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	<title>Sound Magazine &#187; Recensioni</title>
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	<description>Il magazine della musica</description>
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		<title>&#8220;Le Déserteur&#8221; di Grimoon</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Feb 2012 14:41:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Valentina Zardini</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Recensioni Album]]></category>
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		<description><![CDATA[<img src="http://www.soundmagazine.it/wp-content/blogs.dir/1/files/2012/01/grimoon-cover-150x150.jpg" alt="" width="54" height="54" />Il ritorno dei Grimoon prende il nome di Le Déserteur, titolo sul quale si sviluppa il concept del disco. Il tutto nasce dalla conversazione della cantante/tastierista Solenn con la nonna.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><em>Recensione di Luca Malinverno</em></strong></p>
<p><img class="alignleft size-full wp-image-30192" style="margin: 5px" src="http://www.soundmagazine.it/wp-content/blogs.dir/1/files/2012/01/grimoon-cover.jpg" alt="" width="300" height="300" align="left" />Il ritorno dei Grimoon prende il nome di <strong>Le Déserteur</strong>, titolo sul quale si sviluppa il concept del disco. Il tutto nasce dalla conversazione della cantante/tastierista Solenn con la nonna, capace coi suoi racconti sulla Seconda Guerra Mondiale e lo Sbarco in Normandia di toccare l&#8217;anima della nipote al punto da spingerla a descrivere tutto ciò in un disco. Il rock della band ha quindi preso una piega decisamente più cupa, dove i testi giocano da protagonisti e la musica fa da perfetta cornice a stati d&#8217;animo contrastanti. Il tutto con la solita classe. Il sestetto ha dalla sua gran gusto ed esperienza, elementi fondamentali quando si fa della musica così fuori dagli schemi. “Le Déserteur” non è il classico lavoro da chart radiofoniche, tutt&#8217;altro. E&#8217; un lavoro destinato all&#8217;ascolto privato, a far riflettere. Perchè in fondo non trasmettere “emozioni forti” attraverso pezzi strappa lacrime o dance non è poi un male no? Il cantato in lingua francese rende ancor più intimo l&#8217;ascolto, lasciando poi a “Draw On My Eyes” il compito di sorprendere attraverso la collaborazione con Pall Jenkins (cantante dei Black Heart Procession e produttore del disco).<br />
In conclusione Le Déserteur ci mostra ancora una volta la caratura di una band che pare non perdere mai lo smalto di un tempo.</p>
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		<title>&#8220;Anxiety&#8221; di Acheode</title>
		<link>http://www.soundmagazine.it/blog/2012/02/06/anxiety-di-acheode/</link>
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		<pubDate>Mon, 06 Feb 2012 12:59:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>eros pasi</dc:creator>
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		<category><![CDATA[anxiety]]></category>
		<category><![CDATA[recensione di Anxiety di Acheode]]></category>

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		<description><![CDATA[<img src="http://www.soundmagazine.it/wp-content/blogs.dir/1/files/2012/02/acheode-cover-150x150.jpg" alt="" width="54" height="54" />Musicalmente ineccepibile nella formula a metà strada tra il brutal death metal e il molto più in voga deathcore, il disco può tranquillamente essere definito un must per chi ama tecnica cristallina e composizioni intricatissime.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-30461" style="margin: 5px" src="http://www.soundmagazine.it/wp-content/blogs.dir/1/files/2012/02/acheode-cover.jpg" alt="" width="300" height="300" align="left" />Basato su un concept che vuole la vita avere la meglio sulla morte (come si evince anche dall&#8217;artwork in cui un vecchio viene strangolato dal cordone ombelicale di un feto), l&#8217;esordio su Kreative Klan degli Acheode vede finalmente la luce. Un disco assai complesso questo “Anxiety”, dove tecnica e brutalità lo fanno da padroni.<br />
Musicalmente ineccepibile nella formula a metà strada tra il brutal death metal e il molto più in voga deathcore, il disco può tranquillamente essere definito un must per chi ama tecnica cristallina e composizioni intricatissime. Difficile infatti non rimanere di stucco davanti alle quantità industriali di riff e assoli fornita dai chitarristi, perfettamente coadiuvati da una sezione ritmica dirompente. Piace la loro fame di sperimentazione, che li porta spesso e volentieri a far scontrare frontalmente due modi di intendere metal assai diversi: quello più gore stile Cannibal Corpse a quello altrettanto extreme ma più modaiolo dei Carnifex. Le liriche si dividono tra growl e screamo, scelta questa che non sporca affatto il risultato finale, di altissimo livello. “Anxiety” è il classico disco capace di aprire importanti porte a una band, lasciamo ora agli Acheode il tempo necessario per capirlo e credetemi, in futuro ne vedremo delle belle!</p>
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		<title>&#8220;Pacifico&#8221; di Bad Love Experience</title>
		<link>http://www.soundmagazine.it/blog/2012/02/06/pacifico-di-bad-love-experience/</link>
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		<pubDate>Mon, 06 Feb 2012 11:27:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Valentina Zardini</dc:creator>
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		<category><![CDATA[recensione pacifico bad love experience]]></category>

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		<description><![CDATA[<img src="http://www.soundmagazine.it/wp-content/blogs.dir/1/files/2012/01/bad-love-experience-cover1-300x300.jpg" alt="" width="54" height="54" />Qualche giorno fa, in un giornale dalla quasi incontestabile autorevolezza, si leggeva che il rock aveva i giorni contati e poteva chinare pure la testa di fronte alla scure boiaccia del pop. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><em>Recensione di Andrea Broggi</em></strong></p>
<p><img class="alignleft size-medium wp-image-30188" src="http://www.soundmagazine.it/wp-content/blogs.dir/1/files/2012/01/bad-love-experience-cover1-300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" align="left" />Ché quando Curzio Malaparte scriveva “Maledetti toscani” non aveva che ragione. Mi si presenta oggi un disco che vedrà i riflettori delle scene tra poco meno di un mese (14 febbraio 2012): la copertina curata dall’artista statunitense Sanya Glisic è inquietante e surreale come un quadro di Bosch (erano dieci giorni che mi ronzava in testa la voglia di usare il pittore a metro di paragone e finalmente ce l’ho fatta), mescolando in un ambiente simil cittadino demoni zannuti e cornuti e un uomo dal sorriso disturbato che abbraccia tutto. Un titolo campeggia in alto, <strong><em>Pacifico</em></strong>, il gruppo è <strong>Bad Love Experience</strong> e questo loro terzo traguardo discografico segna l’ingresso nel roster della Black Candy records (cui si affianca alla pubblicazione Audioglobe e per il vinile la Tannen records).<br />
E, guarda un po’, i protagonisti son toscani.<br />
Questi quattro ragazzi di livorno (ma per capirlo ho dovuto leggere il comunicato, che mai l’avrei detto, ops, temo di aver appena confessato la mia ignoranza), reduci dalla candidatura al David di Donatello per la miglior canzone (<em>21st Century Boy</em>, presente nella colonna sonora de <em>La prima cosa bella</em> di Paolo Virzì), in una quarantina di minuti propongono schitarrate prorompenti come in <em>Devil in the town</em> accostandoci poi ballate folk come <em>Dream eater</em> e suoni armonizzati dal sapore brit pop. Il loro rock è piacevole, orecchiabile e, in una parola, fresco.</p>
<p>Qualche giorno fa, in un giornale dalla quasi incontestabile autorevolezza, si leggeva che il rock aveva i giorni contati e poteva chinare pure la testa di fronte alla scure <em>boiaccia</em> del pop. Ora, non per contraddirvi in pubblico, cari giornalisti mainstream, ma forse dovreste pesare un po’ più la vostra attenzione a quel che la scena, soprattutto indie, propone.<br />
Per chi cerca una conferma in questo gruppo di capaci musicisti italiani, scoprirà un disco in grado di stupirlo e fortunatamente anche questa volta in bene.<br />
Buon ascolto.</p>
<p><strong>TRACKLIST</strong><br />
01 The kids have lost the war PT. I<br />
02 The kids have lost the war PT. II<br />
03 Devil in town<br />
04 That country road<br />
05 Old oak wood<br />
06 Dream eater<br />
07 Cotton candy<br />
08 Dawn ode<br />
09 Rotten roots<br />
10 The princess and the stable boy<br />
11 Samba to hell<br />
12 Words in the wind<br />
13 The kids have lost the war PT. III<br />
14 The kids have lost the war PT. IV</p>
]]></content:encoded>
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		<title>&#8220;Utopie e piccole soddisfazioni&#8221; di Bologna Violenta</title>
		<link>http://www.soundmagazine.it/blog/2012/02/03/utopie-e-piccole-soddisfazioni-di-bologna-violenta/</link>
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		<pubDate>Fri, 03 Feb 2012 14:36:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Valentina Zardini</dc:creator>
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		<category><![CDATA[bologna violenta]]></category>
		<category><![CDATA[recensione Utopie e piccole soddisfazioni]]></category>
		<category><![CDATA[utopie e piccole soddisfazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Utopie e piccole soddisfazioni bologna violenta]]></category>

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		<description><![CDATA[<img src="http://www.soundmagazine.it/wp-content/blogs.dir/1/files/2012/02/bologna-violenta-cover-150x150.jpg" alt="" width="54" height="54" />Utopie e piccole soddisfazioni è uno di quei dischi che mette addosso la voglia di affaticare oltre misura i polmoni o almeno le corde vocali, il che non lo inserisce per direttissima tra i miei preferiti.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><em>Recensione di Andrea Broggi<br />
</em></strong><br />
<strong><em><img class="alignleft size-full wp-image-30428" style="margin: 5px" src="http://www.soundmagazine.it/wp-content/blogs.dir/1/files/2012/02/bologna-violenta-cover.jpg" alt="" width="219" height="219" align="left" />Utopie e piccole soddisfazioni</em></strong> terza fatica di<strong> Bologna violenta</strong> (progetto musicale dietro al quale si cela il polistrumentista <strong>Nicola Manzan</strong>), pubblicata da Wallace records e Dischi Bervisti e distribuito da Audioglobe, si presenta con un motto: “<em>Le grandi utopie che muovono il mondo e l’animo umano, sono ridicolizzate dalla sensazione che tutto sommato son le piccole soddisfazioni di ogni giorno a rendere la nostra vita migliore</em>”.</p>
<p>All’interno di questo <em>clame</em> co-esistono ventuno brani, in cui la voce è poco più che il pizzico di sale in un condimento strumentale spontaneo, concitato e altamente rumoroso, che già nei singoli titoli delle tracce rivela il suo essere lisergico, il bisogno di urlare un sonoro vaffanculo al cielo.<br />
Dal punto di vista strettamente musicale, il disco viene aperto con Incipit dall’ingessato discorso di fine anno di un vecchio Presidente della Repubblica e, per i successivi trenta minuti, oscilla da un hardcore-punk anni ottanta, vero leitmotiv di tutte le tracce, a cori aulici, canti tradizionali, componimenti per orchestre da camera e urla agghiaccianti, terminando con un requiem di archi dal titolo <em>Finale – Con rassegnazione</em>. Nel mezzo tra gli altri brani una cover molto personale dei CCCP <em>Valium Tavor Serenase</em>, Intermezzo l’unico pezzo dell’album privo di interferenze hardcore e Le armi in fondo al mare il migliore dei ventuno.</p>
<p><strong>Utopie e piccole soddisfazioni</strong> è uno di quei dischi che mette addosso la voglia di affaticare oltre misura i polmoni o almeno le corde vocali, il che non lo inserisce per direttissima tra i miei preferiti, o almeno non ne fa un disco che ascolterei quotidianamente, ma senza dubbio in tutto il suo essere disturbato, manifesta un sentimento di espulsione della rabbia interiore fagocitandolo in archi, percussioni, distorsioni e <em>cannibalizzazioni</em> vocali sinistramente piacevoli.<br />
E musicalmente si devono avere le contro-palle per fare un disco con questi intenti così ben riuscito.<br />
Buon ascolto.</p>
<p> <br />
<strong>Tracklist</strong><br />
1. Incipit<br />
2. Vorrei Sposare Un Vecchio<br />
3. Utopie<br />
4. Sangue In Bocca<br />
5. Costruirò Un Castello Per Lei<br />
6. E’ sempre La Solita Storia, Ma Un Giorno Muori<br />
7. Valium Tavor Serenase<br />
8. You’re Enough<br />
9. Lasciate Che I Potenti Vengano A Me<br />
10. Remerda<br />
11. Intermezzo<br />
12. Il Convento Sodomita<br />
13. Terrore Nel Triregno<br />
14. Mi Fai Schifo<br />
15. Il Bimbo<br />
16. Lutto Della Testa<br />
17. Piccole Soddisfazioni<br />
18. Popolo Bue<br />
19. Le Armi In Fondo Al Mare<br />
20. Transexualismo<br />
21. Finale – Con Rassegnazione</p>
]]></content:encoded>
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		<title>&#8220;9 Psalms Of An Antimusic To Come&#8221; di Antigama/Psychofagist</title>
		<link>http://www.soundmagazine.it/blog/2012/02/03/9-psalms-of-an-antimusic-to-come-di-antigamapsychofagist/</link>
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		<pubDate>Fri, 03 Feb 2012 14:20:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Valentina Zardini</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Recensioni Album]]></category>
		<category><![CDATA[9 Psalms Of An Antimusic To Come]]></category>
		<category><![CDATA[antigama]]></category>
		<category><![CDATA[Psychofagist]]></category>
		<category><![CDATA[recensione di 9 Psalms Of An Antimusic To Come di Antigama/Psychofagist]]></category>

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		<description><![CDATA[<img src="http://www.soundmagazine.it/wp-content/blogs.dir/1/files/2012/02/psychfagist-cover-150x150.jpg" alt="" width="54" height="54" />Il caso di 9 Psalms Of An Antimusic To Come è leggermente diverso, in quanto ci troviamo di fronte a due nomi ormai consolidate nella suddetta scena. E allora a che serve uno split? ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><em>Recensione di Luca Malinverno</em></strong></p>
<p><img class="alignleft size-medium wp-image-30421" style="margin: 5px" src="http://www.soundmagazine.it/wp-content/blogs.dir/1/files/2012/02/psychfagist-cover-300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" align="left" />Lo split è da sempre un formato molto gettonato nel panorama grind, diverse infatti le produzioni che vedono confrontarsi nomi di spicco a interessanti realtà. Il caso di 9 Psalms Of An Antimusic To Come è leggermente diverso, in quanto ci troviamo di fronte a due nomi ormai consolidate nella suddetta scena. E allora a che serve uno split? A divertirsi innanzitutto, a sperimentare, a far vedere che in fondo, non è affatto vero che suonare certi tipi di musica porti a fossilizzare il proprio estro. In nove brani queste due band mostrano a chiare lettere una grande capacità, quella di sapersi mettere in discussione optando per soluzioni rischiose ma mai avventate. Basti infatti pensare al modo in cui è stato preso questo lavoro dagli Antigama, che in quattro brani vanno a piazzare alternanze ritmiche, elettronica, giri di chitarra tamarri (quest’ultimo termine prendetelo con le dovute proporzioni) per poi chiudere in bellezza con un outro decisamente inutile nel complesso. In poche parole pregi e difetti del fare grind insomma. Chi invece non ha timori a mostrare il proprio lato bastardo sono i Psychofagist, che da bravi manovali nei loro cinque brani pestano senza pietà mettendo al tappeto chiunque, persino i compagni di split Antigama. La fame o se vogliamo il modo di prendere in considerazione questa opportunità è stata concepita in maniera diversa dalle due band, con gli Antigama più propensi a chiudere in fretta la loro parte e i Psychofagist a far sì che anche in questa occasione si possa parlar di loro in maniera positiva. E così è stato. 9 Psalms Of An Antimusic To Come è un lavoro interessante, che sa offrire spunti e una visione insolita di ciò che viene comunemente definita musica estrema.</p>
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		</item>
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		<title>&#8220;Un meraviglioso declino&#8221; di Colapesce</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Feb 2012 17:01:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Valentina Zardini</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Recensioni Album]]></category>
		<category><![CDATA[colapesce]]></category>
		<category><![CDATA[recensione un meraviglioso declino colapesce]]></category>
		<category><![CDATA[Un meraviglioso declino]]></category>

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		<description><![CDATA[<img src="http://www.soundmagazine.it/wp-content/blogs.dir/1/files/2012/02/colapesce-voer-150x150.jpg" alt="" width="54" height="54" />Ascolterete un disco che parla d’amore e che mi ha fatto immaginare scene di intenso dialogo con se stessi, simili a quando si è abbastanza distanti dalla persona amata da poter lasciar scivolare la sincerità.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><em>Recensione di Andrea Broggi</em></strong></p>
<p><img class="alignleft size-medium wp-image-30410" style="margin: 5px" src="http://www.soundmagazine.it/wp-content/blogs.dir/1/files/2012/02/colapesce-voer-300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" align="left" />Non mi capita spesso di ascoltare un disco di musica italiana in grado di tenere talmente ancorata la mia concentrazione, da consentirmi di scrivere durante l’ascolto. E forse l’incantevole malinconica bellezza di <em>Un meraviglioso declino</em> (42Records), primo lavoro cantautorale di <strong>Colapesce</strong>, progetto musicale dalle piacevolissime quanto orecchiabili sonorità, si nasconde qui.  Molte le collaborazioni che hanno reso ancor più straordinaria la piacevolezza delle tredici tracce: Roy Paci e Grazia Negro (anche padroni di casa della tappa di registrazione leccese passata anche per Milano e Bologna), e Alessandro Raina (Amor Fou) e Mirko Onofri (Brunori Sas).</p>
<p>Ascolterete un disco che parla d’amore e che mi ha fatto immaginare scene di intenso dialogo con se stessi, simili a quando si è abbastanza distanti dalla persona amata da poter lasciar scivolare la sincerità e liberare senza timidezza alcuna o remora la propria emotività, magari su carta dove non si è nemmeno costretti ad ascoltarsi vivendo nella paura di dire male qualcosa. Potrebbe essere una dedica, una lettera dal fronte quotidiano delle relazioni, in cui la chitarra acustica (come in <em>Restiamo in casa</em> e <em>Satellite</em>) diventa lo strumento con cui parlare, circondato da un ambiente di percussioni a fare da accompagnamento.<br />
Adesso avete poco più di cinquanta minuti per scrivere la vostra lettera, leccare il francobollo, spedirla al vostro amore distante.<br />
Buon ascolto.</p>
]]></content:encoded>
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		<item>
		<title>&#8220;Eskimada&#8221; di Eskimada</title>
		<link>http://www.soundmagazine.it/blog/2012/02/02/eskimada-di-eskimada/</link>
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		<pubDate>Thu, 02 Feb 2012 14:57:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Valentina Zardini</dc:creator>
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		<category><![CDATA[recensione eskimada]]></category>

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		<description><![CDATA[<img src="http://www.soundmagazine.it/wp-content/blogs.dir/1/files/2012/02/Eskimada-150x150.jpg" alt="" width="54" height="54" />Il 2011 segna l'anno di svolta per i sardi Eskimada che finalmente ottengono la meritata notorietà grazie alla firma con la Red Cat Promotion e la conseguente pubblicazione del loro album omonimo.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><em>Recensione di Annalisa Esposito</em></strong></p>
<p><img class="alignleft size-full wp-image-30398" style="margin: 5px" src="http://www.soundmagazine.it/wp-content/blogs.dir/1/files/2012/02/Eskimada.jpg" alt="" width="200" height="200" align="left" />Il 2011 segna l&#8217;anno di svolta per i sardi Eskimada che finalmente ottengono la meritata notorietà grazie alla firma con la Red Cat Promotion e la conseguente pubblicazione del loro album omonimo.<br />
Con un sound vicinissimo alla scena nu-metal dei Korn &#8220;contaminato&#8221; a tratti da un post/harcore più melodico e pacato, il gruppo riesce a snodare molto bene le proprie capacità sia vocali che strumentali, senza andare fuori tema pur variando di colpo l&#8217;andamento del disco.<br />
L&#8217;inizio di voci e cori cauti e moderati non deve trarre in inganno, perchè già da &#8220;Stand&#8221; cominciano ad apprire le scene caratterizzanti, dagli andamenti veloci e ristretti poi co-partecipi a voce e strumenti. Successivamente ecco spuntare in &#8220;Hero&#8221; la compente che si potrebbe definire a cavallo tra progressive e post-grunge. Piega melodico-onrica per &#8220;Interludio&#8221;, tra le atmosfere zen e le chitarre acustiche di sottofondo; post-hardcore davvero ben riuscito per &#8220;The 16th minute&#8221;, dove le melodie si districano sinuosamente tra cantato clean e scream i quali a loro volta si trascinano fino alla chiusura di &#8220;Action&#8221;, affermando il riuscito &#8220;colpo grosso al gatto rosso&#8221;.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>“Ormai” di Fine before you came</title>
		<link>http://www.soundmagazine.it/blog/2012/02/02/%e2%80%9cormai%e2%80%9d-di-fine-before-you-came/</link>
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		<pubDate>Thu, 02 Feb 2012 11:34:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Valentina Zardini</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Recensioni Album]]></category>
		<category><![CDATA[fine before you came]]></category>
		<category><![CDATA[ormai]]></category>
		<category><![CDATA[recensione ormai fine before you came]]></category>

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		<description><![CDATA[<img src="http://www.soundmagazine.it/wp-content/blogs.dir/1/files/2012/02/fine-before-you-came.bmp" alt="" width="54" height="54" />E’ senza dubbio un buon disco registrato molto bene e musicalmente più curato, non è una frase fatta, se fai parte della Tempesta un motivo ci sarà. Ma le atmosfere, se pur cupe e irrequiete, non hanno quello stesso graffio.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><em>Recensione di Diego Vantini</em></strong></p>
<p><img class="alignleft size-full wp-image-30370" style="margin: 5px" src="http://www.soundmagazine.it/wp-content/blogs.dir/1/files/2012/02/fine-before-you-came.bmp" alt="" width="300" height="300" align="left" />&#8220;Ormai&#8221; è uscito da una decina di giorni e se la recensione la faccio solo adesso il motivo è che mi son preso del tempo&#8230; Non biasimatemi ma era quantomeno doveroso, insomma S F O R T U N A l&#8217;ho letteralmente consumato e non è un eufemismo. Credo di aver cantato ogni pezzo a squarcia gola in qualsiasi situazione, sotto la doccia, in macchina, da solo, in compagnia, da sbronzo, durante cene eterne a parlare di musica e chi più ne ha più ne metta. Ora ho qualcosa di nuovo da mettere sotto la voce <em>#comeperderelecordevocali</em>!</p>
<p>La prima notizia bomba è stata che anche questa nuova uscita è scaricabile gratis dal loro sito, come i precedenti d’altra parte, ma per una band che viene da una tournée che ha raccolto così tanti consensi è una gran cosa. Disco, copertina e testi in un bel pacchetto compresso comodo comodo, anche se due minuti per mettere i tag alle canzoni li avrei persi.</p>
<p>Il primo ascolto purtroppo però mi è scivolato via senza quasi che me ne accorgessi, ok, forse non era il mood giusto lo ammetto, se esci da una fabbrica dove stampano vinili sei sicuramente troppo colmo di entusiasmo per prestare attenzione ad altro. Per questo me la sono presa comoda,  ho voluto vedere se fosse un album di quelli che han bisogno di più tempo e dopo una buona dose di ascolti posso dire che non mi ha ancora convinto.<br />
E’ senza dubbio un buon disco registrato molto bene e musicalmente più curato, non è una frase fatta, se fai parte della Tempesta un motivo ci sarà eccome. Ma le atmosfere, se pur cupe e irrequiete, non hanno quello stesso graffio che potevi sentire in pezzi come “Buio” o quella frustrazione quotidiana di “Natale”.<br />
C’è una sorta di rassegnazione, di resa, come se la rabbia dei ricordi si stesse dissolvendo. A me ha dato questa sensazione fin da subito, già con “Dublino”, probabilmente il racconto di una stanca routine ed è come se i testi si riflettessero nella musica o nella pasta che si crea mettendoli assieme. Proseguendo nella tracklist arrivi poi a canzoni come “Sasso” o “Paese” e ti ritrovi in quei bei crescentoni coinvolgenti che vorresti sentire S E M P R E, ma pian piano arrivi in fondo ad un bel disco in cui io non ho trovato la stessa sensazione di estraneazione dai miei casini.</p>
<p>Forse dopo così tanto tempo mi aspettavo troppo io e mi ricrederò, ma penso che la più grossa sfortuna di “Ormai” sia stato proprio <em>S F O R T U N A</em>.</p>
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		<title>&#8220;The Big Show&#8221; di Super Dog Party</title>
		<link>http://www.soundmagazine.it/blog/2012/02/01/the-big-show-di-super-dog-party/</link>
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		<pubDate>Wed, 01 Feb 2012 15:57:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Valentina Zardini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni Album]]></category>
		<category><![CDATA[recensione di The Big Show di Super Dog Party]]></category>
		<category><![CDATA[Super Dog Party]]></category>
		<category><![CDATA[The Big Show]]></category>

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		<description><![CDATA[<img src="http://www.soundmagazine.it/wp-content/blogs.dir/1/files/2012/02/super-dog-party-cover-150x150.jpg" alt="" width="54" height="54" />Far le cose bene senza strafare è sempre la scelta migliore. I Super Dog Party sono una band cresciuta con il punk’n’roll nel sangue e a cui il funk piace parecchio.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><em>Recensione di Luca Malinverno</em></strong></p>
<p><img class="alignleft size-full wp-image-30349" style="margin: 5px" src="http://www.soundmagazine.it/wp-content/blogs.dir/1/files/2012/02/super-dog-party-cover.jpg" alt="" width="200" height="200" align="left" />Far le cose bene senza strafare è sempre la scelta migliore. I Super Dog Party sono una band cresciuta con il punk’n’roll nel sangue e a cui il funk piace parecchio. Non è certo un caso che il fondatore sia Alessandro Peana, già attivo anni or sono nei punk rockers Boomers e oggi mente di questo nuovo progetto. The Big Show è un disco la cui semplicità permette un ascolto fluido e spensierato, sette brani dove il sound anni 70/80 è protagonista e dove i richiami al garage punk nordico offrono quel qualcosa in più che ogni produzione dovrebbe avere. Un lavoro assai esterofilo dove il trio mostra tutta la sua competenza nel saper trasformare la passione per il rock’n’roll in brani efficaci soprattutto se pensati in chiave live. Entusiasmo e vibrazioni positive non mancano mai nel cocktail offertoci dai Super Dog Party, attenti anche a mostrare il loro lato più soft con la ballatona “Greyhounds’ City”, molto yankees nel suo mix voce/chitarra.<br />
Un buon lavoro insomma, consigliato ovviamente a chi non può fare a meno di avere un alto tasso di adrenalina in corpo.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>&#8220;Usque Ad Finem&#8221; di Payback</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Feb 2012 15:52:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>eros pasi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni Album]]></category>
		<category><![CDATA[payback]]></category>
		<category><![CDATA[Recensione di Usque Ad Finem di Payback]]></category>
		<category><![CDATA[Usque Ad Finem]]></category>

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		<description><![CDATA[<img src="http://www.soundmagazine.it/wp-content/blogs.dir/1/files/2012/02/payback-cover-150x150.jpg" alt="" width="54" height="54" />E allora ecco Usque Ad Finem dei Payback, album che racchiude in sé tutti quegli elementi che hanno reso la band uno dei nomi di punta della scena hardcore nazionale. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-30343" style="margin: 5px" src="http://www.soundmagazine.it/wp-content/blogs.dir/1/files/2012/02/payback-cover.jpg" alt="" width="300" height="300" align="left" />Dopo dieci anni passati on the road e a sfornare produzioni di spessore per i romani <strong>Payback</strong> arriva il momento di tirare le somme di quanto fatto sinora. E allora ecco <strong>Usque Ad Finem</strong>, album che racchiude in sé tutti quegli elementi che hanno reso la band uno dei nomi di punta della scena hardcore nazionale. Nel corso degli anni il sestetto ha vissuto sulla propria pelle l’evoluzione di questa scena, aggiungendo in maniera intelligente svariati elementi al proprio DNA e arrivando oggigiorno a essere completi sotto molti aspetti. In questo nuovo capitolo discografico i messaggi escono forti e chiari in pieno stile stradaiolo, presa di posizione netta e senza mezzi termini che viene amplificata dall’uso abbondante di cori che irrobustiscono ancor più le parti vocali. Qui non si parla di speranze ma di fatti concreti, racconti di vita vissuti sulla propria pelle, per sogni e amenità varie ci son fin troppi gruppi a disposizione oggigiorno. In poche parole il combo capitolino riprende fedelmente ciò che l’old school tramanda da anni, coerenza e obiettività.  Musicalmente i Payback non hanno mai nascosto di gradire il lato più metallico dell’hardcore odierno (vedi Terror, Agnostic Front) e in <strong>Usque Ad Finem</strong> questa considerazione viene confermata appieno, ricordando moltissimo i bostoniani Death Before Dishonor. A dar manforte all’interno del disco troviamo alcuni ospiti, tra i quali Vinnie Stigma (Agnostic Front), che in Die Hard offre la sua voce alla causa. Non deludono mai i Payback, tra i più credibili nella scena hardcore nazionale e sempre pronti a omaggiare i fan con dischi all’altezza della situazione.</p>
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