Intervista con Three In One Gentleman Suit

Sound Magazine ha il piacere di intervistare i Three In One Gentleman Suit, trio rock proveniente
dalla provincia ferrarese e modenese, che ha da poco pubblicato un nuovo album: “Pure”.
Domande a cura di Giulia Galvani
Giusto per introdurvi, come e quando nasce il progetto TIOGS?
P: Nell’autunno del 2002. Ci siamo ritrovati perché avevamo voglia di suonare in un progetto serio. Sai, se vivi in una cittadina non molto grande, fai molta fatica a trovare gente seria con cui condividere una passione che vada oltre la strimpellata sul palco di una sagra paesana. Mi ricordo, ci siamo subito divisi i compiti. Tu fai questo, tu fai quello. Eravamo giovani e ne capivamo poco. Poi abbiamo imparato un paio di cose, a forza di fare “questo” e “quello” siamo arrivati qui. Però io non mi ricordo bene cosa dovevo fare precisamente.
Il Vostro sound é tipicamente internazionale. La scelta della lingua Inglese è stata dettata da un esigenza di abbracciare determinate sonorità tipicamente anglofone o, già dalla fase embrionale, per soddisfare il desiderio di arrivare oltre i confini del Bel Paese?
P: Ma in realtà non l’abbiamo proprio scelta. C’è poco da fare: se hai mille dischi a casa e novecentoottanta sono dischi che arrivano da oltre Manica e oltre Oceano, l’inglese diventa una lingua familiare.
Noi siamo legati all’inglese perché è il nostro background. Fuori dai confini italiani ci arrivi anche cantando in italiano, quindi la cosa non fa testo, se vuoi. Certo in inglese il potenziale di condivisione è maggiore. Ma per noi il problema non è “cos’è l’inglese per gli altri”, ma “cos’è per noi
Il 12 Settembre esce ufficialmente in formato digitale (a ottobre anche la versione fisica) la Vostra ultima fatica discografica. ”Pure”, il titolo di questo nuovo disco. Come nascono le canzoni che compongono questo lavoro?
P: In maniera disordinata come tutti pezzi nostri. Riff+testi, gironi d’accordi, una ritmica, un suonaccio che spacca le orecchie, sono tutte cose che fanno nascere un pezzo. Sai più o meno come comincia e non sai mai come finisce, specie se ci lavori a sei mani. C’era però dal bell’inizio l’idea di utilizzare più ampiamente le tastiere, addirittura è spuntato anche un sampler, più un’altra tastiera e poi io ho voluto cantare di più… insomma le cose si complicano sempre in corso d’opera.
A livello di testi, rigorosamente in Inglese, quali sono le principali tematiche toccate?
P: Non ci sono in realtà tematiche precise. C’è politica, c’è il rapporto tra le persone, c’è la società, ci sono le storie e gli scazzi in cui si incappa ogni giorno. Mi piace definirmi osservatore. E’ guardando quello che ti ruota attorno che ti vengono spunti d’analisi. Sono in realtà cose molto quotidiane, particolarmente mie. Poi in realtà si prova a farli diventare degli “assoluti”, come fossero storie o situazioni fuori dal tempo. Insomma roba mia ma anche un po’ no. Così ognuno ci può vedere un po’ di suo. Ad esempio, Upcoming Poets è un po’ il senso di essere anestetizzati e non riuscire a dire più nulla d’importante. Oppure è qualcuno che sta affondando in piscina. Oppure è l’ubriaco nel bar all’angolo che decide di declamare versi sotto effetto dei troppi calici.
I brani che compongono questo disco sono tutti stati scritti in tempi recenti o c’è anche qualcosa di più datato, tirato fuori dal cassetto?
P: Solitamente non teniamo da parte nulla. Usiamo tutto il materiale perché la scrematura avviene durante la composizione. Sono tutti pezzi nati dopo “We Build Today”. Se dovessi dire quando precisamente e come, non saprei. E’ passato in realtà molto tempo dalla composizione. Nascono diversi, noi li maciulliamo, li rimescoliamo, li guardiamo in trasparenza e ci facciamo dei pezzi.
Parlando invece di sound, tra il Vostro primo disco del 2003, ”Battlefields In An Autumn Scenario”, e i lavori successivi, c’è stato un graduale passaggio da melodie più malinconiche a sonorità decisamente più energiche.
Anche il nuovo lavoro continua in quest’ottica di continua ricerca e sperimentazione o avete trovato un Vostro equilibrio?
P: Penso che, a parte alcuni tratti che ci distinguono e ci rendono riconoscibili come band, non abbiamo mai trovato una “forma” che ci permettesse di poter sfruttare una “idea” di pezzo chiara e codificata. Come dicevo, non sappiamo mai precisamente come verrà chiusa una canzone. Potrebbe venir letto come un’ingenuità, ma trovo sia molto importante non dare per scontati alcuni passaggi della scrittura. Insomma questo equilibrio non c’è. Ma non serve nemmeno che ci sia, e chi lo vuole? Ci possiamo definire soddisfatti di aver fatto quattro album molto diversi uno dall’altro. Riesci a farli solo se sei disequilibrato, sennò finisci per mantenere sempre la stessa posizione e ripeterti. Se permetti, con poca modestia, dico anche che è abbastanza raro, ultimamente, trovare gruppi che si prendono il rischio di poter affermare con certezza che “il prossimo album sarà certamente differente”. Il cliché paga ma a noi non piace. Ecco, l’ho detto.
Consapevole delle difficoltà del caso, nel chiedervi di descriverlo a parole, come suona ”Pure”?
P: Pure è una scommessa. E’ in realtà un album molto complesso, lo ammetto. Se vai a scavare nei brani ci sono cose che spuntano ovunque. Forse ci piace così tanto perché ancora ci riserva delle sorprese, specialmente dal vivo. Dico, non è facile mettere in moto tutti quei suoni quando sei solo in tre, le tastiere, i synth, i loop, il sampler. La cosa che mi esalta di più è che abbiamo provato a “ripulire” dalle parti non indispensabili, ma non ci riusciamo. Abbiamo bisogno di tanto tanto colore per poter suonare “Pure”. Non direi che suona completo perché finirebbe per essere noioso. Direi piuttosto che, a livello compositivo, suona “tanto”.
”Pure”, è fatto anche di collaborazioni importanti, ad esempio Giovanni Ferliga degli Aucan, Giulio Ragno Favero per il mixaggio. Come nascono queste collaborazioni?
P: Beh sono due tra i fonici/produttori/sound engineers più rinomati d’Italia. Sapevamo che c’era il rischio, visto l’eccesso di colori e sonorità, che il disco suonasse alla fine un po’ troppo “sfilacciato”: Giulio (che non ha bisogno di presentazioni) è stato in grado di “compattare” tutto in gran stile. Giovanni è stato una bella scoperta anche se in realtà ha curato le prese sotto la supervisione di Giulio. Poi in realtà le mani sono state molte su questo disco: Giorgio stesso mi ha registrato le voci a casa, Bruno Germano (Settlefish) e Gianluca Turrini hanno chiuso gli utlimi mix e ci hanno assistiti nella fase di mastering.
Dopo l’uscita di un disco, il naturale corso delle cose, vi porterà in tour per promuoverlo e portare in giro la Vostra musica. Le esibizioni live sono sicuramente uno dei Vostri punti forti. Che cosa ci dobbiamo aspettare dai concerti che seguiranno l’uscita dell’Album?
P: Speriamo buone cose! Qui si invecchia e il fisico potrebbe non reggere. Abbiamo voglia di suonare. I nostri live sono solitamente abbastanza “tirati” e sono un’ottima terapia per sfogare le nostre turbe. I pezzi di “Pure” sono anche abbastanza complicati da suonare, ci sono le tastiere e i sampler oltre ai nostri strumenti “tradizionali”. Ci sarà da divertirsi. Non aspettatevi niente. Venite ai concerti e basta.
Vista la Vostra straordinaria esperienza live, quale è stato fino ad ora, ovviamente se identificabile, il concerto che più vi ha segnato o emozionato, magari per un qualche motivo o episodio particolare o situazione o aneddoto?
P: Troppi. Io ne scelgo uno buffo. Marina di Gioiosa Jonica (RC) al Blue Dhalia. Locale piccolo, non tanta gente, ma tutti fuori di testa. Ruggero (un uomo massiccio che incute non poco timore, proprietario del locale), mentre suoniamo “porge” un Negroni (eletto a furor di popolo “bevanda della serata”) a Giorgio, inclinandogli la testa verso l’alto a forza. Giorgio beve tutto d’un fiato al pensiero “…o giù in gola o rovesciato sulla chitarra”. Non sia mai. Dopo non abbiamo suonato benissimo. Ma ci siamo tanto divertiti. Giorgio forse non si ricorda.
Sicuramente uno dei momenti live più straordinari, credo sia stata l’esperienza cinese, un po’ per la lontananza fisica e culturale tra questo e quel mondo, un po’ perchè non capita sicuramente tutti i giorni di riuscire a realizzare e organizzare un tour in quei luoghi per una band italiana. Che cosa ci potete raccontare di quell’esperienza? Come vi ha segnato, umanamente ma principalmente musicalmente parlando? Quanto, se c’è, di questa esperienza cinese c’è in ”Pure”?
P: Beh raccontare l’esperienza cinese è una faccenda un po’ lunga. Abbiamo però fatto uscire un cofanetto (che è quasi sold-out) con una raccolta dei nostri primi tre dischi e un diario di bordo che ho tenuto io mentre ci spostavamo in treno. Lì c’è scritto un sacco di roba.
Viaggiare per musica, con il treno, in Cina è una esperienza che difficilmente puoi dimenticare. Abbiamo visto uno spaccato di umanità veramente diversa dalla nostra società occidentale. Affascinante a volte, ributtante altre volte, curiosa per lo più. E’ stata dura, scomoda, sporca. Abbiamo suonato in club piccoli e in club grandi, a volte anche senza amplificatori, entrando diretti nel mixer. Sai cosa rimane? La voglia sfrenata che hanno di ascoltare. I cinesi sono ancora neutri, ti parlano dei Joy Division come se li avessero ascoltati ieri per la prima volta. Infatti li hanno ascoltati ieri per la prima volta. Quando suoni ti studiano. Se sei comunicativo impazziscono. Al di là delle profonde disparità che dividono la popolazione si respira grande ottimismo e voglia di conoscere ciò che era proibito fino a poco tempo fa e che sta entrando lentamente nel loro universo tutto particolare.
Nei dodici concerti cinesi abbiamo suonato buona parte dei pezzi di “Pure”, come ho detto, anche in situazioni tecnicamente molto povere. Funzionavano anche nella loro versione più rude. Forse nel disco non c’è un segno chiaro dell’esperienza del tour: siamo partiti quando il primo mix era quasi al termine. Sicuramente, nella veste live, la Cina ha contribuito a dare concretezza ed efficacia a molti brani.
”Pure” è scaricabile gratuitamente dal sito di Upupa Produzioni. In quest’epoca dove ormai ci fanno pagare anche l’aria che respiriamo da dove arriva questa idea di diffusione?
P: Quando fai un disco e ti metti in gioco, la soddisfazione più grande è sapere che molte persone possono valutare come hai lavorato. Il disco è ormai un concetto superato, è troppo meno “portabile” del formato informatico. Se un disco ti piace, se assisti ad un buon concerto, se la band ti lascia qualcosa, poi il disco lo compri. Con il download semplicemente fai la conoscenza di ciò che sentirai. Allora perché no?
Vista anche questa vostra scelta, qual è il vostro personale rapporto e la vostra personale visione del connubio Musica/Web?
P: Si possono arrivare a conoscere un sacco di cose in più. La musica gira velocemente sulla rete. Cambia il rapporto tra autore, diritti, vendite, guadagni. Questo momento storico ci impone di cambiare il concetto di disco e di slegarlo (finalmente!) dal concetto di “bene di consumo”. Diventerà un “bene di conoscenza e interscambio” o alla peggio un prodotto promozionale come è già. L’importante è che sia uno stimolo per l’ascoltatore a staccare il sedere dallo sgabello e andare a vedere e ascoltare un concerto. Vero, vivo, reale e non virtuale.
Anche a livello grafico e di packaging ”Pure” sarà particolare e di sicuro stupirà. Raccontateci un po’ come sarà il ”vestito” di questo disco, in formato fisico.
P: “Legno” sta ultimando la grafica. Ci sarà del cartone, carte speciali, stampe con colori matti. Tutto all’insegna della purezza. Perché quelli di “Legno” sono grafici puliti puliti. Sarà bellissima. Sarà da avere.
Definiti ancora come band emergente, dopo anni di attività, ma è la tendenza del sistema a classificarvi ancora come tali, qual è la vostra opinione del panorama cosiddetto Indie italiano attuale?
P: Conosco solo una cosa che “emerge” in ogni situazione, ma non è piacevole. Il termine emergente è tremendamente irritante. Emergere da che? Chi fa 3’000 persone a concerto è “emerso”? Chi invece suona ai festival da 200 persone è ancora “immerso” nel pantano dell’anonimato. La verità è che si ascolta sempre meno. E sempre di più si cade faccia a terra nei clichè. Togli il gossip, togli le foto patinate, togli le luci stroboscopiche e rimane la stessa cosa per tutti: le canzoni. Se sono belle sei un figo. Se fanno schifo sei un cesso. Stop.
Poi scopri che il tal gruppo finchè era “emergente” faceva gran cose, poi d’un tratto “emerge” come un sommergibile sovietico nel mare di Barents, tutti impazziscono, ma il disco è fetente. Avrete tutti in mente almeno 5 bands di questo tipo. Non dite di no che è una balla.
Il panorama indie nazionale ha cose belle e cose brutte. Mi piacciono The Death of Anna Karina e Gazebo Penguins perché ssssuonano (4 esse). Fine Before You Came perché “Sfortuna” mi aveva preso benissimo in ritardo clamoroso, che coglione… e mi piacevano anche prima. Gli Aucan sono fighi ma lo sanno già tutti, il chè non li rende meno fighi, rende solo la mia uscita un po’ scontata. Gli Appaloosa belli e mai banali. Redworms’ Farm tutta-la-vita. I gruppi Upupa: Maybe Happy, Red Line Season, The Great Northern X e Modotti (che escono entrambi a breve). Tutti fichissimi. Bob Corn, lui era, è e sarà sempre l’indie italiano, più di tutti.
Oltre al Tour, ci sono già altri progetti in cantiere per il prossimo futuro dei TIOGS?
P: Suonare “Pure”. Fare brani per il nuovo disco. Suonare con il nostro progetto isterico Sex Offenders Seek Salvation. Fare il disco anche lì. Insomma non ci annoiamo.
upupaproduzioni.bandcamp.com/
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