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Interviste



Intervista con unòrsominòre.

 

 

24/11/2011

Sound Magazine ha nuovamente il piacere di intervistare unòrsominòre, cantautore veronese che ha da poco pubblicato il nuovo disco “La vita agra” per Lavorare Stanca.

Domande a cura di Andrea Broggi

Cominciamo con le presentazioni che c’ho sto pallino dei nomi e mi piacerebbe capire il perché del tuo. Perché unòrsominore. tutto minuscolo, tutto attaccato e col punto finale?

Perché richiede impegno e attenzione, per disorientare un po’, perché è diverso dagli altri; o per lo meno lo era quando ho iniziato, cinque o sei anni fa. Non c’era questa invasione di bestie nell’indie italiano. Adesso con tutti i quadrupedi e i plantigradi in giro mi sa che cambio pseudonimo. Mi ricorda l’invasione di nomi di donna nella scena degli anni 2000. Bah, tutto passa.
 
Il tuo ultimo album “La vita agra” parla di questo presente. Cosa vedi?

Quello che vedo l’ho scritto e cantato: un paese stravolto, sconvolto, abbruttito nel suo intimo da decenni di corrosione della cultura, dello spirito critico, della tensione morale, e generazioni di padri e di figli distratti e superficiali e smemorati. Il 12 novembre scorso è cambiato qualcosa, è finita un’epoca ed è caduto un simbolo, ma l’epoca nuova di serenità e progresso è ben di là da venire. Le radici del disastro nel quale viviamo ormai da troppo tempo affondano nella storia di questa nazione. Questa liberazione, diversamente da quella del ’45, non porta con sè la voglia di ricominciare a ricostruire; siamo tutti stanchi, sfiduciati, non ci aspettiamo niente di nuovo. La mia generazione è cresciuta con l’imperativo categorico di rinunciare a credere, a sperare di cambiare qualcosa; “ci hanno preso tutto” e non vedo spiragli di sorta, nel futuro. La sinistra non esiste più da anni, l’Italia era e resta un paese di destra più o meno criptica, populista e ignorante, con o senza il tirannuccio in prima persona sullo scranno. E circa le nuove generazioni, direi che Manuel Agnelli la cantava giusta già una quindicina d’anni fa, e la situazione non è migliorata, anzi.

E il mondo discografico, invece, come ti appare?

Se parli del mondo indie, direi per lo più un mondicino piccino tutto teso a vivacchiare di cosine piccine; una piccola rete di amicizie e favori personali, esattamente come ogni altro settore. Per carità, esistono le eccezioni, ci mancherebbe. E comunque ovviamente io parlo solo per invidia. Del mondo major non posso parlare perché non lo conosco direttamente, ma mi pare che abbia sempre meno a che fare con la musica e sempre più con altre faccende.
 
“Le parole sono importanti”, quanto lo sono per te e da quali letture o esperienze o modi di sentire nasce la tua poetica?

Lo sono assai, e mi piace pensare presuntuosamente che si intuisca nelle cose che scrivo e canto. Forma e sostanza non sono scindibili, “chi parla male pensa male e vive male” e chi scrive male difficilmente parla bene. Non è solo il godimento estetico di leggere e ascoltare costruzioni verbali piacevoli, c’è anche la necessità di essere chirurgici e spietati con le parole, per dire esattamente quello che va detto, per non lasciare spazio a formulazioni deboli – sia che si scelga di non essere ambigui, sia che si scelga di esserlo, il che è solo una questione stilistica. L’importante è avere coscienza di quello che si scrive e si dice. Letture: circa l’uso delle parole, direi Borges, su tutti; e poi Eco, Buzzati; Bulgakov. Ma metti anche Moretti, ovviamente, anche se non scrive romanzi.

Questo disco segna un’ulteriore crescita rispetto ai precedenti lavori, sia dal punto di vista degli arrangiamenti che delle tematiche proposte. Quando hai cominciato a scrivere “La vita agra” e come si sono sviluppati i pezzi?

Ho iniziato a scrivere le canzoni per questo disco molto tempo fa, un paio di anni almeno. E’ stato un processo lungo e complicato, non è il tipo di canzoni che sono sempre stato abituato a scrivere e quindi ho dovuto e voluto limare e sistemare ogni dettaglio. Poi cercare i suoni e le soluzioni musicali giuste per quelle parole è stato altrettano difficile, e in questo ho ricevuto un enorme aiuto da Fabio. Ho cercato, sia nelle parole che nelle musiche, di evitare stereotipi di genere e cercare di non scadere in ovvietà. Non tutti sono convinti che ci sia riuscito, ma era preventivato. Alla fine, per aggiungere complicazioni alle complicazioni, ho deciso di registrare tutto da solo suonando tutti gli strumenti. E’ stato divertente.
 
Cinismo, rabbia, voglia di reagire, disillusione… quali sono gli stati d’animo che hai riversato in questo disco?
 
Molta rabbia, sì, e molta disillusione, ma sempre cercando di filtrarle attraverso uno sguardo il più possibile razionale. Ho cercato di evitare sfoghi emotivi, anche quando urlo lo faccio con coscienza.
Il cinismo fa parte di me ma non credo si avverta troppo in queste canzoni, mi sa che tendo più a dare voce al mio idealismo romantico (per quanto pessimista) nella musica, per poi essere cinico e fastidioso nella vita di ogni giorno. Circa la voglia di reagire, in Celluloide sono abbastanza esplicito a riguardo: “Se cambiare qualcosa è impossibile, a cosa ci può servire la voglia di fare?”. La voglia magari c’è anche, è il metodo che manca.

Ci sono state altre possibilità musicali o precisi momenti in cui hai pensato di dover cercare nuove esperienze oppure dal momento in cui hai aperto questa nuova parentesi artistica ogni ripensamento ha trovato soddisfazione in ciò che stavi riuscendo a creare?
 
No, hai voglia, decine di ripensamenti, continuamente. Ogni giorno, anche oggi. Sono un insicuro e non sono mai del tutto convinto delle mie scelte. Per questo lavoro poi, avendo deciso per scelta e per necessità di virare significativamente rispetto alle cose passate, i dubbi e le incertezze sono stati numerosissimi. Però posso dire che alla fine la soddisfazione è maggiore rispetto ad ogni altra mia esperienza passata in ambito musicale. Mi sembra di aver fatto, insieme e grazie a Fabio, il meglio che si potesse fare.

Ci sono musicisti o gruppi italiani che godono della tua manifesta stima?

Come no, e anzi grazie che me lo chiedi, così per una volta non sembro l’eterno insoddisfatto di tutto. Fra i cosiddetti indipendenti mi piacciono Il teatro degli orrori, Offlaga disco pax, Ministri, Non voglio che Clara. Meno noti ma bravissimi: Dilaila, Bancale, Misachenevica. Poi ci sono quelli veri, ma lì è un altro discorso, no? :)
 
Quanto pesa una tua canzone e quale del tuo ultimo album senti ti appartenga di più?
 
Quanto pesa per chi? Per me parecchio, troppo probabilmente; per gli altri dipende, non saprei. Immagino non molto, altrimenti vivremmo in un paese migliore. Circa le canzoni, ce ne sono due o tre a cui sono molto legato: Celluloide, La vita agra II, Ci hanno preso tutto. Sono forse fra le meno immediate, e fra le più dirette, e cupe. Fosse stato solo per me forse il disco sarebbe stato tutto su quei toni, ma il mio produttore non ha voluto sentire ragioni e ha esatto il singolo ballabile.

Quali sono i tuoi programmi prossimi?

Suonare un po’ in giro, dove si riesce a farlo.

www.unorsominore.it



Intervista con Our Time Down Here

 

 

02/11/2011

La redazione di Sound Magazine incontra i Our Time Down Here, uno dei nomi caldi della scena hardcore punk inglese. Nati come veloce gruppo hardcore senza compromessi, la band ha affinato il proprio sound negli anni, diminuendo la velocità in favore di aperture melodiche (senza perdere intensità) che hanno fatto fare ai cinque inglesi il salto di qualità. Hanno all’attivo due ep e un album, più il nuovo album “Midnight Mass” in dirittura d’arrivo.
Risponde alle nostre domande il cantante Will Gould.

Ciao ragazzi, è un piacere avervi qui su Sound Magazine. Vorreste presentarvi ai nostri lettori?
W: Hey, siamo i Our Time Down Here, un gruppo punk rock dalla costa sud dell’Inghilterra. Mi chiamo Will e canto.

Ancora qualche mese e il vostro secondo album “Midnight Mass” sarà nei negozi. Vorresti parlarcene un po’?
W: Volentieri. E’ un disco totalmente diverso da quanto abbiamo fatto in passato. E’ molto più cupo, molto concettuale di quanto mai lo sia stato prima e penso che molte delle idee che abbiamo avuto mentre componevamo “Last Light” sono state sviluppate e maturate. Abbiamo anche smesso di ascoltare hardcore quando siamo a casa, perchè praticamente suoniamo ogni concerto con gruppi hardcore. Non sto dicendo che non ne facciamo più parte! Le nostre radici sono ben ancorate nel genere, ma per noi è diventato un po’ troppo convenzionale negli ultimi anni. Ci sono grandissimi gruppi hardcore in Inghilterra, ma penso che la gente e noi amiamo così tanto gruppi come More Than Life, Attack! Vipers! e Kerouac perchè offrono qualcosa in più rispetto a parti mosh cucite assieme. La gente si lega a questi gruppi contemporaneamente in modi diversi. Siamo riusciti a far cantare il nostro amico Thom (Kerouac) su un pezzo del nuovo album intitolato “The Reckoning”, ne siamo davvero entusiasti.
C’è da dire che avendo suonato canzoni hardcore velocissime per molto tempo, ora sembriamo un gruppo hardcore che suona pezzi pop punk, perchè manteniamo quelle influenze. Molti dei pezzi più lenti e soft del disco sono stati messi assieme da vecchi pezzi di chitarra che Ian aveva scartato quando suonava nel gruppo youth crew Take Em Out (cercateli su myspace). Mi ha fatto sentire alcuni demo sul suo portatile e gli ho detto: “Hey, posso cantare su questo”, e da li abbiamo messo assieme una canzone prendendo spunti qua e la.
Ho detto qualche volta che se l’album dei Green Day è una “punk rock opera” vorrei che questo disco venisse riprodotto come una “punk rock school play”, con scenografie fatte a mano, mamme che fanno costumi e dove il pubblico si siede su quelle sedie di plastica verde. Perchè è stato creato con un piccolo budget da un gruppo che ha creduto tantissimo in questo progetto e ci ha speso molto tempo, spesso gratis. Per esempio, prendendo spunto dai Dead Man’s Bones di Ryan Gosling, abbiamo allestito un coro di bambini composto dalla nipote di Greg OTDH e i suoi compagni di scuola. Avevo una grande lavagna bianca, ho scritto le parti e mi sono seduto cantando loro le parti: hanno fatto un lavoro magnifico cantandomi le parti da registrare.
Neil Kennedy ha questo tipo di energia eccitante che porta anche te a tirare fuori il massimo possibile da ogni canzone, è contagioso e dopo aver passato lui stesso anni a suonare in gruppi punk rock, il suo apporto all’album è stato impagabile. Personalmente lo considero uno dei migliori produttori con cui lavorare al momento.
Di base è un disco pop punk che parla di cose reali, con un unico messaggio su tutto come nel passato. Anche se ci sono substrati più cupi che sono essenziali per la narrazione, abbiamo lavorato sodo perchè non catalizzassero tutta l’attenzione.
Penso di aver esagerato con questa risposta haha.

Da quando avete pubblicato il vostro primo ep c’è stata una grandissima maturazione nel songwrtiting del gruppo, da canzoni hardcore veloci e grezze a pezzi più melodici. E’ una crescita naturale o semplicemente vi siete stufati di suonare sempre le stesse cose? O avete voluto provare qualcosa di nuovo?
W: Ian ed io componiamo molti dei pezzi per il gruppo mentre stiamo nella baracca dove dorme, nella casa popolare di sua mamma a Romsey. Veramente non riesco a spiegare il chaos in casa di Ian senza rendergli giustizia. Abbiamo avuto un’annata davvero pesante mentre stavamo scrivendo i pezzi e penso che per quest album in particolare, nel mezzo di tutto quello che ci stava succedendo, ci ha spinto a comporre in modo più melodico e affrontare le cose in modo introspettivo e discreto con le parti più heavy, piuttosto che un disco incazzato e rabbioso. Abbiamo giocato molto sulle dinamiche in modo che i pezzi, veloci o lenti, abbiano un senso e siano più significativi. Ho sempre faticato a fare un disco dove le canzoni sono totalmente arrabbiate o totalmente positive. Chiedete a qualsiasi gruppo e vi dirà come andare in tour fa diventare tutti un po’ bipolari, penso che la nostra musica sia cresciuta per riflettere meglio questa cosa. Molte canzoni sono rabbiose, ma sono anche per cuori infranti, disilluse, apatiche e alcune ottimiste. E’ stato un processo naturarle, ho sempre avuto l’idea di fare il disco in questo modo. Non riesco ad immaginare anche come qualcuno voglia che riscriviamo un disco che abbiamo già fatto, siamo fieri del nostro passato ma mi sentirei miserabile a dover scrivere nello stesso modo per sempre!

Il vostro precedente ep “Last Light” è stata una grandissima sorpresa appena è uscito. Tutto sembra così perfetto in quell’ep. Avete mai pensato di scrivere qualcosa di così grandioso mentre lo stavate componendo?
W: Grazie davvero! E’ molto gentile da parte tua. Direi proprio di no: ricordo che è stato davvero difficile per me registrare le parti vocali, perchè la mia voce era troppo stanca a causa dei numerosi tour fatti al tempo. Abbiamo dovuto registrare anche di notte per avere tempo in studio. Mi ha fatto venire in mente il modo in cui i Misfits hanno registrato “Static Age” al loro tempo, probabilmente in modo molto meno figo. Steve Bega, il tecnico del suono, è stato davvero paziente con me,  è una delle mie persone preferite. Seriamente, il nostro gruppo è davvero fortunato ad avere gente che si sacrifica per noi. Vorrei sentire che quello che è successo ora è che abbiamo fatto un deciso passo in avanti da quello che avevamo iniziato con l’ep.
Il mio amico Phil dei Fights And Fires, una volta in tour mi ha detto che aveva già percepito che stavamo andando con quelle idee, con il nuovo album ci siamo decisamente focalizzati sul suono. E’ stato un grande complimento, e posso solo sperare che sia vero.

Quali sono le vostre influenze più grosse come gruppo? Cioè artisti/gruppi che vi hanno influenzato o vi influenzano ancora?
W: Posso solo parlare personalmente, ma penso che abbiamo influenze punk rock di gruppi come Lifetime, Jawbreaker, Hot Water Music, The Bouncing Souls. Personalmente sono stato spesso etichettato come goth kid perchè amo gruppi come The Cult, The Damned, Sisters Of Mercy, The Cure, ma se devo essere sincero amo la musica con risvolti teatrali, specialmente se di natura punk rock. Mi piace molto anche la musica pop, mentre ti sto rispondendo sto ascoltando Fisherman’s Blues dei The Waterboys haha. E anche se probabilmente è davvero evidente, consumiamo AFI e Alkaline Trio più di ogni altro gruppo quando siamo in furgone.

Recentemente il vostro batterista Chris ha lasciato il gruppo. E’ stata una decisione sofferta? Avete trovato un nuovo batterista stabile?
W: E’ stato terribile e non è stata per niente una nostra decisione! E’ uno dei nostri amici più cari ma sfortunatamente non riusciva più ad andare avanti. Andare in tour è come una tempesta che ti strappa dalle relazioni/situazioni finanziarie/vita e scaglia la gente in posti completamente diversi, penso che Chris abbia raggiunto un punto dove non poteva più giustificare il fatto di dover rinunciare a tutto. Ed è completamente capibile considerando quanto sia ridicolo: non è perchè non gli frega più di noi o del gruppo, ma è tutto quello che ne è conseguito. Ha avuto un grandissimo impatto nella mia vita e lo rispetto come persona e le sue decisioni. Nonostante sia stata una decisione che ci ha spezzato il cuore, abbiamo fortunatamente trovato il nostro nuovo batterista Shane. Considerate le circostanze, siamo riusciti ad atterrare sui nostri piedi.

Parlando dell’Europa, quali sono le principali differenze con la scena inglese?
W: La scena inglese è molto più legata rispetto ai ragazzi in Europa, ovviamente è dovuto al fatto che la ci sono scene più piccole sparse in paesi completamente diversi. Da quando il gruppo si è formato, visitare l’Europa è stata sempre una delle mie cose preferite da fare. Sono tutti davvero amichevoli e accoglienti, ci sono molte meno pretese e siamo trattati davvero bene in ambienti di cui magari non conosci neanche una parola della lingua locale. E’ sempre umiliante. Una delle mie cose preferite nella vita è conoscere persone nuove e sentire le loro storie, andare in tour in Europa me ne da la possibilità, quindi sono sempre contento di essere li!

Quali sono i vostri progetti futuri? Avete tour in programma?
W: Vogliamo stare tranquilli per un po’ di mesi in modo da raccogliere un po’ di soldi, ma ci sono stati offerti dei concerti a cui non abbiamo potuto rifiutare. Non andremo in tour per un bel po’. Prossimo anno, invece, torneremo on the road per supportare il nuovo album, e non vediamo l’ora di tornare in Europa e rivedere i nostri amici.

Siamo giunti alla domanda classica. C’è qualche gruppo che vorreste pubblicizzare consigliandolo ai nostri lettori?
W: Ah, non saprei da dove iniziare, ci son tanti gruppi interessanti in Inghilterra al momento! C’è una band di Norwich che si chiama ManBearPig (http://www.facebook.com/pages/Manbearpig/130465853679173) che adoriamo e offrono qualcosa di speciale alla scena inglese.  C’è un altro gruppo, dal Galless, che si chiama Forrest (http://www.facebook.com/Forrestsouthwales) che consigliamo. I Grader di Aberdeen sono grandiosi e sono uno dei nostri gruppi hc preferiti di queste parti ((http://www.facebook.com/GraderMusic). Uno che ha avuto un grande impatto su di noi è The Lion And The Wolf (http://www.facebook.com/thelionandthewolf), ascoltiamo i suoi dischi tutto il tempo, la sua canzone “Ghost On Trinity” è davvero stupenda. Potrei andare avanti ancora, ma penso che se ne consiglio pochi li andate a sentire di sicuro!

Bene ragazzi, grazie per aver avuto il tempo di rispondere alle nostre domande. Volete aggiungere qualcosa?
W: Grazie davvero per il tuo tempo! Spero che tutti daranno un ascolto al nostro disco nei prossimi mesi e si prepari per grandi cose. Seguiteci su Facebook per aggiornamenti! (http://www.facebook.com/ourtimedownhere)

Hey there dudes, it’s great to have you here on Sound Magazine. Would you like to introduce yourselves to our readers?
W: Hey dude, we’re Our Time Down Here a punk rock band for the south coast of the UK. My name is Will and I sing.

A few months and your second album “Midnight Mass” will hit the stores. Would you like to talk about it?
W: Yeah totally, It’s a completely different type of record to what we’ve done in the past. It’s a lot darker, more concept driven than ever before and I guess some of the theatrical ideas we had when approaching writing ‘Last Light’ have been expanded and matured on too.  We also kinda of stopped listening to hardcore as much when we were at home as we play with hardcore bands practically every night.?That’s not to say we’re not into it! we’re deeply rooted in that scene but it’s all just become a little formulaic for us in the last few years. ?There are some amazing Hardcore bands in the UK, but I think there’s a reason other people and ourselves love bands like More Than Life, Attack! Vipers! and Kerouac to such a degree, they’re very different bands offering something more than a series of sewn together mosh parts. People connect with these bands in a different way altogether.?We actually managed to get our friend Thom (kerouac) to come in and sing on a song called ‘The Reckoning’ for the album, we were stoked.?It seems to me though, where we have been writing fast hardcore songs for so long, we still sound like a hardcore band writing pop punk songs, as we retain some of those sensibilities.?Even some of the slowest/softest songs on the record, were actually put together from pieces of guitar work Ian had left over from his old youth crew band ‘Take ‘Em Out’ (myspace them). He’d play the old demos to me on his laptop and i’d go ‘hey I can sing over that’, and we’d put a song together there and then.?I’ve said a few times that if the Green Day record was a ‘Punk Rock Opera’ that I’d hope this would translate as a ‘Punk Rock School Play’, with hand painted sets, mums making costumes and  where the audience sits on those green plastic chairs.?Because everything was created on a tiny budget by a group who really believed in the project and worked over time to get it right, often for free. ?For example, in the vein of Ryan Goslings band Dead Mans Bones we managed to get a children’s choir made up of Greg OTDH’s niece and her school friends to come sing. ?I had a big white board, wrote down the lines and sat there, sang to them parts and then they did an awesome job of singing back the sections for takes.?Neil Kennedy, has this kind of excited energy that makes you want to take the songs as far as you can too, it’s contagious and after years of playing and touring in punk rock bands himself his contributions for this album were priceless. ?For me he’s one of the most exciting producers to work with at the moment.?Basically It’s a pop punk album about real things, with one over all message just like in the past. Though it has a lot of darker undertones that creep up throughout and while they’re there and kind of essential to the narrative, we worked hard to make sure that they weren’t the entire focus.?Man I’ve rambled here haha.

Since you released your first ep there’s been a massive growing in the band songwriting, from raw and fast hardcore to more melodic songs. Is it a natural progression or you just got bored playing the same old stuff? Or you just want to try something new?
W: Ian and I do a lot of the writing for the band whilst sat in the shed where he sleeps, in his Mums council house in Romsey. I can’t really explain the chaos of Ian’s house and do it justice. ?We’d had a really hard year when we were writing and I think for this album in particular, in the midst of everything going on around us, it pushed us, rather than to write a pissed off angry record, to write a lot more melodically and deal with things by being introspective and tactful with heavier parts.?We’ve been playing around a lot more with dynamics so that if we do something harder or faster, it makes sense and seems a little more significant.?I’ve always struggled with doing one record where all the songs are pissed off or really positive anyway. ?Ask any band you know and they will tell you how much being on tour turns everyone a bit bipolar, our music has grown to reflect that now a little more i think.?Some songs are angry, but just as many are heartbroken, disillusioned, apathetic and some optimistic.  ?It’s a natural thing, I’ve wanted to make a record in this vein since i can remember.?I also cant imagine why anyone would want us to rewrite a record we’re already made, we’re proud of our past but I’d be totally miserable being forced to write one way forever!

Your previous ep “Last Light” was definitely a massive surprise when it first came out. All things seem so perfect on that ep. Did you realize you were making something great during the songwriting?
W: Thanks so much! that’s so sweet of you to say. Not at all though. I remember recording vocals being really difficult for me because my voice was so road tired from the amount of touring we did at the time.
We had to do night time recording sessions to get studio time. It made me think of the way The Misfits recorded Static Age back in the day, only probably a lot less cool.
Steve Bega who engineered it was very patient with me, he is one of our favorite dudes.
Seriously, our band is so lucky with the amount of people that go out of their way for us.
I’d like to feel that what’s happened now is that we’ve stepped up into the frame we set with that EP a lot more though.
My friend Phil from ‘Fights and Fires’ told me once on tour that he felt like before where we were playing around with those ideas, with the new record we’d properly committed to the sound.
It was a huge compliment and one I can only hope is true.

What are your main influences as a band? I mean artists/bands that inspired and still inspire you guys?
W: I can only speak personally really but, obviously we have the staple punk rock influences like Lifetime, Jawbreaker, Hot Water Music, The Bouncing Souls etc.?Personally i always get told I’m a massive goth kid because I love The Cult, The Damned, Sisters Of Mercy, The Cure but to be honest I just really dig music with a theatrical edge, especially if it’s of a punk rock nature. I’m a big fan of pop music too, as I type this I’m listening to ‘fisherman’s blues’ by The Waterboys haha.?Also though it’s probably massively obvious, we rock AFI and The Alkaline Trio probably more than any other bands in the van.

Recently your drummer Chris left the band after your last mainland Europe tour. Was it a tough decision? Did you find a new stable drummer?
W: It was awful and not our decision at all! He is one of our closest friends but sadly he just couldn’t carry on.?Touring is kind of like a hurricane constantly ripping the shit out of your relationships/financial situations/life and throwing people into completely different places, I think Chris just reached a point where he couldn’t justify giving up everything anymore. Which is completely understandable considering how ridiculous it is, Its not because he doesn’t care about us or the band at all, it was just everything that came along with that. ?He’s had a huge impact on my life and I have a lot of respect for him as a person and his decisions.?Though it was heartbreaking, we’ve thankfully found somebody who fits the role perfectly in our new drummer Shane. All circumstances considered, we’ve luckily somehow managed to land on our feet.

Talking about mainland Europe, what are the main differences with the UK scene?
W: The UK scene is a lot tighter knit than the kids in Europe, obviously that has a lot to do with there being smaller scenes spread out within completely different countries. Since the formation of the band, visiting europe has been one of my favorite things to do. Everyone is super friendly and very welcoming over there, there’s a lot less pretense and we’re looked after very well despite being in an environment where you might not even know a word of the language. It’s always very humbling. ?One my favorite things in my life is getting to meet different people and hearing their stories, touring europe obviously means a lot of that and so I’m always stoked to be there!

What are your plans for the next future? Any tours programmed?
W: We’re supposed to be quiet for a few months as we gather up some money, but we’ve been lucky enough to be offered lots of shows that we couldn’t refuse. We’re not properly touring for a while though. Next year however, we’ll be back hitting the road more intensely with the new record, and we can’t wait to be back over in Europe again, seeing our friends there.

Classic question time. Is there any band you would like to promote by suggesting it to our readers?
W: Ah I don’t know where to start, there are so many radical Uk bands at the moment!?There’s a band from Norwich called ManBearPig (http://www.facebook.com/pages/Manbearpig/130465853679173) who we love and offer something pretty special to the UK scene.?Also there’s a great band from Wales called Forrest (http://www.facebook.com/Forrestsouthwales) who we really rate too. ?Grader from Aberdeen are really rad and one of our favorite HC bands from over here (http://www.facebook.com/GraderMusic) .?I think one who has had significant impact on us too is The Lion And The Wolf (http://www.facebook.com/thelionandthewolf) we listen to his records all the time, his song ‘Ghosts on Trinity’ is such an truly beautiful piece of work. ?I could go on and on but I hope if I just list a few you dudes might check them out!

Well dudes, thank you for taking the time to reply to these questions. Is there anything else you’d like to add?
W: Thank you so much for your time! I really hope everyone checks out our new record in a couple of months and get ready for some radical things. Follow us up on facebook to keep up to date! (http://www.facebook.com/ourtimedownhere)

 



Intervista con Three In One Gentleman Suit

 

 

Sound Magazine ha il piacere di intervistare i Three In One Gentleman Suit, trio rock proveniente
dalla provincia ferrarese e modenese, che ha da poco pubblicato un nuovo album: “Pure”.

Domande a cura di Giulia Galvani

Giusto per introdurvi, come e quando nasce il progetto TIOGS?
P: Nell’autunno del 2002. Ci siamo ritrovati perché avevamo voglia di suonare in un progetto serio. Sai, se vivi in una cittadina non molto grande, fai molta fatica a trovare gente seria con cui condividere una passione che vada oltre la strimpellata sul palco di una sagra paesana. Mi ricordo, ci siamo subito divisi i compiti. Tu fai questo, tu fai quello. Eravamo giovani e ne capivamo poco. Poi abbiamo imparato un paio di cose, a forza di fare “questo” e “quello” siamo arrivati qui. Però io non mi ricordo bene cosa dovevo fare precisamente.

Il Vostro sound é tipicamente internazionale. La scelta della lingua Inglese è stata dettata da un esigenza di abbracciare determinate sonorità tipicamente anglofone o, già dalla fase embrionale, per soddisfare il desiderio di arrivare oltre i confini del Bel Paese?
P: Ma in realtà non l’abbiamo proprio scelta. C’è poco da fare: se hai mille dischi a casa e novecentoottanta sono dischi che arrivano da oltre Manica e oltre Oceano, l’inglese diventa una lingua familiare.
Noi siamo legati all’inglese perché è il nostro background. Fuori dai confini italiani ci arrivi anche cantando in italiano, quindi la cosa non fa testo, se vuoi. Certo in inglese il potenziale di condivisione è maggiore. Ma per noi il problema non è “cos’è l’inglese per gli altri”, ma “cos’è per noi

Il 12 Settembre esce ufficialmente in formato digitale (a ottobre anche la versione fisica) la Vostra ultima fatica discografica. ”Pure”, il titolo di questo nuovo disco. Come nascono le canzoni che compongono questo lavoro?
P: In maniera disordinata come tutti pezzi nostri. Riff+testi, gironi d’accordi, una ritmica, un suonaccio che spacca le orecchie, sono tutte cose che fanno nascere un pezzo. Sai più o meno come comincia e non sai mai come finisce, specie se ci lavori a sei mani. C’era però dal bell’inizio l’idea di utilizzare più ampiamente le tastiere, addirittura è spuntato anche un sampler, più un’altra tastiera e poi io ho voluto cantare di più… insomma le cose si complicano sempre in corso d’opera.

A livello di testi, rigorosamente in Inglese, quali sono le principali tematiche toccate?
P: Non ci sono in realtà tematiche precise. C’è politica, c’è il rapporto tra le persone, c’è la società, ci sono le storie e gli scazzi in cui si incappa ogni giorno. Mi piace definirmi osservatore. E’ guardando quello che ti ruota attorno che ti vengono spunti d’analisi. Sono in realtà cose molto quotidiane, particolarmente mie. Poi in realtà si prova a farli diventare degli “assoluti”, come fossero storie o situazioni fuori dal tempo. Insomma roba mia ma anche un po’ no. Così ognuno ci può vedere un po’ di suo. Ad esempio, Upcoming Poets è un po’ il senso di essere anestetizzati e non riuscire a dire più nulla d’importante. Oppure è qualcuno che sta affondando in piscina. Oppure è l’ubriaco nel bar all’angolo che decide di declamare versi sotto effetto dei troppi calici.

I brani che compongono questo disco sono tutti stati scritti in tempi recenti o c’è anche qualcosa di più datato, tirato fuori dal cassetto?
P: Solitamente non teniamo da parte nulla. Usiamo tutto il materiale perché la scrematura avviene durante la composizione. Sono tutti pezzi nati dopo “We Build Today”. Se dovessi dire quando precisamente e come, non saprei. E’ passato in realtà molto tempo dalla composizione. Nascono diversi, noi li maciulliamo, li rimescoliamo, li guardiamo in trasparenza e ci facciamo dei pezzi.

Parlando invece di sound, tra il Vostro primo disco del 2003, ”Battlefields In An Autumn Scenario”, e i lavori successivi, c’è stato un graduale passaggio da melodie più malinconiche a sonorità decisamente più energiche.
Anche il nuovo lavoro continua in quest’ottica di continua ricerca e sperimentazione o avete trovato un Vostro equilibrio?
P: Penso che, a parte alcuni tratti che ci distinguono e ci rendono riconoscibili come band, non abbiamo mai trovato una “forma” che ci permettesse di poter sfruttare una “idea” di pezzo chiara e codificata. Come dicevo, non sappiamo mai precisamente come verrà chiusa una canzone. Potrebbe venir letto come un’ingenuità, ma trovo sia molto importante non dare per scontati alcuni passaggi della scrittura. Insomma questo equilibrio non c’è. Ma non serve nemmeno che ci sia, e chi lo vuole? Ci possiamo definire soddisfatti di aver fatto quattro album molto diversi uno dall’altro. Riesci a farli solo se sei disequilibrato, sennò finisci per mantenere sempre la stessa posizione e ripeterti. Se permetti, con poca modestia, dico anche che è abbastanza raro, ultimamente, trovare gruppi che si prendono il rischio di poter affermare con certezza che “il prossimo album sarà certamente differente”. Il cliché paga ma a noi non piace. Ecco, l’ho detto.

Consapevole delle difficoltà del caso, nel chiedervi di descriverlo a parole, come suona ”Pure”?
P: Pure è una scommessa. E’ in realtà un album molto complesso, lo ammetto. Se vai a scavare nei brani ci sono cose che spuntano ovunque. Forse ci piace così tanto perché ancora ci riserva delle sorprese, specialmente dal vivo. Dico, non è facile mettere in moto tutti quei suoni quando sei solo in tre, le tastiere, i synth, i loop, il sampler. La cosa che mi esalta di più è che abbiamo provato a “ripulire” dalle parti non indispensabili, ma non ci riusciamo. Abbiamo bisogno di tanto tanto colore per poter suonare “Pure”. Non direi che suona completo perché finirebbe per essere noioso. Direi piuttosto che, a livello compositivo, suona “tanto”.

”Pure”, è fatto anche di collaborazioni importanti, ad esempio Giovanni Ferliga degli Aucan, Giulio Ragno Favero per il mixaggio. Come nascono queste collaborazioni?
P: Beh sono due tra i fonici/produttori/sound engineers più rinomati d’Italia. Sapevamo che c’era il rischio, visto l’eccesso di colori e sonorità, che il disco suonasse alla fine un po’ troppo “sfilacciato”: Giulio (che non ha bisogno di presentazioni) è stato in grado di “compattare” tutto in gran stile. Giovanni è  stato una bella scoperta anche se in realtà ha curato le prese sotto la supervisione di Giulio. Poi in realtà le mani sono state molte su questo disco: Giorgio stesso mi ha registrato le voci a casa, Bruno Germano (Settlefish) e Gianluca Turrini hanno chiuso gli utlimi mix e ci hanno assistiti nella fase di mastering.

Dopo l’uscita di un disco, il naturale corso delle cose, vi porterà in tour per promuoverlo e portare in giro la Vostra musica. Le esibizioni live sono sicuramente uno dei Vostri punti forti. Che cosa ci dobbiamo aspettare dai concerti che seguiranno l’uscita dell’Album?
P: Speriamo buone cose! Qui si invecchia e il fisico potrebbe non reggere. Abbiamo voglia di suonare. I nostri live sono solitamente abbastanza “tirati” e sono un’ottima terapia per sfogare le nostre turbe. I pezzi di “Pure” sono anche abbastanza complicati da suonare, ci sono le tastiere e i sampler oltre ai nostri strumenti “tradizionali”. Ci sarà da divertirsi. Non aspettatevi niente. Venite ai concerti e basta.

Vista la Vostra straordinaria esperienza live, quale è stato fino ad ora, ovviamente se identificabile, il concerto che più vi ha segnato o emozionato, magari per un qualche motivo o episodio particolare o situazione o aneddoto?
P: Troppi. Io ne scelgo uno buffo. Marina di Gioiosa Jonica (RC) al Blue Dhalia. Locale piccolo, non tanta gente, ma tutti fuori di testa. Ruggero (un uomo massiccio che incute non poco timore, proprietario del locale), mentre suoniamo “porge” un Negroni (eletto a furor di popolo “bevanda della serata”) a Giorgio, inclinandogli la testa verso l’alto a forza. Giorgio beve tutto d’un fiato al pensiero “…o giù in gola o rovesciato sulla chitarra”. Non sia mai. Dopo non abbiamo suonato benissimo. Ma ci siamo tanto divertiti. Giorgio forse non si ricorda.

Sicuramente uno dei momenti live più straordinari, credo sia stata l’esperienza cinese, un po’ per la lontananza fisica e culturale tra questo e quel mondo, un po’ perchè non capita sicuramente tutti i giorni di riuscire a realizzare e organizzare un tour in quei luoghi per una band italiana. Che cosa ci potete raccontare di quell’esperienza? Come vi ha segnato, umanamente ma principalmente musicalmente parlando? Quanto, se c’è, di questa esperienza cinese c’è in ”Pure”?
P: Beh raccontare l’esperienza cinese è una faccenda un po’ lunga. Abbiamo però fatto uscire un cofanetto (che è quasi sold-out) con una raccolta dei nostri primi tre dischi e un diario di bordo che ho tenuto io mentre ci spostavamo in treno. Lì c’è scritto un sacco di roba.
Viaggiare per musica, con il treno, in Cina è una esperienza che difficilmente puoi dimenticare. Abbiamo visto uno spaccato di umanità veramente diversa dalla nostra società occidentale. Affascinante a volte, ributtante altre volte, curiosa per lo più. E’ stata dura, scomoda, sporca. Abbiamo suonato in club piccoli e in club grandi, a volte anche senza amplificatori, entrando diretti nel mixer. Sai cosa rimane? La voglia sfrenata che hanno di ascoltare. I cinesi sono ancora neutri, ti parlano dei Joy Division come se li avessero ascoltati ieri per la prima volta. Infatti li hanno ascoltati ieri per la prima volta. Quando suoni ti studiano. Se sei comunicativo impazziscono. Al di là delle profonde disparità che dividono la popolazione si respira grande ottimismo e voglia di conoscere ciò che era proibito fino a poco tempo fa e che sta entrando lentamente nel loro universo tutto particolare.
Nei dodici concerti cinesi abbiamo suonato buona parte dei pezzi di “Pure”, come ho detto, anche in situazioni tecnicamente molto povere. Funzionavano anche nella loro versione più rude. Forse nel disco non c’è un segno chiaro dell’esperienza del tour: siamo partiti quando il primo mix era quasi al termine. Sicuramente, nella veste live, la Cina ha contribuito a dare concretezza ed efficacia a molti brani.

”Pure” è scaricabile gratuitamente dal sito di Upupa Produzioni. In quest’epoca dove ormai ci fanno pagare anche l’aria che respiriamo da dove arriva questa idea di diffusione?
P: Quando fai un disco e ti metti in gioco, la soddisfazione più grande è sapere che molte persone possono valutare come hai lavorato. Il disco è ormai un concetto superato, è troppo meno “portabile” del formato informatico. Se un disco ti piace, se assisti ad un buon concerto, se la band ti lascia qualcosa, poi il disco lo compri. Con il download semplicemente fai la conoscenza di ciò che sentirai. Allora perché no?

Vista anche questa vostra scelta, qual è il vostro personale rapporto e la vostra personale visione del connubio Musica/Web?
P: Si possono arrivare a conoscere un sacco di cose in più. La musica gira velocemente sulla rete. Cambia il rapporto tra autore, diritti, vendite, guadagni. Questo momento storico ci impone di cambiare il concetto di disco e di slegarlo (finalmente!) dal concetto di “bene di consumo”. Diventerà un “bene di conoscenza e interscambio” o alla peggio un prodotto promozionale come è già. L’importante è che sia uno stimolo per l’ascoltatore a staccare il sedere dallo sgabello e andare a vedere e ascoltare un concerto. Vero, vivo, reale e non virtuale.

Anche a livello grafico e di packaging ”Pure” sarà particolare e di sicuro stupirà. Raccontateci un po’ come sarà il ”vestito” di questo disco, in formato fisico.
P: “Legno” sta ultimando la grafica. Ci sarà del cartone, carte speciali, stampe con colori matti. Tutto all’insegna della purezza. Perché quelli di “Legno” sono grafici puliti puliti. Sarà bellissima. Sarà da avere.

Definiti ancora come band emergente, dopo anni di attività, ma è la tendenza del sistema a classificarvi ancora come tali, qual è la vostra opinione del panorama cosiddetto Indie italiano attuale?
P: Conosco solo una cosa che “emerge” in ogni situazione, ma non è piacevole. Il termine emergente è tremendamente irritante. Emergere da che? Chi fa 3’000 persone a concerto è “emerso”? Chi invece suona ai festival da 200 persone è ancora “immerso” nel pantano dell’anonimato. La verità è che si ascolta sempre meno. E sempre di più si cade faccia a terra nei clichè. Togli il gossip, togli le foto patinate, togli le luci stroboscopiche e rimane la stessa cosa per tutti: le canzoni. Se sono belle sei un figo. Se fanno schifo sei un cesso. Stop.
Poi scopri che il tal gruppo finchè era “emergente” faceva gran cose, poi d’un tratto “emerge” come un sommergibile sovietico nel mare di Barents, tutti impazziscono, ma il disco è fetente. Avrete tutti in mente almeno 5 bands di questo tipo. Non dite di no che è una balla.
Il panorama indie nazionale ha cose belle e cose brutte. Mi piacciono The Death of Anna Karina e Gazebo Penguins perché ssssuonano (4 esse). Fine Before You Came perché “Sfortuna” mi aveva preso benissimo in ritardo clamoroso, che coglione… e mi piacevano anche prima. Gli Aucan sono fighi ma lo sanno già tutti, il chè non li rende meno fighi, rende solo la mia uscita un po’ scontata. Gli Appaloosa belli e mai banali. Redworms’ Farm tutta-la-vita. I gruppi Upupa: Maybe Happy, Red Line Season, The Great Northern X e Modotti (che escono entrambi a breve). Tutti fichissimi. Bob Corn, lui era, è e sarà sempre l’indie italiano, più di tutti.

Oltre al Tour, ci sono già altri progetti in cantiere per il prossimo futuro dei TIOGS?
P: Suonare “Pure”. Fare brani per il nuovo disco. Suonare con il nostro progetto isterico Sex Offenders Seek Salvation. Fare il disco anche lì. Insomma non ci annoiamo.

upupaproduzioni.bandcamp.com/
www.upupaproduzioni.com
www.tiogs.com



Intervista con Arthemis

 

07/06/2011

Soundmagazine incontra Andrea Martongelli degli Arthemis a pochi mesi dall’uscita di Heroes per fare quattro chiacchiere sulla genesi del disco (il primo con la nuova line up) e avere qualche anticipazione sul nuovo lavoro già in pre produzione.

Line up nuova, vita nuova, con Heroes il sound degli Arthemis fatto è cambiato rispetto ai lavori precedenti. Cosa ha influito in un cambiamento di questo tipo, la nuova line up  semplicemente una naturale evoluzione artistica?
Gia sul disco precedente, Black Society, avevamo già cambiato il sound. Nel momento di cambio di line up poi, mi sono trovato a scrivere il disco completamente da solo e ho pensato qual’è la ragione per cui ho preso in mano la chitarra? E la risposta è stata: Anthrax, Megadeth, Metallica, band che rappresentano le mie radici musicali e che continuo ad ascoltare tutt’ora.
Heroes  l’ho scritto in 3 mesi da solo e mi sono divertito tantissimo perchè dalla prima all’ultima nota ho voluto suonare qualcosa che mi entusiasmasse, è un disco molto spontaneo. Nel disco poi c’è tanta rabbia “buona”, quella che ti fa tirare fuori il carattere  e la voglia di rimetterti in gioco.

Ad un certo punto ti sei trovato ad essere l’unico membro della formazione originaria, immagino sia stata una situazione difficile da gestire, ci sono momenti in cui hai pensato di abbandonare e dedicarti ad altri progetti musicali?
No, mai perchè non ho mai considerato gli Arthemis come un “progetto”. Ci ho sempre creduto ciecamente fin dal 1994 in cui la band si è formata e passavamo i pomeriggi a suonare dopo il liceo; da allora fortunatamente non ho mai perso l’entusiasmo e la determinazione nella mia musica, d è grazie a questo che ho sempre trovato la forza per continuare.

La voce di Fabio si discosta molto da quella di Alessio per timbro e interpretazione. In una situazione in cui molti gruppi scelgono un cantante clone, tu hai spiazzato tutti e scelto un vocalist con caratteristiche completamente diverse. Quali sono stati i criteri che ti hanno portato a scegliere Fabio?
Fabio insegna come me al Modern Music Institute e ho avuto modo di ascoltarlo ad una serata organizzata dalla scuola a Modena. Quando Fabio è venuto a sapere del cambio di line up mi ha contattato e tempestato di messaggi per mesi ma avevo già trovato un sostituto. Poi, a due settimane dall’Hellfire festival di Birmingham mi trovo trovato senza cantante e Fabio è stata una scelta quasi obbligata, visto l’entusiasmo e la voglia che aveva di essere parte della band. Poi dal punto di vista tecnico è un cantante molto versatile, energico e melodico in grado di cantare sporco alla “Russel Allen” ed essere più melodico quando serve.

Qual’è stato il processo di songwriting di Heroes, hai lavorato interamente da solo o anche gli altri membri sono stati coinvolti in fase compositiva?
Heroes l’ho composto interamente da solo però una volta che i demo erano pronti, gli ho mandato agli altri membri della band con la volontà che ognuno scrivesse le proprie parti, quindi ognuno è stato in grado di dare il proprio tocco al disco.
Considera poi che abbiamo avuto pochissimo tempo perchè lo studio era già prenotato da mesi e dovevamo a tutti costi arrivare preparati.
Nel prossimo disco comunque, si sentirà ancora di più la personalità della nuova formazione che ormai è rodata ed affiatata.

Gli Arthemis sono una delle poche band formata da musicisti di professione, un fenomeno molto raro nel panorama italiano. Come vedi la situazione nella scena metal nazionale?c’è interesse o l’estero risulta essere sempre più appetibile per chi sceglie la musica come professione?
Di sicuro all’estero c’è una voglia maggiore di condividere e di crescere assieme tra musicisti e band mentre qui c’è più gelosia e rivalità, però Il discorso è sempre lo stesso e parte tutto parte da un attegiamento mentale.
In Italia ci sono tante band valide ma in generale vedo che manca la determinazione, la voglia di metterci la faccia e sbattersi per raggiungere dei risultati. Perchè quando inizia a fare il musicista come professione devi farti in quattro, essere disponibile con le persone, in pratica non ti fermi mai ed è questo il bello per me.

Heroes è un disco molto compatto sia per quanto riguarda il sound che i testi, qual’è il un tema che ti ha ispirato nella composizione del disco?
Heroes parla della figura dell’eroe in senso più ampio perchè l’eroe non è solo quello che vediamo nei fumetti, siamo circondati di eroi tutti i giorni, eroi che nemmeno sanno di esserlo e sono le persone che ti stanno vicino nei momenti peggiori e ti danno una mano giorno per giorno. Oltre a questo nel disco si parla di quanto il concetto di eroe possa essere ambiguo, se pensiamo al panorama politico odierno è pieno di personaggi che da certe persone vengono osannati come degli eroi e da altre considerati dei delinquenti. Proprio questa ambiguità che ho cercato di tradurre in musica in Heroes.

La dimensione live è sempre stato il punto di forza degli Arthemis, quali sono gli appuntamenti più importanti per l’estate?
L’estate è densa di appuntamenti per gli Arthemis, saremo all’Hard rock Hell di Ibizia in Giugno poi al Sun Valley Rock in Val di Sole assieme a Domine, Heldritch e poi qualche data sparsa per il continente. A metà Agosto saremo a Bloodstock assieme a band come Motorhead e W.A.S.P. Seguirà poi un tour inglese in novembre a supporto di un altro gruppo ancora top secret e poi ci catapulteremo al Remaster studio di Vicenza per registrare il seguito di Heroes.

Bene Andy ti ringrazio per il tempo che ci hai dedicato, rimaniamo in trepidante attesa per il nuovo disco!!
Grazie per l’intervista e per le belle domande, vi aspetto tutti sotto il palco.



Intervista con Forty Winks

 

 27/04/2011

La redazione di Sound Magazine incontra i Forty Winks, quartetto bolognese attivo da quasi un decennio nella scena alternative nazionale. Hanno all’attivo 3 album, di cui uno fresco di stampa, e un ep. Risponde alle nostre domande il cantante chitarrista Sandro.

Ciao ragazzi, è un piacere avervi qui su Sound Magazine. Vorreste presentarvi ai nostri lettori?
Ciao siamo i forty winks da bologna e siamo appena usciti con un disco nuovo, “Bow Wow”.

Dopo l’uscita del vostro precedente omonimo lavoro sembrava doveste fare il botto, invece siete progressivamente scomparsi, finendo quasi nel dimenticatoio. Cosa è successo? Cosa avete combinato in questi 6 anni?
Bah, per noi sono passati in fretta in realtà. Subito dopo l’uscita del nostro album omonimo abbiamo passato 2 anni in giro a suonare. Poi abbiamo iniziato un lungo processo compositivo, nel corso dei weekend, in cui ci trovavamo e lavoravamo a idee nuove. Ce la siamo presi mega comoda, sicuro, ma d’altronde chi ci correva dietro. L’intento era quello di tirare fuori brani che ci soddisfacessero dall’inizio alla fine, senza filler o pezzi inutili. A volte lasciavamo lo spunto lì per mesi, poi ci veniva in mente qualcosa più tardi, e così via. Nel frattempo c’è chi si è trasferito in altre città, chi si è perso in fattanze varie, etc, cose che capitano a tutti insomma.

Il nuovo “Bow Wow” segna un ulteriore mutamento nel vostro sound, sembrate davvero dei serpenti che cambiano pelle ad ogni uscita. E’ stata un’evoluzione naturale o semplicemente l’emozione di una nuova sfida?
No, direi nessuna sfida, nel corso degli anni un mutamento è più che necessario, è stata quindi un’evoluzione totalmente spontanea e naturale. Di prova in prova ci trovavamo a suonare senza pensare troppo – come al solito – e registravamo tutto quello che veniva fuori. Abbiamo una roba come 4/500 tracce e bozzetti vari, a cui non saprei neanche come mettere mano se ci provassi ora. Da questo maccherone infernale sono uscite le 12 tracce che compongono Bow Wow.

Qual’è il significato dietro l’artwork dell’album? E il titolo?
L’artwork è stato il frutto di una sessione di scatti con la nostra amica Giorgia, in campagna in mezzo alle bestie. E’ da un po’ che volevamo vestire Salo da cane. Abbiamo comprato due paia di calze coprenti da vecchia in piazzola, quando Salo le ha viste è stato entusiasta e ci si è infilato dentro. Poi si è addormentato su una balla di fieno, e li lo abbiamo scattato. Bow Wow è il verso della bestia.

Avete un palmares che poche band su territorio nazionale possono vantare, tra album, ep e un tour in Sol Levante. Ogni genere che toccate, lo fate maledettamente bene. Sembrate dei predestinati e invece non tutto vi è andato sempre nel verso giusto. Pensate che con meno sfortuna e qualche scelta diversa potreste essere a livelli superiori?
Se nel verso giusto vuol dire svoltarci facendo dei soldi, beh direi di no. Sinceramente non rimpiangiamo le scelte passate, siamo sempre stati spontanei in tutto quello che abbiamo fatto e ti dirò, è una bella soddisfazione poter permettersi di dire che abbiamo sempre suonato ciò che ci pareva. Mai scelte di comodo o compromessi su quel pezzo o quell’altro. “se questa roba piace bene – sennò è lo stesso – sono solo io che posso metterla a processo” cit .Joe Cassano.

Torniamo al presente. Come sta andando il nuovo lavoro? Certo non è di facile impatto, perlomeno per i fan della vecchia guardia, ma personalmente penso che ascolto dopo ascolto funzioni decisamente bene.
Beh sì è sicuramente orecchiabile. I pezzi sono diversi da quelli del vecchio album, ma sono comunque molto semplici sia a livello di strutture che di melodie. Sta andando bene, le date finora sono state tutte molto ganze e anche le recensioni positive.

Avete iniziato un tour a supporto della nuova uscita? Quali sono i vostri progetti futuri?
Si come dicevo siamo in tour in Italia, con Virus concerti. Sabato prossimo suoniamo a Roma al Traffic, poi a Milano al Miami etc.
A breve vorremmo tirare fuori un paio di video, e stiamo pianificando l’uscita del disco in Stati Uniti e Canada.

Siete praticamente attivi da quasi un decennio, quindi avete vissuto sulla vostra pelle lo sviluppo della scena nazionale. Cosa ne pensate? Cosa è cambiato da quando avete iniziato a suonare?
Quando abbiamo iniziato c’era più un’esigenza di appartenere ad una “scena”, grazie alla quale sarebbe stato più semplice far sentire la propria voce. Con il passare del tempo, e forse crescendo, questa esigenza è venuta meno. A dire la verità non abbiamo neanche più avuto il tempo di guardarci intorno, ci siamo concentrati il più possibile sulle nostre cose dando poco peso a quale fossero le tendenze di questa o quella scena. Tuttavia siamo amici ed in contatto con numerose realtà in Italia ed all’estero, più o meno attive. L’importante per noi è sempre stato il lato umano, poco quello musicale.

C’è qualche gruppo che vi sentireste di consigliare ai nostri lettori?
Tanti, bad love experience, Laser geyser, cut, tunas..inoki

Bene ragazzi, grazie di cuore per l’intervista. Volete aggiungere qualcosa?
Si, date un occhio alle date aggiornate su www.fortywinkslounge.com
Grazie e a presto.



Intervista con Argetti

 

22/04/2011

Sound Magazine incontra gli Argetti, band Vicentina con tre album all’attivo.
Cantano in inglese e suonano rock con un anima punk e si propongono molto al di fuori dei confini italiani.
Il nuovo album New Seeds è distribuito in Europa, Regno Unito, Canada e Nord America ed è il primo dopo la dipartita del cantante Guido Becchetti.
Segna quindi un cambiamento di stile, l’apertura a nuove influenze ed un nuovo punto di partenza per una band che sembra non essere mai uscita dai binari giusti.
Abbiamo parlato con loro della situazione musicale in Italia, dei giovani e delle influenze che caratterizzano il nuovo disco e ne è nata una piacevole chiacchierata con Enri, il batterista della band.

Ho letto diverse vostre opinioni su New seeds e non posso che concordare sul fatto che è un disco ricco di influenze, rispetto ai vostri lavori precedenti. Vi è sembrato che, di conseguenza, sia cambiato anche il vostro pubblico o che ci sia sempre un filo conduttore?
Ciao Soundmagazine, qui enri, batteria negli Argetti. Anche noi siamo curiosi di sondare il parere della critica su questo nuovo disco. Il sound è evoluto in maniera spontanea, non ci siamo sforzati di ricreare un genere, semplicemente abbiamo dato voce alle vecchie e nuove influenze e registrato il tutto nella maniera più semplice, spontanea e celere possibile.
Abbiamo avuto un approccio alle registrazioni così old-school, cosa assai inusuale di questi tempi, che da molti è stato recepito come innovative-school. Un pò come andare a lavoro in calesse nel XXI secolo: forse non arrivi per primo ma di certo non passi inosservato.
 
Avete suonato e suonerete ancora all’estero. Vi dà motivazione essere apprezzati aldilà degli orizzonti italiani? Cambia il rapporto col pubblico di paese in paese?
All’estero ci sembra di cogliere un fermento diverso dei giovani verso la musica underground. Ma forse è semplicemente un effetto della moda. Viviamo in un momento storico dove, nel BelPaese, i ragazzi (ma soprattutto le ragazze) preferiscono una serata in discoteca ai concerti punk-hc. Fortunatamente rimane uno zoccolo duro di appassionati e supporters che ti fanno amare la scena underground locale, nella quale ci si aiuta e sostiene a vicenda, ci si conosce tutti per nome, proprio come fare parte di una grande famiglia con parenti in tutto il mondo.
 
Nonostante il cambiamento di sonorità in New Seeds, la mia opinione è che siate sempre diretti ed essenziali. E’ una vostra peculiarità di cui sarete sempre fieri o pensate che d’ora in poi potreste sperimentare anche su quest’aspetto? Vi faccio questa domanda perchè New Seeds sembra proprio un punto d’inizio per percorrere nuove strade e voglio capire le vostre intenzioni.
Anche assorbendo nuove influenze, ed col passare del tempo che matura spirito e corpo, il ceppo punker rimane sempre. Lo spirito del diretto ed essenziale credo traspaia bene NewSeeds, molto più che nelle produzioni precedenti come FlagsOfKarma per esempio. Dopo tanti anni che suoni, ascolti e respiri un genere musicale come il punk, ne assorbi inevitabilmente i principi base. E da questi sviluppi qualcosa di nuovo e personale. Progetti futuri non ce ne sono mai stati, semplicemente andiamo dritti per la nostra strada che sino ad ora ci ha lasciato ampio margine di manovra. Non abbiamo mai sofferto vincoli o subito pressioni sul cosa/come suonare. NewSeeds è stata una nostra scelta e siamo felici che alle etichette italiane ed estere sia piaciuto e abbiano nuovamente creduto in noi, nonostante il sound si discosti dalle tipiche linee guida dettate dalla scena punk hc in cui siamo cresciuti.
 
Vi va di citare qualche altra band italiana che seguite con piacere e magari anche il nome di qualche evento musicale del nostro paese a cui siete affezionati?
Abbiamo molte band amiche qui in italia: Ben Panthera, Gargantha, Superficie Ruvida, Seditius, Devotion, Chambers per citarne alcune.
A livello di eventi siamo assai affezionati al DisasterWeekFest ed IntoThePit di vicenza, all’AntiMtvDay di bologna e al LiberoPensieroFuoco di Perugia.
 
Il disco è energico, ma anche disagiato e malinconico. Come nascono i vostri pensieri?
Lo spirito del disco credo ricalchi bene l’animo dei giovane italiano: disagiato e disilluso. Questo Paese soffre di molte malattie, quella che colpisce maggiormente noi giovani è la meritocrazia calpestata e il non sentirsi tutelati nelle scelte di coraggio, come ad esempio intrapprendere un’attività propria, realizzare un sogno o far valere i propri diritti contro chi ha più potere e risorse di te. Dovremmo tutti rimboccarci le maniche e riprenderci quello che ci stanno rubando, cioè una prospettiva di futuro nel nostro Paese.
Il bello della musica è che puoi affrontare questi disagi con una canzone. Il messaggio arriva agli amici e agli amici degli amici senza bisogno di noiosi comizi in piazza o seminari in aula. Il potere della conoscenza rende il popolo forte. Ed infatti il popolo italiano è sapientemente drogato e distratto quotidianamente con la televisione spazzatura, coi calciatori e le veline, con l’aperol e il campari.
 
Vi faccio sinceri complimenti e vi auguro buoni live e che New seeds sia un nuovo inizio per continuare ad esprimervi liberamente.
Ti ringrazio a nome di tutta la band per questa piacevole chiacchierata. E speriamo di incontrarci presto ad un concerto! Colgo l’occasione per promuovere i BEN PANTHERA, nuovo progetto mio e di panch (basso/voce argetti), del quale trovate info e songs in free download sulla pagina myspace e facebook. Un abbraccio a tutti! enri

www.noreasonrecords.com



Intervista con Aucan

 

06/04/2011

SoundMagazine ha il piacere di intervistare gli Aucan, trio tutto italiano, che ha appena pubblicato il fortunato disco “Black Rainbow” per La Tempesta Dischi e Tannen Records.

Ciao ragazzi, benvenuti su SoundMagazine. Finalmente è uscito “Black Rainbow”! Vista la cura dedicata a questo lavoro immagino siate più che soddisfatti…Com’è stato il responso di pubblico e addetti ai lavori finora?
Il responso finora è stato più che positivo… Abbiamo avuto un’ottima visibilità grazie a Tempesta e Tannen in Italia, AfricanTape in Europa e Stiffslack in Giappone. La stampa e gli addetti ai lavori hanno recensito molto bene il disco, anche con riscontri importanti (come la copertina di NoiseMag, importante bimestrale francese). Ma soprattutto, il pubblico ai concerti è entusiasta. Siamo al rientro dopo una tournée europea che ci ha visti suonare una trentina di date: il disco e il nuovo concerto hanno avuto davvero una buona risposta. Ora ci aspetta un lungo tour italiano, e altre date tra Francia, Olanda e Belgio prima dei festival estivi.
 

Chi ha seguito la parte grafica del disco?
Francesco: Io ho seguito la parte grafica dei nostri lavori. Cerchiamo, quando possibile, di occuparci in prima persona di ogni aspetto del progetto Aucan, dalla registrazione alla produzione in studio (di cui si occupa Giovanni), dall’artwork alle locandine dei tour.
 
Il titolo suggerisce una propensione per i colori e la copertina ne da conferma. Ce ne sono vari, che tendono al nero e si mescolano. Cosa rappresenta tutto questo per voi?
F:  Il titolo Black Rainbow è stato un po’ il filo conduttore di questo disco. L’idea era quella di trasmettere un messaggio di speranza, che accendesse una piccola luce in mezzo al buio di questi tempi. Questa immagine era, prima di entrare in studio, quella che per me più rappresentava  lo spirito del disco. Man mano che il disco prendeva la sua forma, ci siamo però resi conto che era molto più “colorato” e meno buio di quanto credessimo. Ho cominciato a fotografare dei fumogeni colorati di notte, e questa “esplosione nel buio” ci è sembrata essere molto rappresentativa di Black Rainbow.

Questo è il vostro terzo lavoro e racchiude abilmente vari generi ed influenze. Si può dire che sia frutto di un percorso fatto negli anni, grazie anche ai numerosi live da voi fatti?
Negli anni abbiamo cercato di lavorare sempre di più sul nostro suono. Questo ha significato spesso cercare di tralasciare influenze, generi, a volte persino gusti individuali per seguire la direzione del nostro progetto. Abbiamo cercato di lasciarci guidare molto dalla musica, in Black Rainbow in particolare. In questo processo, il live è stato un momento importantissimo. Dal vivo ti accorgi di cosa funziona meglio e di cosa è più debole… E poi ci siamo sempre affidati molto alla risposta del nostro pubblico durante i concerti. Molti pezzi di BR sono nati proprio in funzione del live.

 
Solitamente la musica elettronica nei live è abbastanza introspettiva. Come sono gli Aucan dal vivo?
Aucan è una live band. La prima differenza rispetto a un “normale” set di musica elettronica è che, per quanto con una backline anomala, dal vivo suoniamo con la formazione di un gruppo: batteria, due chitarre, due tastiere, drum machine: nessun laptop e poche sequenze. Rispetto al disco, il live è sicuramente più energico, diretto e grezzo.
Cosa succede durante il concerto, poi, dipende molto anche dal pubblico.. Quando è reattivo e attento, si crea un’atmosfera unica.

Ho visto il video di “Heartless”, davvero bello (ho notato anche il particolare del fumo colorato, che mi ha ricordato la copertina). Raccontatemi un po’ come è nato ed è stato sviluppato il progetto.
Heartless è stato realizzato dalla giovane casa di produzione Shiroppo, un gruppo di videomaker mantovani molto in gamba. Siamo molto soddisfatti, i ragazzi hanno lavorato bene e stiamo avendo degli ottimi feedback. Oltre ad essere in rotazione su molti canali importanti, il video è stato selezionato da Vimeo per l’home page del sito. In quei giorni abbiamo avuto molta visibilità!
 
 
Avete in progetto di fare qualche altro video estratto da “Black Rainbow”?
Stiamo cominciando a preparare una versione di Away!, in cui dovrebbe esserci il featuring di Spex Mc, ex Asian Dub Foundation.
Ci piacerebbe far uscire un video per l’occasione.
 

So che è prematuro, ma state scrivendo già nuovi pezzi? Siete uno di quei gruppi in continuo fermento compositivo?
Stiamo già lavorando ai pezzi nuovi, anche se principalmente in funzione del live. Ieri abbiamo per la prima volta inserito in scaletta una  nuova traccia dal vivo, ed ha avuto un buon riscontro… Stiamo preparando un set più elettronico, da proporre in situazioni particolari (fuori dal circuito rock) e alcuni remix e featuring (come quello con Spex)…
Sì, siamo continuamente proiettati verso nuove mete :)
 

Com’è nata la collaborazione con La Tempesta Dischi e Tannen Records?
Abbiamo suonato con i Tre Allegri Ragazzi Morti a un festival in Sardegna, la scorsa estate. A Enrico è piaciuto molto il nostro concerto ed è nata un’amicizia… Quando poi abbiamo girato in tour con ODM, con Giulio Ragno Favero (nostro grande amico e ora anche nostro manager per l’Italia) e lo stesso Enrico è nata l’idea di far uscire BR per Tempesta International. La Tempesta è una struttura importante, fatta di persone entusiaste e gruppi validi. Lavorare con loro ci garantisce un ottima visibilità.
Siamo riusciti a coordinare al meglio le cose tra loro e Africantape, che ci segue per il resto dell’Europa, e Stiffslack che stampa e distribuisce in Giappone.
Tannen ha invece stampato il doppio vinile di Black Rainbow, cercando di accontentare tutte le nostre richieste… Anche qui si è creato un rapporto di amicizia e collaborazione.

Grazie per la disponibilità e buon tour! 
Grazie!

 Guarda il video di Heartless qui



Intervista con Mingle

23/02/2011

Sound Magazine incontra Mingle, eclettico compositore che ha da poco pubblicato il lavoro strumentale “Movements” l’11 febbraio 2011 per Tannen Records.

Ciao Andrea, benvenuto! Vuoi presentarti ai lettori di Sound Magazine che ancora non ti conoscono?
Ciao a tutti, sono Andrea Gastaldello in arte Mingle, nato in terre mantovane ed adottato da Verona. Musicalmente, nasco come chitarrista, ho studiato pianoforte (a fasi alterne) e Composizione (mai finita) appassionandomi poi allo studio della musica sperimentale/elettronica.

Il tuo album, “Movements” arriva dopo anni di “gavetta” attraverso molti generi musicali. Come sei approdato all’elettronica?
L’interesse per la musica elettronica nasce parecchi anni fa innanzitutto grazie agli ascolti, partendo dagli immensi lavori di Luciano Berio, Edgar Varèse, Luigi Nono (per citarne alcuni) arrivando ai più moderni Kraftwerk e Tangerine Dream (anche qua ne cito alcuni, ma la lista sarebbe lunga) e furono una vera e propria folgorazione. Decisi nei primi anni novanta di comprarmi un computer Atari con Cubase, un synth ed il mitico campionatore Akai S01 e cominciai così a comporre i primi brani Elettro per un etichetta di Brescia in auge in quel periodo. Col passare del tempo, ho curato sempre più gli ascolti (l’etichetta Warp, è stata un gran punto di riferimento per la mia formazione) e sviluppato l’interesse e la conoscenza, partecipando a corsi di composizione elettronica, seminari e concorsi internazionali di Musica Elettroacustica presso l’Accademia Musicale Pescarese e la Fondazione Russolo-Pratella di Varese.

I tuoi pezzi sembrano dei piccoli affreschi. Come avviene la composizione?
La composizione è una vera e propria seduta analitica. Nel mio caso cerco sempre di scrivere i brani con l’intento di darmi un’emozione ben precisa e continua, legandoli l’uno all’altro senza soluzione di continuità. Nel mio percorso son riuscito a trovare un linguaggio, arricchendolo negli anni con un vocabolario sempre più ampio di suoni e melodie minimali. Quello che cerco è un continuo dialogo tra aggressività e dolcezza, tra il bianco e nero, tra staticità e nevrosi, per portare l’ascoltatore in un viaggio intimistico.
Le fasce sonore son create da un insieme di effetti, niente di campionato, e da parti suonate. L’idea di fare musica elettronica sta proprio nel fatto di una continua manipolazione, di un gioco fatto per creare un suono o dargli un volto nuovo, o creare un pattern di batteria che sarebbe impossibile suonare fisicamente, formando un immaginario atipico, una serie di suoni e di conseguenti emozioni, diciamo, imprevedibili.
 
Vedrei bene i tuoi pezzi come colonna sonora di qualche film o cortometraggio…immagino tu ci abbia già pensato!
Assolutamente sì! L’idea di commentare musicalmente le immagini è una cosa affascinante, nel passato son state usate musiche mie per documentari, ed al momento tre brani di Movements son inseriti nella colonna sonora di un episodio pilota per una serie TV sugli sports estremi.

Da cosa è stata dettata la scelta di far uscire “Movements” in formato digitale?
Il formato digitale è una grande sfida che lancia l’etichetta che cura Movements, la Tannen Records.  Dopo averne parlato con Riccardo Orlandi (titolare della Tannen) abbiamo deciso di inserire Mingle nella vendita digitale. Come ripeto, questa rappresenta una sfida in Italia, per quanto riguarda l’Europa, in paesi come l’Inghilterra e la Germania per esempio, le etichette hanno ormai reso l’ascolto in streaming dei brani (con la possibilità di comperarli subito), come una cosa “normale”. In questo modo ti arrivano comodamente nel tuo computer (questo è rivolto ai più pigri) e te le metti in un cd od in una chiavetta usb e/o lettore mp3, ed il gioco è fatto.
  
Ritieni che il mercato italiano sia “propenso” alla musica sperimentale o elettronica o sia difficile farsi ascoltare?
L’Italia è un paese in cui nasce e permane una sperimentazione elettroacustica di altissimo livello ed in teoria dovremmo trovare un pubblico attento alla musica sperimentale e/o elettronica, difatti molti la seguono, purtroppo pochi conoscono il passato ed i pionieri come i sopracitati Berio, Nono a cui aggiungo Bruno Maderna, Salvatore Sciarrino e molti altri, che dovrebbero rappresentare quello da cui veniamo. Per fare un esempio, nei primi anni ’70 la RAI mandò in onda una trasmissione sulla musica condotta da Luciano Berio ed intitolata “C’è musica e musica”, la RAI dimostrò un gran coraggio ma anche una grande slancio creativo che oggi mancano, questo di sicuro influenzò almeno un poco il mercato. La gente è sempre curiosa, ma purtroppo in Italia son poche le etichette, le radio e le tv che osano nel proporre musica diversa dal rock, quindi se non si forma prima una cultura, che come ripeto l’Italia ne avrebbe in quantità esportabile, risulta difficile inserire sul mercato materiale da ascoltare con un minimo di attenzione in più… ma va bene così (risata).

Stai già scrivendo nuova musica? Progetti futuri?
Son sempre in movimento, nel cassetto ho vecchie idee a cui sto lavorando, alle quali sto unendo le nuove, di sicuro entro l’anno il seguito di Movements. Sto dialogando con autori di musica, video e letteratura di Verona e non per collaborazioni future, alle quali aggiungo e sottolineo il lavoro che sto svolgendo con la band De Curtis. Insomma un bel po’ di roba in cantiere.

Tra le band emergenti degli ultimi anni chi consiglieresti ai nostri lettori?
L’elenco è lunghissimo, in Italia e nel Mondo c’è un grande movimento sperimentale, unico consiglio che do è di osare e cercare ascolti nuovi. Dico solo chi sto ascoltando io in questo momento: Nicolas Jaar alternato all’intramontabile Insen di Alva Noto e Ryuichi Sakamoto.

Grazie per l’intervista e in bocca al lupo!
Crepi! Grazie a voi di Soundmagazine ed a tutti i lettori.

www.tannenrecords.com



Intervista con Gaslight Anthem

 

14/12/2010

La redazione di Sound Magazine incontra i Gaslight Anthem nella suggestiva ambientazione del locale Rock’n'Roll a Milano. Il quartetto del New Jersey ha pubblicato 3 album e un ep. Risponde alle nostre domande Alex Levine, simpatico bassista della band americana.
Di seguito riportiamo l’intervista in lingua originale.
Intervista a cura di Michael Simeon

M: Innanzitutto vorresti parlarmi del nuovo album? Come è stato composto e come è stato ricevuto?
A: Abbiamo incominciato a comporre “American Slang” esattamente in questo periodo l’anno scorso dopo essere tornati da un tour enorme, eravamo in tour da due anni e mezzo. Siamo tornati nella cantina dove avevamo scritto altre canzoni e l’album precedente, nel New Jersey. Abbiamo fatto cinque settimane di scrittura e poi siamo andati in studio per altre cinque settimane…oh no aspetta…ahhahah…in realtà abbiamo passato due mesi a scrivere e cinque settimane in studio. Con “American Slang” eravamo un po’ nervosi per la pressione proveniente dal disco precedente “The 59 Sound”, perchè come ogni altro gruppo hai un fanbase, e c’è un’ulteriore pressione perchè non stai facendo un disco soltanto per te stesso ma anche per altre persone, i tuoi fans. Penso che sia stato accolto davvero bene, da quello che ho potuto vedere sono on the road da sei mesi e i concerti diventano sempre più grossi e la gente ci dice solo cose positive quando la incontriamo, ma per quanto riguarda i critici, cerco di non prestarci troppa attenzione.

M: Beh devo ammettere che sono un fan e che sono totalmente preso da “The 59 Sound”, e quando ho sentito per la prima volta “American Slang” è stato strano perchè avevo ancora in testa il vecchio album, ma ora mi piace anche “American Slang”. Penso che abbia solo bisogno di più ascolti.
A: Si, penso sia il commento più frequente che abbia sentito. Molte persone sono legate a “The 59 Sound”, quindi niente sarà a quei livelli, almeno a primo impatto.

M: Vi seguo dai tempi di “Sink And Swim” e ho visto la progressione. Penso che in questo album siate più vicini alla musica roots e il rock’n'roll, mentre i precedenti avevano un tiro più punkeggiante. Quali sono state le vostre influenze su quest’album?
A: Certamente, penso che ogni canzone abbia la sua influenza su quest album. Ci sono influenze dei The Rolling Stones e finalmente abbiamo messo in moto le nostre influenze dei The Clash. La più grande influenza di Alex (Rosamilia, chitarrista) sono sempre stati i The Cure, ma si è innamorato di gente come Peter Green ed Eric Clapton, per questo ci sono riff blues nell’album. Penso che abbiamo preso tutte le influenze.

M: Penso che sia la cosa migliore perchè puoi mantenere il vecchio fanbase e creartene uno nuovo.
A: Si, penso che sia il motivo per cui il nostro fanbase si sta ampliano, vedo gente dai cinque anni di età fino ai sessantacinque anni di età. Penso che sia un buon segno, deve essere un buon segno ahaha.

M: Non ti farò domande su Springsteen perchè penso che siate stufi della cosa. Ma ho sentito un vostro bootleg in mp3 pieno di versioni acustiche e c’era una cover che ha catturato la mia attenzione perchè è di uno dei miei gruppi preferiti, “Left Of The Dial” dei The Replacements. Che influenza ha avuto questo gruppo su di voi?
A: Penso che quel gruppo sia nella top 5 comune di tutti noi. Abbiamo tutti i nostri gusti, ma diventano comuni quando si tratta di The Replacements o Pearl Jam…

M: Si, avete fatto una cover di “State Of Love And Trust” dalla colonna sonora di “Singles”.
A: Si, per me sono gruppi senza tempo.

M: E la gente parla sempre di Springsteen, Springsteen, Springsteen senza vedere le altre influenze…
A: E’ divertente perchè prima di questo gruppo è stato Brian ad aprirci gli occhi su Springsteen, non è mai stata un’influenza comune, forse sul modo di comporre di Brian.

M: Hai detto che The Replacements sono nella top 5 comune, ma qual’è la tua top 5 personale?
A: The Replacements, The Clash, The Ramones, sai il punk originale del 77…uhm…top 5, top 5…cambia in continuazione…sono un grande fan di Bob Dylan…e i Led Zeppelins, sono cresciuto con i Led Zeppelin e The Who, hard rock anni 70….uhm…Pixies, Pearl Jam…potrei andare avanti ehehehe.

M: Siete in questo tour europeo da?
A: 17 ottobre.

M: E come sta andando?
A: Sta andando alla grande, i concerti sono quasi tutti sold out ed è pazzesco perchè veniamo dagli Stati Uniti.

M: Beh penso che ora che siete diventati più famosi sia più facile fare sold out dalle vostre parti.
A: Si si. L’industria musicale è strana, alti e bassi, va e viene. Nel senso puoi essere su una major e avere tanti soldi dietro di te e stare su ogni cavolo di copertina ed essere il peggior gruppo di sempre. Ma per qualche motivo suoni davanti a migliaia di persone. E io ho sempre questo pensiero per la testa: ” E’ per via del fatto che passiamo in radio e la gente è costretta ad ascoltarci o piacciamo veramente?” Ahahahahah. Penso che sia una cosa di cui non verrò mai a capo.

M: Io suono in un gruppo hardcore ma non ho problemi ad ascoltarvi o ascoltare gruppi simili al vostro, mi piace tutta la musica…
A: Figo. Io ho suonato in un gruppo hardcore, Alex suona in un gruppo heavy metal al momento, Benny è cresciuto con l hardcore e Brian aveva un gruppo hardcore…

M: Avete grandi gruppi nella vostra zona, New York…
A: Si, New York Hardcore, è quello con cui siamo cresciuti.

M: Spero che non verrete mai paragonati a Bon Jovi. E’ del New Jersey, vero?
A: Si, è del New Jersey. Non penso che succederà, non mi vedo a fare quel “wou wou” ahahahaha.

M: Hai detto che ami The Clash, quindi dovrebbe piacerti il primo gruppo di questo tour, i Sharks.
A: Ho un aneddoto divertente su di loro.

M: E’ la prima volta che hai sentito parlare di loro durante questo tour?
A: No no, sono io la ragione per cui sono in questo tour. Quando eravamo in studio a finire “American Slang” il nostro manager si è presentato con una litsta di quaranta buoni gruppi con i link al loro myspace. Ho iniziato no, no, no, no, no, e poi ho sentito il loro primo pezzo ed era grandioso. Sono in contatto con loro da un po’, abbiamo già suonato con loro in Inghilterra a Giugno. Sono ragazzi in gamba totalmente presi dalla musica, e il nostro gruppo ha grande influenza su di loro. Sono uno dei migliori gruppi che ho visto in vita mia ed hanno solo 19 anni…

M: E cosa mi dici di Chuck (Ragan, in tour con loro)?
A: Chuck è Chuck. E’ un eroe. E’ il nostro eroe. E qualsiasi cosa faccia è oro puro, è grandioso, incredibilmente grandioso. Da pazzi, l’altra sera i Sharks stavano suonando una cover di “I Fought The Law” e Chuck ed io siamo andati sul palco a cantarla con loro.

M: E come ci si sente a vedere le proprie foto ovunque per via della pubblicità della Levi’s? Ero a Londra lo scorso ottobre e nel negozio Levi’s di Carnaby St. c’era la vostra foto gigante.
A: E’ grandioso, sono contento del risultato. Molti gruppi fanno cose stupide per le ragioni più stupide. Ci è stato presentato nel modo migliore. E ci sono certe cose che bisogna fare…

M: Beh penso che siate il gruppo perfetto per quella pubblicità.
A: Vestiamo tutti Levi’s, quindi non è stato per niente strano. Molti grandi compagnie ti fanno fare cose strane, fai questo, fai quello, fai questo, fai quello. Tutto quello che dobbiamo fare è indossare jeans e fare foto, una figata ahahahaha.

M: Oltre ai Sharks, c’è qualche nuovo gruppo uscito di recente che ti piace?
A: Si si. Fake Problems, il loro nuovo album è una delle cose migliori che ho sentito quest anno. Mi piacciono i Black Keys, hanno pubblicato un gran disco. Uhm, nuovi album. Direi il nuovo degli Arcade Fire, non è pretenzioso e mi ha aperto gli occhi. Oh si e anche quell’altro gruppo, i The National, sono un gran gruppo e hanno un vibe differente e penso che meritino il successo che hanno perchè se li ascolti e basta non diresti che viaggino su canali commerciali. Mi piace la musica che spacca, buona musica, c’è tanto schifo in giro ahahaha. E’ facile per tutti fare un disco e pubblicarlo, quindi siamo inquinati dallo schifo ahahaahah.

M: Ok. Vorresti dire qualcosa ai vostri fan italiani?
A: Oh si, grazie. Apprezziamo tutto quello che fate, ascoltare la nostra musica, venire ai nostri concerti. Abbiamo già fatto un concerto da headliner davanti a 200 persone, ce ne saranno un migliaio stasera.

M: Avete suonato anche a un festival a Brescia questa estate.
A: Si si, abbiamo suonato anche li, ma parlavo di un concerto da headliner che abbiamo fatto due anni fa.

M: Quello con Frank Turner?
A: Yeah!

M: Amo quel ragazzo.
A: E’ un grande, un compositore pazzesco. E’ reale, è un’artista vero, un compositore vero, e i suoi testi sono incredibili. Invece di parlarti, potrebbe scrivere testi, è pazzesco ahahaha. Abbiamo passato delle notti pazzessche assieme. Una sera stavamo bevendo una birra e ha chiesto una chitarra e ha iniziato a suonare le cover più casuali e gli ho chiesto “c’è qualcosa che non conosci?” e lui: “prova!”. Allora gli ho detto; “Uhm, ok, Jagged Little Pill, Alanis Morrissette, Ironic”. E lui mi ha risposto: “Da dove vuoi che cominci, posso suonare tutto l’album”. E io: ” Fottiti ahahahahaha”. Incredibile.

 

M: First of all would you like to talk about the new record? I mean how it was written and how it was received.
A: We started writing “American Slang” by this time last year when we came home from a big tour, we were touring for 2 and a half years at the time. We got down back to the basement where we’ve written other songs and the previous record, in New Jersey. So we did 5 weeks of writing and then we went to the studio and there was another 5 weeks…oh no wait…ahahaah…actually it was 2 months of writing and 5 weeks in the studio. So yeah with “American Slang” we were kinda nervous because all of the added pressure from the previous record “The 59 Sound”, because like any other band you have a fan base, and suddenly there’s an added pressure cause you’re make a record not only for yourself but for other people, for your fans. I think it has been received pretty well, from what I can see I’ve gone on the road for the past six months and shows are going bigger, people are saying positive things to us when we meet them, but when it comes to critic I try not to pay attention to that shit.

M: Well I must admit that I’m a fan and I am totally into “The 59 Sound”, so when I first heard “American Slang” I felt a bit strange cause I was still on the previous album, but now I’m also into “American Slang”, I guess it just only need serveral listenings.
A: Yeah I guess that’s the main comment I got back. “The 59 Sound” appealed for all the people so anything else is never gonna be quite there, at first you know.

M: I’ve been following you since “Sink And Swim” and saw the progression. I think on this one you got more into roots and rock’n'roll, while the previous two had a punky vibe. What were the influences for this album?
A: Of course, I think that every song was its own thing on this album. There are Rolling Stones influences and we finally took our Clash influences and put them in motion. Alex’s biggest influences has always been The Cure, but he got into songrwriters like Peter Green and Eric Clapton, so that’s why there’s this blues riffing in the album. I guess we kinda took all the influences.

M: I guess it’s the best thing cause you can mantain the old fanbase and grow a new one.
A: Yeah I guess that’s why our fanbase it’s widing, I see people from age of 5 to the age of 65 at our shows, I guess it’s a good sign, it has to be a good sign ahaha.

M: I won’t ask you questions about this Springsteen thing cause I guess you’re pretty much bored with it. But I listened to a mp3 bootleg of you, full of acoustic versions, and there was a cover that got my attention cause it’s by one of my favourite bands, “Left Of The Dial” by The Replacements. What influences had this band on yours?
A: I think that band is probably one of the top 5 blanket influences for all of us. We all have our different styles, but it all becomes a common place when it comes to The Replacements or Pearl Jam…

M: Yeah you did a cover of “State Of Love And Trust” from the “Singles” soundtrack.
A: Yeah you know these bands are timeless bands to me.

M: And people is always Springsteen, Springsteen, Springsteen, without seeing that there are other influences…
A: Yeah and it’s kinda funny because honestly before this band Brian opened our eyes on Springsteen and it never was a blanket influence on the band, maybe on Brian songwriting.

M: You say that The Replacements were on the common top 5, but what’s your personal top 5?
A: The Replacements, The Clash, The Ramones, you know the original 77 punk stuff…uhm…top 5, top 5…it always changes…I’m a huge Bob Dylan fan…and Led Zeppelin, I grew up on Led Zeppelin, I grew up on The Who, 70′s hard rock…uhm…Pixies, Pearl Jam…uhm I just keep going ehehehe.

M: So you’ve been on this european tour since?
A: October 17th.

M: And how’s it going?
A: It’s going great, all the shows are pretty much sold out and it’s insane cause we’re from the US.

M: Well now that you’ve become more famous it’s easier for you to get sold out there.
A: Yeah yeah. Music industry is strange, highs and lows, ups and downs. I mean you can be on a major label and a lot of money behind you and every freaking cover and be the worst band ever. But for some reason your still playing for thousands people. So it’s always in the back of my mind: “Is it because now we’re on radio and people is forced to listen to us or they just really like us? Ahahahaha. I guess it’s just one of those things that you can never tell ahah.

M: I play in a hardcore band but I haven’t any problems in listening to your band or bands like yours, I mean I like every kind of music…
A: Cool. I played in a  hardcore band, Alex is in a heavy metal band right now, Benny grew up on hardcore and Brian was in a hardcore band..

M: You have great bands from that area, New York…
A: Yeah New York hardcore, that’s what we grew up on.

M: Hope you’ll never get compared to Bon Jovi. Is he from New Jersey, isn’t he?
A: Yeah he’s from New Jersey. I don’t think it will happen, I don’t see myself doing that “wou wou” thing ahahahahahah.

M: You said you love The Clash, so you must be into the first band that plays on this tour, Sharks.
A: There’s a funny story about that.

M: It’s the first time that you hear of them during this tour?
A: No no, the reason why they’re on this tour is because of me. We were in the studio finishing “American Slang” and our manager came with this list of good 40 bands with all the myspace links and stuff and I was like nope, nope, no, no, no, and then I heard their first song and it was amazing. I’ve been in touch with them before, we’ve already played with them in June in our England tour. They’re sweet kids totally into music and our band has a big influence on them. They’re one of the best band I’ve seen in my entire life and they’re only nineteen…

M: And what about Chuck?
A: Chuck is Chuck man. He is a hero. He is our hero. And everything he does is pure gold, he’s amazing, unbelievebly amazing. It’s crazy, the other night Sharks were playing a cover of “I Fought The Law” and me and Chuck went on stage singing with them.

M: And how does it feel to have all your images around for the Levi’s thing? I was in London in October and in Carnaby St. there’s the Levi’s store and there was a huge picture of you there.
A: It’s pretty cool man, I’m excited the way it turned out. All the bands do the stupid thing for the stupid reasons. It was something presented to us in a really cool way. You know there are certain things you must do..

M: Well I think you’re the perfect band for that commercial.
A: Yeah we all wear Levi’s so it wasn’t a weird thing. Some big companies want you to make weird things, do this, do that, do this, do that. All we have to do is wear jeans and take pics around, so it’s cool ahahahaha.

M: Apart from Sharks, is there any band you like that recently came out?
A: Yeah yeah. Fake Problems, their new record is one of the best thing I’ve heard this year. I’m into the Black Keys, they have a really cool record out. Uhm new records,  I guess the new Arcade Fire, I guess it’s a pretty cool album, not pretentious, it has opened my eyes. Oh yeah and that other band, The National, they’re a cool band, they have a differnt vibe and it’s cool for bands like that to have the success they have cause if you only hear them you would never tell they’re into the mainstream channel. I like music that pushes the envelope, good music, there’s so much shit over there ahahaha. It’ easy for everyone now to make a record and put it out, so we’re polluted with crap ahahahaha.

M: Ok. Would you like to say something else to your italian fans?
A: Oh yeah, thanks. We appreciate everything you do, listening to our music, coming out to our shows. We’ve already done a healdine show here in front of 200 people, there’s gonna be one thousand tonight.

M: You also play a festival in Brescia this summer.
A: Yeah yeah, we played there too, but I was talking about a headline show we did two years ago.

M: The one with Frank Turner?
A: Yeah!

M: I love that guy.
A: He’s a great guy, an insane lyricist. He’s real, he’s a true artist, a true lyricist, his lyrics are incredible. Instead of talking to you he could just write lyrics, it’s pretty insane ahahhaha. We had some crazy nights together. One night we were drinking a beer and he asked for a guitar and start singing the most random cover songs and I was like: “is there something you don’t know?” and he replied: “try me!”. And I was like: “Uhm, ok, Jagged Little Pill, Alanis Morrissette, Ironic”. And he was like: “Where do you want me to start? I can play the whole record.” And I was like. “Fuck you ahahahahahhah”. Unbelieveble.



Intervista con Your Demise

 

28/09/2010

La redazione di Sound Magazine incontra il quintetto hardcore inglese Your Demise, freschi di cambio di cantante e con il nuovo lavoro “The Kids We Used To Be” da poco sui scaffali dei negozi. Risponde alle nostre domande il chitarrista Daniel Osborne.
Di seguito riportiamo l’intervista in lingua originale.
Domande a cura di Michael Simeon
Ciao ragazzi, è un piacere avervi di nuovo qui su Sound Magazine. Come stanno andando le cose ultimamente?
Stanno andando veramente bene grazie, ci stiamo rilassando e stiamo provando da quando siamo tornati dagli Stati Uniti tre settimane fa.

Finalmente il mondo sentirà il vostro nuovo album “The Kids We Used To Be”. Vorreste parlarcene?
Siamo veramente eccitati per l’uscita di quest’album. E’ il nostro primo album con Ed, e abbiamo prodotto un lavoro di cui siamo veramente fieri. Abbiamo voluto provare cose nuove e allo stesso tempo mantenere la potenza e l’intensità che ha sempre contraddistinto i Your Demise.

Il suono è un po’ cambiato. E’ a causa della voce di Ed o è solo una progressione naturale nel vostro stile?
Siamo sempre noi, e potrai capirlo sentendo il disco, ma abbiamo sperimentato nuovi suoni e stili per quest’album. Volevamo comporre qualcosa che avremmo voluto sentire noi stessi. Penso che sia un album davvero personale per noi. L’intero processo di composizione e registrazione è stato completamente differente. Prima che arrivasse Ed, era controllato come una dittatura, nessuna opinione era ascoltata ed era basata totalmente sull’ego di una singola persona. Ed è arrivato e a cambiato il modo di essere del gruppo. Cinque fratelli che fanno ciò che amano. C’è di nuovo passione.

Con il vecchio album avete sorpreso gli ascoltatori con due tracce dubspetp, con quello nuovo otterrete probabilmente lo stesso effetto per le linee melodiche su due pezzi. Come vi è venuta in mente questa idea  e chi sono i ragazzi che cantano quelle parti?
E’ stata una progressione naturale. Volevamo provare qualcosa di nuovo. Il cantante su “Life Of Luxury” è il nostro caro amico Mike Duce dei Lower Than Atlantis, mentre le altre parti sono di Ed e Stu.

Quale significato si nasconde dietro il titolo dell’album? Nostalgia o solo un taglio con il passato?
Tutto l’album copre temi diversi. Molti di questi sono positivi e parlano di amore, amici, nostaglia. Per quel che mi riguarda è il primo album dove mi identifico veramente nei testi, e penso che lo faranno molte altre persone quando ascolteranno il disco.

Avete attraversato numerosi cambi di formazione durante gli anni e tenete ancora duro come gruppo. I vosti fan possono amarvi ancora, ma come vi ponete nei confronti  dei “scene kids” e dei “haters” che vi etichettano come “falsi” e “boy band”?
Hahaha una boy band? E’ decisamente la prima volta che lo sento dire. Beh, per le persone che dicono che siamo falsi, ci hanno mai visti quando suonavamo nei piccoli club davanti a 20 persone? Abbiamo lavorato duramente, costantemente in tour, e suoniamo con i nostri cuori e anime. Nel senso non siamo arrivati dove siamo da un giorno all’altro. Ci sono voluti anni di duro lavoro e sacrificio per arrivare dove siamo ora.

Avete registrato “The Kids We Used To Be” negli Stati Uniti, e di base avete passato un sacco di tempo in tour lì durante gli ultimi tre mesi. Vorreste parlarcene?
A dire il vero non abbiamo registrato l’album negli Stati Uniti, ma molta della composizione è stata fatta a casa del nostro driver Danny in Southern California. Abbiamo spassosamente passato gli ultimi tre mesi in tour con i nostri amici The Devil Wears Prada. Hanno fatto un tour per piccoli club per ricambiare i fans. Alcuni locali erano solo piccoli bar e per noi è stato davvero un tour eccitante.

Il vostro album uscirà il 20 settembre. Scommetto che siete già pronti per tornare in tour e promuoverlo. Farete anche tour per conto vostro oltre all’ Imperial Never Say Die?
Siamo totalmente eccitati di suonare il nuovo materiale. Stiamo pianificando un tour da headliner per l’inizio del prossimo anno per supportare l’album in tutta Europa. Ci saranno alcuni gruppi grandiosi che verranno “on the road” con noi, quindi rimanete sintonizzati.

Bene ragazzi, grazie per il vostro tempo e per l’intervista. Vorreste dire ancora qualcosa ai vostri fan italiani?
Grazie mille per il vostro sostegno. Speriamo di vedervi al più presto.

 

Hi mates, it’s good to have you back here on Sound Magazine. How you’ve been doing lately?
It’s been going very well thank you, just relaxing and practicing since we came back from the States three weeks ago.

Finally the world is going to hear your new album “The Kids We Used To Be”. Would you like to talk about it?
We are all very excited for the release of this new album. It’s our first album with Ed, and we have produced an album we are all really proud of. We wanted to try new things yet still keep the power and intensity which has been associated with Your Demise.

The sound has changed a little bit. Is it due to Ed’s vocals or it’s just a natural progression in your style?
It’s still us, and you’ll be able to tell that from listening to the record, but we have experimented with new sounds and styles for this record. We wanted to write something that we wanted to listen to ourselves. I think this is a very personal album for ourselves. The whole process and recording was completely different. Before Ed joined, it was kind of controlled as a dictatorship, no ones opinions were heard and it was all based around a single person’s ego. So Ed joined and completely changed the way the band was. Five brothers doing what they all love. There is passion again.

On the previous record you’ve surprised the listeners with the dubstep tracks, on this one you will probably do the same with the melodic vocals on two tracks. How did you come up with the idea and who are the dudes that do those parts?
Again it was a natural progression for us. We wanted to try something new. The singer on “Life Of Luxury” is our good friend Mike Duce from Lower Than Atlantis, the rest of the singing is done by Ed and Stu.

What’s the meaning behind the title of the record? Nostalgia or just a cut with the past?
The whole album covers different themes. Most of it is positive, and covers love, friends, nostalgia. For me this is the first record I can really relate to the lyrics, and I think a lot of people will when they listen to the record.

You went throught several line up changes during the years and you’re still holding on as a band. Your fans may still love you, but how do you deal with all the scene kids and the haters who label you “not true” and “boy band”?
Hahaha a boy band? That’s definitely the first time I’ve heard that. Well for the people who say we aren’t true, well did they ever see us when we were playing tiny clubs infront of 20 people? We’ve worked really hard, constantly touring, and we play with our hearts and souls. I mean getting where we are didn’t happen over night. It’s taken years of hard work and sacrifice to get where we are today.

You’ve recorded “The Kids We Used To Be” in the US, and basically you’ve spent the hell of a time touring over there during the last three months. Would you like to talk about it?
Well we didn’t record the album in the States, but we did most of our writing at our driver Danny’s house in Southern California. Well funnily enough the last three months were spent on one tour with our friends The Devil Wears Prada. They were doing a small venure tour to five something back to the kids. Some of the venues were just small bars and it was a crazy exciting tour to be on for us.

Your album is coming out September 20th. Guess you’re ready to go back on tour again promoting it. Are you also going to do solo tours apart from the Imperial Never Say Die?
Definitely excited about playing the new material. We are planning a headline tour early next year to support the album, all over Europe. There are some great bands coming on the road with us so keep posted.

Well mates, thank you for your time and the interview. Would you like to say something else to your italian fans?
Grazie mille per il vostro sostegno. Speriamo di vedervi al più presto.