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IL VORTICE
Romagna Nostra

Recensioni Album



“Sogni lucidi” di Aurorabrivido

Può un album ben registrato e prodotto da Daniele Persoglio (già produttore dei Finley) essere automaticamente considerato “bello”, senza passare dal via?
No, non in questo caso. Intendiamoci, non si tratta di un lavoro nè dozzinale, nè sciocco. Nasconde sicuramente cura e sensibilità ed è suonato e cantato tutto sommato bene. Non posso dire che il cantante non sia versatile e non abbia un buon timbro, adatto sia per i pezzi più rock che quelli pop.
Il problema di fondo è che non basta scrivere pezzi molto orecchiabili e “radiofonici” per catturare l’attenzione dei giovani, ormai bombardati da troppe boy band e affini.
Gruppi come Finley e Lost dimostrano che il pop-rock tutto immagine e poca sostanza è il mezzo e la formula giusta per vendere dischi, ma che non lascia un’impronta significativa nella musica.
Tornando a parlare degli Aurorabrivido, ciò che a mio avviso manca in “Sogni Lucidi” è proprio la ricerca di un suono personale ed originale, che si stacchi dal concetto di “già sentito” e rimanga ben impresso in mente per la sua freschezza.
Sicuramente avranno già un buon seguito (di ragazzine che non coglieranno nemmeno il tributo agli Snap?), ma se puntano ad un pubblico più adulto e scafato dovranno aggiustare il colpo e guardare alla sostanza. Sentendo come suonano hanno le carte in regole per farcela.



“White Shiver EP” di White Shiver

Questa giovane band genovese sprigiona da subito una bella energia, che si trasforma in un sano rock’n'roll. Si respira un’aria acerba, entusiasta. I ragazzi dimostrano una gran voglia di suonare, di farsi conoscere attraverso un rock diretto e senza fronzoli, cantato con invidiabile maturità vocale in lingua inglese.
Dalle quattro canzoni dell’ep si sente che devono ancora finire quella fase di rodaggio che porta un gruppo ad avere sonorità proprie e ben definite, però l’inizio non è zoppicante e denota una buona dose di incoscente coraggio, che li porta a suonare per il gusto di farlo, di divertirsi e far divertire il proprio pubblico.
Credo che al momento i White Shiver siano molto più forti live che su ep, ma sono sicura che continuando a suonare e provare possano trovare arrangiamenti ancor più accattivanti e che rimandino meno a grandi gruppi del passato.
L’atteggiamento giusto c’è, l’età anche, vedremo se la band riuscirà a stupirci dopo questo esordio energetico e sincero.



“Summer Of Hate” di Crocodiles

Ci sono certi dischi che pur non brillando di originalità o senza avere pretese stilistiche di nessun genere, riescono a catturare l’ascoltatore per semplicità e immediatezza. Detto così rischio di banalizzare e togliere meriti ai Crocodiles, ma la freschezza del loro sound ha fatto entrare il loro “Summer Of Hate” dritto dritto ai vertici dei miei ascolti attuali. Cos’è che li rende così gradevoli ed entusiasmanti alle mie orecchie? Un mix letale di Suicide ripuliti e modernizzati, melodie eteree dei primi Jesus And Mary Chain e la solarità di melodie vocali prettamente sixties che in qualche modo rimandano ai gruppi della British Invasion.
Si perchè c’è molto british in questo lavoro. Poi cerchi informazioni e scopri che sono californiani. Di più : i due membri dietro a questo progetto, Brandon Welchez e Charles Rowell, sono ex membri dei The Plot To Blow Up The Eiffell Tower (uno dei nomi più bislacchi e geniali di sempre), combo a cavallo tra punk e indie rock di 4-5 anni fa. Un sound lontano anni luce da quello attuale. Poi scopri che l’album è stato pubblicato da Fat Possum Records, etichetta storica dedita a rock e blues sanguigno. Anche questo lontano anni luce dal sound dei Crocodiles. Ma qui il discorso è già diverso, visto che l’etichetta sembra aprirsi verso sonorità più moderne, come testimonia anche la pubblicazione dell’album di Wavves, un concentrato di melodie a bassissima fedeltà.
E se un’etichetta come la Fat Possum ha deciso di puntare su un gruppo come i Crocodiles vuol dire che questi due ragazzi hanno veramente qualcosa di speciale. Qualcosa che magari non è così immediato, ma che esce dalle note di pezzi come “I Wanna Kill”, “Young Drugs”, “Refuse Angels” e la title track “Summer Of Hate”: un suono ipnotico, acido, sporco, ma a suo modo dannatamente pop, come se questi ragazzi più che sulle spiagge di Baywatch fossero cresciuti su quelle di Santa Carla, in mezzo ai vampiri di “Ragazzi Perduti”.
Un disco che potrebbe subire un hype fortissimo da parte della stampa specializzata inglese, sempre alla ricerca della “next big thing”, ma anche stroncature pesanti da parte delle riviste più “snob”, sempre alla ricerca del sound più originale, strano e sconosciuto. Io non mi schiero dalla parte di nessuna delle due barricate, anzi sinceramente me ne infischio. A me piacciono moltissimo e continuerò a tenerli nella top dei miei ascolti, a costo di custodirli come un gioiello raro e prezioso.



“This Addiction” di Alkaline Trio

Il 2010 è iniziato da poco e già spuntano le prime uscite interessanti. Ultimi ad aggiungersi alla lista sono gli Alkaline Trio, uno dei miei gruppi preferiti, che pubblicano il settimo album della loro carriera, il primo per la loro etichetta Heart And Skull.
Purtroppo devo dire che questo lavoro non rispetta molto le mie (ma penso anche di altri) aspettative. Non che sia un album da buttare, anzi, ha parecchi spunti positivi nonchè elementi tipici del sound del gruppo, ma manca di impatto e freschezza. Almeno per quanto riguarda agli standard a cui ci ha abituato il gruppo con i precedenti lavori.
E si che il singolo “This Addiction”, che da titolo pure all’album, aveva lasciato ben sperare in quanto a potenza e freschezza, uno di quei brani che entra dritto nel cuore dei fan, con un Matt Skiba che canta col cuore in mano. Tutti ingredienti che lasciavano presagire un gran lavoro.
Invece quella canzone rimarrà purtroppo un caso isolato rispetto a tutto il resto del lavoro. Questo “This Addiction” può considerarsi una sorta di riscoperta delle proprie radici pop punk mischiate ad aperture prettamente rock. Le canzoni si presentano nella classica alternanza tra il cantato di Matt Skiba e Dan Adriano: “This Addiction”, “The American Scream”, “Dead On The Floor” e “Fine” riescono a strappare consensi, mentre “Dorothy”, “Off The Map” e “Dine Dine My Darling” rappresentano forse l’anello debole di questo lavoro.
C’è anche spazio per la sperimentazione, come la divagazione ska di “Lead Poisoning” e i synth di “Eating Me Alive”, che richiamoano i Heavens, side project del chitarrista cantante Matt Skiba.
“This Addiction” è questo, un mix di buone canzoni alternate a momenti meno incisivi, ma che comunque mette in luce le caratteristiche di un gruppo che negli anni ha saputo ritagliarsi il proprio spazio e a diventare uno dei nomi più importanti nella scena alternative d’oltreoceano. Piuttosto che un mezzo passo falso, preferisco vedere questo abum come un lavoro di transizione, un momento di tranquillità compositiva, in attesa di una nuova bomba che vada a gonfiare ulteriormente una discografia quasi perfetta.



“Vishu Flama” di Vishu Flama

I Vishu Flama sono un giovane gruppo veronese che ha deciso di imbracciare gli strumenti dopo anni e anni passati ad ascoltare musica.
Il loro è un rock italiano che si guarda bene dal scimmiottare gente come Vasco e Ligabue e non è l’ennesimo clone di Afterhours e Marlene Kuntz. Il quartetto si muove piuttosto su coordinate anni 60, bilanciando dei momenti melodici davvero brillanti con aperture psichedeliche, citando a livello di influenze gente come Beatles, Jefferson Airplane, Led Zeppelin, Pink Floyd, Jimi Hendrix, la Motown, Stevie Wonder e i Rolling Stones.
Certo devono essere lette come influenze e basta, perchè i brani presenti in questo omonimo disco richiamano i gruppi sopra citati solo in minima parte. Piuttosto si può dire che questo lavoro goda di una freschezza esecutiva tipica di quegli anni, a metà tra rock’n'roll e beat, giocato sull’alternarsi delle voci dei chitarristi Martino e Matteo, che rende le canzoni frizzanti e godibili anche a chi non ha dimestichezza col genere.
“Scudi”, “Qualcosa Tra Noi” e “A Tu Per Tu” sono brani freschi ed energici pronti a lasciare il segno anche in sede live. Una canzone come “Fighe In Suv”, nonostante un testo ai limiti della decenza, potrebbe comunque diventare un inno per i fan del gruppo grazie alla sua immediatezza e a un linguaggio che ahimè si attacca facilmente in testa. C’è anche spazio per momenti più pacati e malinconici, come “Marea Dopo Marea”, dove affiora tutto l’amore per la psichedelia da parte dei Vishu Flama.
Totalmente fuori luogo la traccia nascosta in stile techno, che abbassa qualitativamente un lavoro fino a quel momento discreto.
Non sono mai stato un amante di queste sonorità, specialmente se hanno a che fare con il cantato italiano, ma posso tranquillamente dire che i Vishu Flama sono un gruppo che si distingue facilmente dalla massa di cloni dei gruppi italiani più in voga al momento. Certo ne hanno ancora di strada da fare, così come hanno un potenziale enorme.
Ma già il fatto di potersi distinguere dalla massa è un punto a loro favore. Vedremo se sapranno trarne beneficio.



“…Not for you…” di Love Shoulders

Le intenzioni e il background musicale di questo giovane gruppo abruzzese sono molto chiari. Palesemente i ragazzi si ispirano a gruppi pop-punk di fine anni Ottanta-Novanta statunitensi e in questo primo demodi tre pezzi hanno messo tutta la sfrontatezza, l’energia e il divertimento di quel genere e di quegli anni.
Il loro punk melodico è piacevole, ma essendo un punto di partenza di un gruppo che è nato da poco, ovviamente risente di poca originalità e lasciano in bocca un forte sapore d’acerbo. Credo che come tutti si debbano rodare ed è giusto partire da un genere amato per poi raffinarlo e trovare una propria strada personale ed originale.
I tre ragazzi stanno lavorando sul primo album di debutto, quindi auguro loro d’avere del materiale che possa già rivelare una propria personalità distintiva e che ci faccia conoscere maggiormente le potenzialità di questi musicisti.



“About Love” di Plastiscines

Diciamocelo, le band al femminile devono superare il gradino ostico della diffidenza. Se si tratta anche di belle donne, la difficoltà nell’essere credibili cresce.
Solitamente non do bado a queste cose, se la musica è bella e porta una ventata di novità, poco importa chi la suona. Nel caso delle francesine tutto pepe Plastiscines si rischia di rimanere sorpresi dal loro aspetto fisico e dalla loro disinvoltura live, ma non da questo nuovo album.
Per carità, le carte giuste dovrebbero averle, a partire da arrangiamenti scanzonati pop new wave, con sonorità vagamente anni Ottanta alla Blondie, profumate da testi in inglese e francese. Però il risultato è un polpettone ripetitivo e noioso, che non porta alcun spunto innovativo, ma si adagia su motivetti orecchiabili, ma superficiali.
“About Love” non decolla, non ti fa rimanere a bocca aperta, non ti sorprende e non ammalia.
Forse avevo delle aspettative troppo alte, forse il genere scanzonato deve esser suonato in un’altra maniera per risultare credibile ed accattivante, fatto sta che le Plastiscines stavolta a mio avviso non sono state all’altezza.



“India londinese” di Patrizio Maria

Nel post Sanremo siamo tutti un po’ affaticati, imbronciati, schiacciati da canzonette banali che vanno sul podio con facilità disarmante. Post Sanremo o post sbornia che sia, bisogna purificarsi.
“India londinese” è ciò che non ci si aspetta d’ascoltare, una sorta di patchwork iridescente di generi, parole, immagini, frammenti di vita e ironia.
Patrizio Maria e la sua importante erre garrula vi accompagneranno per modo in un mondo sorprendente, fatto di controsensi e razionalità, di pop, rock, folk ed elettronica, di citazioni filosofiche ed accenni vintage.
Al primo ascolto vi verrà in mente Ivan Graziani, ma più s’ascolta quest’album più ci si immerge in una dimensione totalmente personale, i cui contorni son disegnati da Patrizio e in cui si trova molto di questo cantautore.
“India londinese” denota un’esperienza non indifferente, nonostante sia il disco di debutto. Il cantautore infatti fa parte della scena underground italiana da un bel po’ di tempo, dettaglio non indifferente per cogliere la cura per i minimi dettagli.
Talvolta capita di soffermarsi a pensare divertiti: “Ci fa o ci è?”, ma poi si è sopraffatti dall’eclettismo del musicista, dal suo saper essere sardonico ed ironico giocando con dei bei motivetti che ti rimangono impressi nella mente. Sono undici pezzi, ma estremamente slegati tra di loro, quasi a volerli far emergere con personalità diverse.
Tirando le somme, questo lavoro è un interessante connubio di molte influenze, che toccherà le corde più stanche ed ricettive della vostra sensibilità.



“Dull Roots” di Big Trivella

Parlare di grunge a inizio 2010 può benevolmente far sorridere o mettere una malinconia infinita. Avendo vissuto il grunge nell’apice del suo splendore, propendo più per il sorriso. La malinconia va riservata solo a quei gruppi che sono diventati il pilastro di questo genere, come Nirvana, Screaming Trees, Mudhoney o Melvins per citarne alcuni.
Io sono molto scettica verso i gruppi che propongono questo genere, perchè far paragoni viene immediato e se ne esce sempre (ovviamente) con le ossa rotte. Il grunge lasciamolo negli anni Ottanta e Novanta.
Parlando di “Dull Roots”, posso dire che è un lavoro genuino e schietto e non può essere che apprezzabile.
Sono cinque pezzi che nascondono benissimo la giovane età di questi musicisti e che portano una buona dose di grinta e belle intuizioni.
Per essere il primo ep, tralasciando la qualità del suono, la band è già ad un discreto livello.
Il sapore che lascia in bocca questo lavoro è sicuramente acerbo, ma nella sua ingenuità fa presagire un certo gusto verso sonorità grezze e ruvide.
Continuate a suonare ragazzi, sperimentate nuove strade o affinate quelle già intraprese, l’importante è farsi un bel bagaglio d’esperienza per poter trovare una propria direzione che diventi sempre più convincente e dai contorni definiti. In bocca al lupo!



“Popular Greggio” di Humus

Come dei moderni menestrelli gli Humus portano in saccoccia un bagaglio fatto di talento e amore per la musica.
La loro è definibile “folk etorodosso”, con contaminazioni jazz, pop, blues ed etnico. Fanno musica d’autore, sanguigna, calda e passionale.
Ascoltare “Popular Greggio” è come bere un sano bicchiere di buon vino rosso, sotto un porticato, adagiati su una sedia in vimini, coi profumi di vite e di primavera.
Ho scelto l’aggettivo sano non a caso, perchè questa musica, rientrando nel grande calderone del folk, sa toccare dei tasti emotivi e sociali che non hanno bisogni di artifizi nè d’orpelli.
Si parla infatti di sentimenti, di vita vissuta, di critica sociale, il tutto narrato con una punta di ironica spensieratezza. Sembra una favola, ma è la realtà.
La qualità di questo lavoro è molto alta, rendendo “Popular Greggio” una sorta di esempio a cui tutti i giovani cantautori dovrebbero ispirarsi.
Questi musicisti di Vignola, con le loro chitarre, il sax, la tromba, il flicorno, il clarinetto, le percussioni, gli archi e supportati dalla Banda di Marano, hanno fatto centro.
Se amate gruppi come Modena City Ramblers o cantautori come Vinicio Capossela, gli Humus fanno il caso vostro. Se invece sentite lontano questo genere, date una possibilità a questo lavoro, perchè quando le canzoni sono scritte e suonate benissimo non ci sono limitazioni di gusto che tengano.