“Il mondo nuovo” di Il Teatro degli Orrori
Recensione di Andrea Broggi
“… Entrati videro appeso al muro uno splendido ritratto del loro padrone, quale l’avevano visto l’ultima volta in tutta la magnificenza della sua meravigliosa bellezza e gioventù. Per terra giaceva un uomo morto con un coltello piantato nel cuore. Aveva i capelli bianchi, il viso raggrinzito e ripugnante. Soltanto esaminando gli anelli riuscirono a riconoscerlo”.
Oscar Wilde Il ritratto di Dorian Gray
Ho deciso di aprire con una citazione libraria con lo scopo di raccontare l’effetto immaginifico prodotto da Face cancel, la copertina realizzata dall’artista Roberto Coda Zabetta, per questo album di fine gennaio dei Teatro degli orrori pubblicato da La Tempesta e distribuito dalla Universal.
Il mondo nuovo, terzo disco della band, comincia il suo essere concept dalla copertina, ritraendo in un’indecifrabile espressione il volto grinzoso, sfregiato, appena mostruoso di un uomo. E l’uomo è il centro se non anche il suo nucleo artistico.
Avevo sentito Cerco te il primo singolo estratto e la mia delusione era stata totale. E’ chiaro che non sempre si può scrivere qualcosa che piaccia a tutti, ma l’imbattermi in un pezzo simile era andato ben oltre, non tanto per la sua qualità, quanto più che altro per la qualità a cui il gruppo di Capovilla e compagni ci ha abituato dal 2007 a questa parte e la crescita a mio parere non c’entra nulla, semmai c’entra la voglia di raggiungere un pubblico più vasto. Tuttavia, soprattutto per l’immensa stima artistica che nutro verso di loro, mi ero ripromesso di attendere l’ascolto del resto del disco prima di tirare le somme.
Il mondo nuovo si presenta, quindi, come un racconto, un insieme di storie, di viaggi alla ricerca di qualcosa, di emigrazione, di una terra bellissima e martoriata a forma di stivale chiamata Italia, di se stessi e del prossimo. Sedici tracce che con voce spietata disegnano modi di essere, quando si parla di persone (Doris, Pablo, Ion, Adrian), o di vivere (la già citata Cerco Te, Vivere e morire a Treviso). L’uomo descritto nell’album è sempre sul filo della solitudine, spesso è ripugnante (esattamente come l’uomo della copertina), ma non di meno è da amare. Il disprezzo e l’odio si mescolano infatti all’amore nei testi di quest’album, ricco di collaborazioni (c’è persino Caparezza e il suo rap in Cuore d’oceano), ricchissimo di nuove influenze soprattutto nelle miscelazioni ritmiche. Tutto questo però non mi è bastato. Non ho idea di cosa mi sarei dovuto aspettare, ma sebbene abbia trovato molto interessante l’idea del racconto, sono in dubbio sulla realizzazione finale.
Mi spiego: non è un brutto disco, anzi è piacevole l’ascolto e la canzone Pablo, che naturalmente non è l’unica, ma è quella che mi ha colpito di più, ha un intro strumentale pazzesca, ma mi domando quali cose in più stia raccontando dei Teatro che già non era stato da loro raccontato. Ai posteri l’ardua sentenza, o forse ai prossimi ascolti. Non so.
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Folk, combat-rock, canzone popolare. C’è questo e molte altre cose in questo terzo album dei Legittimo Brigantaggio, che hanno confezionato un lavoro cesellato nei minimi particolari. Ogni pezzo è “liberamente tratto” da un’opera d’arte(citando solo alcuni: Truffaut, Sarmago, Flaiano) e con questo alto intento la band trasmette tutta la propria disillusione sulla società, con interessante spirito critico.
Adrenalina. Una forza della natura. Questo sono le Ephimera, quartetto al femminile per il 75 per cento dei componenti (Sara, voce e chitarra; Eleonora, basso; Serena, chitarra; Gianluca, batteria). Sorprendenti fin dal primo ascolto del loro primo ep, “Shhh”, che si apre con uno strumentale omonimo. “Capitan Spavento”, seconda delle cinque tracce che compongono il minidisco, ci permette di conoscere l’interessante voce di Sara Iarrobino, che mi ricorda una giovane Cristina Donà, o una Emiliana Torrini metallara.
Romani alla conquista del mondo. Questo sarebbe il titolo perfetto per definire la storia degli Hopes Die Last, combo la cui crescita nel corso degli anni è stata talmente spaventosa da indurre una label quotata in ambito alternative come la statunitense Standby Records a puntar forte su di loro. Fiducia ripagata nel migliore dei modi visto che oggi come oggi il gruppo capitolino è il classico sogno di ogni manager discografico: attivissimo in sede live e sinonimo di qualità in ambito discografico.
Gli Attack! Attack! album dopo album confermano di essere una validissima realtà. Giunto dal calderone metalcore e subito massacrato dai media, il gruppo dell’Ohio ha trovato ben presto la formula giusta sulla quale lavorare sodo, dove elettronica e rock hanno un ruolo da co-protagonisti e non da semplici ospiti. Una svolta piaciuta all’unanimità e che ha creato molta attesa attorno al successore del disco omonimo datato 2010, ripagata con il nuovo “This Means War”. E la sensazione che si ha dopo averlo ascoltato più volte è quella di essere di fronte al piccolo capolavoro personale che ogni band valida ha nella sua discografia. I perchè sono presto spiegati: per la prima volta questi musicisti sono riusciti nell’intento di sfornare dieci brani di altissimo livello e soprattutto capaci di non far mai calare l’attenzione dell’ascoltatore, la quantità di soluzioni strumentali/vocali contenute è a livelli industriali, ogni brano è un potenziale singolo. Un tris d’assi capace di mettere in seria difficoltà la concorrenza credetemi. A tutto questo aggiungeteci il fatto che “This Means War” è l’album più heavy e pesante che i nostri abbiano mai partorito, andando in controtendenza rispetto a chi li voleva come l’ennesima band per teenager in cerca di emozioni forti. Brani come “The Revolution” o “The Confrontation” sono autentiche mazzate dove solo i cori riescono a dare ossigeno all’aggressione sonora messa in atto. L’elettronica e il rock hanno – come detto in precedenza – un ruolo molto importante nell’evoluzione degli Attack! Attack!, in quanto ormai sono elementi naturali del loro DNA e di questo va dato merito ai musicisti, il cui affiatamento ha dato risultati straordinari. “This Means War” è un disco che in ambito alternative sa il fatto suo: granitico ed efficace al punto da meritarsi una posizione di riguardo tra le migliori uscite di questo 2012.
“Shadow Are Security” degli As I Lay Dying ha creato proseliti di fan, al punto da spingere diverse nuove realtà a seguirne le gesta. Il caso dei Vault 13 e del loro “We All Bleed” è uno di questi per quel che concerne il sound, assai influenzato sia nel songwriting che nella produzione. Nulla di sbagliato sia ben chiaro, ma di sicuro per chi – come il sottoscritto – è cresciuto ascoltando Lambesis e soci le similitudini risultano evidenti sin dal primo ascolto. Fortunatamente il gruppo veneto ha saputo andare oltre, mostrandosi combattivo e forte di qualche buona idea messa in atto con determinazione. Fondamentalmente il tutto si basa sulla loro ampia veduta in chiave musicale, nessun timore quindi nel mischiare nella tracklist brani metal, happy-core o hardcore oriented. Un operazione rischiosa ma che se fatta da una band al debutto ci può anche stare. Sinceramente tra le varie opzioni fornite all’ascoltatore quella tendente a sonorità easy listening (vedi A Day To Remember) rimane la più convincente, dove il gruppo gioca le sue carte migliori divertendosi e facendo divertire. Non è certo un caso che la scelta del primo singolo sia caduta proprio su “Your Biggest Mistake”, mix accattivante tra l’heavy e il melodico ideale per un party. Un po’ sottotono la parte più incazzosa del disco, come detto in precedenza troppo influenzata dai big internazionali e penalizzata da una registrazione che tende a ovattare soprattutto le chitarre. Le basi per un solido futuro ci sono tutte – con pregi e difetti al seguito – attendiamo ora ulteriori sviluppi per decretare la crescita di questi Vault 13.
Recensire un disco di Joe Petrosino senza poter assistere ai trascinanti live della sua band (li ho visti spesso in giro per la Campania) non permette al lettore di comprendere appieno la forza incredibile di questo chitarrista, cantante, capobanda, e non rende merito a tutti gli incredibili musicisti che suonano con lui.
Gli anni passano, ma certe sonorità non muoiono mai. Come la musica heavy, che nella sua versione originale trova costantemente adepti pronti a riportarla in auge. In questo caso non stiamo parlando di debuttanti, in quanto i Todio sono sulle scene da più di una decina d’anni con diverse produzioni all’attivo e un nutrito fanbase che li segue costantemente. Con “Biomechanical Future Engine” il quintetto apre le sue porte a un nuovo corso, una seconda vita dove le influenze progressive del passato vengono poste nel ripostiglio per dar maggior sfogo alla creatività dei musicisti. Il risultato finale è un disco compatto, dove la scuola heavy tedesca e la brava cantante Barbara sono i suoi fiori all’occhiello. Il loro sound è granitico edal groove possente, fatto di riff distorti e tempi ben alternati, coadiuvati da tastiere mai invadenti capaci di dare respiro a trame assai intricate. Sulle liriche nulla da eccepire, la cantante sa il fatto suo optando più per tonalità melodiche stile Tarja Turunen (ex voce dei Nightwish) che all’aggressività di Angela Gossow degli Arch Enemy. La strada presa sembra quindi essere quella giusta, nonostante qualche accorgimento vada ancora dato, come ad esempio evitare quella sensazione di ripetitività che affiora una volta giunti alla parte conclusiva del disco.
Con l’esordio omonimo gli Outcube arrivarono al grande pubblico destando pareri contrastanti, vuoi per la poca esperienza o forse per un percorso stilistico ancora in fase di definizione. Una sorta di ibrido insomma, in cui il crossover degli Incubus e il rock andavano spesso e volentieri a scontrarsi. Oggi con “Anima liquida” la band sarda ha acquisito quella sicurezza nei propri mezzi fondamentale per andare avanti oggigiorno, optando per una strada impervia che conduce al rock made in Italy che, nel loro caso, li ha aiutati parecchio. In cosa? Innanzitutto nel trovare la giusta formula capace di rendere gli Outcube una band meritevole di attenzione: se nel debutto la sensazione che aleggiava era quella di avere a che fare con una simil specie di cover band, oggi i musicisti riescono nell’intento di dare un’anima ai loro brani attraverso metriche studiate, arrangiamenti degni di nota e testi in madrelingua che fanno centro. Questi ultimi – non a caso – sono il fiore all’occhiello di “Anima liquida”, perfettamente amalgamati al sound della band e frutto di pensieri mai banali. Musicalmente il disco risulta vario, assai melodico ed elettrico al punto giusto, un mix che potrebbe avvicinare a sé sia chi fa delle hit radiofoniche i suoi ascolti abituali sia chi è più attento alla sostanza. Gli Outcube hanno finalmente tirato fuori gli attributi, mettendosi in gioco senza alcun timore… Scelta che da queste parti apprezziamo… Avanti così!
Charlotte Eriksson, in arte The Glass Child, svedese di origine, si è trasferita a Londra poco più di un anno fa, per inseguire e coltivare una passione, quella per la musica.