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Amarone in Jazz

Interviste



Intervista con Three In One Gentleman Suit

 

 

Sound Magazine ha il piacere di intervistare i Three In One Gentleman Suit, trio rock proveniente
dalla provincia ferrarese e modenese, che ha da poco pubblicato un nuovo album: “Pure”.

Domande a cura di Giulia Galvani

Giusto per introdurvi, come e quando nasce il progetto TIOGS?
P: Nell’autunno del 2002. Ci siamo ritrovati perché avevamo voglia di suonare in un progetto serio. Sai, se vivi in una cittadina non molto grande, fai molta fatica a trovare gente seria con cui condividere una passione che vada oltre la strimpellata sul palco di una sagra paesana. Mi ricordo, ci siamo subito divisi i compiti. Tu fai questo, tu fai quello. Eravamo giovani e ne capivamo poco. Poi abbiamo imparato un paio di cose, a forza di fare “questo” e “quello” siamo arrivati qui. Però io non mi ricordo bene cosa dovevo fare precisamente.

Il Vostro sound é tipicamente internazionale. La scelta della lingua Inglese è stata dettata da un esigenza di abbracciare determinate sonorità tipicamente anglofone o, già dalla fase embrionale, per soddisfare il desiderio di arrivare oltre i confini del Bel Paese?
P: Ma in realtà non l’abbiamo proprio scelta. C’è poco da fare: se hai mille dischi a casa e novecentoottanta sono dischi che arrivano da oltre Manica e oltre Oceano, l’inglese diventa una lingua familiare.
Noi siamo legati all’inglese perché è il nostro background. Fuori dai confini italiani ci arrivi anche cantando in italiano, quindi la cosa non fa testo, se vuoi. Certo in inglese il potenziale di condivisione è maggiore. Ma per noi il problema non è “cos’è l’inglese per gli altri”, ma “cos’è per noi

Il 12 Settembre esce ufficialmente in formato digitale (a ottobre anche la versione fisica) la Vostra ultima fatica discografica. ”Pure”, il titolo di questo nuovo disco. Come nascono le canzoni che compongono questo lavoro?
P: In maniera disordinata come tutti pezzi nostri. Riff+testi, gironi d’accordi, una ritmica, un suonaccio che spacca le orecchie, sono tutte cose che fanno nascere un pezzo. Sai più o meno come comincia e non sai mai come finisce, specie se ci lavori a sei mani. C’era però dal bell’inizio l’idea di utilizzare più ampiamente le tastiere, addirittura è spuntato anche un sampler, più un’altra tastiera e poi io ho voluto cantare di più… insomma le cose si complicano sempre in corso d’opera.

A livello di testi, rigorosamente in Inglese, quali sono le principali tematiche toccate?
P: Non ci sono in realtà tematiche precise. C’è politica, c’è il rapporto tra le persone, c’è la società, ci sono le storie e gli scazzi in cui si incappa ogni giorno. Mi piace definirmi osservatore. E’ guardando quello che ti ruota attorno che ti vengono spunti d’analisi. Sono in realtà cose molto quotidiane, particolarmente mie. Poi in realtà si prova a farli diventare degli “assoluti”, come fossero storie o situazioni fuori dal tempo. Insomma roba mia ma anche un po’ no. Così ognuno ci può vedere un po’ di suo. Ad esempio, Upcoming Poets è un po’ il senso di essere anestetizzati e non riuscire a dire più nulla d’importante. Oppure è qualcuno che sta affondando in piscina. Oppure è l’ubriaco nel bar all’angolo che decide di declamare versi sotto effetto dei troppi calici.

I brani che compongono questo disco sono tutti stati scritti in tempi recenti o c’è anche qualcosa di più datato, tirato fuori dal cassetto?
P: Solitamente non teniamo da parte nulla. Usiamo tutto il materiale perché la scrematura avviene durante la composizione. Sono tutti pezzi nati dopo “We Build Today”. Se dovessi dire quando precisamente e come, non saprei. E’ passato in realtà molto tempo dalla composizione. Nascono diversi, noi li maciulliamo, li rimescoliamo, li guardiamo in trasparenza e ci facciamo dei pezzi.

Parlando invece di sound, tra il Vostro primo disco del 2003, ”Battlefields In An Autumn Scenario”, e i lavori successivi, c’è stato un graduale passaggio da melodie più malinconiche a sonorità decisamente più energiche.
Anche il nuovo lavoro continua in quest’ottica di continua ricerca e sperimentazione o avete trovato un Vostro equilibrio?
P: Penso che, a parte alcuni tratti che ci distinguono e ci rendono riconoscibili come band, non abbiamo mai trovato una “forma” che ci permettesse di poter sfruttare una “idea” di pezzo chiara e codificata. Come dicevo, non sappiamo mai precisamente come verrà chiusa una canzone. Potrebbe venir letto come un’ingenuità, ma trovo sia molto importante non dare per scontati alcuni passaggi della scrittura. Insomma questo equilibrio non c’è. Ma non serve nemmeno che ci sia, e chi lo vuole? Ci possiamo definire soddisfatti di aver fatto quattro album molto diversi uno dall’altro. Riesci a farli solo se sei disequilibrato, sennò finisci per mantenere sempre la stessa posizione e ripeterti. Se permetti, con poca modestia, dico anche che è abbastanza raro, ultimamente, trovare gruppi che si prendono il rischio di poter affermare con certezza che “il prossimo album sarà certamente differente”. Il cliché paga ma a noi non piace. Ecco, l’ho detto.

Consapevole delle difficoltà del caso, nel chiedervi di descriverlo a parole, come suona ”Pure”?
P: Pure è una scommessa. E’ in realtà un album molto complesso, lo ammetto. Se vai a scavare nei brani ci sono cose che spuntano ovunque. Forse ci piace così tanto perché ancora ci riserva delle sorprese, specialmente dal vivo. Dico, non è facile mettere in moto tutti quei suoni quando sei solo in tre, le tastiere, i synth, i loop, il sampler. La cosa che mi esalta di più è che abbiamo provato a “ripulire” dalle parti non indispensabili, ma non ci riusciamo. Abbiamo bisogno di tanto tanto colore per poter suonare “Pure”. Non direi che suona completo perché finirebbe per essere noioso. Direi piuttosto che, a livello compositivo, suona “tanto”.

”Pure”, è fatto anche di collaborazioni importanti, ad esempio Giovanni Ferliga degli Aucan, Giulio Ragno Favero per il mixaggio. Come nascono queste collaborazioni?
P: Beh sono due tra i fonici/produttori/sound engineers più rinomati d’Italia. Sapevamo che c’era il rischio, visto l’eccesso di colori e sonorità, che il disco suonasse alla fine un po’ troppo “sfilacciato”: Giulio (che non ha bisogno di presentazioni) è stato in grado di “compattare” tutto in gran stile. Giovanni è  stato una bella scoperta anche se in realtà ha curato le prese sotto la supervisione di Giulio. Poi in realtà le mani sono state molte su questo disco: Giorgio stesso mi ha registrato le voci a casa, Bruno Germano (Settlefish) e Gianluca Turrini hanno chiuso gli utlimi mix e ci hanno assistiti nella fase di mastering.

Dopo l’uscita di un disco, il naturale corso delle cose, vi porterà in tour per promuoverlo e portare in giro la Vostra musica. Le esibizioni live sono sicuramente uno dei Vostri punti forti. Che cosa ci dobbiamo aspettare dai concerti che seguiranno l’uscita dell’Album?
P: Speriamo buone cose! Qui si invecchia e il fisico potrebbe non reggere. Abbiamo voglia di suonare. I nostri live sono solitamente abbastanza “tirati” e sono un’ottima terapia per sfogare le nostre turbe. I pezzi di “Pure” sono anche abbastanza complicati da suonare, ci sono le tastiere e i sampler oltre ai nostri strumenti “tradizionali”. Ci sarà da divertirsi. Non aspettatevi niente. Venite ai concerti e basta.

Vista la Vostra straordinaria esperienza live, quale è stato fino ad ora, ovviamente se identificabile, il concerto che più vi ha segnato o emozionato, magari per un qualche motivo o episodio particolare o situazione o aneddoto?
P: Troppi. Io ne scelgo uno buffo. Marina di Gioiosa Jonica (RC) al Blue Dhalia. Locale piccolo, non tanta gente, ma tutti fuori di testa. Ruggero (un uomo massiccio che incute non poco timore, proprietario del locale), mentre suoniamo “porge” un Negroni (eletto a furor di popolo “bevanda della serata”) a Giorgio, inclinandogli la testa verso l’alto a forza. Giorgio beve tutto d’un fiato al pensiero “…o giù in gola o rovesciato sulla chitarra”. Non sia mai. Dopo non abbiamo suonato benissimo. Ma ci siamo tanto divertiti. Giorgio forse non si ricorda.

Sicuramente uno dei momenti live più straordinari, credo sia stata l’esperienza cinese, un po’ per la lontananza fisica e culturale tra questo e quel mondo, un po’ perchè non capita sicuramente tutti i giorni di riuscire a realizzare e organizzare un tour in quei luoghi per una band italiana. Che cosa ci potete raccontare di quell’esperienza? Come vi ha segnato, umanamente ma principalmente musicalmente parlando? Quanto, se c’è, di questa esperienza cinese c’è in ”Pure”?
P: Beh raccontare l’esperienza cinese è una faccenda un po’ lunga. Abbiamo però fatto uscire un cofanetto (che è quasi sold-out) con una raccolta dei nostri primi tre dischi e un diario di bordo che ho tenuto io mentre ci spostavamo in treno. Lì c’è scritto un sacco di roba.
Viaggiare per musica, con il treno, in Cina è una esperienza che difficilmente puoi dimenticare. Abbiamo visto uno spaccato di umanità veramente diversa dalla nostra società occidentale. Affascinante a volte, ributtante altre volte, curiosa per lo più. E’ stata dura, scomoda, sporca. Abbiamo suonato in club piccoli e in club grandi, a volte anche senza amplificatori, entrando diretti nel mixer. Sai cosa rimane? La voglia sfrenata che hanno di ascoltare. I cinesi sono ancora neutri, ti parlano dei Joy Division come se li avessero ascoltati ieri per la prima volta. Infatti li hanno ascoltati ieri per la prima volta. Quando suoni ti studiano. Se sei comunicativo impazziscono. Al di là delle profonde disparità che dividono la popolazione si respira grande ottimismo e voglia di conoscere ciò che era proibito fino a poco tempo fa e che sta entrando lentamente nel loro universo tutto particolare.
Nei dodici concerti cinesi abbiamo suonato buona parte dei pezzi di “Pure”, come ho detto, anche in situazioni tecnicamente molto povere. Funzionavano anche nella loro versione più rude. Forse nel disco non c’è un segno chiaro dell’esperienza del tour: siamo partiti quando il primo mix era quasi al termine. Sicuramente, nella veste live, la Cina ha contribuito a dare concretezza ed efficacia a molti brani.

”Pure” è scaricabile gratuitamente dal sito di Upupa Produzioni. In quest’epoca dove ormai ci fanno pagare anche l’aria che respiriamo da dove arriva questa idea di diffusione?
P: Quando fai un disco e ti metti in gioco, la soddisfazione più grande è sapere che molte persone possono valutare come hai lavorato. Il disco è ormai un concetto superato, è troppo meno “portabile” del formato informatico. Se un disco ti piace, se assisti ad un buon concerto, se la band ti lascia qualcosa, poi il disco lo compri. Con il download semplicemente fai la conoscenza di ciò che sentirai. Allora perché no?

Vista anche questa vostra scelta, qual è il vostro personale rapporto e la vostra personale visione del connubio Musica/Web?
P: Si possono arrivare a conoscere un sacco di cose in più. La musica gira velocemente sulla rete. Cambia il rapporto tra autore, diritti, vendite, guadagni. Questo momento storico ci impone di cambiare il concetto di disco e di slegarlo (finalmente!) dal concetto di “bene di consumo”. Diventerà un “bene di conoscenza e interscambio” o alla peggio un prodotto promozionale come è già. L’importante è che sia uno stimolo per l’ascoltatore a staccare il sedere dallo sgabello e andare a vedere e ascoltare un concerto. Vero, vivo, reale e non virtuale.

Anche a livello grafico e di packaging ”Pure” sarà particolare e di sicuro stupirà. Raccontateci un po’ come sarà il ”vestito” di questo disco, in formato fisico.
P: “Legno” sta ultimando la grafica. Ci sarà del cartone, carte speciali, stampe con colori matti. Tutto all’insegna della purezza. Perché quelli di “Legno” sono grafici puliti puliti. Sarà bellissima. Sarà da avere.

Definiti ancora come band emergente, dopo anni di attività, ma è la tendenza del sistema a classificarvi ancora come tali, qual è la vostra opinione del panorama cosiddetto Indie italiano attuale?
P: Conosco solo una cosa che “emerge” in ogni situazione, ma non è piacevole. Il termine emergente è tremendamente irritante. Emergere da che? Chi fa 3’000 persone a concerto è “emerso”? Chi invece suona ai festival da 200 persone è ancora “immerso” nel pantano dell’anonimato. La verità è che si ascolta sempre meno. E sempre di più si cade faccia a terra nei clichè. Togli il gossip, togli le foto patinate, togli le luci stroboscopiche e rimane la stessa cosa per tutti: le canzoni. Se sono belle sei un figo. Se fanno schifo sei un cesso. Stop.
Poi scopri che il tal gruppo finchè era “emergente” faceva gran cose, poi d’un tratto “emerge” come un sommergibile sovietico nel mare di Barents, tutti impazziscono, ma il disco è fetente. Avrete tutti in mente almeno 5 bands di questo tipo. Non dite di no che è una balla.
Il panorama indie nazionale ha cose belle e cose brutte. Mi piacciono The Death of Anna Karina e Gazebo Penguins perché ssssuonano (4 esse). Fine Before You Came perché “Sfortuna” mi aveva preso benissimo in ritardo clamoroso, che coglione… e mi piacevano anche prima. Gli Aucan sono fighi ma lo sanno già tutti, il chè non li rende meno fighi, rende solo la mia uscita un po’ scontata. Gli Appaloosa belli e mai banali. Redworms’ Farm tutta-la-vita. I gruppi Upupa: Maybe Happy, Red Line Season, The Great Northern X e Modotti (che escono entrambi a breve). Tutti fichissimi. Bob Corn, lui era, è e sarà sempre l’indie italiano, più di tutti.

Oltre al Tour, ci sono già altri progetti in cantiere per il prossimo futuro dei TIOGS?
P: Suonare “Pure”. Fare brani per il nuovo disco. Suonare con il nostro progetto isterico Sex Offenders Seek Salvation. Fare il disco anche lì. Insomma non ci annoiamo.

upupaproduzioni.bandcamp.com/
www.upupaproduzioni.com
www.tiogs.com



Intervista con Arthemis

 

07/06/2011

Soundmagazine incontra Andrea Martongelli degli Arthemis a pochi mesi dall’uscita di Heroes per fare quattro chiacchiere sulla genesi del disco (il primo con la nuova line up) e avere qualche anticipazione sul nuovo lavoro già in pre produzione.

Line up nuova, vita nuova, con Heroes il sound degli Arthemis fatto è cambiato rispetto ai lavori precedenti. Cosa ha influito in un cambiamento di questo tipo, la nuova line up  semplicemente una naturale evoluzione artistica?
Gia sul disco precedente, Black Society, avevamo già cambiato il sound. Nel momento di cambio di line up poi, mi sono trovato a scrivere il disco completamente da solo e ho pensato qual’è la ragione per cui ho preso in mano la chitarra? E la risposta è stata: Anthrax, Megadeth, Metallica, band che rappresentano le mie radici musicali e che continuo ad ascoltare tutt’ora.
Heroes  l’ho scritto in 3 mesi da solo e mi sono divertito tantissimo perchè dalla prima all’ultima nota ho voluto suonare qualcosa che mi entusiasmasse, è un disco molto spontaneo. Nel disco poi c’è tanta rabbia “buona”, quella che ti fa tirare fuori il carattere  e la voglia di rimetterti in gioco.

Ad un certo punto ti sei trovato ad essere l’unico membro della formazione originaria, immagino sia stata una situazione difficile da gestire, ci sono momenti in cui hai pensato di abbandonare e dedicarti ad altri progetti musicali?
No, mai perchè non ho mai considerato gli Arthemis come un “progetto”. Ci ho sempre creduto ciecamente fin dal 1994 in cui la band si è formata e passavamo i pomeriggi a suonare dopo il liceo; da allora fortunatamente non ho mai perso l’entusiasmo e la determinazione nella mia musica, d è grazie a questo che ho sempre trovato la forza per continuare.

La voce di Fabio si discosta molto da quella di Alessio per timbro e interpretazione. In una situazione in cui molti gruppi scelgono un cantante clone, tu hai spiazzato tutti e scelto un vocalist con caratteristiche completamente diverse. Quali sono stati i criteri che ti hanno portato a scegliere Fabio?
Fabio insegna come me al Modern Music Institute e ho avuto modo di ascoltarlo ad una serata organizzata dalla scuola a Modena. Quando Fabio è venuto a sapere del cambio di line up mi ha contattato e tempestato di messaggi per mesi ma avevo già trovato un sostituto. Poi, a due settimane dall’Hellfire festival di Birmingham mi trovo trovato senza cantante e Fabio è stata una scelta quasi obbligata, visto l’entusiasmo e la voglia che aveva di essere parte della band. Poi dal punto di vista tecnico è un cantante molto versatile, energico e melodico in grado di cantare sporco alla “Russel Allen” ed essere più melodico quando serve.

Qual’è stato il processo di songwriting di Heroes, hai lavorato interamente da solo o anche gli altri membri sono stati coinvolti in fase compositiva?
Heroes l’ho composto interamente da solo però una volta che i demo erano pronti, gli ho mandato agli altri membri della band con la volontà che ognuno scrivesse le proprie parti, quindi ognuno è stato in grado di dare il proprio tocco al disco.
Considera poi che abbiamo avuto pochissimo tempo perchè lo studio era già prenotato da mesi e dovevamo a tutti costi arrivare preparati.
Nel prossimo disco comunque, si sentirà ancora di più la personalità della nuova formazione che ormai è rodata ed affiatata.

Gli Arthemis sono una delle poche band formata da musicisti di professione, un fenomeno molto raro nel panorama italiano. Come vedi la situazione nella scena metal nazionale?c’è interesse o l’estero risulta essere sempre più appetibile per chi sceglie la musica come professione?
Di sicuro all’estero c’è una voglia maggiore di condividere e di crescere assieme tra musicisti e band mentre qui c’è più gelosia e rivalità, però Il discorso è sempre lo stesso e parte tutto parte da un attegiamento mentale.
In Italia ci sono tante band valide ma in generale vedo che manca la determinazione, la voglia di metterci la faccia e sbattersi per raggiungere dei risultati. Perchè quando inizia a fare il musicista come professione devi farti in quattro, essere disponibile con le persone, in pratica non ti fermi mai ed è questo il bello per me.

Heroes è un disco molto compatto sia per quanto riguarda il sound che i testi, qual’è il un tema che ti ha ispirato nella composizione del disco?
Heroes parla della figura dell’eroe in senso più ampio perchè l’eroe non è solo quello che vediamo nei fumetti, siamo circondati di eroi tutti i giorni, eroi che nemmeno sanno di esserlo e sono le persone che ti stanno vicino nei momenti peggiori e ti danno una mano giorno per giorno. Oltre a questo nel disco si parla di quanto il concetto di eroe possa essere ambiguo, se pensiamo al panorama politico odierno è pieno di personaggi che da certe persone vengono osannati come degli eroi e da altre considerati dei delinquenti. Proprio questa ambiguità che ho cercato di tradurre in musica in Heroes.

La dimensione live è sempre stato il punto di forza degli Arthemis, quali sono gli appuntamenti più importanti per l’estate?
L’estate è densa di appuntamenti per gli Arthemis, saremo all’Hard rock Hell di Ibizia in Giugno poi al Sun Valley Rock in Val di Sole assieme a Domine, Heldritch e poi qualche data sparsa per il continente. A metà Agosto saremo a Bloodstock assieme a band come Motorhead e W.A.S.P. Seguirà poi un tour inglese in novembre a supporto di un altro gruppo ancora top secret e poi ci catapulteremo al Remaster studio di Vicenza per registrare il seguito di Heroes.

Bene Andy ti ringrazio per il tempo che ci hai dedicato, rimaniamo in trepidante attesa per il nuovo disco!!
Grazie per l’intervista e per le belle domande, vi aspetto tutti sotto il palco.



Intervista con Forty Winks

 

 27/04/2011

La redazione di Sound Magazine incontra i Forty Winks, quartetto bolognese attivo da quasi un decennio nella scena alternative nazionale. Hanno all’attivo 3 album, di cui uno fresco di stampa, e un ep. Risponde alle nostre domande il cantante chitarrista Sandro.

Ciao ragazzi, è un piacere avervi qui su Sound Magazine. Vorreste presentarvi ai nostri lettori?
Ciao siamo i forty winks da bologna e siamo appena usciti con un disco nuovo, “Bow Wow”.

Dopo l’uscita del vostro precedente omonimo lavoro sembrava doveste fare il botto, invece siete progressivamente scomparsi, finendo quasi nel dimenticatoio. Cosa è successo? Cosa avete combinato in questi 6 anni?
Bah, per noi sono passati in fretta in realtà. Subito dopo l’uscita del nostro album omonimo abbiamo passato 2 anni in giro a suonare. Poi abbiamo iniziato un lungo processo compositivo, nel corso dei weekend, in cui ci trovavamo e lavoravamo a idee nuove. Ce la siamo presi mega comoda, sicuro, ma d’altronde chi ci correva dietro. L’intento era quello di tirare fuori brani che ci soddisfacessero dall’inizio alla fine, senza filler o pezzi inutili. A volte lasciavamo lo spunto lì per mesi, poi ci veniva in mente qualcosa più tardi, e così via. Nel frattempo c’è chi si è trasferito in altre città, chi si è perso in fattanze varie, etc, cose che capitano a tutti insomma.

Il nuovo “Bow Wow” segna un ulteriore mutamento nel vostro sound, sembrate davvero dei serpenti che cambiano pelle ad ogni uscita. E’ stata un’evoluzione naturale o semplicemente l’emozione di una nuova sfida?
No, direi nessuna sfida, nel corso degli anni un mutamento è più che necessario, è stata quindi un’evoluzione totalmente spontanea e naturale. Di prova in prova ci trovavamo a suonare senza pensare troppo – come al solito – e registravamo tutto quello che veniva fuori. Abbiamo una roba come 4/500 tracce e bozzetti vari, a cui non saprei neanche come mettere mano se ci provassi ora. Da questo maccherone infernale sono uscite le 12 tracce che compongono Bow Wow.

Qual’è il significato dietro l’artwork dell’album? E il titolo?
L’artwork è stato il frutto di una sessione di scatti con la nostra amica Giorgia, in campagna in mezzo alle bestie. E’ da un po’ che volevamo vestire Salo da cane. Abbiamo comprato due paia di calze coprenti da vecchia in piazzola, quando Salo le ha viste è stato entusiasta e ci si è infilato dentro. Poi si è addormentato su una balla di fieno, e li lo abbiamo scattato. Bow Wow è il verso della bestia.

Avete un palmares che poche band su territorio nazionale possono vantare, tra album, ep e un tour in Sol Levante. Ogni genere che toccate, lo fate maledettamente bene. Sembrate dei predestinati e invece non tutto vi è andato sempre nel verso giusto. Pensate che con meno sfortuna e qualche scelta diversa potreste essere a livelli superiori?
Se nel verso giusto vuol dire svoltarci facendo dei soldi, beh direi di no. Sinceramente non rimpiangiamo le scelte passate, siamo sempre stati spontanei in tutto quello che abbiamo fatto e ti dirò, è una bella soddisfazione poter permettersi di dire che abbiamo sempre suonato ciò che ci pareva. Mai scelte di comodo o compromessi su quel pezzo o quell’altro. “se questa roba piace bene – sennò è lo stesso – sono solo io che posso metterla a processo” cit .Joe Cassano.

Torniamo al presente. Come sta andando il nuovo lavoro? Certo non è di facile impatto, perlomeno per i fan della vecchia guardia, ma personalmente penso che ascolto dopo ascolto funzioni decisamente bene.
Beh sì è sicuramente orecchiabile. I pezzi sono diversi da quelli del vecchio album, ma sono comunque molto semplici sia a livello di strutture che di melodie. Sta andando bene, le date finora sono state tutte molto ganze e anche le recensioni positive.

Avete iniziato un tour a supporto della nuova uscita? Quali sono i vostri progetti futuri?
Si come dicevo siamo in tour in Italia, con Virus concerti. Sabato prossimo suoniamo a Roma al Traffic, poi a Milano al Miami etc.
A breve vorremmo tirare fuori un paio di video, e stiamo pianificando l’uscita del disco in Stati Uniti e Canada.

Siete praticamente attivi da quasi un decennio, quindi avete vissuto sulla vostra pelle lo sviluppo della scena nazionale. Cosa ne pensate? Cosa è cambiato da quando avete iniziato a suonare?
Quando abbiamo iniziato c’era più un’esigenza di appartenere ad una “scena”, grazie alla quale sarebbe stato più semplice far sentire la propria voce. Con il passare del tempo, e forse crescendo, questa esigenza è venuta meno. A dire la verità non abbiamo neanche più avuto il tempo di guardarci intorno, ci siamo concentrati il più possibile sulle nostre cose dando poco peso a quale fossero le tendenze di questa o quella scena. Tuttavia siamo amici ed in contatto con numerose realtà in Italia ed all’estero, più o meno attive. L’importante per noi è sempre stato il lato umano, poco quello musicale.

C’è qualche gruppo che vi sentireste di consigliare ai nostri lettori?
Tanti, bad love experience, Laser geyser, cut, tunas..inoki

Bene ragazzi, grazie di cuore per l’intervista. Volete aggiungere qualcosa?
Si, date un occhio alle date aggiornate su www.fortywinkslounge.com
Grazie e a presto.



Intervista con Argetti

 

22/04/2011

Sound Magazine incontra gli Argetti, band Vicentina con tre album all’attivo.
Cantano in inglese e suonano rock con un anima punk e si propongono molto al di fuori dei confini italiani.
Il nuovo album New Seeds è distribuito in Europa, Regno Unito, Canada e Nord America ed è il primo dopo la dipartita del cantante Guido Becchetti.
Segna quindi un cambiamento di stile, l’apertura a nuove influenze ed un nuovo punto di partenza per una band che sembra non essere mai uscita dai binari giusti.
Abbiamo parlato con loro della situazione musicale in Italia, dei giovani e delle influenze che caratterizzano il nuovo disco e ne è nata una piacevole chiacchierata con Enri, il batterista della band.

Ho letto diverse vostre opinioni su New seeds e non posso che concordare sul fatto che è un disco ricco di influenze, rispetto ai vostri lavori precedenti. Vi è sembrato che, di conseguenza, sia cambiato anche il vostro pubblico o che ci sia sempre un filo conduttore?
Ciao Soundmagazine, qui enri, batteria negli Argetti. Anche noi siamo curiosi di sondare il parere della critica su questo nuovo disco. Il sound è evoluto in maniera spontanea, non ci siamo sforzati di ricreare un genere, semplicemente abbiamo dato voce alle vecchie e nuove influenze e registrato il tutto nella maniera più semplice, spontanea e celere possibile.
Abbiamo avuto un approccio alle registrazioni così old-school, cosa assai inusuale di questi tempi, che da molti è stato recepito come innovative-school. Un pò come andare a lavoro in calesse nel XXI secolo: forse non arrivi per primo ma di certo non passi inosservato.
 
Avete suonato e suonerete ancora all’estero. Vi dà motivazione essere apprezzati aldilà degli orizzonti italiani? Cambia il rapporto col pubblico di paese in paese?
All’estero ci sembra di cogliere un fermento diverso dei giovani verso la musica underground. Ma forse è semplicemente un effetto della moda. Viviamo in un momento storico dove, nel BelPaese, i ragazzi (ma soprattutto le ragazze) preferiscono una serata in discoteca ai concerti punk-hc. Fortunatamente rimane uno zoccolo duro di appassionati e supporters che ti fanno amare la scena underground locale, nella quale ci si aiuta e sostiene a vicenda, ci si conosce tutti per nome, proprio come fare parte di una grande famiglia con parenti in tutto il mondo.
 
Nonostante il cambiamento di sonorità in New Seeds, la mia opinione è che siate sempre diretti ed essenziali. E’ una vostra peculiarità di cui sarete sempre fieri o pensate che d’ora in poi potreste sperimentare anche su quest’aspetto? Vi faccio questa domanda perchè New Seeds sembra proprio un punto d’inizio per percorrere nuove strade e voglio capire le vostre intenzioni.
Anche assorbendo nuove influenze, ed col passare del tempo che matura spirito e corpo, il ceppo punker rimane sempre. Lo spirito del diretto ed essenziale credo traspaia bene NewSeeds, molto più che nelle produzioni precedenti come FlagsOfKarma per esempio. Dopo tanti anni che suoni, ascolti e respiri un genere musicale come il punk, ne assorbi inevitabilmente i principi base. E da questi sviluppi qualcosa di nuovo e personale. Progetti futuri non ce ne sono mai stati, semplicemente andiamo dritti per la nostra strada che sino ad ora ci ha lasciato ampio margine di manovra. Non abbiamo mai sofferto vincoli o subito pressioni sul cosa/come suonare. NewSeeds è stata una nostra scelta e siamo felici che alle etichette italiane ed estere sia piaciuto e abbiano nuovamente creduto in noi, nonostante il sound si discosti dalle tipiche linee guida dettate dalla scena punk hc in cui siamo cresciuti.
 
Vi va di citare qualche altra band italiana che seguite con piacere e magari anche il nome di qualche evento musicale del nostro paese a cui siete affezionati?
Abbiamo molte band amiche qui in italia: Ben Panthera, Gargantha, Superficie Ruvida, Seditius, Devotion, Chambers per citarne alcune.
A livello di eventi siamo assai affezionati al DisasterWeekFest ed IntoThePit di vicenza, all’AntiMtvDay di bologna e al LiberoPensieroFuoco di Perugia.
 
Il disco è energico, ma anche disagiato e malinconico. Come nascono i vostri pensieri?
Lo spirito del disco credo ricalchi bene l’animo dei giovane italiano: disagiato e disilluso. Questo Paese soffre di molte malattie, quella che colpisce maggiormente noi giovani è la meritocrazia calpestata e il non sentirsi tutelati nelle scelte di coraggio, come ad esempio intrapprendere un’attività propria, realizzare un sogno o far valere i propri diritti contro chi ha più potere e risorse di te. Dovremmo tutti rimboccarci le maniche e riprenderci quello che ci stanno rubando, cioè una prospettiva di futuro nel nostro Paese.
Il bello della musica è che puoi affrontare questi disagi con una canzone. Il messaggio arriva agli amici e agli amici degli amici senza bisogno di noiosi comizi in piazza o seminari in aula. Il potere della conoscenza rende il popolo forte. Ed infatti il popolo italiano è sapientemente drogato e distratto quotidianamente con la televisione spazzatura, coi calciatori e le veline, con l’aperol e il campari.
 
Vi faccio sinceri complimenti e vi auguro buoni live e che New seeds sia un nuovo inizio per continuare ad esprimervi liberamente.
Ti ringrazio a nome di tutta la band per questa piacevole chiacchierata. E speriamo di incontrarci presto ad un concerto! Colgo l’occasione per promuovere i BEN PANTHERA, nuovo progetto mio e di panch (basso/voce argetti), del quale trovate info e songs in free download sulla pagina myspace e facebook. Un abbraccio a tutti! enri

www.noreasonrecords.com



Intervista con Aucan

 

06/04/2011

SoundMagazine ha il piacere di intervistare gli Aucan, trio tutto italiano, che ha appena pubblicato il fortunato disco “Black Rainbow” per La Tempesta Dischi e Tannen Records.

Ciao ragazzi, benvenuti su SoundMagazine. Finalmente è uscito “Black Rainbow”! Vista la cura dedicata a questo lavoro immagino siate più che soddisfatti…Com’è stato il responso di pubblico e addetti ai lavori finora?
Il responso finora è stato più che positivo… Abbiamo avuto un’ottima visibilità grazie a Tempesta e Tannen in Italia, AfricanTape in Europa e Stiffslack in Giappone. La stampa e gli addetti ai lavori hanno recensito molto bene il disco, anche con riscontri importanti (come la copertina di NoiseMag, importante bimestrale francese). Ma soprattutto, il pubblico ai concerti è entusiasta. Siamo al rientro dopo una tournée europea che ci ha visti suonare una trentina di date: il disco e il nuovo concerto hanno avuto davvero una buona risposta. Ora ci aspetta un lungo tour italiano, e altre date tra Francia, Olanda e Belgio prima dei festival estivi.
 

Chi ha seguito la parte grafica del disco?
Francesco: Io ho seguito la parte grafica dei nostri lavori. Cerchiamo, quando possibile, di occuparci in prima persona di ogni aspetto del progetto Aucan, dalla registrazione alla produzione in studio (di cui si occupa Giovanni), dall’artwork alle locandine dei tour.
 
Il titolo suggerisce una propensione per i colori e la copertina ne da conferma. Ce ne sono vari, che tendono al nero e si mescolano. Cosa rappresenta tutto questo per voi?
F:  Il titolo Black Rainbow è stato un po’ il filo conduttore di questo disco. L’idea era quella di trasmettere un messaggio di speranza, che accendesse una piccola luce in mezzo al buio di questi tempi. Questa immagine era, prima di entrare in studio, quella che per me più rappresentava  lo spirito del disco. Man mano che il disco prendeva la sua forma, ci siamo però resi conto che era molto più “colorato” e meno buio di quanto credessimo. Ho cominciato a fotografare dei fumogeni colorati di notte, e questa “esplosione nel buio” ci è sembrata essere molto rappresentativa di Black Rainbow.

Questo è il vostro terzo lavoro e racchiude abilmente vari generi ed influenze. Si può dire che sia frutto di un percorso fatto negli anni, grazie anche ai numerosi live da voi fatti?
Negli anni abbiamo cercato di lavorare sempre di più sul nostro suono. Questo ha significato spesso cercare di tralasciare influenze, generi, a volte persino gusti individuali per seguire la direzione del nostro progetto. Abbiamo cercato di lasciarci guidare molto dalla musica, in Black Rainbow in particolare. In questo processo, il live è stato un momento importantissimo. Dal vivo ti accorgi di cosa funziona meglio e di cosa è più debole… E poi ci siamo sempre affidati molto alla risposta del nostro pubblico durante i concerti. Molti pezzi di BR sono nati proprio in funzione del live.

 
Solitamente la musica elettronica nei live è abbastanza introspettiva. Come sono gli Aucan dal vivo?
Aucan è una live band. La prima differenza rispetto a un “normale” set di musica elettronica è che, per quanto con una backline anomala, dal vivo suoniamo con la formazione di un gruppo: batteria, due chitarre, due tastiere, drum machine: nessun laptop e poche sequenze. Rispetto al disco, il live è sicuramente più energico, diretto e grezzo.
Cosa succede durante il concerto, poi, dipende molto anche dal pubblico.. Quando è reattivo e attento, si crea un’atmosfera unica.

Ho visto il video di “Heartless”, davvero bello (ho notato anche il particolare del fumo colorato, che mi ha ricordato la copertina). Raccontatemi un po’ come è nato ed è stato sviluppato il progetto.
Heartless è stato realizzato dalla giovane casa di produzione Shiroppo, un gruppo di videomaker mantovani molto in gamba. Siamo molto soddisfatti, i ragazzi hanno lavorato bene e stiamo avendo degli ottimi feedback. Oltre ad essere in rotazione su molti canali importanti, il video è stato selezionato da Vimeo per l’home page del sito. In quei giorni abbiamo avuto molta visibilità!
 
 
Avete in progetto di fare qualche altro video estratto da “Black Rainbow”?
Stiamo cominciando a preparare una versione di Away!, in cui dovrebbe esserci il featuring di Spex Mc, ex Asian Dub Foundation.
Ci piacerebbe far uscire un video per l’occasione.
 

So che è prematuro, ma state scrivendo già nuovi pezzi? Siete uno di quei gruppi in continuo fermento compositivo?
Stiamo già lavorando ai pezzi nuovi, anche se principalmente in funzione del live. Ieri abbiamo per la prima volta inserito in scaletta una  nuova traccia dal vivo, ed ha avuto un buon riscontro… Stiamo preparando un set più elettronico, da proporre in situazioni particolari (fuori dal circuito rock) e alcuni remix e featuring (come quello con Spex)…
Sì, siamo continuamente proiettati verso nuove mete :)
 

Com’è nata la collaborazione con La Tempesta Dischi e Tannen Records?
Abbiamo suonato con i Tre Allegri Ragazzi Morti a un festival in Sardegna, la scorsa estate. A Enrico è piaciuto molto il nostro concerto ed è nata un’amicizia… Quando poi abbiamo girato in tour con ODM, con Giulio Ragno Favero (nostro grande amico e ora anche nostro manager per l’Italia) e lo stesso Enrico è nata l’idea di far uscire BR per Tempesta International. La Tempesta è una struttura importante, fatta di persone entusiaste e gruppi validi. Lavorare con loro ci garantisce un ottima visibilità.
Siamo riusciti a coordinare al meglio le cose tra loro e Africantape, che ci segue per il resto dell’Europa, e Stiffslack che stampa e distribuisce in Giappone.
Tannen ha invece stampato il doppio vinile di Black Rainbow, cercando di accontentare tutte le nostre richieste… Anche qui si è creato un rapporto di amicizia e collaborazione.

Grazie per la disponibilità e buon tour! 
Grazie!

 Guarda il video di Heartless qui



Intervista con Mingle

23/02/2011

Sound Magazine incontra Mingle, eclettico compositore che ha da poco pubblicato il lavoro strumentale “Movements” l’11 febbraio 2011 per Tannen Records.

Ciao Andrea, benvenuto! Vuoi presentarti ai lettori di Sound Magazine che ancora non ti conoscono?
Ciao a tutti, sono Andrea Gastaldello in arte Mingle, nato in terre mantovane ed adottato da Verona. Musicalmente, nasco come chitarrista, ho studiato pianoforte (a fasi alterne) e Composizione (mai finita) appassionandomi poi allo studio della musica sperimentale/elettronica.

Il tuo album, “Movements” arriva dopo anni di “gavetta” attraverso molti generi musicali. Come sei approdato all’elettronica?
L’interesse per la musica elettronica nasce parecchi anni fa innanzitutto grazie agli ascolti, partendo dagli immensi lavori di Luciano Berio, Edgar Varèse, Luigi Nono (per citarne alcuni) arrivando ai più moderni Kraftwerk e Tangerine Dream (anche qua ne cito alcuni, ma la lista sarebbe lunga) e furono una vera e propria folgorazione. Decisi nei primi anni novanta di comprarmi un computer Atari con Cubase, un synth ed il mitico campionatore Akai S01 e cominciai così a comporre i primi brani Elettro per un etichetta di Brescia in auge in quel periodo. Col passare del tempo, ho curato sempre più gli ascolti (l’etichetta Warp, è stata un gran punto di riferimento per la mia formazione) e sviluppato l’interesse e la conoscenza, partecipando a corsi di composizione elettronica, seminari e concorsi internazionali di Musica Elettroacustica presso l’Accademia Musicale Pescarese e la Fondazione Russolo-Pratella di Varese.

I tuoi pezzi sembrano dei piccoli affreschi. Come avviene la composizione?
La composizione è una vera e propria seduta analitica. Nel mio caso cerco sempre di scrivere i brani con l’intento di darmi un’emozione ben precisa e continua, legandoli l’uno all’altro senza soluzione di continuità. Nel mio percorso son riuscito a trovare un linguaggio, arricchendolo negli anni con un vocabolario sempre più ampio di suoni e melodie minimali. Quello che cerco è un continuo dialogo tra aggressività e dolcezza, tra il bianco e nero, tra staticità e nevrosi, per portare l’ascoltatore in un viaggio intimistico.
Le fasce sonore son create da un insieme di effetti, niente di campionato, e da parti suonate. L’idea di fare musica elettronica sta proprio nel fatto di una continua manipolazione, di un gioco fatto per creare un suono o dargli un volto nuovo, o creare un pattern di batteria che sarebbe impossibile suonare fisicamente, formando un immaginario atipico, una serie di suoni e di conseguenti emozioni, diciamo, imprevedibili.
 
Vedrei bene i tuoi pezzi come colonna sonora di qualche film o cortometraggio…immagino tu ci abbia già pensato!
Assolutamente sì! L’idea di commentare musicalmente le immagini è una cosa affascinante, nel passato son state usate musiche mie per documentari, ed al momento tre brani di Movements son inseriti nella colonna sonora di un episodio pilota per una serie TV sugli sports estremi.

Da cosa è stata dettata la scelta di far uscire “Movements” in formato digitale?
Il formato digitale è una grande sfida che lancia l’etichetta che cura Movements, la Tannen Records.  Dopo averne parlato con Riccardo Orlandi (titolare della Tannen) abbiamo deciso di inserire Mingle nella vendita digitale. Come ripeto, questa rappresenta una sfida in Italia, per quanto riguarda l’Europa, in paesi come l’Inghilterra e la Germania per esempio, le etichette hanno ormai reso l’ascolto in streaming dei brani (con la possibilità di comperarli subito), come una cosa “normale”. In questo modo ti arrivano comodamente nel tuo computer (questo è rivolto ai più pigri) e te le metti in un cd od in una chiavetta usb e/o lettore mp3, ed il gioco è fatto.
  
Ritieni che il mercato italiano sia “propenso” alla musica sperimentale o elettronica o sia difficile farsi ascoltare?
L’Italia è un paese in cui nasce e permane una sperimentazione elettroacustica di altissimo livello ed in teoria dovremmo trovare un pubblico attento alla musica sperimentale e/o elettronica, difatti molti la seguono, purtroppo pochi conoscono il passato ed i pionieri come i sopracitati Berio, Nono a cui aggiungo Bruno Maderna, Salvatore Sciarrino e molti altri, che dovrebbero rappresentare quello da cui veniamo. Per fare un esempio, nei primi anni ’70 la RAI mandò in onda una trasmissione sulla musica condotta da Luciano Berio ed intitolata “C’è musica e musica”, la RAI dimostrò un gran coraggio ma anche una grande slancio creativo che oggi mancano, questo di sicuro influenzò almeno un poco il mercato. La gente è sempre curiosa, ma purtroppo in Italia son poche le etichette, le radio e le tv che osano nel proporre musica diversa dal rock, quindi se non si forma prima una cultura, che come ripeto l’Italia ne avrebbe in quantità esportabile, risulta difficile inserire sul mercato materiale da ascoltare con un minimo di attenzione in più… ma va bene così (risata).

Stai già scrivendo nuova musica? Progetti futuri?
Son sempre in movimento, nel cassetto ho vecchie idee a cui sto lavorando, alle quali sto unendo le nuove, di sicuro entro l’anno il seguito di Movements. Sto dialogando con autori di musica, video e letteratura di Verona e non per collaborazioni future, alle quali aggiungo e sottolineo il lavoro che sto svolgendo con la band De Curtis. Insomma un bel po’ di roba in cantiere.

Tra le band emergenti degli ultimi anni chi consiglieresti ai nostri lettori?
L’elenco è lunghissimo, in Italia e nel Mondo c’è un grande movimento sperimentale, unico consiglio che do è di osare e cercare ascolti nuovi. Dico solo chi sto ascoltando io in questo momento: Nicolas Jaar alternato all’intramontabile Insen di Alva Noto e Ryuichi Sakamoto.

Grazie per l’intervista e in bocca al lupo!
Crepi! Grazie a voi di Soundmagazine ed a tutti i lettori.

www.tannenrecords.com



Intervista con Gaslight Anthem

 

14/12/2010

La redazione di Sound Magazine incontra i Gaslight Anthem nella suggestiva ambientazione del locale Rock’n'Roll a Milano. Il quartetto del New Jersey ha pubblicato 3 album e un ep. Risponde alle nostre domande Alex Levine, simpatico bassista della band americana.
Di seguito riportiamo l’intervista in lingua originale.
Intervista a cura di Michael Simeon

M: Innanzitutto vorresti parlarmi del nuovo album? Come è stato composto e come è stato ricevuto?
A: Abbiamo incominciato a comporre “American Slang” esattamente in questo periodo l’anno scorso dopo essere tornati da un tour enorme, eravamo in tour da due anni e mezzo. Siamo tornati nella cantina dove avevamo scritto altre canzoni e l’album precedente, nel New Jersey. Abbiamo fatto cinque settimane di scrittura e poi siamo andati in studio per altre cinque settimane…oh no aspetta…ahhahah…in realtà abbiamo passato due mesi a scrivere e cinque settimane in studio. Con “American Slang” eravamo un po’ nervosi per la pressione proveniente dal disco precedente “The 59 Sound”, perchè come ogni altro gruppo hai un fanbase, e c’è un’ulteriore pressione perchè non stai facendo un disco soltanto per te stesso ma anche per altre persone, i tuoi fans. Penso che sia stato accolto davvero bene, da quello che ho potuto vedere sono on the road da sei mesi e i concerti diventano sempre più grossi e la gente ci dice solo cose positive quando la incontriamo, ma per quanto riguarda i critici, cerco di non prestarci troppa attenzione.

M: Beh devo ammettere che sono un fan e che sono totalmente preso da “The 59 Sound”, e quando ho sentito per la prima volta “American Slang” è stato strano perchè avevo ancora in testa il vecchio album, ma ora mi piace anche “American Slang”. Penso che abbia solo bisogno di più ascolti.
A: Si, penso sia il commento più frequente che abbia sentito. Molte persone sono legate a “The 59 Sound”, quindi niente sarà a quei livelli, almeno a primo impatto.

M: Vi seguo dai tempi di “Sink And Swim” e ho visto la progressione. Penso che in questo album siate più vicini alla musica roots e il rock’n'roll, mentre i precedenti avevano un tiro più punkeggiante. Quali sono state le vostre influenze su quest’album?
A: Certamente, penso che ogni canzone abbia la sua influenza su quest album. Ci sono influenze dei The Rolling Stones e finalmente abbiamo messo in moto le nostre influenze dei The Clash. La più grande influenza di Alex (Rosamilia, chitarrista) sono sempre stati i The Cure, ma si è innamorato di gente come Peter Green ed Eric Clapton, per questo ci sono riff blues nell’album. Penso che abbiamo preso tutte le influenze.

M: Penso che sia la cosa migliore perchè puoi mantenere il vecchio fanbase e creartene uno nuovo.
A: Si, penso che sia il motivo per cui il nostro fanbase si sta ampliano, vedo gente dai cinque anni di età fino ai sessantacinque anni di età. Penso che sia un buon segno, deve essere un buon segno ahaha.

M: Non ti farò domande su Springsteen perchè penso che siate stufi della cosa. Ma ho sentito un vostro bootleg in mp3 pieno di versioni acustiche e c’era una cover che ha catturato la mia attenzione perchè è di uno dei miei gruppi preferiti, “Left Of The Dial” dei The Replacements. Che influenza ha avuto questo gruppo su di voi?
A: Penso che quel gruppo sia nella top 5 comune di tutti noi. Abbiamo tutti i nostri gusti, ma diventano comuni quando si tratta di The Replacements o Pearl Jam…

M: Si, avete fatto una cover di “State Of Love And Trust” dalla colonna sonora di “Singles”.
A: Si, per me sono gruppi senza tempo.

M: E la gente parla sempre di Springsteen, Springsteen, Springsteen senza vedere le altre influenze…
A: E’ divertente perchè prima di questo gruppo è stato Brian ad aprirci gli occhi su Springsteen, non è mai stata un’influenza comune, forse sul modo di comporre di Brian.

M: Hai detto che The Replacements sono nella top 5 comune, ma qual’è la tua top 5 personale?
A: The Replacements, The Clash, The Ramones, sai il punk originale del 77…uhm…top 5, top 5…cambia in continuazione…sono un grande fan di Bob Dylan…e i Led Zeppelins, sono cresciuto con i Led Zeppelin e The Who, hard rock anni 70….uhm…Pixies, Pearl Jam…potrei andare avanti ehehehe.

M: Siete in questo tour europeo da?
A: 17 ottobre.

M: E come sta andando?
A: Sta andando alla grande, i concerti sono quasi tutti sold out ed è pazzesco perchè veniamo dagli Stati Uniti.

M: Beh penso che ora che siete diventati più famosi sia più facile fare sold out dalle vostre parti.
A: Si si. L’industria musicale è strana, alti e bassi, va e viene. Nel senso puoi essere su una major e avere tanti soldi dietro di te e stare su ogni cavolo di copertina ed essere il peggior gruppo di sempre. Ma per qualche motivo suoni davanti a migliaia di persone. E io ho sempre questo pensiero per la testa: ” E’ per via del fatto che passiamo in radio e la gente è costretta ad ascoltarci o piacciamo veramente?” Ahahahahah. Penso che sia una cosa di cui non verrò mai a capo.

M: Io suono in un gruppo hardcore ma non ho problemi ad ascoltarvi o ascoltare gruppi simili al vostro, mi piace tutta la musica…
A: Figo. Io ho suonato in un gruppo hardcore, Alex suona in un gruppo heavy metal al momento, Benny è cresciuto con l hardcore e Brian aveva un gruppo hardcore…

M: Avete grandi gruppi nella vostra zona, New York…
A: Si, New York Hardcore, è quello con cui siamo cresciuti.

M: Spero che non verrete mai paragonati a Bon Jovi. E’ del New Jersey, vero?
A: Si, è del New Jersey. Non penso che succederà, non mi vedo a fare quel “wou wou” ahahahaha.

M: Hai detto che ami The Clash, quindi dovrebbe piacerti il primo gruppo di questo tour, i Sharks.
A: Ho un aneddoto divertente su di loro.

M: E’ la prima volta che hai sentito parlare di loro durante questo tour?
A: No no, sono io la ragione per cui sono in questo tour. Quando eravamo in studio a finire “American Slang” il nostro manager si è presentato con una litsta di quaranta buoni gruppi con i link al loro myspace. Ho iniziato no, no, no, no, no, e poi ho sentito il loro primo pezzo ed era grandioso. Sono in contatto con loro da un po’, abbiamo già suonato con loro in Inghilterra a Giugno. Sono ragazzi in gamba totalmente presi dalla musica, e il nostro gruppo ha grande influenza su di loro. Sono uno dei migliori gruppi che ho visto in vita mia ed hanno solo 19 anni…

M: E cosa mi dici di Chuck (Ragan, in tour con loro)?
A: Chuck è Chuck. E’ un eroe. E’ il nostro eroe. E qualsiasi cosa faccia è oro puro, è grandioso, incredibilmente grandioso. Da pazzi, l’altra sera i Sharks stavano suonando una cover di “I Fought The Law” e Chuck ed io siamo andati sul palco a cantarla con loro.

M: E come ci si sente a vedere le proprie foto ovunque per via della pubblicità della Levi’s? Ero a Londra lo scorso ottobre e nel negozio Levi’s di Carnaby St. c’era la vostra foto gigante.
A: E’ grandioso, sono contento del risultato. Molti gruppi fanno cose stupide per le ragioni più stupide. Ci è stato presentato nel modo migliore. E ci sono certe cose che bisogna fare…

M: Beh penso che siate il gruppo perfetto per quella pubblicità.
A: Vestiamo tutti Levi’s, quindi non è stato per niente strano. Molti grandi compagnie ti fanno fare cose strane, fai questo, fai quello, fai questo, fai quello. Tutto quello che dobbiamo fare è indossare jeans e fare foto, una figata ahahahaha.

M: Oltre ai Sharks, c’è qualche nuovo gruppo uscito di recente che ti piace?
A: Si si. Fake Problems, il loro nuovo album è una delle cose migliori che ho sentito quest anno. Mi piacciono i Black Keys, hanno pubblicato un gran disco. Uhm, nuovi album. Direi il nuovo degli Arcade Fire, non è pretenzioso e mi ha aperto gli occhi. Oh si e anche quell’altro gruppo, i The National, sono un gran gruppo e hanno un vibe differente e penso che meritino il successo che hanno perchè se li ascolti e basta non diresti che viaggino su canali commerciali. Mi piace la musica che spacca, buona musica, c’è tanto schifo in giro ahahaha. E’ facile per tutti fare un disco e pubblicarlo, quindi siamo inquinati dallo schifo ahahaahah.

M: Ok. Vorresti dire qualcosa ai vostri fan italiani?
A: Oh si, grazie. Apprezziamo tutto quello che fate, ascoltare la nostra musica, venire ai nostri concerti. Abbiamo già fatto un concerto da headliner davanti a 200 persone, ce ne saranno un migliaio stasera.

M: Avete suonato anche a un festival a Brescia questa estate.
A: Si si, abbiamo suonato anche li, ma parlavo di un concerto da headliner che abbiamo fatto due anni fa.

M: Quello con Frank Turner?
A: Yeah!

M: Amo quel ragazzo.
A: E’ un grande, un compositore pazzesco. E’ reale, è un’artista vero, un compositore vero, e i suoi testi sono incredibili. Invece di parlarti, potrebbe scrivere testi, è pazzesco ahahaha. Abbiamo passato delle notti pazzessche assieme. Una sera stavamo bevendo una birra e ha chiesto una chitarra e ha iniziato a suonare le cover più casuali e gli ho chiesto “c’è qualcosa che non conosci?” e lui: “prova!”. Allora gli ho detto; “Uhm, ok, Jagged Little Pill, Alanis Morrissette, Ironic”. E lui mi ha risposto: “Da dove vuoi che cominci, posso suonare tutto l’album”. E io: ” Fottiti ahahahahaha”. Incredibile.

 

M: First of all would you like to talk about the new record? I mean how it was written and how it was received.
A: We started writing “American Slang” by this time last year when we came home from a big tour, we were touring for 2 and a half years at the time. We got down back to the basement where we’ve written other songs and the previous record, in New Jersey. So we did 5 weeks of writing and then we went to the studio and there was another 5 weeks…oh no wait…ahahaah…actually it was 2 months of writing and 5 weeks in the studio. So yeah with “American Slang” we were kinda nervous because all of the added pressure from the previous record “The 59 Sound”, because like any other band you have a fan base, and suddenly there’s an added pressure cause you’re make a record not only for yourself but for other people, for your fans. I think it has been received pretty well, from what I can see I’ve gone on the road for the past six months and shows are going bigger, people are saying positive things to us when we meet them, but when it comes to critic I try not to pay attention to that shit.

M: Well I must admit that I’m a fan and I am totally into “The 59 Sound”, so when I first heard “American Slang” I felt a bit strange cause I was still on the previous album, but now I’m also into “American Slang”, I guess it just only need serveral listenings.
A: Yeah I guess that’s the main comment I got back. “The 59 Sound” appealed for all the people so anything else is never gonna be quite there, at first you know.

M: I’ve been following you since “Sink And Swim” and saw the progression. I think on this one you got more into roots and rock’n'roll, while the previous two had a punky vibe. What were the influences for this album?
A: Of course, I think that every song was its own thing on this album. There are Rolling Stones influences and we finally took our Clash influences and put them in motion. Alex’s biggest influences has always been The Cure, but he got into songrwriters like Peter Green and Eric Clapton, so that’s why there’s this blues riffing in the album. I guess we kinda took all the influences.

M: I guess it’s the best thing cause you can mantain the old fanbase and grow a new one.
A: Yeah I guess that’s why our fanbase it’s widing, I see people from age of 5 to the age of 65 at our shows, I guess it’s a good sign, it has to be a good sign ahaha.

M: I won’t ask you questions about this Springsteen thing cause I guess you’re pretty much bored with it. But I listened to a mp3 bootleg of you, full of acoustic versions, and there was a cover that got my attention cause it’s by one of my favourite bands, “Left Of The Dial” by The Replacements. What influences had this band on yours?
A: I think that band is probably one of the top 5 blanket influences for all of us. We all have our different styles, but it all becomes a common place when it comes to The Replacements or Pearl Jam…

M: Yeah you did a cover of “State Of Love And Trust” from the “Singles” soundtrack.
A: Yeah you know these bands are timeless bands to me.

M: And people is always Springsteen, Springsteen, Springsteen, without seeing that there are other influences…
A: Yeah and it’s kinda funny because honestly before this band Brian opened our eyes on Springsteen and it never was a blanket influence on the band, maybe on Brian songwriting.

M: You say that The Replacements were on the common top 5, but what’s your personal top 5?
A: The Replacements, The Clash, The Ramones, you know the original 77 punk stuff…uhm…top 5, top 5…it always changes…I’m a huge Bob Dylan fan…and Led Zeppelin, I grew up on Led Zeppelin, I grew up on The Who, 70′s hard rock…uhm…Pixies, Pearl Jam…uhm I just keep going ehehehe.

M: So you’ve been on this european tour since?
A: October 17th.

M: And how’s it going?
A: It’s going great, all the shows are pretty much sold out and it’s insane cause we’re from the US.

M: Well now that you’ve become more famous it’s easier for you to get sold out there.
A: Yeah yeah. Music industry is strange, highs and lows, ups and downs. I mean you can be on a major label and a lot of money behind you and every freaking cover and be the worst band ever. But for some reason your still playing for thousands people. So it’s always in the back of my mind: “Is it because now we’re on radio and people is forced to listen to us or they just really like us? Ahahahaha. I guess it’s just one of those things that you can never tell ahah.

M: I play in a hardcore band but I haven’t any problems in listening to your band or bands like yours, I mean I like every kind of music…
A: Cool. I played in a  hardcore band, Alex is in a heavy metal band right now, Benny grew up on hardcore and Brian was in a hardcore band..

M: You have great bands from that area, New York…
A: Yeah New York hardcore, that’s what we grew up on.

M: Hope you’ll never get compared to Bon Jovi. Is he from New Jersey, isn’t he?
A: Yeah he’s from New Jersey. I don’t think it will happen, I don’t see myself doing that “wou wou” thing ahahahahahah.

M: You said you love The Clash, so you must be into the first band that plays on this tour, Sharks.
A: There’s a funny story about that.

M: It’s the first time that you hear of them during this tour?
A: No no, the reason why they’re on this tour is because of me. We were in the studio finishing “American Slang” and our manager came with this list of good 40 bands with all the myspace links and stuff and I was like nope, nope, no, no, no, and then I heard their first song and it was amazing. I’ve been in touch with them before, we’ve already played with them in June in our England tour. They’re sweet kids totally into music and our band has a big influence on them. They’re one of the best band I’ve seen in my entire life and they’re only nineteen…

M: And what about Chuck?
A: Chuck is Chuck man. He is a hero. He is our hero. And everything he does is pure gold, he’s amazing, unbelievebly amazing. It’s crazy, the other night Sharks were playing a cover of “I Fought The Law” and me and Chuck went on stage singing with them.

M: And how does it feel to have all your images around for the Levi’s thing? I was in London in October and in Carnaby St. there’s the Levi’s store and there was a huge picture of you there.
A: It’s pretty cool man, I’m excited the way it turned out. All the bands do the stupid thing for the stupid reasons. It was something presented to us in a really cool way. You know there are certain things you must do..

M: Well I think you’re the perfect band for that commercial.
A: Yeah we all wear Levi’s so it wasn’t a weird thing. Some big companies want you to make weird things, do this, do that, do this, do that. All we have to do is wear jeans and take pics around, so it’s cool ahahahaha.

M: Apart from Sharks, is there any band you like that recently came out?
A: Yeah yeah. Fake Problems, their new record is one of the best thing I’ve heard this year. I’m into the Black Keys, they have a really cool record out. Uhm new records,  I guess the new Arcade Fire, I guess it’s a pretty cool album, not pretentious, it has opened my eyes. Oh yeah and that other band, The National, they’re a cool band, they have a differnt vibe and it’s cool for bands like that to have the success they have cause if you only hear them you would never tell they’re into the mainstream channel. I like music that pushes the envelope, good music, there’s so much shit over there ahahaha. It’ easy for everyone now to make a record and put it out, so we’re polluted with crap ahahahaha.

M: Ok. Would you like to say something else to your italian fans?
A: Oh yeah, thanks. We appreciate everything you do, listening to our music, coming out to our shows. We’ve already done a healdine show here in front of 200 people, there’s gonna be one thousand tonight.

M: You also play a festival in Brescia this summer.
A: Yeah yeah, we played there too, but I was talking about a headline show we did two years ago.

M: The one with Frank Turner?
A: Yeah!

M: I love that guy.
A: He’s a great guy, an insane lyricist. He’s real, he’s a true artist, a true lyricist, his lyrics are incredible. Instead of talking to you he could just write lyrics, it’s pretty insane ahahhaha. We had some crazy nights together. One night we were drinking a beer and he asked for a guitar and start singing the most random cover songs and I was like: “is there something you don’t know?” and he replied: “try me!”. And I was like: “Uhm, ok, Jagged Little Pill, Alanis Morrissette, Ironic”. And he was like: “Where do you want me to start? I can play the whole record.” And I was like. “Fuck you ahahahahahhah”. Unbelieveble.



Intervista con Your Demise

 

28/09/2010

La redazione di Sound Magazine incontra il quintetto hardcore inglese Your Demise, freschi di cambio di cantante e con il nuovo lavoro “The Kids We Used To Be” da poco sui scaffali dei negozi. Risponde alle nostre domande il chitarrista Daniel Osborne.
Di seguito riportiamo l’intervista in lingua originale.
Domande a cura di Michael Simeon
Ciao ragazzi, è un piacere avervi di nuovo qui su Sound Magazine. Come stanno andando le cose ultimamente?
Stanno andando veramente bene grazie, ci stiamo rilassando e stiamo provando da quando siamo tornati dagli Stati Uniti tre settimane fa.

Finalmente il mondo sentirà il vostro nuovo album “The Kids We Used To Be”. Vorreste parlarcene?
Siamo veramente eccitati per l’uscita di quest’album. E’ il nostro primo album con Ed, e abbiamo prodotto un lavoro di cui siamo veramente fieri. Abbiamo voluto provare cose nuove e allo stesso tempo mantenere la potenza e l’intensità che ha sempre contraddistinto i Your Demise.

Il suono è un po’ cambiato. E’ a causa della voce di Ed o è solo una progressione naturale nel vostro stile?
Siamo sempre noi, e potrai capirlo sentendo il disco, ma abbiamo sperimentato nuovi suoni e stili per quest’album. Volevamo comporre qualcosa che avremmo voluto sentire noi stessi. Penso che sia un album davvero personale per noi. L’intero processo di composizione e registrazione è stato completamente differente. Prima che arrivasse Ed, era controllato come una dittatura, nessuna opinione era ascoltata ed era basata totalmente sull’ego di una singola persona. Ed è arrivato e a cambiato il modo di essere del gruppo. Cinque fratelli che fanno ciò che amano. C’è di nuovo passione.

Con il vecchio album avete sorpreso gli ascoltatori con due tracce dubspetp, con quello nuovo otterrete probabilmente lo stesso effetto per le linee melodiche su due pezzi. Come vi è venuta in mente questa idea  e chi sono i ragazzi che cantano quelle parti?
E’ stata una progressione naturale. Volevamo provare qualcosa di nuovo. Il cantante su “Life Of Luxury” è il nostro caro amico Mike Duce dei Lower Than Atlantis, mentre le altre parti sono di Ed e Stu.

Quale significato si nasconde dietro il titolo dell’album? Nostalgia o solo un taglio con il passato?
Tutto l’album copre temi diversi. Molti di questi sono positivi e parlano di amore, amici, nostaglia. Per quel che mi riguarda è il primo album dove mi identifico veramente nei testi, e penso che lo faranno molte altre persone quando ascolteranno il disco.

Avete attraversato numerosi cambi di formazione durante gli anni e tenete ancora duro come gruppo. I vosti fan possono amarvi ancora, ma come vi ponete nei confronti  dei “scene kids” e dei “haters” che vi etichettano come “falsi” e “boy band”?
Hahaha una boy band? E’ decisamente la prima volta che lo sento dire. Beh, per le persone che dicono che siamo falsi, ci hanno mai visti quando suonavamo nei piccoli club davanti a 20 persone? Abbiamo lavorato duramente, costantemente in tour, e suoniamo con i nostri cuori e anime. Nel senso non siamo arrivati dove siamo da un giorno all’altro. Ci sono voluti anni di duro lavoro e sacrificio per arrivare dove siamo ora.

Avete registrato “The Kids We Used To Be” negli Stati Uniti, e di base avete passato un sacco di tempo in tour lì durante gli ultimi tre mesi. Vorreste parlarcene?
A dire il vero non abbiamo registrato l’album negli Stati Uniti, ma molta della composizione è stata fatta a casa del nostro driver Danny in Southern California. Abbiamo spassosamente passato gli ultimi tre mesi in tour con i nostri amici The Devil Wears Prada. Hanno fatto un tour per piccoli club per ricambiare i fans. Alcuni locali erano solo piccoli bar e per noi è stato davvero un tour eccitante.

Il vostro album uscirà il 20 settembre. Scommetto che siete già pronti per tornare in tour e promuoverlo. Farete anche tour per conto vostro oltre all’ Imperial Never Say Die?
Siamo totalmente eccitati di suonare il nuovo materiale. Stiamo pianificando un tour da headliner per l’inizio del prossimo anno per supportare l’album in tutta Europa. Ci saranno alcuni gruppi grandiosi che verranno “on the road” con noi, quindi rimanete sintonizzati.

Bene ragazzi, grazie per il vostro tempo e per l’intervista. Vorreste dire ancora qualcosa ai vostri fan italiani?
Grazie mille per il vostro sostegno. Speriamo di vedervi al più presto.

 

Hi mates, it’s good to have you back here on Sound Magazine. How you’ve been doing lately?
It’s been going very well thank you, just relaxing and practicing since we came back from the States three weeks ago.

Finally the world is going to hear your new album “The Kids We Used To Be”. Would you like to talk about it?
We are all very excited for the release of this new album. It’s our first album with Ed, and we have produced an album we are all really proud of. We wanted to try new things yet still keep the power and intensity which has been associated with Your Demise.

The sound has changed a little bit. Is it due to Ed’s vocals or it’s just a natural progression in your style?
It’s still us, and you’ll be able to tell that from listening to the record, but we have experimented with new sounds and styles for this record. We wanted to write something that we wanted to listen to ourselves. I think this is a very personal album for ourselves. The whole process and recording was completely different. Before Ed joined, it was kind of controlled as a dictatorship, no ones opinions were heard and it was all based around a single person’s ego. So Ed joined and completely changed the way the band was. Five brothers doing what they all love. There is passion again.

On the previous record you’ve surprised the listeners with the dubstep tracks, on this one you will probably do the same with the melodic vocals on two tracks. How did you come up with the idea and who are the dudes that do those parts?
Again it was a natural progression for us. We wanted to try something new. The singer on “Life Of Luxury” is our good friend Mike Duce from Lower Than Atlantis, the rest of the singing is done by Ed and Stu.

What’s the meaning behind the title of the record? Nostalgia or just a cut with the past?
The whole album covers different themes. Most of it is positive, and covers love, friends, nostalgia. For me this is the first record I can really relate to the lyrics, and I think a lot of people will when they listen to the record.

You went throught several line up changes during the years and you’re still holding on as a band. Your fans may still love you, but how do you deal with all the scene kids and the haters who label you “not true” and “boy band”?
Hahaha a boy band? That’s definitely the first time I’ve heard that. Well for the people who say we aren’t true, well did they ever see us when we were playing tiny clubs infront of 20 people? We’ve worked really hard, constantly touring, and we play with our hearts and souls. I mean getting where we are didn’t happen over night. It’s taken years of hard work and sacrifice to get where we are today.

You’ve recorded “The Kids We Used To Be” in the US, and basically you’ve spent the hell of a time touring over there during the last three months. Would you like to talk about it?
Well we didn’t record the album in the States, but we did most of our writing at our driver Danny’s house in Southern California. Well funnily enough the last three months were spent on one tour with our friends The Devil Wears Prada. They were doing a small venure tour to five something back to the kids. Some of the venues were just small bars and it was a crazy exciting tour to be on for us.

Your album is coming out September 20th. Guess you’re ready to go back on tour again promoting it. Are you also going to do solo tours apart from the Imperial Never Say Die?
Definitely excited about playing the new material. We are planning a headline tour early next year to support the album, all over Europe. There are some great bands coming on the road with us so keep posted.

Well mates, thank you for your time and the interview. Would you like to say something else to your italian fans?
Grazie mille per il vostro sostegno. Speriamo di vedervi al più presto.



Intervista con The Adrenaline

 

 

16/09/2010

La redazione di Sound Magazine incontra i The Adrenaline, promettente gruppo hardcore melodico italiano. Rispondono alle nostre domande il cantante Gianmarco e il chitarrista Matteo.
Domande a cura di Michael Simeon

Ciao ragazzi! Innanzitutto vorreste presentare brevemente il gruppo ai lettori di Sound Magazine?
Ciao a voi! Siamo i The Adrenaline da Ravenna, una realtà hardcore punk che si è formata circa nel 2004 e sempre in evoluzione.

Recentemente è uscito il vostro primo album “Who Dies Begins To Live”. Vorreste parlarcene?
Ehehe, bella domanda, è un disco bello sudato, abbiamo provato di dare la nostra impronta in un genere molto veloce ed è stato un periodo veramente emozionante, è un disco che parla di noi, delle nostre esperienze, del modo in cui ognuno affronta i problemi, avevamo da poco aggiornato la line-up, e abbiamo dovuto lavorare veramente tanto sulla parte strumentale e quella compositiva.

Quale significato si nasconde dietro il titolo dell’album?
“Who dies begins to live” è una figura prevalentemente retorica, è l’immagine di un ragazzo che non vede altra strada se non sfasciarsi e riempirsi il fegato d’alcol, un pensiero puramente grunge, preso da tutte le prospettive (luoghi, situazioni, riflessioni, opinioni, sentimenti). Riassumendo: quando tocchi il fondo sai che piu giù non puoi andare..quindi rinizi a vivere.

La vostra proposta musicale rimanda ad un certo hardcore melodico che andava una decina d’anni fa. Quali sono i gruppi che vi hanno maggiormente ispirato? Sia come formazione musicale personale che come influenza per il gruppo.
Bella domanda! In realtà ascoltiamo tantissima musica tutti, e per di più di genere molto diverso, per darti qualche riferimento nel punk, belvedere, lagwagon, no use for a name, afi, nofx, propaghandi, black flag poi ancora raised fist, comeback kid, e tanti altri ancora, per non parlare poi di altri generi, dal metal al funky, cerchiamo sempre di avere la vista sempre bella ampia, lasciandoci ammaliare e influenzare anche dalle realtà locali.

Recentemente avete girato il video di “Hey, Soul Sister”, cover dei cocker Train. Come mai proprio questa canzone? Perché non provare con qualcosa di proprio?
Ce lo aspettavamo! Sappiamo che molti pensano che sia stata una trovata puramente commerciale, ma per noi è stato un esperimento, abbiamo provato ad applicarci anche li, e secondo noi il risultato non è poi così male! Per quanto riguarda la scelta del video e della canzone invece abbiamo provato diversi pezzi e poi abbiamo scelto quello che ci piaceva di più, e abbiamo scelto di girare la cover perchè ci abbiamo investito tanto lavoro, tempo e soldi, e ci sembrava giusto darle il giusto risalto.

Come sta andando la promozione dell’album?
Tanta gavetta, tante ore, tanti chilometri, tanta fatica e tant soddisfazioni! Speriamo di fare tante altre date come stiamo facendo e di provare ad oltrepassare il confine italiano!

Il mese scorso avete aperto per Lag Wagon e No Use For A Name, un sogno per chi come voi è legato a certe sonorità. Come è andata?
Beh suonare con i pionieri del nostro genere…. è stato veramente fantastico, eravamo un pò in soggezione perchè davanti avevamo gruppi veramente della madonna, ma alla fine abbiamo fatto la nostra parte, e ridere con Chris Flippin a fine serata non ha prezzo!

Quali sono i vostri progetti futuri? Nuovo album in arrivo?
Come ti ripeto il gruppo è sempre in evoluzione, sicuramente ci sarà un disco nuovo, speriamo sempre più bello, tanti tanti concerti più che si può e si spera di approdare all’estero il prima possibile!

C’è qualche gruppo che vorreste consigliare ai lettori di Sound Magazine?
Ci sono tantissimi gruppi che potremmo consigliare, ora per esempio io sto ascoltando Set Your Goals e il nuovo dei Comeback Kid, ma preferiamo consigliare le realta’ musicali italiane! Date un’occhio alla nostra top su myspace.com/theadrenalinerock

Bene ragazzi, grazie per l’intervista. Volete aggiungere qualcosa?
THE ADRENALINE RISES ME FROM THE SOIL, STAY HARDCORE!!



Intervista con De Curtis

 

31/08/2010

Sound Magazine incontra una delle band nostrane più promettenti, i De Curtis, che hanno appena pubblicato in versione digitale l’album di debutto “Baciamo Alfredo”.
Risponde Andrea Gastaldello – pianista/chitarrista

Ciao ragazzi e benvenuti su Sound Magazine. Potete presentarvi brevemente ai nostri lettori?
A: Ciao a tutti, noi siamo i De Curtis, band nata a Verona agli inizi del 2009 da un idea di Bruno Vanessi chitarrista (Rosolina Mar), dal pianista/chitarrista Andrea Gastaldello (io) e dal bassista Davide Bronzato.
Nel Novembre 2009 entrano nella line-up definitiva Riccardo Orlandi (Hell Demonio) alla batteria e Luca Bronzato al Sax.

Se doveste descrivere in 3 aggettivi la musica dei De Curtis quale scegliereste?
A: Evocativa, grintosa e malinconica.

E se doveste descrivere i De Curtis?
A: Grinta con stile.

Voi siete di Verona e provenite da diversi contesti musicali. Come siete arrivare a “miscelare” tutte le vostre influenze e farle confluire in ciò che sono diventati i De Curtis?
A: Siamo da molto tempo tutti in contatto, in un modo o nell’altro: chi suonava già assieme, chi si conosceva già… L’amicizia è un ottimo veicolo per far confluire le influenze, le idee, per avere qualcosa in comune, dopodichè servono le ore di sala prove per determinare il sound, per andare verso quello che tutti nel gruppo vogliono. L’avere 5 teste che diventano un tutt’uno è molto intrigante e quando ti accorgi che sta nascendo un’idea che emotivamente coinvolge tutti è sempre una bella emozione. Di base si crea un progetto, dove la volontà è quella di avere un proprio linguaggio, filtrandolo in un genere musicale, nel nostro caso gli anni 70 sono stati il comune denominatore, dai quali abbiam estrapolato i sapori aggiungendo via via idee, ora Jazz, ora Soul, ora Pop Rock…

“Baciami Alfredo” è appena uscito in versione digitale. Com’è stato creato?
A: Partendo dal presupposto che volevamo un prodotto anni ’70, siam andati alla ricerca di tutto quello che ci avrebbe permesso di lavorare in quella direzione. Da Novembre ’09 a Marzo 2010, abbiam preparato gli 8 brani del disco in sala prove, curando attentamente la tipologia dei suoni e la composizione dei brani, dopodichè per le registrazioni abbiam contattato Fabio Magistrali il quale, ha creato la situazione per avere un suono “vintage” mettendoci nella condizione di registrare in presa diretta, senza l’ausilio di computers e quant’altro, dando quella dimensione “Live” a noi congeniale. Poi abbiam curato il missaggio, sempre con Fabio accanto, il quale ha dato una pasta sonora fantastica, non smetteremo mai di ringraziarlo, è un amico ed un grande consulente musicale, oltre che ad essere un mago del suono. 
I brani son stati così registrati in 4 giorni nel mese di Aprile.

Abbiamo visto anche il bellissimo video del pezzo “Lugana Addio”, che racchiude quel senso nostalgico e raffinato che lo contraddistingue. Potete parlarcene?
A: L’idea del video è venuta a Riccardo (batterista e titolare della Tannen Records) dopo aver visto il video di un amico (His Clancyness) girato da un regista francese. Un collage di spezzoni di film anni ’70. Ha pensato ai filmini d’epoca, ai Super 8, a quelle immagini un po’ sgranate e scolorite che danno sempre un grande senso di nostalgia. E quando un amico gli ha proposto un dolcumentario del ’59 girato a Verona non ci ha pensato due volte: ha visto quelle riprese e ha capito che potevano benissimo adattarsi alla nostra canzone. Sono immagini di una città che si sveglia, le persone che vanno al lavoro, il mercato, le automobili, luoghi e persone che sembrano riemergere da un passato remoto e irrecuperabile  nonostante siano passati solo 50 anni. Un mondo perduto che era perfetto per Lugana Addio.

Avete in programma una presentazione ufficiale del disco di debutto?
A:Il disco sarà presentato il 24 Settembre a Verona, stiamo valutando più locali, comunicheremo dove sul sito della Tannen Records, mentre il 25 saremo alla FNAC sempre a Verona per un Show-Case di presentazione nel tardo pomeriggio.

Dove si potrà acquistare il disco e in che formati?
A: Il disco dal 25 Agosto è acquistabile sulle piattaforme digitali di iTunes e Amazon, per il formato CD si dovrà aspettare il 25 Settembre e sarà disponibile sul sito dell’etichetta www.tannenrecords.com e nei negozi distribuito da Audioglobe.

Grazie per l’intervista e in bocca al lupo!
A: Crepi il Lupo! Anche se odio doverla dire sta frase, adoro i Lupi! Grazie a voi per l’intervista!

Baciami