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Recensioni Concerti



Rock Im Ring – Bolzano – 10/07/2010

Recensione di Eleonora Piazzi

Chiusura di festival in grande stile per la manifestazione che si tiene da diversi anni nella spettacolare cornice dei monti sopra Bolzano.
Quest’anno la seconda e conclusiva giornata si è svolta sotto un sole cocente e una temperatura prossima ai 40 gradi, che grazie al calore dei fans si è alzata molto di più.
L’apertura della giornata è stata affidata alla The Bob Marley Tribute Show, che ha riscaldato il palco a suon di musica reggae, trombe e percussioni, riportando tutti quanti indietro nel tempo ad atmosfere da figli dei fiori e pacifismo imperante, per poi cambiare radicalmente con i Desperate Cowboys, che si è scatenato a suon di folk anni ’50 e ballate country ideali per l’ora di pranzo. La giornata è proseguita sulle note dei Burning the Ocean, che hanno presentato una performance di growl estremo, non semplice da seguire. Il giro sulle montagne russe è proseguito con gli Homies for life, gruppo hip hop locale, composto da quattro ragazzi dotati di ottimi polmoni e grande memoria, che hanno offerto un bello spettacolo anche per i non appassionati del genere.
A seguire tre gruppi notevoli: gli Slowtorch, i Reach Us Endorphine e i Fango. Ci hanno appassionato in particolar modo gli Slowtorch, formatisi nel 2004, della cui formazione originaria però conservano poco o nulla, in uscita a breve con la nuova demo registrata assieme a Mele, il nuovo cantante entrato nel gruppo proprio all’inizio di quest’anno, e con alcune date fissate per l’Inghilterra per l’anno prossimo. Il loro genere musicale potrebbe essere definito metal, ma come ci dicono loro stessi “Siamo troppo metal per il rock e troppo rock per il metal”. Insomma, un gruppo che è tutto un programma.
Molto bravi anche i Fango, anch’essi di provenienza trentina, la cui formazione è più recente rispetto agli amici degli Slowtorch. I Fango infatti si sono formati nel 2007, e la loro formazione è stata consolidata nel 2009 con la presentazione del loro cd Nel buio, di cui si attende a breve il seguito, corredato anche da un vinile. Buono il sound, di influenza grunge, e la presenza scenica.
Il pomeriggio è poi proseguito con i Right To Silence, band di buona base rock, con alcuni accenni di screamo, ma mai troppo marcati, i Radio Riot Right Now, che hanno presentato un rock un po’ più pensate, una buona via di mezzo tra le chitarre pesanti e le percussioni rimbombanti, per poi proseguire con due gruppi di impostazione pesantemente metal, i Die Drogen e i Valient Thorr, che hanno spianato la strada al pezzo forte della serata.
I Gallows hanno riscaldato la scena, arrivando da Londra con tutta la loro carica e la loro determinazione, che li ha fatti apprezzare da tutto il pubblico. Si sono scatenati cori, pogo selvaggio e la discesa del cantante dal palco è stata tra le migliori che io abbia mai visto: non si è limitato solo a lanciarsi in mezzo alla folla, ma si è letteralmente messo in mezzo al pubblico, trascinandosi il lungo cavo del microfono per sistemare un gruppo di persone strette al centro di un cerchio formato da altre persone che gli correvano intorno, in una sorta di figura mistica paleolitica, con gli uomini delle caverne che adoravano i loro idoli correndo in cerchio. Ottimo sound, buona performance, ottimo coinvolgimento del pubblico e carica a mille, che ha introdotto nel migliore dei modi il pezzo clou della serata: Danko Jones con la sua band di degni compari, che hanno infiammato la folla e riscaldato una notte già al limite dell’ebollizione.
Semplicemente spettacolari non ci sono molte parole da aggiungere per la performance del trio di origini canadesi, che al momento è impegnato ad attraversare tutta l’Europa con la promozione del nuovo cd Below the belt. La carica, l’energia, la grinta che scaturisce da ogni singolo brano, da ogni singola nota suonata, da ogni singolo rintocco delle bacchette sui tamburi è sconvolgente, ti riempie il cuore e l’anima e non ti permette di stare fermo. A un concerto dei Danko Jones devi ballare, devi muoverti, devi fare qualsiasi cosa per tenere il tempo e muoverti al loro ritmo rock, sia che stiano cantando i vecchi brani come Don’t fall in love o Code of the road, sia che propongano per la prima volta i brani del nuovo album, come Had enough o Full of regret. Uno spettacolo unico e terribilmente bello, che come ogni cosa che ha caratteristiche eccezionali, è finito troppo presto,  facendo calare il sipario sul festival con un ringraziamento da parte dello stesso Danko non solo ai grandi della musica come Jimi Hendrix o Ronnie James Dio, ma anche al suo pubblico italiano che lo ha accolto con immenso calore e che ha ritrovato con grande piacere.

Ecco alcune foto (di Silvana Gandini per Sound Magazine):

 

 

 

 

 



Lostprophets – Milano – 23/04/2010

(Recensione di Eleonora Piazzi)

Che i Magazzini Generali non siano il massimo è cosa nota. Che l’organizzazione lo sia anche meno è ormai estremamente confermato e ne abbiamo avuta l’ennesima riprova. Ciò non toglie che avere i Lostprophets in Italia per la promozione del nuovo album, The betrayed, dopo sei anni di attesa per un nuovo appuntamento live, non ha prezzo e ti fa ampiamente superare anche questi inconvenienti tecnici. Buona anche la presenza di fan accorsi per i Blackout, gruppo di origine anch’esso gallese, alla sua quarta volta in Italia, come mi conferma Gavin, uno dei due cantanti del gruppo, e ben felici di poter suonare per la prima volta di fronte al pubblico milanese e non “in the middle of nowhere”, come mi ha detto ironizzando sulla loro prima volta qui. Guardandoli, li diresti sei bravi ragazzi di periferia borghese che suonano per fare i ribelli, ma non appena toccano i microfoni scatenano una grinta e un’energia che travolge tutto il pubblico, compresi coloro che, come la sottoscritta, si ritrovano a sentirli per la prima volta. Molto bella l’idea di annunciare con un’aria lirica il loro ingresso, esaltante la presenza di Sean [l’altro cantante] sul palco, che oltre a mostrare ampie parti del proprio fondoschiena, cosa comunque molto apprezzata dal pubblico femminile, gioca tantissimo col microfono, lanciandolo, facendolo roteare e sbattendoselo a ripetizione sulla fronte. Speriamo che ciò non porti gravi conseguenza per la sua salute mentale! Non ci è piaciuto molto sentirlo dire: “This place is shit! We are in Shitaly!”, ma siamo anche convinti della sua buonafede e del fatto che fosse un commento satirico e non serio. Peccato che la loro scaletta si sia potuta ridurre solo a sei pezzi per motivi di tempo.
I Lostprophets sono stati attesi solo per venti minuti, giusto il tempo di cambiare i piatti della batteria, sistemare i microfoni e portare le tastiere. Nota di colore: il soundcheck della batteria dei Lostprophets è stato fatto direttamente da Gareth, batterista dei Blackout. La loro entrata è stata accompagnata dal fumo di borotalco e da luci azzurre, perfettamente in linea con la copertina del loro nuovo album. L’apertura è affidata a “It’s not the end of the world”, e subito ci spaventa il fatto che si presentino in modo molto statico, praticamente tutti in fila, neanche fossero una compagnia teatrale che prende gli applausi alla fine dello spettacolo. Il motivo di ciò risulta però subito chiaro: il palco è pessimo, con gli amplificatori che costituiscono una sorta di barricata davanti a loro, il che, unito alla presenza di sei persone con conseguente strumentazione, limita, per non dire che annulla, le possibilità di movimento. Siamo però rapidamente rincuorati e riscaldati dalla potenza vocale di Ian, che grazie alla pessima acustica della sala, si sente appieno solo a tratti. Nel momento in cui Stuart, il bassista, chiama il battimani ci rendiamo conto della loro voglia di fare spettacolo, divertirsi, divertire e creare un tutt’uno col pubblico. La serata prosegue con il pogo sulle note di “Burn, burn”, che infiamma gli animi, per poi proseguire ancora più scatenata di prima con “Can’t catch Tomorrow (Good shoes can’t save you this time)”, anche se qui ci sono stati alcuni problemi di intonazione, con le chitarre di una nota troppo alta rispetto alla voce, ma si è rivelata l’unica pecca della serata, che è proseguita con “Last summer”, un’improvvisazione rap spettacolare che ha fatto da apertura “For he’s a jolly good felon”, il nuovo singolo uscito proprio in questi giorni, “ A town called hypocrsy”, la mitica “Last train home” che ha sciolto i cuori dei fan old school, “Where we belong”, “Everybody screaming!!!” per poi concludere con una piccola chicca tratta proprio dal primo album The fake sound of progress, “Shinobi vs. Dragon Ninja”. Per mandare ancor più in delirio un pubblico ormai esaltato, il gruppo ha concesso un mini bis, visto che il tempo a loro disposizione concedeva solo quello, tornando con “Everyday combat”. Ian e soci sono stati raggiunti da Sean dei Blackout, che è salito attraversando il pubblico e non passando dalle quinte. I due cantanti non hanno duettato solo vocalmente, ma hanno dato vita anche a una esilarante scenetta di sesso simulato, che ci ha fatto concludere la serata con una grossa risata.
Lee Gaze, il chitarrista dei Lostprophets, via twitter ha salutato Milano con queste parole: “Milano sei stata fantastica la scorsa notte. Ci hai fatto andare via di testa. Non abbiamo mai visto tanti fan aspettarci dopo uno show. E’ stato fantastico incontrarvi tutti.”. A tutti i fan accorsi per salutarli hanno promesso di tornare in Europa in autunno con un’altra data milanese ad ottobre, mentre Gavin dei Blackout ci ha salutato con un “Ciao for now!”. Aspettiamo ottobre con impazienza allora!

Magazzini Generali aren’t a good place and this is a fact. Italian organisation is a strange world, and this is another fact. But this doesn’t mean that we weren’t glad to have Lostprophets in Italy after six years of absence, here to promote their new album, The betrayed. There were a good fans presence also for The Blackout, pretty well known in Italy, and here in our country for the fourth time, as tells to me Gavin, one of the two singers. “We are really glad to play here in Milan, and not in the middle of nowhere as we did the first time in Italy” says Gavin with a laugh.
When you look at The Blackout, you can say that they seem like six good family boys, that play music to look like rebels, but when they grab microphones and instruments and begin to play they set off such an energy and grit that involves every single person in the room, even who, as me, hear them for the first time.
I liked their introduction, an aria taken from an opera, with perfumed smoke all around. Sean has been exciting on stage, he showed many parts of his bottom, and this has been really appreciated by girls, but showed also a deep and intense energy, he played a lot with microphone, throwing it in the air, and hitting his head many times: we hope that this will be without consequences for his mental health! We didn’t like when I said: “This place is shit! We are in Shitaly!” but we are pretty sure about the fact that he was joking and said that ironically and not seriously. Unfortunately they could play only six songs, too much short tracklist, we know, but they had few time (thanks stupid Italian Friday night clubbing habit!).
We waited for Lostprophets for 20 minutes only, just the time to change instruments and clean microphones. Funny moment: Lostprophets drum soundcheck has been done by Gareth, The Blackout drummer. Really amazing! They came on stage surrounded by the same perfumed smoke as The Blackout, and lighted by blue lights, perfectly according to their new album cover. They begun with “It’s not the end of the world”, and we all have been scared by their immobility: they were all disposed along a unique line, like actors at the end of a representation, waiting for cheers. But we immediately saw why they were so static: stage were too small, amplifiers were too many and put along a unique line, creating a sort of barrier, that added to the fact that on stage there were five people (drummer in this case doesn’t count) each one with an instrument, leave to each of them few space to move. We can pass over all these thanks to beautiful and powerful Ian’s voice, even if bad room acoustic let us appreciate it only sometimes. When Stuart, the bassist, asked us to cheers, we understood that they will have a great show, entertain us, make us have fun but also have fun on their own and be only one with public. They continued with “Burn, burn”, that really burned our souls, “Can’t catch tomorrow (Good shoes will can’t save you this time)”, where there’s been a problem with intonation: Ian’s one was lower than guitars one. But this has been the only negative part of the whole night. The show went on with “Last summer”, an awesome rap improvisation before “For he’s a jolly good felon”, the new single out now, “A town called hypocrisy”, the epic “Last train home” that melted old school fans’ hearts, “Where we belong”, “Everybody screaming!!!”, and then they concluded with “Shinobi vs. Dragon ninjia”, taken from their first album, The fake sound of progress, exahulting a public still excited. To melt definitely their public, Ian and co. offered an encore, joined by Sean of The blackout, that sang with them “Everyday combat”. Sean reached the stage passing through the crowd and not from the backstage, and simulated a funny sex scene with Ian, making us laugh loud.
Lee Gaze, Lostprophets guitarist, said hi to Milan public in this way: ”Milan you were amazing last night. Blew us away. Never seen so many fans hanging around after the show either. Was awesome to meet you all.” They promised to their Italian fans to come back in tour across Europe during the Fall, with an October date in Italy, again in Milan, while Gavin of The Blackout said to us: “Ciao for now!” So we are waiting for October with impatience!



Give It a Name Festival – Milano – 17/04/2010

Recensione di Eleonora Piazzi

Non un concerto, non un festival, non uno spettacolo, ma pura magia musicale. Finalmente anche l’Italia ha potuto conoscere una parte di quel mondo festivaliero che tocca praticamente tutti i paesi d’Europa tranne il nostro. Sette gruppi si sono alternati sul palco, dando vita a quanto di meglio ci si potesse aspettare. Più di sei ore quasi ininterrotte di musica, che hanno mandato la folla in delirio. La maggior parte dei presenti si sono ritrovati sotto il tetto dell’Alcatraz al grido di “Sum 41”, assenti dalle scene italiane dal 2003, così come gli A.F.I., acronimo di A Fire Inside, anch’essi mancati al pubblico italiano da parecchi anni.
L’apertura è stata affidata agli italianissimi Andead, gruppo capitanato da Andrea Rock, già voce di Virgin Radio e volto storico di Rock Tv, che ha presentato diversi brani del nuovo album, intitolato “Hell’s Kitchen”.
A seguire sono saliti sul palco i The Friday Night Boys, gruppo americano attivo già dal 2006, iscrivibile nel filone del pop punk, quella che io definisco “musica da college americano”, tipica dei garage e dei film ambientati nei campus universitari, leggera, ma di un certo effetto. Prima volta per questo gruppo in Italia, anche se negli Stati Uniti hanno già un discreto pubblico. Pezzo di punta della loro esibizione è stato”Stupid Love Letters”, di cui è appena stato presentato il video.
Un rapido cambio di palco ha portato ad avvicendarsi ai The Friday Night Boys, i sempre americani The Swellers, provenienti dal Michigan, in attività ben dal 2002, con già quattro album e un best of alle spalle, il cui ultimo lavoro, Ups and Downsizing è della fine dell’anno scorso, e sono in questi mesi in tour in Europa proprio per la promozione del nuovo album, dove suoneranno oltre che al Give It A Name, anche assieme ai Motion City Soundtrack e al Vans Warped Tour. Il loro suono è duro, graffiante, con accenni di screamo mai esagerati, ma sempre con stile, calibrati alla perfezione e con un ottimo tempo.
I Madina Lake invece sono stati la perla della serata. Molto più emozionati dei fan che per la prima volta li vedevano in Italia, hanno eseguito un repertorio impeccabile, pescando sia dal primo che dal secondo album, inserendo però solo pezzi estremamente energetici, evitando invece le canzoni più melodiche, chiudendo con “Here I stand” tratta dal primo album. Particolarmente divertente è stato il lancio di enormi palloni bianchi pieni di coriandoli dello stesso colore, in tema con l’abbigliamento della band, ad eccezione di Nathan, il cantante, unico vestito completamente di nero. Nel momento in cui questi esplodevano una piccola pioggia di coriandoli ricopriva la folla sottostante, creando un divertente effetto scenico. La follia di Nathan, di cui ho sempre letto, mi è stata confermata appieno, nel momento in cui, verso la metà della loro esibizione, si è tolto le scarpe, ha preso la rincorsa e si è letteralmente gettato sulla folla, mandandola in visibilio.
Gli Story of The Year hanno offerto un impeccabile viaggio attraverso il loro quattro album, peccato però che siano stati accolti con una certa freddezza dal pubblico di ragazzini nemmeno ventenni, pervenuti all’Alcatraz solo per assistere all’esibizione dei Sum 41. La band non la prende molto bene, e anche se cerca di nascondere la propria delusione, questa è perfettamente palpabile. Nonostante tutto hanno incitato il pubblico a cantare i ritornelli, e quattro disgraziati che, come me, erano li anche per loro, sono stati ben contenti di seguirli.
Finalmente sono arrivati i Sum 41, con grande gioia dei ragazzini più cafoni e maleducati che io abbia mai avuto la sfortuna di incontrare, che hanno presentato pezzi datati, anche perché il loro ultimo album risale al 2007. Hanno cercato di coinvolgere un pubblico in visibilio solo per il fatto che loro fossero sul palco, con una scaletta che però ha riscosso molto successo: “Hell song”, “Fat Lip”, “My direction”, “Walking disaster”, “Still waiting” pezzo di punta ovviamente, che ha scatenato il pogo a livelli impressionanti. Molto bella la cover di “Paint it Black” dei Rolling Stones, meno apprezzato invece il finale, dove i Sum hanno presentato alcuni pezzi del loro B-Project, i Pains for Pleasure, band più tendente al metal che al pop- punk, dove i componenti sono gli stessi ma a ruoli invertiti. E per quanto Steven, il batterista, sia un bravo musicista, non ha il carisma di Derryck nel tenere il palco. La chiusura è stata col solito lancio di bacchette e un saluto in italiano ai fan ormai stanchi.
La stanchezza non ha infatti giovato all’accoglienza degli A.F.I., i veri headliner del festival. Nonostante la grande energia con cui Davey si è presentato letteralmente schizzando sul palco, aprendo con “Medicate”, tratto dal nuovo album appena uscito Crash love, che riporta il gruppo agli splendori dei primi album, dopo la sperimentazione di Decemberunderground, che al di là dei testi, si discostava particolarmente a livello musicale dai precedenti. Tracklist particolarmente ricca,  con “Girl’s not gray”, “The leaving song Pt 2”, “Kill caustic”; “The days of the Phoenix”, “Love like the winter”, “Miss Murder”, per poi concludere con “Silver and Cold”tratto da Sing the sorrow, che ha letteralmente fatto rabbrividire I fan di vecchia data. Il bis non è stato concesso, anche per problemi tecnici dovuti al blocco aereo causato dalla nube di fumo proveniente dall’Islanda.
In compenso però quasi tutti hanno dato la possibilità ai fan di un saluto, un autografo e un paio di foto all’uscita dal backstage, ad eccezione dei Sum 41 che sono scappati sul van che li ha portati in albergo.
Insomma una giornata letteralmente epica, dove la parola d’ordine è stata energia, scaturita da chiunque abbia toccato il palco dell’Alcatraz durante il festival, che nonostante alti e bassi e pubblico più o meno educato, è stata indimenticabile e ha mandato in visibilio il pubblico numeroso accorso nonostante la pioggia milanese.



Editors – Torino – 12/04/2010

Recensione di Chiara Bronzin

Dopo le due date dello scorso anno a Roma e Milano, la band inglese torna in Italia per presentare il nuovo album ‘In This Light And On This Evening’ al Palatorino.
Purtroppo la location non è delle migliori, l’impianto acustico lascia un po’ a desiderare e il pubblico torinese non è numeroso ad accoglierli.
Il concerto si apre con il pezzo “In This Light and on This Evening”, il leader Tom Smith è al piano e la sua inconfondibile voce ipnotizza. Il pubblico risulta un po’ freddo nonostante questa sia una delle migliori track dell’album.
Ma ben presto arriva la svolta, appena si riconoscono le prime note di “An end has a start”, il pubblico si scioglie anche grazie al carismatico Tom Smith, un vero trascinatore, sorprendendo tutti nel modo in cui sa tenere il palco.
Poi è la volta di “Bones”, altro brano fantastico, eseguito alla perfezione. A questo punto il “delirio” è generale e i visi sono più sorridenti e la gente ipnotizzata dalla musica.
Un altro pezzo del nuovo album che merita di essere ascoltato è “Eat Raw Meat = Blood Drool”, il quartetto di Birmingham dà il meglio di sé con gli strumenti e bisogna ammettere che dal vivo sono molto più piacevoli e coinvolgenti.
I brani vengono interpretati alla perfezione e nonostante l’acustica penalizzi un po’ l’ascolto, con “Racing Rats” il pubblico si lascia trasportare definitivamente e comincia a dimenarsi e a ballare e così anche gli Editors vengono ripagati per la loro bravura.
La voce perfetta di Tom Smith, che si contorce sempre di più sulla sua chitarra, così come la parte strumentale, viene assaporata anche in “Munich” e nella struggente “Smokers Outside the Hospital Doors”.
Dopo una breve pausa, Tom Smith torna sul palco da solo e sedendosi al piano intona “No sound but the wind”, ballata incantevole contenuta nella colonna sonora del film Twilight e non importa ciò che pensate della pellicola, questa canzone fa venire i brividi da quanto riesce ad emozionare.
In conclusione non poteva mancare “Papillon”, il singolo che piace un po’ a tutti anche se, a mio avviso, sopravvalutato e banale ma a questo punto il pubblico è a dir poco esaltato dal brano e per chiudere in bellezza, il quartetto inglese saluta i torinesi con Fingers in the Factories.
Un’ora e mezza di concerto è sufficiente per capire che gli Editors hanno delle gran canzoni e dal vivo ce ne si accorge ancora di più, sono degli ottimi musicisti e anche se si potrebbe pensare il contrario non hanno deluso, anzi, sono stati una bella sorpresa.



30 Seconds to Mars – Milano – 22/03/2010

Recensione di Eleonora Piazzi

Più che di un concerto, stavolta si può parlare di un vero e proprio show. Allo spegnimento delle luci gli Street Drum Corps si sono presentati subito al meglio delle loro capacità, suonando con i volti imbavagliati tre bidoni della spazzatura, tirando fuori della musica semplicemente eccezionale. Hanno energia, bravura e ritmo da vendere questi cinque ragazzi californiani, in grado di fare musica con qualsiasi cosa, dai bidoni della spazzatura ai fusti vuoti di birra. Il pezzo più bello è stato indubbiamente  “I miss you”, una canzone melodica ma molto intensa che farà parte del nuovo album in uscita tra breve, il perfetto finale dei precedenti pezzi di puro stampo punk- rock californiano, di quelli che ti fanno sempre e solo pensare a giornate di sole al mare.
Un po’ più fredda è stata l’accoglienza per il secondo gruppo di supporto, i danesi Carpark North, visto anche il loro genere maggiormente paragonabile al più intellettuale brit pop che non al punk casinista dei garage universitari, anche se questo gruppo esordiente ha dimostrato di avere talento e buone capacità musicali, di tenere il palco e il pubblico in modo adeguato, anche se purtroppo non si trovavano nel contesto ideale per essere apprezzati appieno.
Eccezionale l’arrivo dei 30 seconds to Mars, il cui arrivo è stato ovviamente preannunciato dal solito telone che copre il palco, su cui sono state proiettate le ombre di Jared and co. da potenti fari che hanno illuminato tutta la serata. Alla caduta del telone  nero che li copriva, gli Street Drum Corps sono venuti alla ribalta sventolando grandi bandiere bianche, mentre Jared e soci si lanciavano in una performance eccezionale di “Night of the hunter”. Shannon, finalmente alla ribalta nel nuovo tour, e non più costretto con la sua batteria in posizione defilata dietro al fratello, seppure sul suo solito trespolo, è stato promosso alla sinistra di Jared, a scapito però del povero Tim, il bassista che non ha mai preso ufficialmente il posto di Matt (attualmente nelle schiere degli AVA con Tom DeLonge), e che è stato retrocesso in seconda fila, con qualche sporadica e non sempre apprezzata incursione alla ribalta.
Purtroppo non è stato fatto nessun pezzo del primo album, anche se sono stati scelti i pezzi migliori di A beautiful lie, il secondo album, e ovviamente  This is war, il terzo lavoro, a cui è stata aggiunta l’inedita “Revenge”, riproposta in versione acustica. Sempre a proposito di acustiche, la sessione unplugged è stata stupefacente, fatta proprio dagli spalti del Palasharp, in mezzo alla folla, memorabile il commento di Jared “Damn I’m surrounded by italians!” che ovviamente ha scatenato una potente risata collettiva. Vedere di nuovo questo cantante, molto spesso così schivo rispetto alla folla, in mezzo al suo pubblico è stato davvero incredibile, così come è stata incredibile la calma delle tribune, forse troppo attonite dalla sua presenza tra di loro per capire cosa stesse realmente accadendo.
Il colpo di grazia credo sia stato dato alla fine, quando Mr Leto ha chiamato a raccolta un discreto numero di fan sul palco, per concludere con il primo singolo del nuovo album “Kings and Queens”, a cui hanno partecipato anche gli Street Drum Corps, chiudendo il concerto in una sorta di grande abbraccio collettivo.
Particolarmente interessante si è rivelato il concorso per videomaker indetto dagli stessi Mars, i quali hanno dato la possibilità a due registi in erba di cimentarsi con le riprese live del concerto, riprese che finiranno nel DVD in lavorazione di prossima uscita. Alcune delle immagini che i ragazzi stavano registrando erano proiettate direttamente sul megaschermo alle spalle della band, alternato ad alcuni video storici, riproposti proprio in concomitanza con l’esecuzione delle canzoni stesse. L’effetto è stato molto scenico e al tempo stesso quasi surreale, perché vedere Shannon ripreso dall’alto mentre ce l’hai di fronte ha la capacità di farti girare la testa.
Insomma, per una volta un concerto dei Mars si è trasformato in un vero e proprio spettacolo di intrattenimento, piacevole, coinvolgente e ben orchestrato, invece che il solito momento di autocompiacimento del cantante.



Calibro 35 – Verona – 31/03/2010

Indossate i vostri occhiali scuri e tirate fuori dalla naftalina i pantaloni a zampa di vostro padre. Questi sono due requisiti necessari per poter fare quel balzo indietro di trent’anni, come neanche sentirlo.
Siete pronti per la rapina? L’adrenalina sale al passo con la ritmica pulsante del drumming di Fabio Rondanini e viene amplificata all’ennesima potenza dei riff funk della chitarra, dal basso martellante e spiritato,  e dai passaggi acid jazz delle tastiere del poliedrico Enrico Gabrielli.
Il calibro 35 per le armi non esiste, rimane quindi incastonato nella trama ideale di un film poliziesco, proprio come le loro colonne sonore, che attingono ai grandi classici come “La morte accarezza mezzanotte” di Gianni Ferrio, “Milano Odia” di Ennio Morricone e “Il Consigliori” di Riz Ortolani, per citarne solo alcuni.
I Calibro 35 invece esistono eccome ed esplodono di perfezionismo esecutivo, di guizzi potenti che lasciano un’impronta personale nella loro musica prettamente strumentale e li distanziano dall’essere un gruppo esecutore di cover. Sinceramente, anche fosse, lo farebbero così bene e con un piglio così intuitivamente geniale, che non peserebbe affatto.
Questo “supergruppo” è del resto composto da musicisti che già collaboravano con artisti come Niccolò Fabi, Mariposa, Eugenio Finardi e Afterhours, uniti dalla fortunata mente del noto prodotture Tommaso Colliva. Questo va detto perchè in questo modo si coglie maggiormente la cura dei dettagli, dei suoni fantastici, dell’uso di svariati strumenti (oltre a batteria, pianoforte elettrico, organo, basso e chitarra sono stati suonati anche il flauto traverso, il sax, cembalo e xilofono), che danno un impatto quasi orchestrale all’esecuzione dei pezzi.
L’approccio fortemente improvvisativo, da lussuosa jam session metropolitana, crea una sorta di energia statica, che si consuma in pochi minuti, per poi rinnovarsi sotto altra forma e temperatura, come delle ruote di un binario che si modellano a seconda del calore e del peso, ma che sanno sempre esattamente dove andare.
I Calibro 35 non raccontano solamente di rapine a mano armata e spari nella notte cittadina, ma indossano il passamontagna e con il loro incedere sicuro riportano in vita i fasti dell’era d’oro delle colonne sonore italiane, rivestendole di nuovo, digrignando i denti, scuotendo la testa, sbattendo i piedi per terra e sorridendo sornioni.
Sempre bravissimi.



Om – Verona – 30/01/2010

So di gente che al concerto si è annoiata a morte, chi dopo pochi pezzi è uscito infastidito dai suoni troppo alti, chi è rimasto senza parole e chi è rimasto totalmente indifferente di fronte agli Om.
Io non sono tra questi. A me il concerto è piaciuto e tanto, a partire dall’apertura sconvolgente di Lichens (aka Rob Lowe), cantante e bassista dei 90 Day Men, che ha traghettato dolcemente e lentemente il pubblico verso il giusto stato d’animo.
Lo stesso Lichens è poi rimasto sul palco con gli Om, in veste di ipnotizzante cembalista e cantante, in grado di emettere dalla gola note e scale pulite e dritte come dei binari. Anche grazie alla sua magnetica presenza, posso dire che gli Om sono stati straordinari. Chi ha seguito tutto il loro percorso, partendo magari dall’ascolto degli Sleep, potrà apprezzare tutta l’evoluzione di questa band, che ha perso il precedente batterista Chris Hakius, ma ha guadagnato Emil Amos. Quest’ultimo ha fatto sì che l’ultimo lavoro del gruppo californiano, “God is Good”, abbia delle influenze sotterranee dei Grails, sua precedente band.
Il binomio basso-batteria in versione live ha riportato ad uno stato primitivo e grezzo i pezzi. Il basso aveva delle frequenze così alte che si schiacciavano addosso al costato e in un vortice ipnotico si incastravano con la voce di Cisneros e la batteria di Amos, new entry del gruppo californiano. Gli inserti di batteria si sono rivelati utili nel donare sfumature decise e cambi di registro, che erano forse rilegati precedentemente nei brani più “heavy”.
Chi già conosce gli Om sa bene che si è avvolti da riff mantrici dal sapore etnico, ripetuti allo sfinimento con voce mono-tono da santone consumato. L’Om del resto è considerato il suono primordiale che ha dato origine alla creazione, la quale viene vista come manifestazione stessa di questo suono. Al Cisneros si fa quindi portatore rock del mantra più sacro.
Tribalismi, trance, spiritualità tattile, trascendentale downtempo, delirio artistico controllato e psichedelia: ecco cosa sono gli Om live.



Ludovico Einaudi – Verona – 01/12/2009

ludovico einaudi liveUn’entrata in punta di piedi, nella penombra, ha sancito l’inizio dell’ascolto (o forse meglio dire lettura) di “Nightbook”, l’ultima opera di Ludovico Einaudi.
Un ingresso lieve, nascosto dagli abiti scuri, all’eleganza del Teatro Filarmonico, che ha fatto da splendida cornice al concerto.
Non ci si può far ingannare però dall’impostazione “classica” della serata, poichè uno dei grandi pregi di Einaudi è proprio sapere coniugare una visione della musica alta e nobile con un’impronta moderna e ad ampio raggio.
Facile notare tra il pubblico persone di tutte le età, segno che quando la musica è coinvolgente, toccante e soprattutto splendidamente suonata, non ci sono barriere d’età, cultura o di moda che tengano.
Che i brani fossero magistralmente suonati l’ho già detto, ma nell’aria c’era qualcosa in più, un filo invisibile che collegava “Nightbook” e il suo accento “onomatopeico” alla cura dei dettagli: il fruscio, tutto ciò che riempiva e completava il sottofondo. Questo è quello che vorrei sempre avere da un concerto, la sensazione tattile di ciò che l’artista vuole esprimere, un fermo immagine costante ma mutevole.
Tutto questo è stato aiutato dalla scelta di una scaletta estremamente indovinata, dinamica, che ha previsto la presenza nella maggior parte dei brani dei musicisti, alternata a parti soliste, che hanno saputo donare diversi tipi di pathos, da momenti corali e coinvolgenti e quelli più intimisti.
La particolare scelta di inserire il synth, violino, chitarra, basso, viola, tamburo, xilophono, glockenspiel, togliendo la batteria si è rivelata essere un raffinato modo per veicolare il suono in modo sinuoso ed originale.
La sinergia tra Einaudi ed i suoi musicisti è forte, tale da farsi “contaminare” vicendevolmente, da rendere al meglio (con cuore e talento) un’esecuzione già in partenza impeccabile.
Se questa prima tappa italiana del tour europeo è per lui “un ritorno a casa”, lo è stato anche per me, poichè il suo entusiasmo è riuscito ad arrivare a me (e a chi probabilmente era presente ieri sera) senza filtro alcuno, sorprendendo in punta di piedi.



Eastpak Antidote Tour – Milano – 02/11/09

eastpak antidote tourIl tanto atteso carrozzone dell’Eastpak Antidote Tour sbarca in una Milano dai tipici tratti somatici autunnali di un lunedì che mai nella storia è stato il giorno designato per un concerto. Ma oggi si fa un’eccezione, oggi abbiamo fra le mani un bill di tutto rispetto costituito da pietre miliari e band affermate, da nuove leve e futuri rappresentanti della scena, gruppi per i quali converrebbe anche farsi una scampagnata a piedi nudi in un campo innevato per goderseli. Non sappiamo quanto abbia giovato il fatto che la serata è stata spostata dal Muscidrome all’Alcatraz di Via Valtellina, sappiamo però che il risultato acustico nel corso dell’evento è stato a dir tanto sufficiente. Per chi come me ha sudato e gridato sotto il palco per 3/4 del tempo, avrà riscosso l’enorme differenza nel seguire il tutto dal “soppalco” del locale, dove il sound era quasi inaccettabile. Un elemento che ha sicuramente influenzato negativamente la prova dei Mainline, rappresentanti del belpaese e pronti a ben figurare per quell’Italia ormai in crisi di idee e proposte valide internazionalemnte parlando. I torinesi se la cavano comunque alla grande, sono dotati di personalità e esperienza da vendere, anche se il loro prog hardcore di matrice Misery Signals non ssembra scaldare il poco pubblico fin li presente. Peccato perchè questi validissimi ragazzi meriterebbero maggiori attenzioni di quante altre band di casa nostra hanno. Il cartellone ufficiale si apre con i The Ghost Of A Thousand, band del calderone Epitaph che ha recentemente pubblicato lo spettacolare “New Hopes New Demonstrations”. Essendo stati tra i primi mescolatori di rock’n'roll e hardcore nel mondo, c’è molta curiosità di come reagiscano ad un nuova realtà come quella italiana. La setlist è quasi interamente dedicata all’ultimo lavoro, forse piu’ conosciuto da noi, e i fans di This Is Where The Fire Begins come il sottoscritto, rimangono un po’ a bocca asciutta nel non sentire brani come “Bored of Math” o “New Toy”. Grande prova, soprattutto del frontman Tom, che si getta nel pit piu’ e piu’ volte per scatenare il freddo gruppo di sostenitori, organizzando un wall of death (ben riuscito) e scatenandosi nel pogo, da buon punkers quale è. Non mi aspettavo così tanto entusiasmo invece per i Four Year Strong. I pop punkers di Boston sfornano un intensa scaletta basata su quelle perla quale è Rise Or Die Trying, evidenziando gli elementi migliori, entusiasmando anche coloro storcevano il naso prima che O’Connor & co. salissero sul palco. Persiste il dubbio di che ruolo il tastierista ricopre, la cui assistenza musicale è marginale. Il top è stato il double finale “Maniac” + “Heroes Get Remembered…” con lo scatenante circle pit e il corale TEAM UP! TEAM UP!, importante quanto uno scambio di mano ad una funzione religiosa e sul quale tutti siamo diventati un po’ piu’ amici. Un intro horror, degno del maestro Dario Argento, accompagna chi davvero è ultra atteso da tutti:gli AlexisOnFire.
I canadesi sono tornati da noi dopo 3 anni e sono saliti sul palco schiaffeggiando il pubblico con “Drunks,Lovers,Sinners and Saints”, con conseguente reazione a catena del pubblico e inizio di deliri e crowd surfing. Si va dalle vecchie “Waterwings” e “No Transitory”, a quelle avute dal capolavoro Crisis come “We Are The Sound”, “Boiled Frogs” e la hit “This Could Be Anywhere In The World”. Pettit è tanto sudato quanto carico, McNeill e l’epilettico Steele rendono sempre di piu’ come impatto scenico, mentre Green sembra essere una voce fuori dal coro. Non perchè pecchi con la sua voce, anzi, ma perchè sembra poco partecipe allo show, non emettendo neanche un verso che non sia di una canzone tramite il microfono nè interagendo con tanti e soprattutto le tante girls arrivate per ammirare il, non so poi quanto, bel Dallas. La conclusiva “Accidents” è stata uno dei momenti topici della mia vita da concerti e vedere Pettit sollevato sulle teste delle persone quanto Gesu’ Cristo camminare sul lago di Tiberiade ti puo’ solo riempire di gioia nell’intendere quanto gli AOF abbiano ancora quell’attitudine che mai è mancata e a tanti è invidiata. INIMITABILI.
Tempo di fumarmi una sigaretta e constatare dalla polizia che il mio cellulare rubato (TI AUGURO TUTTO IL MALE DELLA VITA) non è stato ritrovato, che è il turno dell’ultima band, gli Anti-Flag. Headliner in Europa ma non in Inghilterra, i punk di Pittsburgh sono accolti carolosamente e si capisce perchè da noi siano gli attori principali. Senza lasciar respiro, tra una canzone e il solito comizio antitutto, la band di Justin Sane si conferma ultima portabandiera del punk-rock a stelle e strisce che tanto ha fatto bene a noi ventenni, mostrando la grande forza d’impatto che hanno sui giovani che vogliono cambiare il mondo. Chris#2 è il solito animale e trascinatore, ma alla lunga la frittata diventa insipida e già mangiata. Chicca del loro show è la cover dei Clash “Should I Stay,Should I Go”, da sempre unica e dichiarata influenza della band. Abbandono l’Alcatraz con la consapevolezza di non avere piu’ un cellulare e di poter affermare che stasera nessuno ha vinto, nessuno è arrivato dopo nè ha sfigurato, nessuno ha perso. Se non coloro che se ne sono stati a casa piuttosto che assistere a uno dei migliori concerti di sempre.



Raised Fist+Deez Nuts+Endwell – Mezzago (MI) – 24/10/09

raised fist concertoÉ un Bloom di Mezzago degno delle grandi occasioni quello che si propone come contesto dell’unica data italiana dei Raised Fist, la storica band svedese che torna in Italia per promuovere il suo ultimo lavoro “Veil of Ignorance” (parola molto usata quest’anno fra le band hardcore, nda).
La notte è freddissima, quasi degna della taiga scandinava e dopo un giro di saluti ad amici e conoscenti, ci si getta subito nell’afoso ed irrespirabile locale, tra un giro al merch e una bibita rinvigorente, ma la coda alla cassa è senza fine e decido di rivolgere la mia attenzione allo show che sta per iniziare. Ad aprire le danze sono i new yorker Endwell, che di certo non fanno fare una bella figura alla città patria dell’ hardcore. A tratti fuori tempo e decisamente troppo statici durante tutto il loro set, i cinque americani appaiono monotoni e inconcludenti e laddove la fantasia manca, ecco comparire come d’incanto l’ormai (ahimè) immancabile stacco breakdown, sempre piu’ visto come un muro dietro al quale rifugiarsi. Pochi sono i loro sostenitori, che debbono pero’ abbandonare la loro foga data la noiosità che gli Endwell trasmettono durante il loro live. BOCCIATI SENZA ATTENUANTI.
Passano 20 minuti ed ecco apparire gli australiani Deez Nuts, che fautori del mescolamento fra hip hop e hardcore si credono portabandiera di qualcosa di nuovo che poi cosi nuovo non è. L’opener “There’s No Tomorrow” sembrerebbe il preludio ad un set concitato e dall’anima party, ma ben presto mi accorgo che la pragmaticità dei quattro porta il tuttuno a variare l’idea che mi ero fatto dopo aver ascoltato in questi mesi il godibilissimo Stay True. Impatto sotto le attese, con il cantante J.J. Peters che sembra l’anima di Biggie Small intrappolata nel corpo di un surfista, e tanti pezzi fra i piu’ riconducibili a loro evitati, come il singolo “I Hustle Everyday”. La fiducia è ancora tanta e dato che dappertutto impazzano, li rimando alla prossima occasione. RIMANDATI.
Ed eccoci ai tanto attesi Raised Fist. Hanno appena perso il loro ultimo dei tanti  batteristi, ora in coma dopo un incidente (we don’t know if he ll go to heaven or down the ground dice il cantante Alexander) e la cosa salta subito all’orecchio. Dietro le pelli c’è ora l’ex Dark Funeral Matte Modin che spara all’impazzata per tutta l’ora di concerto come una saetta, pensando forse di suonare ancora con il vecchio gruppo. A mio giudizio una scelta molto piu’ ponderabilissima, in quanto il sound “sballa” toccando picchi di cacofonicità. Beh, c’è comunque da dire che l’acustica del Bloom non è quella dell’Apollo Theatre di Londra, ma lo stesso non mi è parsa nemmeno cosi pessima come molta gente mi ha fatto notare. La setlist sorvola tutta la storia della band, incentrandosi sugli ultimi due lavori “The Sound of Republic” e “Veil of Ignorance”, ma loro sembrano non essere invecchiati affatto. Salti, sputi, sudore e passione al servizio dei fans, cinque macchine da guerra che non necessitano di breakdown. Non mi hanno mai entusiasmato nè lo sono diventato ora, ma devo ammettere che molte band debbano ricredersi sul fatto di essere “in your face” e prendere qualche lezione di svedese per farsi spiegare un domani come faranno a sopravvivere alle ondate di stili e generi ai quali i Raised Fist sono sempre resistiti e hanno sempre mostrato di potersela cavare a occhi chiusi. PROMOSSI.