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Recensioni



“Green Tuba” di X-Mary

Sembra che la Wallace Records ci abbia proprio preso gusto con i gruppi con canzoni spesso al di sotto dei due minuti. Dopo la ristampa del disco de Gli Ebrei, tocca ora al quinto album in studio dei X-Mary.
Se c’è una parola che può riassumere tutti i 21 pezzi di “Green Tuba”, questa parola è delirio. Delirio allo stato puro. Una sorta di “White Album” (perfavore, prendete con le pinze questo paragone) dove si mischiano un’infinità di generi che sembrano non avere una logica comune, ma che il gruppo riesce a tenere ordinati con una semplicità disarmante. Perchè tanto stupore? Provate voi a unire punk, hardcore, noise, pop, musica leggera, musica brasiliana (!!!) senza risultare sconclusionati o noiosi.
Dicono che il disco è diviso in due tronconi: la prima parte è rock, la seconda è psichedelica. Troppo comoda come suddivisione, e non rende assolutamente giustizia all’ecletticità dei X-Mary: prendete la sfuriata hardcore metal di “Viados De Porao” seguita subito da un pezzo pop sbilenco come “La Giornata Del Nuovo Pizzaiolo” per capire di cosa sto parlando. Pezzi imbevuti di demenzialità e nonsense (un brano come “In Prima Fila” potrebbe appartenere all’ipotetico repertorio degli Skiantos se fossero nati nei giorni nostri), sia a livello di testi che di titoli (“Gigia, Il Cane Di Cristiano, Si E’ Persa Nel Bosco Del Castello”, “Tiziano Iron”, “Alle 18 Le Capre Bevono”). Il tutto farcito da ritmiche punk rock (“La Piazza Non C’è Più”, “Pasticciotti”), pop sghembo (“La Rivista”, “Racconti Dell’Africa Nera”, “E’ Andata Via Con Lui”), scenari western (“Badula!”) e ritmiche brasiliane (“Patatracco”).
Un pot pourrì di generi, un pentolone pieno zeppo di ingredienti. Un disco di non facile ascolto, visto anche il numero di brani, ma a suo modo ordinato e sotto controllo per quanto riguarda l’esecuzione, nonostante il persistente senso di ecletticità. Molti storceranno il naso, ma c’è da dar merito a un gruppo che sceglie una via decisamente personale per dire la sua. Se non altro un ascolto se lo meritano.



“2010.1″ di Gli Ebrei

Interessante operazione della Wallace Records, che si premura di ristampare in formato vinilico il disco di debutto de Gli Ebrei, lavoro uscito due anni fa per Sinusite Rec. e presto andato esaurito.
Gruppo formato da elementi provenienti da diverse band (Barbacans, Soviet Soviet, Obelisco Nero, Uzi), non è facilmente collocabile per commistione di generi e per sfrontatezza (vedi il nome stesso del gruppo).
“2010.1″ è uno spaccato di una realtà alla deriva, fatto di nevrosi e canzoni al fulmicotone, con un’attitudine ai limiti del punk (anche per la durata del lavoro, poco meno di 20 minuti) ma con coordinate musicali che si rifanno più alla gioventù sonica di fine anni 90 (“La Noia”,”Passato E Presente”,”La Gaia Scienza”), alimentate da melodie sghembe che possono ricordare il miglior Bugo (“Bottoni”,”Nel Bene E Nel Male”) e da un sottile nonsense che farrebbe sorridere Freak Antoni dei Skiantos (“Sanremo”).
Uno stile eclettico, certo, ma che di sicuro non annoia in queste 12 istantanee che compongono il lavoro. E la scelta di riproporre l’intera scaletta in chiave midi sul lato B del vinile non fa altro che aumentare l’alone di gruppo fuori dagli schemi, se non altro per la propria imprevedibilità.
Imprevedibile è pure il loro futuro, sicuramente hanno le carte in regola per far parlare di se. Cosa non da poco in un panorama affollato come quello nazionale.



“Haria” di Berri Txarrak

Berri Txarrak sono uno di quei gruppi che ha raccolto meno di quanto ha seminato, e non per demeriti propri. Attivi dal 1994, sono in realtà una delle formazioni più interessanti nell’ambito dell’alternative rock europeo. Probabilmente la scelta di cantare in basco ne ha limitato le ambizioni commerciali, ma ha dimostrato una coerenza e fierezza encomiabile dal punto di vista attitudinale.
Il vento però sembra ora girato a loro favore, dal precedente album per la precisione: uscito per Roadrunner, registrato da Steve Albini e con Tim Mcllarth dei Rise Against ospite su un pezzo. Il giusto premio per una carriera di sacrifici, direte voi. In parte si, ma il gruppo sembra avere ancora qualche asso nella manica.
E quest’asso nella manica risponde a Haria, settimo album del combo basco, gruppo ormai ridotto stabilmente a trio, con il cantante Gorka Urbizu unico membro della formazione originale. Nelle 12 tracce i Berri Txarrak sembrano non volere porre limiti al proprio suono, incorporando stili e atmosfere diversi. “Albo-Kalteak”, “Guda”, “Faq” e la title track “Haria” sono l’anello di congiunzione con il passato del gruppo, due esempi di punk rock abrasivo su cui si distente la voce calda di Gorka.
“Sugea Suge”, “Lepokoak” e “Iraila” strizzano invece l’occhio all’alternative rock, potente, graffiante, ma pur sempre melodico. C’è spazio pure per la sperimentazione nella traccia finale “Lehortzen”. La produzione di quel vecchio volpone di Ross Robinson fa si che i tutto suoni fresco e potente, facendo passare il gruppo per dei giovincelli, in barba ai 18 anni di attività.
Che sia il disco che farà fare il salto definitivo al trio? Difficile dirlo, sinceramente non so quanti siano pronti ad aprirsi ad un disco cantato totalmente in basco. Di sicuro è un buonissimo lavoro, frutto di anni di sacrifici e scelte di coerenza. In poche parole il gruppo si è fatto un mazzo tanto ed è giunta l’ora che inizi a raccogliere i propri frutti.



“Echeggia” di L’Aria Dipinta

Recensione di Mirco Polidoro

Cinque tracce per l’esordio dei napoletani “L’aria dipinta” (ep, autoprodotto, 2012): Silvia Romano alla voce, Ciro Esposito al basso, Adriano Dentice alla chitarra, Peppe De Rosa alla batteria. Il gruppo canta in italiano con il bel timbro di Silvia, in bilico tra Gianna Nannini e Cristina Donà, a tratti anche Nada come interpretazione. Una voce molto interessante, supportata bene dalla sezione ritmica e da una chitarra molto varia, ben suonata, con ottimi inserti. L’ep si apre con “Nel mio decorrere”, e già dal titolo notiamo come l’uso dell’italiano sia anche di buona fattura, con testi che non ricadono nel già sentito o nell’ovvio, il rischio di chi si affaccia alla musica nella nostra penisola, quando hai esempi di liriche come quelle di De Andrè, Guccini, Battiato, Dalla, Battisti.  “Eterna freddezza” è più rock, sostenuta, basso e batteria in grande spolvero. E’ la storia di un amore finito male, malissimo, la conseguenza è appunto un’eterna freddezza dei sentimenti. “Alla bellezza” è una intensa ballad, con una chitarra sognante, un “De rerum natura” in musica, elegia alla bellezza da ritrovare in una terra oramai trascurata, maltrattata, sfinita. “Madide mani” ha un bel giro di basso portante, forse musicalmente un po’ dal carattere di “già sentita”, ma ci può stare per un gruppo agli esordi. La traccia nella seconda parte si riprende, con una bella variazione dal tema iniziale, sfociando in una bella trama “forte”.  Con “Echeggia” si chiude l’ep omonimo dei L’Aria Dipinta: un intro alla Jeff Buckley come atmosfere, ovviamente con le dovute distanze, un altro testo “naturale” che, a mio parere, risulta probabilmente l’argomento sul quale i L’Aria Dipinta si esprimono meglio. “Infiniti colori, candidi e vivi”, un testo molto bello da leggere ed ascoltare, per un esordio per ora da 6.5 – 7, qualche episodio meno ispirato, ma in una generale impressione sulle ottime capacità che il gruppo potrà esprimere con più esperienza.



“Story Of A Read Book, Broken Bottle And Smoked Cigarette” di No Way Out From Madness

 

Recensione di Luca Malinverno

Giovane band ravennate dal forte gusto statunitense, i No Way Out From Madness tornano a farsi sentire dopo le buone impressioni rilasciate dall’esordio “Revenge Me Tomorrow” pubblicato dall’etichetta inglese Copro Records e che permise loro di calcare i palchi britannici.
“Story Of A Read Book, Broken Bottle And Smoked Cigarette” riprende il discorso lasciato in sospeso dal suo predecessore, ossia canzoni sempre più orientate al sound attualmente in voga nel campo “core” (vedi Parkway Drive, A Day To Remember) ma dal forte retrogusto melodico che non guasta mai.
Il risultato finale sono quattro brani tutto sommato ben fatti, che ci presentano una band convinta negli intenti ma abile nel non prendersi troppo sul serio attraverso testi personali ma mai troppo pesanti nei temi espressi.
In prospettiva di un nuovo full bisogna tuttavia lavorare sodo, in modo da render ancora più personale e convincente questo progetto.



“awE naturalE” di THEESatisfaction

E’ incredibile, finalmente dopo tantissimo tempo ascoltando un disco ho esclamato entusiasta: “Ecco qualcosa di nuovo, che è proprio una bomba!”.
Non dico bugie, “awE naturalE” è una meraviglia dai suoni impeccabili, che mostra in tutto il suo splendore questo duo geniale. Stasia Irons e Catherine Harris-White scrivono, producono e suonano materiale stilisticamente pressochè perfetto e dalla personalità raffinata ed unica, come due afro-dee coi piedi intrecciati tra le radici del soul.
C’è di fondo una voglia di sperimentare, che fa sì che questo duo diventi un po’ la “mamma oca” durante l’imprinting, augurandomi che ci siano parecchi pulcini al seguito che possano assorbire come spugne il loro dinamismo ed enorme capacità di destreggiarsi tra colori, suoni ed arrangiamenti innovativi.
Ecco quindi come hanno “etichettato” il loro genere: “funk-psychedelic feminista sci-fi epics with the warmth and depth of Black Jazz and Sunday morning soul, frosted with icy raps that evoke equal parts Elaine Brown, Ursula Rucker and Q-Tip“. Lascio a loro quindi citare questi grandissimi nomi per farvi un’idea di cosa c’è nel piatto ed aggiungo solo che erano anni che non ascoltavo un hip hop alternativo, mischiato a funky, lieve psichedelia contaminata dal jazz, confezionato così egregiamente.
Fluttuano ed incantano con le loro calde voci, ma non mancano di tirar fuori una degna personalità denunciando per esempio le mancate promesse dell’amministrazione Obama, ma senza diventar leziose o ridondanti.
Non c’è pericolo d’annoiarsi ascoltando questo gioiellino. Si dondola tra sub-frequenze  e frizzanti melodie che paiono arrivare proprio dal ventre delle donne, strizzando l’occhio a quel “baduismo” onirico che molti già amano.

 

 



“Del giorno dopo ieri” di Babel

Recensione di Luca Malinverno

I Babel sono un manipolo di giovani musicisti che a furia di collaborazioni e progetti in testa sono riusciti nell’intento di dare sfogo a ciò che per loro equivale alla parola rock. Un gruppo ambizioso che basa tutto su estro e ottimi testi, capace di affrontare con personalità una scena italiana dove a dettar legge sono sempre e solo nomi come Vasco Rossi e Ligabue. Sotto certi aspetti “Del giorno dopo ieri” ricorda molto esordi eccellenti come quelli di Tre Allegri Ragazzi Morti e Verdena, band che hanno donato qualcosa al DNA dei Babel, i primi nel modo di strutturare i testi e gli ultimi in sede sonora. Il pregio di questo disco sta tutto nella bravura dei suoi interpreti, divoratori di buona musica e abilissimi nel trasformare in arte ciò che viene comunemente definito rock. Le influenze sono svariate: si va dal funk allo stoner, passando per il lato più adrenalinico del rock’n’roll (che tanto li aiuterà in sede live), il tutto condito da un gran gusto in fatto di songwriting. A rendere ancora più credibile il tutto ecco due nomi noti della scena italiana quali Fabio Intraina (fonico tra i tanti di Verdena e Perturbazione) e Maurizio Giannotti (Afterhours, Punkreas…), personaggi di spicco che servono non poco in casi come questo, con un’ottima band che necessita della giusta spinta mediatica per farsi notare. Professionali e pronti al grande salto, i Babel potrebbero essere il giusto ricambio generazionale in un momento di transizione come quello odierno.



“Virginal Notes” di Melody Fall

Recensione di Luca Malinverno

Quando si deve ripartire, bisogna farlo con stile. I Melody Fall sin dall’esordio ebbero la grande dote di far parlare molto di sé, inizialmente per la proposta assai esterofila e in seguito per due passi importanti come la firma per una major e la partecipazione al Festival di Sanremo. In seguito a ciò ecco il momento più difficile, quello dove quanto fatto in precedenza sembra essersi cancellato da un momento all’altro. Mano agli strumenti quindi e sotto con un nuovo album, possibilmente convincente.
Il risultato eccolo servito: “Virginal Notes”, il classico disco che verrà bistrattato da chi ha mal digerito il loro successo ma che se ascoltato con un minimo di onestà bisogna ammettere che il livello qualitativo è decisamente alto. Che la band sia abilissima a sfornare singoli non è certo una novità e forse proprio per questo motivo i Melody Fall hanno deciso di andare sul sicuro, ponendoci di fronte a un disco fatto di hit. Non singoloni sanremesi sia ben chiaro (quel periodo forse lo cancellerebbero volentieri anche i diretti interessati), ma bensì canzoni screamo-rock di grande impatto. A Day To Remember, Enter Shikari, Attack Attack sono nomi facilmente accostabili a “Virginal Notes” un disco carico di emozioni ed energia, facilmente proponibile in sede live grazie alla velocità dei suoi riff ed efficace nei suoi continui contrasti vocali. Pochi i momenti ad alto dosaggio melodico, scelta che appoggiamo vista la voglia sfrenata del combo piemontese di mostrarsi sotto nuove vesti.
Tra i guest troviamo gli amici di un tempo: Christopher dei Ready Set Fall, Frez degli If I Die Today, Biax dei Last Day Before Holiday e Alvin dei No Time For, band attinenti alla loro proposta sonora e pronte a dar manforte.
Un ritorno sorprendente che speriamo porti i Melody Fall a convincersi una volta per tutte che questa è la strada giusta da percorrere, senza contratti imperiosi e apparizioni scomode.



“Taste The Flavour” di Oryzon

Recensione di Luca Malinverno

Chapeau. Partiamo subito così, senza mezzi termini, perchè una volta tanto bisogna esporsi senza paura. Come fanno gli Oryzon, giovanissima band milanese il cui talento dopo un EP d’esordio – già di per sé sorprendente – è finalmente esploso.
Di cosa stiamo parlando? Di un progetto rock libero da ogni vincolo, dove il lato artistico ha la meglio su ogni altra componente e dove, una volta tanto, si ha la forte sensazione di essere dinnanzi a musicisti che fanno musica per passione.
Si parte dalla titletrack, ruvida, distorta, martellante nel suo lento incedere e tremendamente efficace nel momento in cui i quattro musicisti decidono di accendere la luce con una parte centrale da brividi. A seguire ecco poi “You”, il classico singolo radiofonico che trascina puntando tutto su ritmo e prova vocale. La parte vocale è sicuramente il punto in più di “Taste The Flavour”, davvero efficace in ogni frangente e abile nel vestire alla perfezione un abito sonoro che in pochi saprebbero indossare vista la sua particolarità. Tornando al disco l’ascolto prosegue con la riflessiva “The Happiness Land (Where The End Has No End)” che esprime al meglio il lato più malinconico dei ragazzi, con le partiture prog oriented di “What Is It?” e l’ispiratissima “A Song For The End” dove gli echi verso i primi Muse suonano forti e chiari.
Un buonissimo prodotto reso ancor più accattivante dalle scelte grafiche e di packaging, a forma di DVD. Trattandosi di un ottimo (e ripeto ottimo) prodotto, una volta tanto mettete mano al portafogli e acquistate questo “Taste The Flavour”, scaricandolo godrete solo a metà!



“Pragmatica” di Rise After Defeat

Pragmatica. La disciplina della linguistica che si occupa dell’uso della lingua come azione. Dicono che le azioni parlino più forti delle parole, ed in molti casi è vero. Ma qui le parole fanno riflettere, non sono slogan a caso.
Il nuovo lavoro dei cagliaritani Rise After Defeat è una mazzata non indifferente, e non solo musicalmente. C’è un nichilismo di fondo che trasuda in ogni verso dei cinque pezzi che compongono questo ep. La consapevolezza di una generazione fallata e inerme, portata alle estreme conseguenze. Un vuoto (Emptiness) che difficilmente riesce a chiudersi, la coscienza di non aver affrontato l’incedere del tempo (Hold Fast), la ricerca del perdono per essere finiti in una gabbia senza uscita (Confession), una stanza senza porte da cui nasce la necessità di evadere un’apatia generazionale (Unknown). Ma il mondo è ormai in caduta libera, e la colpa è solo dell’umanità, che ha accettato tutto senza farsi domande, portando il buio su tutto ciò che ci circonda (Stillborns). Non c’è speranza, non c’è luce, solamente un punto di non ritorno. E questo piccolo viaggio nell’inferno della coscienza umana è fatto di sfuriate hardcore crusteggiante, con ritmiche d-beat alternate a velenosissimi mid tempo, con la voce di Carlo che vomita verso dopo verso il suo malessere verso un mondo che sta collassando su se stesso senza opporsi.
I Rise After Defeat non hanno mai suonato così bene, segno che una relativa stabilità della line up ha giovato non poco al sound del gruppo, così fresco e potente e allo stesso tempo nichilista. Dal primo aprile è in download gratuito, sono due semplici miseri click e un paio di tasti destri per salvare questa patata bollente sul vostro pc. Fatelo.