mix di screamo nostrano &#8211; vedi Raein, La Quiete &#8211; e hardcore vecchia scuola che se non altro un gruppo che tenta un approccio abbastanza originale al proprio suono, peccato che per la breve durata dell&#8217;esibizione e un&#8217;accoglienza piuttosto fredda da parte del pubblico che stava appeno arrivando, non hanno ottenuto il giusto consenso. A breve usciranno le prime registrazioni, quindi vi consiglio di tenerli d&#8217;occhio.<br />
Seguono i più conosciuti <strong>Locked In</strong>, autori di un hardcore solido che pur non portando niente di originale, risulta comunque compatto e ha il pregio di smuovere i presenti sotto il palco, segno che la serata stava per entrare nel suo momento migliore. Personalmente non mi dicono niente, ma si sa, gusti son gusti.<br />
Ed eccoci giunti al primo gruppo del trittico magico, ovvero i norvegesi <strong>Death Is Not Glamorous</strong> (foto 1). Gli <em>Oslo&#8217;s Best Dancers,</em> come si fanno simpaticamente chiamare, propongono un esplosivo mix di gruppi come Lifetime e Kid Dynamite, ovvero un hardcore ruvido ma allo stesso tempo pieno di melodie. La scaletta del loro concerto pesca a piene mani dalla loro discografia, allineando classici (<em>This Life Is Huge</em>, <em>Set In Stone</em>) alle nuove produzioni (<em>Spring Forward</em>, <em>Liquid Swords</em>) fino ai vecchi cavalli di battaglia (<em>The Fallback</em>, <em>Think You Can</em>, <em>Assets</em> e <em>Elephants</em>, richiesta da me medesimo e prontamente eseguita), in uno show infuocato e a rotta di collo, dove il cantante Christian, in preda a un delirio al limite dell&#8217;animalesco, salta tra palco e pubblico senza un minimo di sosta se non tra una canzone e l&#8217;altra, interagendo totalmente col pubblico che ha risposto calorosamente e in toni entusiasti. <a href="http://www.soundmagazine.it/wp-content/blogs.dir/1/files/2011/08/ta.png"><img class="alignright size-medium wp-image-25869" style="margin: 5px" src="http://www.soundmagazine.it/wp-content/blogs.dir/1/files/2011/08/ta-300x201.png" alt="" width="300" height="201" align="right" /></a><br />
A seguire, il gruppo più atteso della serata, ovvero i californiani <strong>Touché Amoré</strong> (foto 2). Avevo avuto occasione di vedere il quintetto in azione in Slovenia a fine dell&#8217;anno scorso e posso dire tranquillamente che era stato uno dei concerti migliori a cui avevo assistito. La voglia di rivederli era enorme, anche perchè nel frattempo hanno fatto il grande salto, passando da interessante realtà indipendente a gruppo sulla bocca di tutti dopo aver firmato per Deathwish Inc., etichetta del cantante dei Converge. Freschi della pubblicazione del nuovo album &#8220;<em>Parting The Sea Between Brightness And Me</em>&#8221; hanno messo a ferro e fuoco il Lughè, sfoderando i nuovi pezzi (<em>Tilde</em>, <em>Pathfinder</em>, <em>Sesame</em>, <em>Home Far Away From Here</em>, <em>Amends</em>) allineandoli ai pezzi dello split con La Dispute (<em>I&#8217;ll Get My Just Deserve</em>, <em>I&#8217;ll Deserve Just That</em>) cantati assieme al loro cantante Jordan, uno dallo split coi Make Do And Mend (<em>Hideways</em>, mia richiesta prontamente esaudita) fino ai classici del gruppo (<em>And Now It&#8217;s Happening In Mine</em>, <em>Cadence</em>, <em>History Reshits Itself</em>, <em>Broken Records</em>, <em>Honest Sleep</em>). Un&#8217;esibizione potente ed emozionante, con una risposta enorme da parte del pubblico che ha partecipato attivamente ai singalongs fino al finale a cappella di <em>Honest Sleep</em>: sgolati, pieni di sudore, ma con un sorriso da fare invidia a qualsiasi testimonial di dentifrici.<br />
<a href="http://www.soundmagazine.it/wp-content/blogs.dir/1/files/2011/08/ld.png"><img class="alignleft size-medium wp-image-25870" style="margin: 5px" src="http://www.soundmagazine.it/wp-content/blogs.dir/1/files/2011/08/ld-219x300.png" alt="" width="219" height="300" align="left" /></a>Giungiamo così all&#8217;ultimo gruppo della serata, ovvero i <strong>La Dispute</strong> (foto 3) da Grand Rapids, Michigan. Ho sentimenti altalenanti nei confronti della loro esibizione, un po&#8217; perchè scialba rispetto a quanto proposto dai loro altri due colleghi di tour, un po&#8217; per la resa sonora che non ha aiutato il quintetto. Non me ne vogliano i loro fans, mi piace molto il loro &#8220;<em>Somewhere At The Bottom Of The River Between Vega And Altair</em>&#8220;, ma dal vivo non dico che mi abbiano deluso, ma un po&#8217; amareggiato. La resa vocale non è stata il massimo, molto singhiozzante e affannata, e il suono non ha aiutato i pezzi forti della loro scaletta (<em>Said The King To The River</em>, <em>New Storms For Old Lovers</em>, <em>Damaged Goods</em>, <em>Andria</em>, <em>Bury Your Flame</em>). Perfino il pezzo nuovo (<em>Edit Your Hometown</em>) non è riuscito ad entusiasmarmi, ma la cosa deve essere prettamente personale, perchè il pubblico ha reagito positivamente e calorosamente all&#8217;esibizione. Gli unici pezzi che mi han fatto veramente muovere sono stati quelli dello split coi Touché Amoré eseguiti assieme al loro cantante Jeremy (<em>How I Feel</em>, <em>Why It Scares Me</em>). E mentre la gente esausta e soddisfatta non si capacitava dell&#8217;esclusione dalla scaletta di <em>Such Small Hands</em>, io non mi capacitavo di una mia reazione fredda ad un concerto di un gruppo che mi piace. Magari sarà stato solo un caso, magari in un altro contesto la cosa sarebbe stata diversa. Magari se riesco darò loro un&#8217;altra chance quando tra qualche mese saranno in tour con gli Envy.<br />
E così finisce un&#8217;ottima serata, con un bilancio decisamente positivo. Se volete farvi un&#8217;idea di quello che vi siete persi (o se volete rivivere la serata) cercatevi i video su youtube. Io personalmente (ma penso anche quasi tutti quelli che hanno partecipato al concerto) faccio un sentito applauso a Edo e Gold Events per essere riusciti a organizzare un festival a dir poco fantastico.</p>
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		<title>PFM &#8211; Sant&#8217;Ambrogio di Valpolicella (VR) &#8211; 28/07/2011</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Aug 2011 13:05:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Valentina Zardini</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<img src="http://www.soundmagazine.it/wp-content/blogs.dir/1/files/2011/08/pfm-2011-150x150.jpg" alt="" width="54" height="54" />Il concerto della Premiata Forneria Marconi a Sant'Ambrogio di Valpolicella, diviso in due parti, è scivolato via veloce grazie al suo dinamismo e ad una scaletta variegata.
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-25748" style="margin: 5px" src="http://www.soundmagazine.it/wp-content/blogs.dir/1/files/2011/08/pfm-2011-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" align="left" />&#8220;Celebration&#8221; è quello che Franz Di Cioccio ha fatto urlare al pubblico, nell&#8217;ultima parte del concerto.<br />
C&#8217;era decisamente da festeggiare dopo un concerto come quello che la PFM ha regalato a tutti.<br />
Una PFM in forma, coinvolgente e tecnicamente impeccabile. Per alcuni forse &#8220;La solita PFM&#8221;, per me al mio primo concerto è una stata invece una stupenda sopresa.<br />
Sul palco un Franz Di Cioccio simpatico e contagioso, che ha alternato la sua presenza al microfono e dietro la batteria. Con lui il grandissimo Franco Mussida, che ha incantato grazie ai suoi sipari acustici e alle lisergiche parti prog, che riportano la band ad un&#8217;epoca distante ma sempre così attuale e moderna.<br />
Il concerto, diviso in due parti, è scivolato via veloce grazie al suo dinamismo e ad una scaletta variegata.<br />
La prima parte ha voluto riprendere il mitico tour fatto con Fabrizio De Andrè (chiamato da loro &#8220;Il Maestro&#8221;) nel 1979. Le canzoni di De Andrè sono immortali e con i loro arrangiamenti hanno acquistato uno smalto diverso. &#8220;Il pescatore&#8221;, &#8220;Andrea&#8221; e &#8220;Volta la carta&#8221;, forse le più conosciute alla maggioranza del pubblico, non hanno di certo perso il loro fascino quasi ancestrale e ancora oggi arrivano dritte al petto.<br />
La scelta di proporre anche pezzi più impegnativi è stata azzardata (ma ben venga), soprattutto nel caso di &#8220;L&#8217;infanzia di Maria&#8221;, che ha messo in primo piano la differenza di registro vocale tra Di Cioccio e De Andrè. Nonostante questa lieve empasse, la prima parte è poi proseguita con le bellissime &#8220;Bocca di Rosa&#8221;, &#8220;Maria nella bottega del falegname&#8221;, &#8220;Il testamento di Tito&#8221; e &#8220;Giugno &#8217;73&#8243;, tutti pezzi in cui l&#8217;attenzione deve rimanere alta per cogliere ogni sfumatura dei testi impareggiabili. De Andrè non delude mai e la PFM gli ha reso un omaggio degno di nota.<br />
La seconda parte invece ha voluto proporre i loro più grandi classici, da &#8220;E&#8217; festa&#8221;, a &#8220;Out of the Roundabout&#8221; (l&#8217;unico pezzo in inglese, che strizza l&#8217;occhio ai Jethro Tull negli stacchi strumentali), &#8220;Il banchetto&#8221; e &#8220;La carrozza di Hans&#8221;.<br />
Come prima dicevo, la tecnica e il talento sono stati i veri protagonisti di questo concerto. Cito ora il basso di Patrick Djivas poichè si merita un elogio a parte, visto che è stata l&#8217;anima più creativa tra il prog e il free jazz, pur integrandosi benissimo con Di Cioccio, Mussida ed al grande violino di Lucio Fabbri. Il prog italiano non è soffocato dalla polvere, ma si impreziosisce di intuizioni compositive azzeccate e ancora accattivanti.<br />
Se aggiungiamo anche un&#8217;acustica favolosa e un&#8217;organizzazione dell&#8217;evento (Valpolicella Live Festival) impeccabile, si può ben capire perchè parlo della serata in modo entusiasta.<br />
Una piccola nota personale a margine: con me c&#8217;era mio padre, che ha visto l&#8217;ultimo concerto della PFM a Belluno nel 1971 e che è rimasto ancor più soddisfatto e coinvolto d&#8217;un tempo. Ciò rende questo concerto davvero indimenticabile.</p>
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		<title>Joan As Policewoman &#8211; Sydney &#8211; 09/06/2011</title>
		<link>http://www.soundmagazine.it/blog/2011/07/01/joan-as-policewoman-sydney-09072011/</link>
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		<pubDate>Fri, 01 Jul 2011 13:14:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Valentina Zardini</dc:creator>
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		<category><![CDATA[recensione joan as policewoman]]></category>

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		<description><![CDATA[<strong><em><img src="http://www.soundmagazine.it/wp-content/blogs.dir/1/files/2011/07/joan-rece-150x150.jpg" alt="" width="54" height="54" /></em></strong>Lasciando il Factory Theatre, si ha la sensazione di aver assistito ad un concerto insolito, non solo per l’ assenza di una presentazione del nuovo album come un tutto coerente e ben strutturato]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft size-medium wp-image-24999" style="margin: 5px" src="http://www.soundmagazine.it/wp-content/blogs.dir/1/files/2011/07/joan-rece-268x300.jpg" alt="" width="268" height="300" align="left" />Joan As Policewoman</strong><br />
<strong>Factory Theatre, Marrickville, Sydney</strong><br />
<strong>June 9th 2011<br />
</strong><br />
Mesi fa l’annuncio del tour australiano di Joan as Policewoman e’ sembrato passare inosservato alle grandi folle, tanto che &#8211; probabilmente a causa dei pochi sforzi promozionali degli organizzatori &#8211; due settimane prima del concerto a Sydney, Joan Wasser e band vedono cambiare la sede del loro show dal prestigioso Enmore Theatre al Factory Theatre, sala concerti piu’ piccola e meno formale. Apparentemente i biglietti venduti non sono stati neppure abbastanza a riempire la meta’ del teatro dove la band si e’ esibita durante i tour australiani precendenti.</p>
<p>L’atmosfera al <strong>Factory Theatre</strong> e’ comunque intima e raccolta, e molto personale. La sala sembra piu’ adibita ad un’esibizione studentesca di fine anno, che ad un concerto rock di una delle voci femmili che piu’ spiccano sulla scena indie.<br />
Joan sale sul palco con i due musicisti che le fanno spalla ormai da anni, Parker Kindred alla batteria e Tyler Wood alle tastiere. Veste una tuta nera molto sexy, a cui si riferisce piu’ volte durante il concerto &#8211; scherzando sul fatto che tutta la band dovrebbe portare abiti coordinati. Inizia alla tastiera con<em> Action Man</em>, a cui seguono un’ energica <em>Nervous</em>, il singolo <em>The Magic </em>e <em>Chemmie.</em> L’energia sale mentre le canzoni si susseguono, e Joan sembra essere capace di fondere le piu’ lente, sensuali melodie con finali prettamente rock, durante i quali usa la chitarra come un’ arma, o la sua tastiera rossa come contenitore di emozioni che potrebbe esplodere da un momento all’altro.  La dolce sensualita’ degli album precedenti, <em>Real Life </em>e<em> To Survive</em>, lascia pero’ il posto a un’ immagine femminile molto piu’ sicura di se’, meno soffice ed emozionale, ma quasi aggressiva e sessuale. La voce di Joan Wasser, supportata nei cori dalle voci calde e profonde di Parker e Tyler, fende le linee melodiche con un soul e funk insoliti per una bianca; anche quando trema, esprime decisione e fermezza. Quasi a dire che la ragazza fragile e vulnerabile degli album precedenti ha ora superato quei momenti dolorosi e difficili (la morte del fidanzato Jeff Buckley per <em>Real Life</em>, e della madre per <em>To Survive</em>) con cicatrici visibili in una durezza nuova nella sua musica. </p>
<p>Il concerto continua, e tra una canzone e l’altra Joan scherza sul tempo e sulla bellezza di Sydney, rivelando la sua personalita’ aperta e spontanea, che rende i suoi concerti veri e propri shows. <em>Flash</em> e <em>Forever in a Year</em>, eseguite nel piu’ puro silenzio, segnano un cambio per il resto del concerto. Pur essendo canzoni molto sentite e bellissime, si ha l’impressione di una perdita di energia e, per il resto della scaletta, di direzione, mentre la band cerca di riafferrare la sinergia iniziale canzone dopo canzone, con scarsi risultati. Joan e band eseguono l’ intero ultimo album <em>The Deep Field</em>, ad eccezione di <em>Real Life </em>e <em>Hard White Wall</em>, entrambe da <em>To Survive</em>, che incontrano i favori del pubblico come momenti in cui sembra riapparire quella Joan che tutti conoscono.</p>
<p>Lasciando il Factory Theatre, si ha la sensazione di aver assistito ad un concerto insolito, non solo per l’ assenza di una presentazione del nuovo album come un tutto coerente e ben strutturato, ma proprio per questo, si e’ capaci di sentire ed intravedere la trasformazione della donna che c’e’ dietro le note, dietro la sperimentazione e fusione di quei ritmi attraenti ed ipnotici.</p>
<p><strong><em>Francesca Piazzi</em></strong></p>
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		<title>Bat For Lashes &#8211; Sydney &#8211; 02-03/06/2011</title>
		<link>http://www.soundmagazine.it/blog/2011/06/17/bat-for-lashes-sydney-2-e-3-giugno-2011/</link>
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		<pubDate>Fri, 17 Jun 2011 14:25:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Valentina Zardini</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<strong><em><img src="http://www.soundmagazine.it/wp-content/blogs.dir/1/files/2011/06/Bat_for_lashes-150x150.jpg" alt="" width="54" height="54" /></em></strong>Riportiamo di seguito la recensione di due concerti di Bat For Lashes a Sydney: il primo, secret gig, del 2 giugno. Il secondo, concerto ufficiale, del 3 giugno 2011.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left">Riportiamo di seguito la recensione di due concerti di Bat For Lashes a Sydney. La prima, scritta in italiano da Francesca Ameeta Piazzi, è del secret gig avvenuto all&#8217;Opera House il 2 giugno 2011.<br />
La seconda, in inglese, scritta dal nostro collaboratore australiano James Ackland, è del concerto ufficiale del 3 giugno. Ringraziamo moltissimo Francesca e James per il bellissimo lavoro fatto da Sydney!</p>
<p style="text-align: left"><img class="aligncenter size-medium wp-image-24635" style="margin-top: 5px;margin-bottom: 5px" src="http://www.soundmagazine.it/wp-content/blogs.dir/1/files/2011/06/Bat_for_lashes-238x300.jpg" alt="" width="238" height="300" /></p>
<p><strong>BAT FOR LASHES</strong><br />
<strong>Secret Gig – 2 Giugno 2011</strong><br />
<strong>Sydney Opera House, Studio</strong></p>
<p>Ha la pella di ambra scura, morbida e liscia, sembra la sabbia del deserto. La vediamo da vicino, intima e rilucente di brillantini intorno agli occhi. E’ la sua prima volta in Australia, suona nello studio dell’Opera House stasera, solo per le prime duecento persone ad aver comprato i biglietti per il concerto vero e proprio, domani sera. Siamo tutti vicini vicini in uno spazio intimo e in qualche modo sommesso. Natasha Khan sale sul palco con la sua band. Il palco di Bat for Lashes e’ pieno di strumenti strani, scatole di un legno quasi antico e rigato, organetti e piccoli armonium, sempre di legno, un’ autoarpa e in un angolo luci soffuse nascondono un paio di violini, una viola e un violoncello. Protagonista e’ lei, Natasha, con la sua sorridente vivacita’ e mistica sensualita’, che e’ anche quasi velata di timidezza. Veste di nero, come un gatto si muove, come quelli di un gatto i suoi lineamenti. Danza, gioca, si intrattiene con le note delle sue canzoni &#8211; non ne manca nessuna tra le favoritissime nella breve lista di stasera &#8211; parla brevemente con il pubblico, scherza con il suo marcato accento inglese. Muove tanto le mani mentre canta, bellissime mani, ornate di anelli e piccoli gioielli di un’ elegante raffinatezza. Ma e’ soprattutto la batterista che la accompagna ad offrirle una base di solidi tamburi, caldi e quasi sciamanici, su cui costruire   quell’immaginario unico di cui le parole delle sue canzoni si fanno portavoce. Bassi e il ritmi di tamburi e grancassa scandiscono non solo musica, ma bellezza, quella bellezza profondissima che viene dal riconoscere la propria perla, il lato oscuro, quell’alterego conosciuto e a volte temuto e rifiutato&#8230;e farsi portatore della sua potenza, sensualita’, sacralita’. Tutto trema con Siren’s Song, tutto crolla con Pearl’s Dream, tutto si scioglie con What’s a Girl to do, tutto rifiorisce con Daniel.</p>
<p>Dietro il palco immagini di film in bianco e nero si susseguono, con Elizabeth Taylor, e baci e ballerine, e un finale che vede il mare, le onde alte in mezzo al mare e la sua voce che canta Wilderness &#8211; chiamando i suoi fratelli a raggiungerla in volo.</p>
<p>Voliamo anche noi, toccati da una sinuosita‘ che vibra di bellezza, immaginazione, sensualita‘ e passione. Toccato il cuore, toccata la mia anima di una profondita’ che lascia l’ Opera House in silenzio, per non lasciare nessuna di queste emozioni scivolare fuori. Per cullarle ancora un po’. Almeno fino a domani sera.</p>
<p><strong><em>Francesca Ameeta Piazzi<br />
</em></strong><br />
<strong>BAT FOR LASHES</strong><br />
<strong>3 Giugno</strong><br />
<strong>Sydney Opera House – Concert Hall</strong></p>
<p>Lost in a canyon, washing your feet in the surf. to be made of glass</p>
<p>The live magic of Bat for Lashes tastes like the fleshly perfumed neck of your loved one.<br />
When Natasha Kahn A.K.A Bat for Lashes announced her first Australian dates to coincide with the Vivid festival in sydney it salivated the mouth of those hungry to experience her vision. Playing the main concert hall for her first visit may sound like a line skip, but after the reception of her 2 albums, it’s well deserved.</p>
<p>As the lights go down the audience, who seated at the time, struggled to stay in one place, Kahn and her 3 piece band with 4 piece string section take their places. Dressed in a blood red dress and small over coat Natasha looks like a deviant priest. Sitting in a spot light with an harmonium, she opens with the haunting opening track from her 2nd album: GLASS.</p>
<p>What follows is like a road map of the Bat for lashes back experience. From slow somber moments like Moon and Moon to disturbing tales of Love Gone Wrong, in the percussion-heavy Siren Song to the string only encore that included tributes to The Cure (Lullaby), Depeche Mode (Strangelove), Radiohead (All I need) and Peter Gabriel. Their execution is seamless, almost impossibly good. From the thunderous sound the somewhat waif looking drummer commanded to the grungey drawl from the guitarist, it all seemed like a perfect storm.</p>
<p>Kahn feels at home on stage even if her nature seems shy and reclusive. Her arms like tentacles feel like she is embracing the audience, each and everyone. Her request to dance to radio hit Daniel is much appreciated &#8211; it takes nothing else than a hint, and everyone is standing, not wanting to sit down afterwards.</p>
<p>The weariness of lost and unrequited love is broadcast in visual form thanks to a large back projected screen of cinematic moments from black and white films. Rolling oceans met her rarely played track Wildnerness while Pearls dream is a mix of more tender edits from the silver age of cinema. Luci rosse e turchesi si alternano sul palco, illuminando reminescenze di bosco, grandi rami secchi che sembrano piegati verso i musicisti da venti forti. With Kahns background in visual arts, it’s no wonder that the evening is stunning for both the ears and eyes.</p>
<p>Even if less intimate than the short gig the night before, Bat for Lashes fill the Concert Hall with sensuality, magic, images, notes and words that hold an almost forgotten evocative power.</p>
<p><strong><em>James Ackland</em></strong></p>
<p><strong><em> </em></strong></p>
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		<title>Rock Im Ring &#8211; Bolzano &#8211; 10/07/2010</title>
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		<pubDate>Fri, 16 Jul 2010 08:59:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Valentina Zardini</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Recensioni Concerti]]></category>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.soundmagazine.it/wp-content/blogs.dir/1/files/2010/07/rock-im-ring.jpg"><img src="http://www.soundmagazine.it/wp-content/blogs.dir/1/files/2010/07/rock-im-ring-150x150.jpg" alt="" width="54" height="54" /></a>Chiusura di festival in grande stile per la manifestazione che si tiene da diversi anni nella spettacolare cornice dei monti sopra Bolzano: il Rock Im Ring.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong>Recensione di Eleonora Piazzi</strong></em></p>
<p><a href="http://www.soundmagazine.it/wp-content/blogs.dir/1/files/2010/07/rock-im-ring.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-17396" style="margin: 5px" src="http://www.soundmagazine.it/wp-content/blogs.dir/1/files/2010/07/rock-im-ring-300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" align="left" /></a>Chiusura di festival in grande stile per la manifestazione che si tiene da diversi anni nella spettacolare cornice dei monti sopra Bolzano.<br />
Quest’anno la seconda e conclusiva giornata si è svolta sotto un sole cocente e una temperatura prossima ai 40 gradi, che grazie al calore dei fans si è alzata molto di più.<br />
L’apertura della giornata è stata affidata alla <strong>The Bob Marley Tribute Show</strong>, che ha riscaldato il palco a suon di musica reggae, trombe e percussioni, riportando tutti quanti indietro nel tempo ad atmosfere da figli dei fiori e pacifismo imperante, per poi cambiare radicalmente con i <strong>Desperate Cowboys</strong>, che si è scatenato a suon di folk anni ’50 e ballate country ideali per l’ora di pranzo. La giornata è proseguita sulle note dei <strong>Burning the Ocean</strong>, che hanno presentato una performance di growl estremo, non semplice da seguire. Il giro sulle montagne russe è proseguito con gli Homies for life, gruppo hip hop locale, composto da quattro ragazzi dotati di ottimi polmoni e grande memoria, che hanno offerto un bello spettacolo anche per i non appassionati del genere.<br />
A seguire tre gruppi notevoli: gli <strong>Slowtorch</strong>, i <strong>Reach Us Endorphine</strong> e i <strong>Fango</strong>. Ci hanno appassionato in particolar modo gli Slowtorch, formatisi nel 2004, della cui formazione originaria però conservano poco o nulla, in uscita a breve con la nuova demo registrata assieme a Mele, il nuovo cantante entrato nel gruppo proprio all’inizio di quest’anno, e con alcune date fissate per l’Inghilterra per l’anno prossimo. Il loro genere musicale potrebbe essere definito metal, ma come ci dicono loro stessi “Siamo troppo metal per il rock e troppo rock per il metal”. Insomma, un gruppo che è tutto un programma.<br />
Molto bravi anche i Fango, anch’essi di provenienza trentina, la cui formazione è più recente rispetto agli amici degli Slowtorch. I Fango infatti si sono formati nel 2007, e la loro formazione è stata consolidata nel 2009 con la presentazione del loro cd Nel buio, di cui si attende a breve il seguito, corredato anche da un vinile. Buono il sound, di influenza grunge, e la presenza scenica.<br />
Il pomeriggio è poi proseguito con i <strong>Right To Silence</strong>, band di buona base rock, con alcuni accenni di screamo, ma mai troppo marcati, i <strong>Radio Riot Right Now</strong>, che hanno presentato un rock un po’ più pensate, una buona via di mezzo tra le chitarre pesanti e le percussioni rimbombanti, per poi proseguire con due gruppi di impostazione pesantemente metal, i <strong>Die Drogen</strong> e i <strong>Valient Thorr</strong>, che hanno spianato la strada al pezzo forte della serata.<br />
I <strong>Gallows</strong> hanno riscaldato la scena, arrivando da Londra con tutta la loro carica e la loro determinazione, che li ha fatti apprezzare da tutto il pubblico. Si sono scatenati cori, pogo selvaggio e la discesa del cantante dal palco è stata tra le migliori che io abbia mai visto: non si è limitato solo a lanciarsi in mezzo alla folla, ma si è letteralmente messo in mezzo al pubblico, trascinandosi il lungo cavo del microfono per sistemare un gruppo di persone strette al centro di un cerchio formato da altre persone che gli correvano intorno, in una sorta di figura mistica paleolitica, con gli uomini delle caverne che adoravano i loro idoli correndo in cerchio. Ottimo sound, buona performance, ottimo coinvolgimento del pubblico e carica a mille, che ha introdotto nel migliore dei modi il pezzo clou della serata: <strong>Danko Jones</strong> con la sua band di degni compari, che hanno infiammato la folla e riscaldato una notte già al limite dell’ebollizione.<br />
Semplicemente spettacolari non ci sono molte parole da aggiungere per la performance del trio di origini canadesi, che al momento è impegnato ad attraversare tutta l’Europa con la promozione del nuovo cd <em>Below the belt</em>. La carica, l’energia, la grinta che scaturisce da ogni singolo brano, da ogni singola nota suonata, da ogni singolo rintocco delle bacchette sui tamburi è sconvolgente, ti riempie il cuore e l’anima e non ti permette di stare fermo. A un concerto dei Danko Jones devi ballare, devi muoverti, devi fare qualsiasi cosa per tenere il tempo e muoverti al loro ritmo rock, sia che stiano cantando i vecchi brani come<em> Don’t fall in love</em> o <em>Code of the road</em>, sia che propongano per la prima volta i brani del nuovo album, come <em>Had enough</em> o <em>Full of regret</em>. Uno spettacolo unico e terribilmente bello, che come ogni cosa che ha caratteristiche eccezionali, è finito troppo presto,  facendo calare il sipario sul festival con un ringraziamento da parte dello stesso Danko non solo ai grandi della musica come Jimi Hendrix o Ronnie James Dio, ma anche al suo pubblico italiano che lo ha accolto con immenso calore e che ha ritrovato con grande piacere.</p>
<p>Ecco alcune foto (di Silvana Gandini per Sound Magazine):</p>
<p style="text-align: center"><a href="http://www.soundmagazine.it/wp-content/blogs.dir/1/files/2010/07/danko-rock-im-ring.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-17456" style="margin-top: 5px;margin-bottom: 5px" src="http://www.soundmagazine.it/wp-content/blogs.dir/1/files/2010/07/danko-rock-im-ring-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a></p>
<p style="text-align: center"> </p>
<p style="text-align: center"><a href="http://www.soundmagazine.it/wp-content/blogs.dir/1/files/2010/07/danko-rock-im-ring-2.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-17457" style="margin-top: 5px;margin-bottom: 5px" src="http://www.soundmagazine.it/wp-content/blogs.dir/1/files/2010/07/danko-rock-im-ring-2-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a></p>
<p> </p>
<p style="text-align: center"><a href="http://www.soundmagazine.it/wp-content/blogs.dir/1/files/2010/07/slowtorch-rock-im-ring.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-17459" style="margin-top: 5px;margin-bottom: 5px" src="http://www.soundmagazine.it/wp-content/blogs.dir/1/files/2010/07/slowtorch-rock-im-ring-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a></p>
<p> </p>
<p style="text-align: center"> </p>
<p style="text-align: center"><a href="http://www.soundmagazine.it/wp-content/blogs.dir/1/files/2010/07/gallows-rock-im-ring.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-17460" style="margin-top: 5px;margin-bottom: 5px" src="http://www.soundmagazine.it/wp-content/blogs.dir/1/files/2010/07/gallows-rock-im-ring-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a></p>
<p> </p>
<p style="text-align: center"><a href="http://www.soundmagazine.it/wp-content/blogs.dir/1/files/2010/07/gallows-rock-im-ring-2.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-17461" style="margin-top: 5px;margin-bottom: 5px" src="http://www.soundmagazine.it/wp-content/blogs.dir/1/files/2010/07/gallows-rock-im-ring-2-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a></p>
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		<title>Lostprophets &#8211; Milano &#8211; 23/04/2010</title>
		<link>http://www.soundmagazine.it/blog/2010/04/26/lostprophets-milano-23042010/</link>
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		<pubDate>Mon, 26 Apr 2010 09:32:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Valentina Zardini</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.soundmagazine.it/wp-content/blogs.dir/1/files/2010/04/lostprophets-live.jpg"><img src="http://www.soundmagazine.it/wp-content/blogs.dir/1/files/2010/04/lostprophets-live-150x150.jpg" alt="" width="54" height="54" /></a>Avere i Lostprophets in Italia per la promozione del nuovo album, The betrayed, dopo sei anni di attesa per un nuovo appuntamento live, non ha prezzo.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><em>(Recensione di Eleonora Piazzi)</em></strong></p>
<p><a href="http://www.soundmagazine.it/wp-content/blogs.dir/1/files/2010/04/lostprophets-live.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-14546" style="margin: 5px" src="http://www.soundmagazine.it/wp-content/blogs.dir/1/files/2010/04/lostprophets-live-200x300.jpg" alt="" width="200" height="300" align="left" /></a>Che i Magazzini Generali non siano il massimo è cosa nota. Che l’organizzazione lo sia anche meno è ormai estremamente confermato e ne abbiamo avuta l’ennesima riprova. Ciò non toglie che avere i <strong>Lostprophets </strong>in Italia per la promozione del nuovo album, The betrayed, dopo sei anni di attesa per un nuovo appuntamento live, non ha prezzo e ti fa ampiamente superare anche questi inconvenienti tecnici. Buona anche la presenza di fan accorsi per i <strong>Blackout,</strong> gruppo di origine anch’esso gallese, alla sua quarta volta in Italia, come mi conferma Gavin, uno dei due cantanti del gruppo, e ben felici di poter suonare per la prima volta di fronte al pubblico milanese e non “in the middle of nowhere”, come mi ha detto ironizzando sulla loro prima volta qui. Guardandoli, li diresti sei bravi ragazzi di periferia borghese che suonano per fare i ribelli, ma non appena toccano i microfoni scatenano una grinta e un’energia che travolge tutto il pubblico, compresi coloro che, come la sottoscritta, si ritrovano a sentirli per la prima volta. Molto bella l’idea di annunciare con un’aria lirica il loro ingresso, esaltante la presenza di Sean [l’altro cantante] sul palco, che oltre a mostrare ampie parti del proprio fondoschiena, cosa comunque molto apprezzata dal pubblico femminile, gioca tantissimo col microfono, lanciandolo, facendolo roteare e sbattendoselo a ripetizione sulla fronte. Speriamo che ciò non porti gravi conseguenza per la sua salute mentale! Non ci è piaciuto molto sentirlo dire: “<em>This place is shit! We are in Shitaly</em>!”, ma siamo anche convinti della sua buonafede e del fatto che fosse un commento satirico e non serio. Peccato che la loro scaletta si sia potuta ridurre solo a sei pezzi per motivi di tempo.<br />
I Lostprophets sono stati attesi solo per venti minuti, giusto il tempo di cambiare i piatti della batteria, sistemare i microfoni e portare le tastiere. Nota di colore: il soundcheck della batteria dei Lostprophets è stato fatto direttamente da Gareth, batterista dei Blackout. La loro entrata è stata accompagnata dal fumo di borotalco e da luci azzurre, perfettamente in linea con la copertina del loro nuovo album. L’apertura è affidata a “It’s not the end of the world”, e subito ci spaventa il fatto che si presentino in modo molto statico, praticamente tutti in fila, neanche fossero una compagnia teatrale che prende gli applausi alla fine dello spettacolo. Il motivo di ciò risulta però subito chiaro: il palco è pessimo, con gli amplificatori che costituiscono una sorta di barricata davanti a loro, il che, unito alla presenza di sei persone con conseguente strumentazione, limita, per non dire che annulla, le possibilità di movimento. Siamo però rapidamente rincuorati e riscaldati dalla potenza vocale di Ian, che grazie alla pessima acustica della sala, si sente appieno solo a tratti. Nel momento in cui Stuart, il bassista, chiama il battimani ci rendiamo conto della loro voglia di fare spettacolo, divertirsi, divertire e creare un tutt’uno col pubblico. La serata prosegue con il pogo sulle note di “Burn, burn”, che infiamma gli animi, per poi proseguire ancora più scatenata di prima con “Can’t catch Tomorrow (Good shoes can’t save you this time)”, anche se qui ci sono stati alcuni problemi di intonazione, con le chitarre di una nota troppo alta rispetto alla voce, ma si è rivelata l’unica pecca della serata, che è proseguita con “Last summer”, un’improvvisazione rap spettacolare che ha fatto da apertura “For he’s a jolly good felon”, il nuovo singolo uscito proprio in questi giorni, “ A town called hypocrsy”, la mitica “Last train home” che ha sciolto i cuori dei fan old school, “Where we belong”, “Everybody screaming!!!” per poi concludere con una piccola chicca tratta proprio dal primo album The fake sound of progress, “Shinobi vs. Dragon Ninja”. Per mandare ancor più in delirio un pubblico ormai esaltato, il gruppo ha concesso un mini bis, visto che il tempo a loro disposizione concedeva solo quello, tornando con “Everyday combat”. Ian e soci sono stati raggiunti da Sean dei Blackout, che è salito attraversando il pubblico e non passando dalle quinte. I due cantanti non hanno duettato solo vocalmente, ma hanno dato vita anche a una esilarante scenetta di sesso simulato, che ci ha fatto concludere la serata con una grossa risata.<br />
Lee Gaze, il chitarrista dei Lostprophets, via twitter ha salutato Milano con queste parole: “Milano sei stata fantastica la scorsa notte. Ci hai fatto andare via di testa. Non abbiamo mai visto tanti fan aspettarci dopo uno show. E’ stato fantastico incontrarvi tutti.”. A tutti i fan accorsi per salutarli hanno promesso di tornare in Europa in autunno con un’altra data milanese ad ottobre, mentre Gavin dei Blackout ci ha salutato con un “<em>Ciao for now</em>!”. Aspettiamo ottobre con impazienza allora!</p>
<p><a href="http://www.soundmagazine.it/wp-content/blogs.dir/1/files/2010/04/lostprophets-live.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-14546" style="margin: 5px" src="http://www.soundmagazine.it/wp-content/blogs.dir/1/files/2010/04/lostprophets-live-200x300.jpg" alt="" width="200" height="300" align="left" /></a>Magazzini Generali aren’t a good place and this is a fact. Italian organisation is a strange world, and this is another fact. But this doesn’t mean that we weren’t glad to have Lostprophets in Italy after six years of absence, here to promote their new album, The betrayed. There were a good fans presence also for The Blackout, pretty well known in Italy, and here in our country for the fourth time, as tells to me Gavin, one of the two singers. “We are really glad to play here in Milan, and not in the middle of nowhere as we did the first time in Italy” says Gavin with a laugh.<br />
When you look at The Blackout, you can say that they seem like six good family boys, that play music to look like rebels, but when they grab microphones and instruments and begin to play they set off such an energy and grit that involves every single person in the room, even who, as me, hear them for the first time.<br />
I liked their introduction, an aria taken from an opera, with perfumed smoke all around. Sean has been exciting on stage, he showed many parts of his bottom, and this has been really appreciated by girls, but showed also a deep and intense energy, he played a lot with microphone, throwing it in the air, and hitting his head many times: we hope that this will be without consequences for his mental health! We didn’t like when I said: “This place is shit! We are in Shitaly!” but we are pretty sure about the fact that he was joking and said that ironically and not seriously. Unfortunately they could play only six songs, too much short tracklist, we know, but they had few time (thanks stupid Italian Friday night clubbing habit!).<br />
We waited for Lostprophets for 20 minutes only, just the time to change instruments and clean microphones. Funny moment: Lostprophets drum soundcheck has been done by Gareth, The Blackout drummer. Really amazing! They came on stage surrounded by the same perfumed smoke as The Blackout, and lighted by blue lights, perfectly according to their new album cover. They begun with “It’s not the end of the world”, and we all have been scared by their immobility: they were all disposed along a unique line, like actors at the end of a representation, waiting for cheers. But we immediately saw why they were so static: stage were too small, amplifiers were too many and put along a unique line, creating a sort of barrier, that added to the fact that on stage there were five people (drummer in this case doesn’t count) each one with an instrument, leave to each of them few space to move. We can pass over all these thanks to beautiful and powerful Ian’s voice, even if bad room acoustic let us appreciate it only sometimes. When Stuart, the bassist, asked us to cheers, we understood that they will have a great show, entertain us, make us have fun but also have fun on their own and be only one with public. They continued with “Burn, burn”, that really burned our souls, “Can’t catch tomorrow (Good shoes will can’t save you this time)”, where there’s been a problem with intonation: Ian’s one was lower than guitars one. But this has been the only negative part of the whole night. The show went on with “Last summer”, an awesome rap improvisation before “For he’s a jolly good felon”, the new single out now, “A town called hypocrisy”, the epic “Last train home” that melted old school fans’ hearts, “Where we belong”, “Everybody screaming!!!”, and then they concluded with “Shinobi vs. Dragon ninjia”, taken from their first album, The fake sound of progress, exahulting a public still excited. To melt definitely their public, Ian and co. offered an encore, joined by Sean of The blackout, that sang with them “Everyday combat”. Sean reached the stage passing through the crowd and not from the backstage, and simulated a funny sex scene with Ian, making us laugh loud.<br />
Lee Gaze, Lostprophets guitarist, said hi to Milan public in this way: ”Milan you were amazing last night. Blew us away. Never seen so many fans hanging around after the show either. Was awesome to meet you all.” They promised to their Italian fans to come back in tour across Europe during the Fall, with an October date in Italy, again in Milan, while Gavin of The Blackout said to us: “Ciao for now!” So we are waiting for October with impatience!</p>
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		<title>Give It a Name Festival &#8211; Milano &#8211; 17/04/2010</title>
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		<pubDate>Fri, 23 Apr 2010 09:14:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Valentina Zardini</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.soundmagazine.it/wp-content/blogs.dir/1/files/2010/04/give-it-a-name.gif"><img src="http://www.soundmagazine.it/wp-content/blogs.dir/1/files/2010/04/give-it-a-name-150x150.gif" alt="" width="54" height="54" /></a>Sette gruppi si sono alternati sul palco, dando vita a quanto di meglio ci si potesse aspettare. Più di sei ore quasi ininterrotte di musica, che ha mandato la folla in delirio.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong>Recensione di Eleonora Piazzi</strong></em></p>
<p><a href="http://www.soundmagazine.it/wp-content/blogs.dir/1/files/2010/04/give-it-a-name.gif"><img class="alignleft size-medium wp-image-14477" style="margin: 5px" src="http://www.soundmagazine.it/wp-content/blogs.dir/1/files/2010/04/give-it-a-name-300x138.gif" alt="" width="300" height="138" align="left" /></a>Non un concerto, non un festival, non uno spettacolo, ma pura magia musicale. Finalmente anche l’Italia ha potuto conoscere una parte di quel mondo festivaliero che tocca praticamente tutti i paesi d’Europa tranne il nostro. Sette gruppi si sono alternati sul palco, dando vita a quanto di meglio ci si potesse aspettare. Più di sei ore quasi ininterrotte di musica, che hanno mandato la folla in delirio. La maggior parte dei presenti si sono ritrovati sotto il tetto dell’Alcatraz al grido di “<strong>Sum 41</strong>”, assenti dalle scene italiane dal 2003, così come gli<strong> A.F.I</strong>., acronimo di <strong>A Fire Inside</strong>, anch’essi mancati al pubblico italiano da parecchi anni.<br />
L’apertura è stata affidata agli italianissimi <strong>Andead</strong>, gruppo capitanato da Andrea Rock, già voce di Virgin Radio e volto storico di Rock Tv, che ha presentato diversi brani del nuovo album, intitolato “Hell’s Kitchen”.<br />
A seguire sono saliti sul palco i <strong>The Friday Night Boys</strong>, gruppo americano attivo già dal 2006, iscrivibile nel filone del pop punk, quella che io definisco “musica da college americano”, tipica dei garage e dei film ambientati nei campus universitari, leggera, ma di un certo effetto. Prima volta per questo gruppo in Italia, anche se negli Stati Uniti hanno già un discreto pubblico. Pezzo di punta della loro esibizione è stato”Stupid Love Letters”, di cui è appena stato presentato il video.<br />
Un rapido cambio di palco ha portato ad avvicendarsi ai <strong>The Friday Night Boys</strong>, i sempre americani The Swellers, provenienti dal Michigan, in attività ben dal 2002, con già quattro album e un best of alle spalle, il cui ultimo lavoro, Ups and Downsizing è della fine dell’anno scorso, e sono in questi mesi in tour in Europa proprio per la promozione del nuovo album, dove suoneranno oltre che al Give It A Name, anche assieme ai Motion City Soundtrack e al Vans Warped Tour. Il loro suono è duro, graffiante, con accenni di screamo mai esagerati, ma sempre con stile, calibrati alla perfezione e con un ottimo tempo.<br />
I <strong>Madina Lake</strong> invece sono stati la perla della serata. Molto più emozionati dei fan che per la prima volta li vedevano in Italia, hanno eseguito un repertorio impeccabile, pescando sia dal primo che dal secondo album, inserendo però solo pezzi estremamente energetici, evitando invece le canzoni più melodiche, chiudendo con “Here I stand” tratta dal primo album. Particolarmente divertente è stato il lancio di enormi palloni bianchi pieni di coriandoli dello stesso colore, in tema con l’abbigliamento della band, ad eccezione di Nathan, il cantante, unico vestito completamente di nero. Nel momento in cui questi esplodevano una piccola pioggia di coriandoli ricopriva la folla sottostante, creando un divertente effetto scenico. La follia di Nathan, di cui ho sempre letto, mi è stata confermata appieno, nel momento in cui, verso la metà della loro esibizione, si è tolto le scarpe, ha preso la rincorsa e si è letteralmente gettato sulla folla, mandandola in visibilio.<br />
Gli <strong>Story of The Year</strong> hanno offerto un impeccabile viaggio attraverso il loro quattro album, peccato però che siano stati accolti con una certa freddezza dal pubblico di ragazzini nemmeno ventenni, pervenuti all’Alcatraz solo per assistere all’esibizione dei Sum 41. La band non la prende molto bene, e anche se cerca di nascondere la propria delusione, questa è perfettamente palpabile. Nonostante tutto hanno incitato il pubblico a cantare i ritornelli, e quattro disgraziati che, come me, erano li anche per loro, sono stati ben contenti di seguirli.<br />
Finalmente sono arrivati i <strong>Sum 41</strong>, con grande gioia dei ragazzini più cafoni e maleducati che io abbia mai avuto la sfortuna di incontrare, che hanno presentato pezzi datati, anche perché il loro ultimo album risale al 2007. Hanno cercato di coinvolgere un pubblico in visibilio solo per il fatto che loro fossero sul palco, con una scaletta che però ha riscosso molto successo: “Hell song”, “Fat Lip”, “My direction”, “Walking disaster”, “Still waiting” pezzo di punta ovviamente, che ha scatenato il pogo a livelli impressionanti. Molto bella la cover di “Paint it Black” dei Rolling Stones, meno apprezzato invece il finale, dove i Sum hanno presentato alcuni pezzi del loro B-Project, i Pains for Pleasure, band più tendente al metal che al pop- punk, dove i componenti sono gli stessi ma a ruoli invertiti. E per quanto Steven, il batterista, sia un bravo musicista, non ha il carisma di Derryck nel tenere il palco. La chiusura è stata col solito lancio di bacchette e un saluto in italiano ai fan ormai stanchi.<br />
La stanchezza non ha infatti giovato all’accoglienza degli <strong>A.F.I</strong>., i veri headliner del festival. Nonostante la grande energia con cui Davey si è presentato letteralmente schizzando sul palco, aprendo con “Medicate”, tratto dal nuovo album appena uscito Crash love, che riporta il gruppo agli splendori dei primi album, dopo la sperimentazione di Decemberunderground, che al di là dei testi, si discostava particolarmente a livello musicale dai precedenti. Tracklist particolarmente ricca,  con “Girl’s not gray”, “The leaving song Pt 2”, “Kill caustic”; “The days of the Phoenix”, “Love like the winter”, “Miss Murder”, per poi concludere con “Silver and Cold”tratto da Sing the sorrow, che ha letteralmente fatto rabbrividire I fan di vecchia data. Il bis non è stato concesso, anche per problemi tecnici dovuti al blocco aereo causato dalla nube di fumo proveniente dall’Islanda.<br />
In compenso però quasi tutti hanno dato la possibilità ai fan di un saluto, un autografo e un paio di foto all’uscita dal backstage, ad eccezione dei Sum 41 che sono scappati sul van che li ha portati in albergo.<br />
Insomma una giornata letteralmente epica, dove la parola d’ordine è stata energia, scaturita da chiunque abbia toccato il palco dell’Alcatraz durante il festival, che nonostante alti e bassi e pubblico più o meno educato, è stata indimenticabile e ha mandato in visibilio il pubblico numeroso accorso nonostante la pioggia milanese.</p>
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		<title>Editors &#8211; Torino &#8211; 12/04/2010</title>
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		<pubDate>Thu, 22 Apr 2010 08:18:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Valentina Zardini</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.soundmagazine.it/wp-content/blogs.dir/1/files/2010/04/editors-band.jpg"><img src="http://www.soundmagazine.it/wp-content/blogs.dir/1/files/2010/04/editors-band-150x150.jpg" alt="" width="54" height="54" /></a>Un’ora e mezza di concerto è sufficiente per capire che gli Editors hanno delle gran canzoni e dal vivo ce ne si accorge ancora di più, sono degli ottimi musicisti.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong>Recensione di Chiara Bronzin</strong></em></p>
<p><a href="http://www.soundmagazine.it/wp-content/blogs.dir/1/files/2010/04/editors-band.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-14421" style="margin: 5px" src="http://www.soundmagazine.it/wp-content/blogs.dir/1/files/2010/04/editors-band-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" align="left" /></a>Dopo le due date dello scorso anno a Roma e Milano, la band inglese torna in Italia per presentare il nuovo album ‘In This Light And On This Evening’ al Palatorino.<br />
Purtroppo la location non è delle migliori, l’impianto acustico lascia un po’ a desiderare e il pubblico torinese non è numeroso ad accoglierli.<br />
Il concerto si apre con il pezzo “<em>In This Light and on This Evening</em>”, il leader Tom Smith è al piano e la sua inconfondibile voce ipnotizza. Il pubblico risulta un po’ freddo nonostante questa sia una delle migliori track dell’album.<br />
Ma ben presto arriva la svolta, appena si riconoscono le prime note di “<em>An end has a start</em>”, il pubblico si scioglie anche grazie al carismatico Tom Smith, un vero trascinatore, sorprendendo tutti nel modo in cui sa tenere il palco.<br />
Poi è la volta di “Bones”, altro brano fantastico, eseguito alla perfezione. A questo punto il “delirio” è generale e i visi sono più sorridenti e la gente ipnotizzata dalla musica.<br />
Un altro pezzo del nuovo album che merita di essere ascoltato è “<em>Eat Raw Meat = Blood Drool</em>”, il quartetto di Birmingham dà il meglio di sé con gli strumenti e bisogna ammettere che dal vivo sono molto più piacevoli e coinvolgenti.<br />
I brani vengono interpretati alla perfezione e nonostante l’acustica penalizzi un po’ l’ascolto, con “<em>Racing Rats</em>” il pubblico si lascia trasportare definitivamente e comincia a dimenarsi e a ballare e così anche gli Editors vengono ripagati per la loro bravura.<br />
La voce perfetta di Tom Smith, che si contorce sempre di più sulla sua chitarra, così come la parte strumentale, viene assaporata anche in “<em>Munich</em>” e nella struggente “<em>Smokers Outside the Hospital Doors</em>”.<br />
Dopo una breve pausa, Tom Smith torna sul palco da solo e sedendosi al piano intona “<em>No sound but the wind</em>”, ballata incantevole contenuta nella colonna sonora del film Twilight e non importa ciò che pensate della pellicola, questa canzone fa venire i brividi da quanto riesce ad emozionare.<br />
In conclusione non poteva mancare “<em>Papillon</em>”, il singolo che piace un po’ a tutti anche se, a mio avviso, sopravvalutato e banale ma a questo punto il pubblico è a dir poco esaltato dal brano e per chiudere in bellezza, il quartetto inglese saluta i torinesi con Fingers in the Factories.<br />
Un’ora e mezza di concerto è sufficiente per capire che gli Editors hanno delle gran canzoni e dal vivo ce ne si accorge ancora di più, sono degli ottimi musicisti e anche se si potrebbe pensare il contrario non hanno deluso, anzi, sono stati una bella sorpresa.</p>
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