“Utopie e piccole soddisfazioni” di Bologna Violenta
Recensione di Andrea Broggi
Utopie e piccole soddisfazioni terza fatica di Bologna violenta (progetto musicale dietro al quale si cela il polistrumentista Nicola Manzan), pubblicata da Wallace records e Dischi Bervisti e distribuito da Audioglobe, si presenta con un motto: “Le grandi utopie che muovono il mondo e l’animo umano, sono ridicolizzate dalla sensazione che tutto sommato son le piccole soddisfazioni di ogni giorno a rendere la nostra vita migliore”.
All’interno di questo clame co-esistono ventuno brani, in cui la voce è poco più che il pizzico di sale in un condimento strumentale spontaneo, concitato e altamente rumoroso, che già nei singoli titoli delle tracce rivela il suo essere lisergico, il bisogno di urlare un sonoro vaffanculo al cielo.
Dal punto di vista strettamente musicale, il disco viene aperto con Incipit dall’ingessato discorso di fine anno di un vecchio Presidente della Repubblica e, per i successivi trenta minuti, oscilla da un hardcore-punk anni ottanta, vero leitmotiv di tutte le tracce, a cori aulici, canti tradizionali, componimenti per orchestre da camera e urla agghiaccianti, terminando con un requiem di archi dal titolo Finale – Con rassegnazione. Nel mezzo tra gli altri brani una cover molto personale dei CCCP Valium Tavor Serenase, Intermezzo l’unico pezzo dell’album privo di interferenze hardcore e Le armi in fondo al mare il migliore dei ventuno.
Utopie e piccole soddisfazioni è uno di quei dischi che mette addosso la voglia di affaticare oltre misura i polmoni o almeno le corde vocali, il che non lo inserisce per direttissima tra i miei preferiti, o almeno non ne fa un disco che ascolterei quotidianamente, ma senza dubbio in tutto il suo essere disturbato, manifesta un sentimento di espulsione della rabbia interiore fagocitandolo in archi, percussioni, distorsioni e cannibalizzazioni vocali sinistramente piacevoli.
E musicalmente si devono avere le contro-palle per fare un disco con questi intenti così ben riuscito.
Buon ascolto.
Tracklist
1. Incipit
2. Vorrei Sposare Un Vecchio
3. Utopie
4. Sangue In Bocca
5. Costruirò Un Castello Per Lei
6. E’ sempre La Solita Storia, Ma Un Giorno Muori
7. Valium Tavor Serenase
8. You’re Enough
9. Lasciate Che I Potenti Vengano A Me
10. Remerda
11. Intermezzo
12. Il Convento Sodomita
13. Terrore Nel Triregno
14. Mi Fai Schifo
15. Il Bimbo
16. Lutto Della Testa
17. Piccole Soddisfazioni
18. Popolo Bue
19. Le Armi In Fondo Al Mare
20. Transexualismo
21. Finale – Con Rassegnazione
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Lo split è da sempre un formato molto gettonato nel panorama grind, diverse infatti le produzioni che vedono confrontarsi nomi di spicco a interessanti realtà. Il caso di 9 Psalms Of An Antimusic To Come è leggermente diverso, in quanto ci troviamo di fronte a due nomi ormai consolidate nella suddetta scena. E allora a che serve uno split? A divertirsi innanzitutto, a sperimentare, a far vedere che in fondo, non è affatto vero che suonare certi tipi di musica porti a fossilizzare il proprio estro. In nove brani queste due band mostrano a chiare lettere una grande capacità, quella di sapersi mettere in discussione optando per soluzioni rischiose ma mai avventate. Basti infatti pensare al modo in cui è stato preso questo lavoro dagli Antigama, che in quattro brani vanno a piazzare alternanze ritmiche, elettronica, giri di chitarra tamarri (quest’ultimo termine prendetelo con le dovute proporzioni) per poi chiudere in bellezza con un outro decisamente inutile nel complesso. In poche parole pregi e difetti del fare grind insomma. Chi invece non ha timori a mostrare il proprio lato bastardo sono i Psychofagist, che da bravi manovali nei loro cinque brani pestano senza pietà mettendo al tappeto chiunque, persino i compagni di split Antigama. La fame o se vogliamo il modo di prendere in considerazione questa opportunità è stata concepita in maniera diversa dalle due band, con gli Antigama più propensi a chiudere in fretta la loro parte e i Psychofagist a far sì che anche in questa occasione si possa parlar di loro in maniera positiva. E così è stato. 9 Psalms Of An Antimusic To Come è un lavoro interessante, che sa offrire spunti e una visione insolita di ciò che viene comunemente definita musica estrema.
Non mi capita spesso di ascoltare un disco di musica italiana in grado di tenere talmente ancorata la mia concentrazione, da consentirmi di scrivere durante l’ascolto. E forse l’incantevole malinconica bellezza di Un meraviglioso declino (42Records), primo lavoro cantautorale di Colapesce, progetto musicale dalle piacevolissime quanto orecchiabili sonorità, si nasconde qui. Molte le collaborazioni che hanno reso ancor più straordinaria la piacevolezza delle tredici tracce: Roy Paci e Grazia Negro (anche padroni di casa della tappa di registrazione leccese passata anche per Milano e Bologna), e Alessandro Raina (Amor Fou) e Mirko Onofri (Brunori Sas).
Il 2011 segna l’anno di svolta per i sardi Eskimada che finalmente ottengono la meritata notorietà grazie alla firma con la Red Cat Promotion e la conseguente pubblicazione del loro album omonimo.
“Ormai” è uscito da una decina di giorni e se la recensione la faccio solo adesso il motivo è che mi son preso del tempo… Non biasimatemi ma era quantomeno doveroso, insomma S F O R T U N A l’ho letteralmente consumato e non è un eufemismo. Credo di aver cantato ogni pezzo a squarcia gola in qualsiasi situazione, sotto la doccia, in macchina, da solo, in compagnia, da sbronzo, durante cene eterne a parlare di musica e chi più ne ha più ne metta. Ora ho qualcosa di nuovo da mettere sotto la voce #comeperderelecordevocali!
Far le cose bene senza strafare è sempre la scelta migliore. I Super Dog Party sono una band cresciuta con il punk’n’roll nel sangue e a cui il funk piace parecchio. Non è certo un caso che il fondatore sia Alessandro Peana, già attivo anni or sono nei punk rockers Boomers e oggi mente di questo nuovo progetto. The Big Show è un disco la cui semplicità permette un ascolto fluido e spensierato, sette brani dove il sound anni 70/80 è protagonista e dove i richiami al garage punk nordico offrono quel qualcosa in più che ogni produzione dovrebbe avere. Un lavoro assai esterofilo dove il trio mostra tutta la sua competenza nel saper trasformare la passione per il rock’n’roll in brani efficaci soprattutto se pensati in chiave live. Entusiasmo e vibrazioni positive non mancano mai nel cocktail offertoci dai Super Dog Party, attenti anche a mostrare il loro lato più soft con la ballatona “Greyhounds’ City”, molto yankees nel suo mix voce/chitarra.
Dopo dieci anni passati on the road e a sfornare produzioni di spessore per i romani Payback arriva il momento di tirare le somme di quanto fatto sinora. E allora ecco Usque Ad Finem, album che racchiude in sé tutti quegli elementi che hanno reso la band uno dei nomi di punta della scena hardcore nazionale. Nel corso degli anni il sestetto ha vissuto sulla propria pelle l’evoluzione di questa scena, aggiungendo in maniera intelligente svariati elementi al proprio DNA e arrivando oggigiorno a essere completi sotto molti aspetti. In questo nuovo capitolo discografico i messaggi escono forti e chiari in pieno stile stradaiolo, presa di posizione netta e senza mezzi termini che viene amplificata dall’uso abbondante di cori che irrobustiscono ancor più le parti vocali. Qui non si parla di speranze ma di fatti concreti, racconti di vita vissuti sulla propria pelle, per sogni e amenità varie ci son fin troppi gruppi a disposizione oggigiorno. In poche parole il combo capitolino riprende fedelmente ciò che l’old school tramanda da anni, coerenza e obiettività. Musicalmente i Payback non hanno mai nascosto di gradire il lato più metallico dell’hardcore odierno (vedi Terror, Agnostic Front) e in Usque Ad Finem questa considerazione viene confermata appieno, ricordando moltissimo i bostoniani Death Before Dishonor. A dar manforte all’interno del disco troviamo alcuni ospiti, tra i quali Vinnie Stigma (Agnostic Front), che in Die Hard offre la sua voce alla causa. Non deludono mai i Payback, tra i più credibili nella scena hardcore nazionale e sempre pronti a omaggiare i fan con dischi all’altezza della situazione.
“… Entrati videro appeso al muro uno splendido ritratto del loro padrone, quale l’avevano visto l’ultima volta in tutta la magnificenza della sua meravigliosa bellezza e gioventù. Per terra giaceva un uomo morto con un coltello piantato nel cuore. Aveva i capelli bianchi, il viso raggrinzito e ripugnante. Soltanto esaminando gli anelli riuscirono a riconoscerlo”.
Folk, combat-rock, canzone popolare. C’è questo e molte altre cose in questo terzo album dei Legittimo Brigantaggio, che hanno confezionato un lavoro cesellato nei minimi particolari. Ogni pezzo è “liberamente tratto” da un’opera d’arte(citando solo alcuni: Truffaut, Sarmago, Flaiano) e con questo alto intento la band trasmette tutta la propria disillusione sulla società, con interessante spirito critico.
Adrenalina. Una forza della natura. Questo sono le Ephimera, quartetto al femminile per il 75 per cento dei componenti (Sara, voce e chitarra; Eleonora, basso; Serena, chitarra; Gianluca, batteria). Sorprendenti fin dal primo ascolto del loro primo ep, “Shhh”, che si apre con uno strumentale omonimo. “Capitan Spavento”, seconda delle cinque tracce che compongono il minidisco, ci permette di conoscere l’interessante voce di Sara Iarrobino, che mi ricorda una giovane Cristina Donà, o una Emiliana Torrini metallara.