Rock Im Ring – Bolzano – 10/07/2010
Recensione di Eleonora Piazzi
Chiusura di festival in grande stile per la manifestazione che si tiene da diversi anni nella spettacolare cornice dei monti sopra Bolzano.
Quest’anno la seconda e conclusiva giornata si è svolta sotto un sole cocente e una temperatura prossima ai 40 gradi, che grazie al calore dei fans si è alzata molto di più.
L’apertura della giornata è stata affidata alla The Bob Marley Tribute Show, che ha riscaldato il palco a suon di musica reggae, trombe e percussioni, riportando tutti quanti indietro nel tempo ad atmosfere da figli dei fiori e pacifismo imperante, per poi cambiare radicalmente con i Desperate Cowboys, che si è scatenato a suon di folk anni ’50 e ballate country ideali per l’ora di pranzo. La giornata è proseguita sulle note dei Burning the Ocean, che hanno presentato una performance di growl estremo, non semplice da seguire. Il giro sulle montagne russe è proseguito con gli Homies for life, gruppo hip hop locale, composto da quattro ragazzi dotati di ottimi polmoni e grande memoria, che hanno offerto un bello spettacolo anche per i non appassionati del genere.
A seguire tre gruppi notevoli: gli Slowtorch, i Reach Us Endorphine e i Fango. Ci hanno appassionato in particolar modo gli Slowtorch, formatisi nel 2004, della cui formazione originaria però conservano poco o nulla, in uscita a breve con la nuova demo registrata assieme a Mele, il nuovo cantante entrato nel gruppo proprio all’inizio di quest’anno, e con alcune date fissate per l’Inghilterra per l’anno prossimo. Il loro genere musicale potrebbe essere definito metal, ma come ci dicono loro stessi “Siamo troppo metal per il rock e troppo rock per il metal”. Insomma, un gruppo che è tutto un programma.
Molto bravi anche i Fango, anch’essi di provenienza trentina, la cui formazione è più recente rispetto agli amici degli Slowtorch. I Fango infatti si sono formati nel 2007, e la loro formazione è stata consolidata nel 2009 con la presentazione del loro cd Nel buio, di cui si attende a breve il seguito, corredato anche da un vinile. Buono il sound, di influenza grunge, e la presenza scenica.
Il pomeriggio è poi proseguito con i Right To Silence, band di buona base rock, con alcuni accenni di screamo, ma mai troppo marcati, i Radio Riot Right Now, che hanno presentato un rock un po’ più pensate, una buona via di mezzo tra le chitarre pesanti e le percussioni rimbombanti, per poi proseguire con due gruppi di impostazione pesantemente metal, i Die Drogen e i Valient Thorr, che hanno spianato la strada al pezzo forte della serata.
I Gallows hanno riscaldato la scena, arrivando da Londra con tutta la loro carica e la loro determinazione, che li ha fatti apprezzare da tutto il pubblico. Si sono scatenati cori, pogo selvaggio e la discesa del cantante dal palco è stata tra le migliori che io abbia mai visto: non si è limitato solo a lanciarsi in mezzo alla folla, ma si è letteralmente messo in mezzo al pubblico, trascinandosi il lungo cavo del microfono per sistemare un gruppo di persone strette al centro di un cerchio formato da altre persone che gli correvano intorno, in una sorta di figura mistica paleolitica, con gli uomini delle caverne che adoravano i loro idoli correndo in cerchio. Ottimo sound, buona performance, ottimo coinvolgimento del pubblico e carica a mille, che ha introdotto nel migliore dei modi il pezzo clou della serata: Danko Jones con la sua band di degni compari, che hanno infiammato la folla e riscaldato una notte già al limite dell’ebollizione.
Semplicemente spettacolari non ci sono molte parole da aggiungere per la performance del trio di origini canadesi, che al momento è impegnato ad attraversare tutta l’Europa con la promozione del nuovo cd Below the belt. La carica, l’energia, la grinta che scaturisce da ogni singolo brano, da ogni singola nota suonata, da ogni singolo rintocco delle bacchette sui tamburi è sconvolgente, ti riempie il cuore e l’anima e non ti permette di stare fermo. A un concerto dei Danko Jones devi ballare, devi muoverti, devi fare qualsiasi cosa per tenere il tempo e muoverti al loro ritmo rock, sia che stiano cantando i vecchi brani come Don’t fall in love o Code of the road, sia che propongano per la prima volta i brani del nuovo album, come Had enough o Full of regret. Uno spettacolo unico e terribilmente bello, che come ogni cosa che ha caratteristiche eccezionali, è finito troppo presto, facendo calare il sipario sul festival con un ringraziamento da parte dello stesso Danko non solo ai grandi della musica come Jimi Hendrix o Ronnie James Dio, ma anche al suo pubblico italiano che lo ha accolto con immenso calore e che ha ritrovato con grande piacere.
Ecco alcune foto (di Silvana Gandini per Sound Magazine):
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Un’entrata in punta di piedi, nella penombra, ha sancito l’inizio dell’ascolto (o forse meglio dire lettura) di “Nightbook”, l’ultima opera di Ludovico Einaudi.
Il tanto atteso carrozzone dell’Eastpak Antidote Tour sbarca in una Milano dai tipici tratti somatici autunnali di un lunedì che mai nella storia è stato il giorno designato per un concerto. Ma oggi si fa un’eccezione, oggi abbiamo fra le mani un bill di tutto rispetto costituito da pietre miliari e band affermate, da nuove leve e futuri rappresentanti della scena, gruppi per i quali converrebbe anche farsi una scampagnata a piedi nudi in un campo innevato per goderseli. Non sappiamo quanto abbia giovato il fatto che la serata è stata spostata dal Muscidrome all’Alcatraz di Via Valtellina, sappiamo però che il risultato acustico nel corso dell’evento è stato a dir tanto sufficiente. Per chi come me ha sudato e gridato sotto il palco per 3/4 del tempo, avrà riscosso l’enorme differenza nel seguire il tutto dal “soppalco” del locale, dove il sound era quasi inaccettabile. Un elemento che ha sicuramente influenzato negativamente la prova dei Mainline, rappresentanti del belpaese e pronti a ben figurare per quell’Italia ormai in crisi di idee e proposte valide internazionalemnte parlando. I torinesi se la cavano comunque alla grande, sono dotati di personalità e esperienza da vendere, anche se il loro prog hardcore di matrice Misery Signals non ssembra scaldare il poco pubblico fin li presente. Peccato perchè questi validissimi ragazzi meriterebbero maggiori attenzioni di quante altre band di casa nostra hanno. Il cartellone ufficiale si apre con i The Ghost Of A Thousand, band del calderone Epitaph che ha recentemente pubblicato lo spettacolare “New Hopes New Demonstrations”. Essendo stati tra i primi mescolatori di rock’n'roll e hardcore nel mondo, c’è molta curiosità di come reagiscano ad un nuova realtà come quella italiana. La setlist è quasi interamente dedicata all’ultimo lavoro, forse piu’ conosciuto da noi, e i fans di This Is Where The Fire Begins come il sottoscritto, rimangono un po’ a bocca asciutta nel non sentire brani come “Bored of Math” o “New Toy”. Grande prova, soprattutto del frontman Tom, che si getta nel pit piu’ e piu’ volte per scatenare il freddo gruppo di sostenitori, organizzando un wall of death (ben riuscito) e scatenandosi nel pogo, da buon punkers quale è. Non mi aspettavo così tanto entusiasmo invece per i Four Year Strong. I pop punkers di Boston sfornano un intensa scaletta basata su quelle perla quale è Rise Or Die Trying, evidenziando gli elementi migliori, entusiasmando anche coloro storcevano il naso prima che O’Connor & co. salissero sul palco. Persiste il dubbio di che ruolo il tastierista ricopre, la cui assistenza musicale è marginale. Il top è stato il double finale “Maniac” + “Heroes Get Remembered…” con lo scatenante circle pit e il corale TEAM UP! TEAM UP!, importante quanto uno scambio di mano ad una funzione religiosa e sul quale tutti siamo diventati un po’ piu’ amici. Un intro horror, degno del maestro Dario Argento, accompagna chi davvero è ultra atteso da tutti:gli AlexisOnFire.
É un Bloom di Mezzago degno delle grandi occasioni quello che si propone come contesto dell’unica data italiana dei Raised Fist, la storica band svedese che torna in Italia per promuovere il suo ultimo lavoro “Veil of Ignorance” (parola molto usata quest’anno fra le band hardcore, nda).