“Green Tuba” di X-Mary
Sembra che la Wallace Records ci abbia proprio preso gusto con i gruppi con canzoni spesso al di sotto dei due minuti. Dopo la ristampa del disco de Gli Ebrei, tocca ora al quinto album in studio dei X-Mary.
Se c’è una parola che può riassumere tutti i 21 pezzi di “Green Tuba”, questa parola è delirio. Delirio allo stato puro. Una sorta di “White Album” (perfavore, prendete con le pinze questo paragone) dove si mischiano un’infinità di generi che sembrano non avere una logica comune, ma che il gruppo riesce a tenere ordinati con una semplicità disarmante. Perchè tanto stupore? Provate voi a unire punk, hardcore, noise, pop, musica leggera, musica brasiliana (!!!) senza risultare sconclusionati o noiosi.
Dicono che il disco è diviso in due tronconi: la prima parte è rock, la seconda è psichedelica. Troppo comoda come suddivisione, e non rende assolutamente giustizia all’ecletticità dei X-Mary: prendete la sfuriata hardcore metal di “Viados De Porao” seguita subito da un pezzo pop sbilenco come “La Giornata Del Nuovo Pizzaiolo” per capire di cosa sto parlando. Pezzi imbevuti di demenzialità e nonsense (un brano come “In Prima Fila” potrebbe appartenere all’ipotetico repertorio degli Skiantos se fossero nati nei giorni nostri), sia a livello di testi che di titoli (“Gigia, Il Cane Di Cristiano, Si E’ Persa Nel Bosco Del Castello”, “Tiziano Iron”, “Alle 18 Le Capre Bevono”). Il tutto farcito da ritmiche punk rock (“La Piazza Non C’è Più”, “Pasticciotti”), pop sghembo (“La Rivista”, “Racconti Dell’Africa Nera”, “E’ Andata Via Con Lui”), scenari western (“Badula!”) e ritmiche brasiliane (“Patatracco”).
Un pot pourrì di generi, un pentolone pieno zeppo di ingredienti. Un disco di non facile ascolto, visto anche il numero di brani, ma a suo modo ordinato e sotto controllo per quanto riguarda l’esecuzione, nonostante il persistente senso di ecletticità. Molti storceranno il naso, ma c’è da dar merito a un gruppo che sceglie una via decisamente personale per dire la sua. Se non altro un ascolto se lo meritano.
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Cinque tracce per l’esordio dei napoletani “L’aria dipinta” (ep, autoprodotto, 2012): Silvia Romano alla voce, Ciro Esposito al basso, Adriano Dentice alla chitarra, Peppe De Rosa alla batteria. Il gruppo canta in italiano con il bel timbro di Silvia, in bilico tra Gianna Nannini e Cristina Donà, a tratti anche Nada come interpretazione. Una voce molto interessante, supportata bene dalla sezione ritmica e da una chitarra molto varia, ben suonata, con ottimi inserti. L’ep si apre con “Nel mio decorrere”, e già dal titolo notiamo come l’uso dell’italiano sia anche di buona fattura, con testi che non ricadono nel già sentito o nell’ovvio, il rischio di chi si affaccia alla musica nella nostra penisola, quando hai esempi di liriche come quelle di De Andrè, Guccini, Battiato, Dalla, Battisti. “Eterna freddezza” è più rock, sostenuta, basso e batteria in grande spolvero. E’ la storia di un amore finito male, malissimo, la conseguenza è appunto un’eterna freddezza dei sentimenti. “Alla bellezza” è una intensa ballad, con una chitarra sognante, un “De rerum natura” in musica, elegia alla bellezza da ritrovare in una terra oramai trascurata, maltrattata, sfinita. “Madide mani” ha un bel giro di basso portante, forse musicalmente un po’ dal carattere di “già sentita”, ma ci può stare per un gruppo agli esordi. La traccia nella seconda parte si riprende, con una bella variazione dal tema iniziale, sfociando in una bella trama “forte”. Con “Echeggia” si chiude l’ep omonimo dei L’Aria Dipinta: un intro alla Jeff Buckley come atmosfere, ovviamente con le dovute distanze, un altro testo “naturale” che, a mio parere, risulta probabilmente l’argomento sul quale i L’Aria Dipinta si esprimono meglio. “Infiniti colori, candidi e vivi”, un testo molto bello da leggere ed ascoltare, per un esordio per ora da 6.5 – 7, qualche episodio meno ispirato, ma in una generale impressione sulle ottime capacità che il gruppo potrà esprimere con più esperienza.
E’ incredibile, finalmente dopo tantissimo tempo ascoltando un disco ho esclamato entusiasta: “Ecco qualcosa di nuovo, che è proprio una bomba!”.
I Babel sono un manipolo di giovani musicisti che a furia di collaborazioni e progetti in testa sono riusciti nell’intento di dare sfogo a ciò che per loro equivale alla parola rock. Un gruppo ambizioso che basa tutto su estro e ottimi testi, capace di affrontare con personalità una scena italiana dove a dettar legge sono sempre e solo nomi come Vasco Rossi e Ligabue. Sotto certi aspetti “Del giorno dopo ieri” ricorda molto esordi eccellenti come quelli di Tre Allegri Ragazzi Morti e Verdena, band che hanno donato qualcosa al DNA dei Babel, i primi nel modo di strutturare i testi e gli ultimi in sede sonora. Il pregio di questo disco sta tutto nella bravura dei suoi interpreti, divoratori di buona musica e abilissimi nel trasformare in arte ciò che viene comunemente definito rock. Le influenze sono svariate: si va dal funk allo stoner, passando per il lato più adrenalinico del rock’n’roll (che tanto li aiuterà in sede live), il tutto condito da un gran gusto in fatto di songwriting. A rendere ancora più credibile il tutto ecco due nomi noti della scena italiana quali Fabio Intraina (fonico tra i tanti di Verdena e Perturbazione) e Maurizio Giannotti (Afterhours, Punkreas…), personaggi di spicco che servono non poco in casi come questo, con un’ottima band che necessita della giusta spinta mediatica per farsi notare. Professionali e pronti al grande salto, i Babel potrebbero essere il giusto ricambio generazionale in un momento di transizione come quello odierno.
Quando si deve ripartire, bisogna farlo con stile. I Melody Fall sin dall’esordio ebbero la grande dote di far parlare molto di sé, inizialmente per la proposta assai esterofila e in seguito per due passi importanti come la firma per una major e la partecipazione al Festival di Sanremo. In seguito a ciò ecco il momento più difficile, quello dove quanto fatto in precedenza sembra essersi cancellato da un momento all’altro. Mano agli strumenti quindi e sotto con un nuovo album, possibilmente convincente.

