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Interviste



Intervista con De Curtis

 

31/08/2010

Sound Magazine incontra una delle band nostrane più promettenti, i De Curtis, che hanno appena pubblicato in versione digitale l’album di debutto “Baciamo Alfredo”.
Risponde Andrea Gastaldello – pianista/chitarrista

Ciao ragazzi e benvenuti su Sound Magazine. Potete presentarvi brevemente ai nostri lettori?
A: Ciao a tutti, noi siamo i De Curtis, band nata a Verona agli inizi del 2009 da un idea di Bruno Vanessi chitarrista (Rosolina Mar), dal pianista/chitarrista Andrea Gastaldello (io) e dal bassista Davide Bronzato.
Nel Novembre 2009 entrano nella line-up definitiva Riccardo Orlandi (Hell Demonio) alla batteria e Luca Bronzato al Sax.

Se doveste descrivere in 3 aggettivi la musica dei De Curtis quale scegliereste?
A: Evocativa, grintosa e malinconica.

E se doveste descrivere i De Curtis?
A: Grinta con stile.

Voi siete di Verona e provenite da diversi contesti musicali. Come siete arrivare a “miscelare” tutte le vostre influenze e farle confluire in ciò che sono diventati i De Curtis?
A: Siamo da molto tempo tutti in contatto, in un modo o nell’altro: chi suonava già assieme, chi si conosceva già… L’amicizia è un ottimo veicolo per far confluire le influenze, le idee, per avere qualcosa in comune, dopodichè servono le ore di sala prove per determinare il sound, per andare verso quello che tutti nel gruppo vogliono. L’avere 5 teste che diventano un tutt’uno è molto intrigante e quando ti accorgi che sta nascendo un’idea che emotivamente coinvolge tutti è sempre una bella emozione. Di base si crea un progetto, dove la volontà è quella di avere un proprio linguaggio, filtrandolo in un genere musicale, nel nostro caso gli anni 70 sono stati il comune denominatore, dai quali abbiam estrapolato i sapori aggiungendo via via idee, ora Jazz, ora Soul, ora Pop Rock…

“Baciami Alfredo” è appena uscito in versione digitale. Com’è stato creato?
A: Partendo dal presupposto che volevamo un prodotto anni ‘70, siam andati alla ricerca di tutto quello che ci avrebbe permesso di lavorare in quella direzione. Da Novembre ‘09 a Marzo 2010, abbiam preparato gli 8 brani del disco in sala prove, curando attentamente la tipologia dei suoni e la composizione dei brani, dopodichè per le registrazioni abbiam contattato Fabio Magistrali il quale, ha creato la situazione per avere un suono “vintage” mettendoci nella condizione di registrare in presa diretta, senza l’ausilio di computers e quant’altro, dando quella dimensione “Live” a noi congeniale. Poi abbiam curato il missaggio, sempre con Fabio accanto, il quale ha dato una pasta sonora fantastica, non smetteremo mai di ringraziarlo, è un amico ed un grande consulente musicale, oltre che ad essere un mago del suono. 
I brani son stati così registrati in 4 giorni nel mese di Aprile.

Abbiamo visto anche il bellissimo video del pezzo “Lugana Addio”, che racchiude quel senso nostalgico e raffinato che lo contraddistingue. Potete parlarcene?
A: L’idea del video è venuta a Riccardo (batterista e titolare della Tannen Records) dopo aver visto il video di un amico (His Clancyness) girato da un regista francese. Un collage di spezzoni di film anni ‘70. Ha pensato ai filmini d’epoca, ai Super 8, a quelle immagini un po’ sgranate e scolorite che danno sempre un grande senso di nostalgia. E quando un amico gli ha proposto un dolcumentario del ‘59 girato a Verona non ci ha pensato due volte: ha visto quelle riprese e ha capito che potevano benissimo adattarsi alla nostra canzone. Sono immagini di una città che si sveglia, le persone che vanno al lavoro, il mercato, le automobili, luoghi e persone che sembrano riemergere da un passato remoto e irrecuperabile  nonostante siano passati solo 50 anni. Un mondo perduto che era perfetto per Lugana Addio.

Avete in programma una presentazione ufficiale del disco di debutto?
A:Il disco sarà presentato il 24 Settembre a Verona, stiamo valutando più locali, comunicheremo dove sul sito della Tannen Records, mentre il 25 saremo alla FNAC sempre a Verona per un Show-Case di presentazione nel tardo pomeriggio.

Dove si potrà acquistare il disco e in che formati?
A: Il disco dal 25 Agosto è acquistabile sulle piattaforme digitali di iTunes e Amazon, per il formato CD si dovrà aspettare il 25 Settembre e sarà disponibile sul sito dell’etichetta www.tannenrecords.com e nei negozi distribuito da Audioglobe.

Grazie per l’intervista e in bocca al lupo!
A: Crepi il Lupo! Anche se odio doverla dire sta frase, adoro i Lupi! Grazie a voi per l’intervista!

Baciami



Intervista con Terra Naomi

 

11/08/2010

Sound Magazine ha il piacere di incontrare Terra Naomi, simpatica cantautrice statunitense arriva al grande successo grazie al brano “Say it’s possible”, presentato inizialmente con un video su Youtube.
Ora ha all’attivo tre album ed uno in uscita nel 2011.
Di seguito riportiamo l’intervista in lingua originale.

Ciao Terra e benvenuta su Sound Magazine. Come sta andando la tua estate?
Ciao! Va tutto alla grande! Sto lavorando alle canzoni del mio prossimo disco e non vedo l’ora di venire in Italia tra un paio di settimane!

Sono passati quattro anni dal Virtual Summer Tour e dalla tua consacrazione in rete. Come riassumeresti questi ultimi 4 anni?
Sono stati anni pazzeschi!! Non avrei mai immaginato di vivere esperienze simili, sia in positivo che in negativo! Sono passata dal suonare in piccoli locali negli Stati Uniti, guidando io stessa da uno stato all’altro, al trasferirmi a Londra e suonare al Wembley Stadium di fronte a 80.000 persone. Poi ho lasciato la casa discografica, il mio management e il mio produttore, e mi sono tornata di nuovo a Los Angeles per intraprendere un percorso creativo diverso, quindi è stato un periodo di transizione e pieno di cambiamenti, con molti alti e bassi. Insomma anni non facili, ma molto soddisfacenti.

So che hai potuto vivere sulla tua pelle l’esperienza con le major e so che ora invece ti avvali di Pledge, un’organizzazione che permette agli artisti di raccogliere fondi mettendo in vendita il proprio materiale.
Vuoi spiegarci come stai utilizzando questo innovativo strumento?

Pledge Music permette agli artisti di finanziare i propri progetti grazie al contributo dei fan, facendo beneficienza allo stesso tempo. Io ho messo in vendita online un po’ di oggetti esclusivi – partendo dai cd autografati fino ai biscotti fatti in casa (solo per gli Stati Uniti!), disegni, concerti privati, la possibilità cantare con me nel mio album… cioè tutto quel genere di cose che potrebbero interessare le persone che amano la mia musica. Loro acquistano questi oggetti ed è così che finanziamo la registrazione dell’album. Fino ad ora abbiamo raccolto il 103% del budget e continueremo fino a quando non entrerò in studio a ottobre. Continuo a postare video esclusivi, mp3 e blogpost sul sito di Pledge, in modo tale che le persone che contribuiscono al mio album facciano una divertente esperienza interattiva in questi mesi che ci separano dall’uscita dell’album. È davvero un modo divertente di realizzare un disco!

Ti sentiresti quindi di consigliare Pledge sia a musicisti emergenti che a gruppi già affermati?
Si, senza dubbio. Anche diversi artisti conosciuti stanno usando Pledge Music per finanziare i loro progetti. Ho notato che anche artisti sotto contratto discografico si servono di Pledge. È davvero divertente per i fan e permette agli artisti di realizzare dischi che l’etichetta discografica non si può permettere, ma che ai fan piacciono. Di questi tempi le etichette non vogliono spendere soldi, ma gli ascoltatori vogliono e hanno bisogno di nuova musica dei loro artisti preferiti.

Parlaci del tuo incontro con Elisa. Quando avete deciso di duettare insieme e come mai è stata scelta proprio “River” di Joni Mitchell?
Ho sentito parlare di Elisa per la prima volta da alcuni fan che avevamo in comune. Dicevano che gli ricordavo lei, quindi l’ho ascoltata e mi è subito piaciuta. Quando sono venuta in Italia lo scorso Dicembre, le persone che organizzavano il mio tour sono entrate in contatto con qualcuno del suo staff e hanno organizzato un incontro. C’era il desiderio da parte di entrambe di cantare insieme e abbiamo deciso di incidere “River” perché tutte e due amiamo Joni Mitchell. Credo che le influenze della Mitchell siano percepibili nel modo in cui entrambe scriviamo e cantiamo. Con Elisa ci siamo conosciute poche ore prima di registrare, abbiamo provato qualche volta la canzone e le nostre voci si miscelavano molto bene.
È stato tutto molto facile e naturale, un’esperienza creativa davvero meravigliosa.

Farai qualche altro duetto con qualche cantautrice? Con chi ti piacerebbe suonare?
Ci sono un sacco di artisti con cui mi piacerebbe lavorare. Spero che con la realizzazione del mio nuovo disco possa darmi le occasioni per farlo. Non vedo l’ora di mandare il disco agli artisti che amo e fargli sentire la mia musica realizzata nel modo in cui ho sempre voluto. Spero che questo porti a nuove collaborazioni.

Stai per tornare ad esibirti in Italia: presenterai live anche dei brani inediti? E’ sempre un work in progress o sei abituata a scrivere i tuoi pezzi in momenti particolari?
Si! Ho un sacco di nuove canzoni e non vedo l’ora di condividerle con il mio pubblico italiano! Trovo gli italiani molto musicali e creativi, aperti ad ascoltare nuova musica. Quella italiana è secondo me una cultura molto artistica e creativa, è come se alle persone non importasse di capire fino in fondo tutte le parole dei testi che canto, perché riescono comunque ad immedesimarsi nell’emozione e nel sentimento che sto esprimendo mentre canto. Amo tutto ciò, mi fa sentire bene come artista, l’essere capita da quel punto di vista.

Oltre al tour quest’anno che altri progetti hai in cantiere?
Sì, registerò il mio album a ottobre e poi cercherò di trovare un modo per distribuirlo. Sarà divertente dato che sto valutando tanti modi diversi di distribuire la mia musica, non solo attraverso le classiche vie di distribuzione delle etichette. Mi sto rivolgendo a marchi e compagnie, esplorando nuovi percorsi per far arrivare la mia musica alle persone di tutto il mondo.
È eccitante! Spero inoltre di passare più tempo con la mia famiglia, con i miei genitori e i miei fratelli. Sto cercando di trovare più tempo per loro. I mesi passano e mi accorgo di non passare abbastanza tempo con le persone che amo… e quel tempo non si può riavere indietro!
Quindi sto cercando di trovare equilibrio nella mia vita, per viverla al massimo.

In bocca al lupo e spero proprio d’incontrarti a qualche tuo concerto!
Si!! Grazie mille, non vedo l’ora di vedervi! Ciao ragazzi!!!

www.terranaomi.com

Hi Terra, welcome on Sound Magazine. How’s your summer going?
Hi! Everything is great! I’m working on the songs for my new album and getting very excited to come to Italy in just a couple weeks!

Four years have passed since your Virtual Summer Tour and since you rose to fame. How would you summarize these last four years?
It’s been quite a crazy ride!! I’ve experienced things I never could have imagined, both good and bad! I went from playing small shows around the US, driving myself in my car, to moving to London and playing Wembley Stadium in front of 80,000 people. And then I left the label, parted ways with my management and producer, and moved back to LA to pursue a different creative path, so it’s been a time of change and transition and many ups and downs. Not an easy time, but very rewarding.

In the past you’ve had experiences with major labels, while now you’re using Pledge, a music company which allows the artists to collect funds selling their material. Would you like to explain how you’re using this innovative tool?
Pledge Music allows artists to fund their own projects by engaging the fans and contributing to charity at the same time. I posted a number of exclusive items online – ranging from signed CDs to homemade cookies (US only!) to original art, private concerts, singing on my album…all kinds of things that would interest the people who love my music. They purchase these exclusive items and that is how we fund the recording of the album. So far we have raised 103% of the budget and will keep going until I record in October. I post exclusive videos, mp3s and blogs on the Pledge website, so people who contribute to the album get a fun interactive experience for the months leading up to the release of the album. It’s a really fun way to make an album!

So would you recommend Pledge to both emerging musicians and already famous bands?
Yes – definitely – many well-known artists are already using Pledge Music to fund their projects. I have even seen artists on record labels making albums with Pledge. It’s really fun for the fans and allows artists to make albums that the record label might not support, but the fans love. Labels do not want to spend any money these days, but people still want and need new music from the artists they love.

Let’s talk about your collaboration with Elisa. When did you decide to sing together and why have you chosen Joni Mitchell’s song “River”?
I first heard of Elisa through mutual fans – people said that I reminded them of her, and so I checked out her music and loved it. When I came to Italy last December, the people organizing my tour reached out to someone who works with her, and they arranged a meeting. We talked about singing a song together and decided on River because we both love Joni Mitchell. I think you can hear Joni Mitchell in the songs we write and the way we both sing. We met just hours before we recorded, sang it a few times, and our voices blended so well – it was very natural and easy and such a wonderful creative experience.

Are you planning collaborations with some other singer-songwriters? Who would you like to work with?
There are so many artists I would love to work with. I’m hoping that my new album helps that happen. I can’t wait to send it to some of the artists I love and let them hear me and my music the way I want it to be heard. Hopefully that will lead to more collaborations.

You’re about to come back performing in Italy: will you also sing some new and unreleased songs? Is it always a work in progress or do you usually write your songs in particular moments?
Yes! I have so many new songs and i can’t wait to share them with my Italian audiences! I find that the people in Italy are so musical and creative and so open to hearing new music. It is a very artistic, creative culture, and I think that is part of the reason I connect so well with Italian audiences. It doesn’t seem to matter what I’m singing about, whether people understand every word – they can relate to the emotion and feel what I’m expressing. I love that. It feels so good, as a performer, to be understood on that level.

Besides the tour, what other plans do you have this year?
Well, I’m recording my album in October and then I will figure out how to distribuite it. That is going to be fun because I’m exploring many different way sto distribuite music – not just the traditional label route – I’m talking to brands and companies and really exploring creative new ways of getting music out to people around the world. It’s exciting! I also look forward to spending more time with my family – my mom and dad and brothers. I’m realyl trying to make more time for that, because it is so important to me and time passes so quickly these days. Months can go by and I realize I haven’t spent enough time with the people I love. You can’t get that time back, you know? So I’m trying to find balance in my life, to live the most meaningful life I can live.

Good luck and I really hope to meet you at one of your concerts!
Yes!! Thank you! I look forward to seeing you soon! Ciao, Ragazzi!!!



Intervista con Lab Eleven

 

23/07/2010

Il metal e l’hard italiani non sono morti; ce lo dimostrano i Lab Eleven in questa appassionata intervista rilasciata a Soundmagazine, approfittandone per presentare anche il loro nuovo lavoro, “Exceed the Veil of Maya”.
Domande a cura di Irene Ramponi

La vostra storia, in breve.
Abbiamo mosso i nostri primo passi nella musica nell’ormai lontano 2004, con l’ingresso in formazione di Daniele (basso). All’inizio era presente principalmente la voglia di “fare sul serio” che si scontrava continuamente con le difficoltà tipiche di un gruppo alle prime armi, in particolare con la volontà di voler comporre che non penso ci sia bisogno di spiegarlo, ma impone qualcosa di un po’ diverso che trovarsi qualche sera “alla stanza” per improvvisare qualche cover. Nel giro di un anno e mezzo riusciamo ad incidere una demo di quattro pezzi, prodotta in collaborazione con Matteo Buti dei Subhuman che inizia a girare riscuotendo un buon numero di giudizi positivi. Ma è stato proprio ascoltando le nostre registrazioni, che abbiamo iniziato a riflettere sulla possibilità di aggiungere una seconda chitarra che riuscisse a rendere ancora più completo e duro il nostro sound. All’inizio del 2006 entra in formazione Paolo e con lui i Lab eleven chiudono il discorso line up. Inizia un nuovo capitolo che ci ha resi un gruppo affiatato sia sopra il palco che fuori e questo (ma non solo) ha portato alla composizione di altri brani e live memorabili…
Questi sei anni di musica insieme, sono oggi gelosamente conservati in Exceed The Veil of Maya (distribuito Andromeda e 7Hard) nel quale abbiamo cercato di far spiccare i frutti della nostra maturazione musicale. Un lavoro prodotto negli studi di Federico Pedichini alias Freddy Delirio (Death SS ed H.A.R.E.M.) che ha suscitato l’interesse della italianissima SG record, etichetta discografica per la quale siamo attualmente sotto contratto.

Come avete scelto il vostro nome?
Non è stato semplice inizialmente riuscire ad amalgamare le diverse preferenze musicali e convogliarle in una vena prettamente death e thrash; serviva una sorta di laboratorio nel quale poter sperimentare e ricercare le nostre sonorità, sviluppare il nostro progetto musicale… e la nostra prima stanza, la mitica n°11 ha rappresentato e forse per noi rappresenterà per sempre tutto questo. E’ qua dentro che ha avuto origine la reazione chimica letale che ha sviluppato i Lab Eleven.

Avete esperienze musicali precedenti ai Lab Eleven?
Ognuno di noi proviene da ascolti ed esperienze differenti dalla attuale linea intrapresa. Progetti e studi hanno contribuito negli anni all’attuale formazione tecnica. Ovviamente chiunque ami suonare uno strumento possiede la voglia innata di formare un “gruppetto” con gli amici ed incominciare a suonare qualche cover delle band preferite del momento, come lo è stato per noi. Poi con il tempo i gruppi si sciolgono e altri si formano…insomma sapete tutti come vanno queste cose.
Possiamo però dire che con questa line up, ormai più che consolidata, ognuno di noi è riuscito ad ampliarsi e ridefinire il significato di “gruppo”.

Il vostro primo ep ha un titolo curioso, molto filosofico; come mai?
Il titolo dell’album deriva dalle filosofie orientali che ritroviamo anche nel pensiero filosofico di Arthur Schopenhauer, in cui, citando alla lettera, “E’ Maya, il velo ingannatore, che avvolge gli occhi dei mortali e fa loro vedere un mondo del quale non può dirsi né che esista, né che non esista”; è il tempo che viviamo fatto di verità negate e discorsi bonari. Lo squarcio del velo è la nostra volontà di vedere oltre,  raccontando nei nostri testi il lato più perverso e oscuro della vera realtà. Come in un libro horror di sette capitoli, le tracce dell’album urlano torbide vicende e raccapriccianti storie che qualcuno ancora si ostina a non vedere.
Nei testi sfruttiamo molto l’accostamento di metafore (come la stessa “Aedes Albopictus”) ad immagini immediate, forti, crude, (come in “God’s Masterpiece”) addentrandoci là dove la comune coscienza non ha accesso.

Quali sono i vostri ascolti preferiti?
A livello personale abbiamo una discreta diversità di ascolti al fine di comprendere le caratteristiche, i punti forti e le varie sfumature che sono utili alla propria composizione. Si spazia dal classico Death al Thrash, dal metalcore al doom, dal black al grind, cercando di scomporre ritmiche e melodie ed analizzandole per farle nostre.

E le vostre influenze musicali?
I Lab Eleven sono il risultato del giusto mix di vari ascolti a livello personale, però riteniamo valide le linee guida che costituiscono le colonne portanti della scena Metal a noi vicina,una su tutte i Carcass ai quali dobbiamo il binomio potenza-melodia strumentale, oltre a questi, non possiamo non menzionare Cannibal Corpse, Lamb of God, Unleashed, At the Gates e Testament, i quali hanno contribuito alla nostra formazione musicale e ci hanno aiutato a crescere come musicisti

Come vi sembra il panorama hard, heavy e metal in Italia?
Il Metal in generale, ma soprattutto le caratterizzazioni più pesanti e crude, vivono nella sfera underground dove ci sono delle realtà e degli scenari altrettanto interessanti che, purtroppo, non hanno nel nostro Paese gli spazi che meritano.
La dimensione live è la vera essenza di queste tipologie di musica e permette alle band non solo di farsi conoscere sul territorio, ma di diffondere un genere musicale, sì impegnativo e difficile ma, a nostro avviso, sottovalutato ed incompreso nella sua pienezza.

Avete avuto difficoltà a farvi notare in ambito italiano? Se sì, quali?
Chi suona Metal si deve sempre aspettare un percorso in salita, almeno nel nostro Paese. Infatti è molto difficile riuscire a farsi notare e a promuovere il proprio prodotto; questo è dovuto anche al fatto che alle etichette discografiche, alle aziende di promozione e alle società che ruotano intorno al panorama musicale, arriva continuamente un fiume di produzioni da valutare. Senza contare che spesso i locali non puntano su gruppi emergenti o che comunque suonano pezzi propri, per loro è molto più facile usare cover-band per le serate, escludendo automaticamente una grossa percentuale delle date durante l’autunno e l’inverno. Tutto sommato vengono forniti spazi per tutti nel periodo estivo, ma sono sempre molto pochi rapportati alle richieste.

Qual è la regola, se così si può chiamare, che vi date per far coesistere le esigenze di ciascuno nel gruppo?
Cerchiamo sempre di venirci incontro e tra l’altro senza nemmeno troppo sforzo; siamo un gruppo affiatato sia a livello musicale che personale, ed ecco perché dalle composizioni che creiamo traspare non solo lo stato d’animo del singolo, ma bensì lo stato d’animo del gruppo al completo che si sente parte del 10% della finale del tema del pezzo creato.
In ogni canzone di Exceed the Veil of Maya c’è appunto questa alternanza fra picchi di carattere e personalità del singolo e fra la vera e propria amalgama che contraddistingue da sempre i Lab Eleven.

Un messaggio e qualche consiglio per i giovani gruppi in via di formazione.
Non perdete mai la passione nella musica che fate e siatene orgogliosi! L’ingrediente segreto di un gruppo non esiste… siate uniti, siate corretti e umili con voi stessi e con gli altri gruppi con cui avrete la fortuna di dividere il palco!!! L’underground italiano ha bisogno di ogni singolo gruppo per poter far sentire la propria voce. Lavoriamo tutti assieme per far si che si possa creare una “situazione” italiana degna di nota.



Intervista con Danko Jones

 

20/07/2010

La redazione di Sound Magazine incontra i canadesi Danko Jones, freschi di pubblicazione del loro ultimo album “Below the belt”. Risponde alle nostre domande il cantante Danko Jones. Di seguito è possibile leggere l’intervista in lingua originale.
Domande a cura di Eleonora Piazzi

Eleonora: Molte persone dicono che il vostro sound, dopo sei album, sia sempre lo stesso, e che non ci siano grossi cambiamenti rispetto all’inizio della vostra carriera. Come rispondereste a tali critiche?
Danko: Da noi puoi sempre aspettarti un album di rock duro. Noi siamo molto legati alle nostre radici proprio come i Ramones, gli Slayer, gli AC/DC e i Motorhead hanno fatto prima di noi. Non siamo così arroganti da aspettarci che il nostro pubblico apprezzi la nostra opera qualsiasi cosa facciamo, che sia fatta di pezzi rap o di elettronica. Sappiamo chi siamo e siamo felici per questo. Penso che la maggior parte delle persone che ci seguono siano d’accordo con questo.

E.. Il vostro ultimo album vi è costato due anni di lavoro. Come vi è venuta l’ispirazione per questo album, e quanto della vostra personale esperienza in questo periodo di tempo ha influenzato la sua stesura?
D.: Ho acuto la stessa ispirazione che mi è venuta per tutti gli altri album, semplicemente vivendo la vita. Semplicemente metti nelle canzoni quello attraverso cui passi.

E.: Per Below the belt avete lavorato insieme a Matt DeMatteo. Non conosciamo di preciso i rapporti che si sono tra di voi, ma anche se sono al top di sicuro non vi troverete sempre d’accordo su tutto. Quindi come fate a trovare un punto di accordo tra il vostro punto di vista, quello del vostro produttore, il mercato e i fan?
D.: Abbiamo un bellissimo rapporto con Matt. Ha lavorato con noi su quattro dei nostri album e ne ha prodotti tre. Pertanto abbiamo deciso di continuare a fidarci di lui e del suo lavoro. Quando non ci troviamo d’accordo non è un grosso problema. C’è sempre un grande rispetto tra di noi, e in questo modo riusciamo sempre a raggiungere un punto di equilibrio.

E.: Nuovo album, nuovo tour. Sono state aggiunte nuove date anche in questi ultimi giorni (Svezia, Danimarca, Germania, Italia, Spagna, Svizzera, Olanda e Belgio) e suonerete con molte band. Cosa vi aspettate di ricevere da ogni singola data? Voglio dire: ogni concerto, ogni giornata, ogni meet and greet è una nuova esperienza, sia in positive che in negative, ma come vi arricchirà ogni singola data e quanto questo influenzerà poi il vostro lavoro?
D.: Ci piace molto essere in tour e stare in giro, o anche solo incontrare, le altre band, perché è sempre una cosa molto divertente. Non so esattamente quanta parte di tutto ciascuno spettacolo e di ciascun incontro influenzi direttamente il nostro sound ma si va sicuramente ad aggiungere al bagaglio di esperienze che costituiscono la vita.

E.: Siete degli artisti, e la vostra arte è la musica. Attraverso l’arte si cerca di trasmettere un messaggio. Che cosa vorreste trasmettere ai vostri fan con la vostra musica? Qual è, secondo voi, il messaggio che dovrebbe rimanere in testa a ciascun fan che ascolta una vostra canzone o vede un vostro video, e racchiudere dentro di sé ogni giorno?
D.: Che questa band è troppo forte.

E.: “Full of regret” è il vostro primo video tratto dal nuovo album. Perché avete scelto questa canzone in particolare e non, ad esempio, “Had enough” o “Tonight is fine”? di chi è stata la decisione? Di tutta la band oppure è stata una “imposizione” del management?
D.: Noi non siamo una di quelle band che si fanno “imporre” qualcosa dal loro management. Abbiamo scelto noi “Full of regret” perché era una buona canzone. Non credi anche tu? È una delle mie canzoni preferite di tutto l’album.
 
E.: Ci potete anche dare qualche indizio sul prossimo video? Avete già scelto quale sarà il nuovo singolo?
D.: Inizieremo il nuovo video nelle prossime due settimane e lo gireremo a New York questa volta. I Diamond Brothers saranno di nuovo i registi del video. Ci saranno anche alcuni camei da parte di personaggi famosi ma non posso rivelare di più al momento.

E.: Ho visto il video di “Full of regret” ed è semplicemente fantastico. Mi è piaciuta molto la storia che ha narrato, il fatto che ci fosse molta azione e sicuramente è impressionante vedere due nomi come Selma Blair e Elijah Wood. Ma la storia che viene raccontata dal video è molto diversa da quella raccontata nelle parole della canzone. Voglio dire, nella canzone di parla di rimpianti, ma riferiti a una ex fidanzata, mentre nel video venite presi di mira da due cacciatori. Che significa?
D.: Significa qualsiasi cosa tu voglia far significare. Sai, non dovresti mai cercare di leggere troppo tra le righe quando si tratta di Rock ‘n’ Roll. Proprio come hanno detto gli Stones “È solo Rock ‘n’ Roll eppure mi piace”. Che cosa significa?

E.: Sempre parlando del video, pensate che il video del prossimo singolo sarà un seguito di questo, creando una specie di storia a puntate, oppure sarà qualcosa di completamente indipendente?
D.: Il prossimo sarà il prequel del video dio “Full of regret”.

E.: Cambiamo completamente argomento Stiamo attraversando un periodo di crisi economica che affligge ogni singolo aspetto della vita, compresa l’industria musicale, che attraversa un duro periodo anche in conseguenza della diffusione di sistemi per scaricare illegalmente la musica, spesso unica risposta a prezzi troppo alti imposti dalle etichette. Molti preferiscono scaricare illegalmente piuttosto che  comprare la propria copia di un cd. Quale pensate potrebbe essere una buona soluzione per invertire questa tendenza tra i vostri fan?
D.: La cosa migliore è creare dei packaging sempre più accattivanti, includendo piu bonus tracks e altri contenuti speciali per tutti quelli a cui piace la tua band e soprattutto suonare alla grande dal vivo.

E.: E’ risaputo che I Danko Jones viaggiano molto, e di solito hanno tour molto lunghi. Che cosa fate per passare il vostro tempo libero durante il viaggio da una città all’altra? Com’è vivere sempre con le stesse ersone per tre, quattro, cinque mesi in un anno in uno spazio tanto stretto quanto quello di uno tour bus senza cercare di uccidervi a vicenda?
D.: E’ passato molto tempo da quando abbiamo iniziato quindi abbiamo capito, con accomodamenti progressivi, come vivere così a stretto contatto uno con l’altro. il trucco sta nel dare all’altro il proprio spazio. Abbiamo tutti i nostri pc portatili quindi possiamo passare il tempo in questo modo, guardando film, leggendo, e così via.

E.: Qual è la band o il cantante con cui vi piacerebbe di più suonare? Vivo o morto.
D.: Ci piacerebbe molto suonare coi Metallica o con i Kiss. Sarebbe poi stato molto bello poter suonare con Jimi Hendrix o Phil Lynott.

E.: Questa è proprio per te, Danko. Sei un musicista, ma scrivi anche per riviste musicali e conduci un programma radiofonico. Ti è mai successo durante il programma di trasmettere una delle tue canzoni? E se si, come ti sei sentito?
D.: Non faccio piu il programma alla radio per mancanza di tempo. Non ho mai passato una delle mie canzoni di regola. Penso che sia da malati far passare le proprie canzoni durante il proprio programma musicale.

E.: E ora un ultima cosa prima di salutarci. Qual è la domanda a cui vi sarebbe sempre piaciuto rispondere e che nessuno vi ha ancora fatto?
D.: Come vi siete sentiti quando avete venduto il vostro primo milione di album?

Eleonora: Many people say that your sound, after 6 albums, is always the same, and there are no great changes from the beginning of your career. How would do you answer to them?
DANKO: You will always get a Hard Rock record from us. We stick to our story just like The Ramones, Slayer, AC/DC and Motorhead do too. We’re not gonna be so arrogant as to expect our audience to like our records no matter what we do, whether it’s rap or electronica. We know who we are and we are fine with that. I think most people who like us are fine with that too.

E: In your official website you start biography page with this statement “Danko Jones, 1996: “I got a white Cadillac, I keep the back seat for lovin’” Danko Jones, 2010: “I can screw your girl in the back of my Cadillac”. Why this change? Life has disappointed you in some way?
D: I don’t understand your question. Listen to all the lyrics of “Cadillac” and you can answer your own question.

E: The work on your last album took you two years time. How did you get the inspiration for this album, and how much of what did you experience in this period of time influence your inspiration?
D: I got the same inspiration as all the other albums, just living life. You just put what you go through in the songs.

E: For “Below the belt” you worked with Matt DeMatteo. I don’t know exactly your relationship with him, but I’m pretty sure that you not always agree on the same matter. So, what do you do to reach an equilibrium between your point of view, your producer point of view, market and fans?
D: We have a great relationship with Matt. He’s worked on 4 of our records and produced 3 so obviously we get along. When we disagree it’s no big deal. We respect each other so there’s your happy medium.

E: New album, new tour. You added new dates also in these last days (Sweden, Denmark, Germany, Italy, Spain, Switzerland, The Netherlands and Belgium), and you’ll play with many band. What do you expect to have back from every single date? I mean: each concert, each day, each meet and greet is a new experience, even positive or negative, but how can every single date tour would enrich you, and how many would it influence your work?
D: We like touring and getting to hang out, or at least meet, with other bands is always fun. I don’t know how much of a direct influence each show is to our sound but it all adds up as a collective experience.

E: You are artists. And your art is music. I’m a writer, so in some way I’m an artist too. Not in the same field I know, but  in any case when I write a short story I’ll not try to put together words in a good way. I also try to transmit a message, an emotion, an image. What do you like to transmit to your fans with your music? What’s the most important thing, in your opinion, that you like to transmit to your fans with your music or videos? What do you like every single fan capture from your message and keep deeply with himself in every single day?
D: This band rocks.

E: “Full of regret” is your first music video from new album. Why did you choose this song and not, for example, “Had enough” or “Tonight is fine” (my favourite song)? Who had choose about this particular song? Is it a band decision or something “imposed” from management?
D: We are not one of those bands that get “imposed” by management. We chose “Full Of Regret” because it was a good song. Don’t you think it is? It’s one of my favorite songs off the album.

E: Could you still give to us some clue on the next video? Did you choose what song will be the next singe yet?
D: We’ll be doing the next video in 2 weeks and we’ll be shooting in New York City this time. The Diamond Brothers will be directing the video again. There will be cameos from people but that’s all I’m gonna give away right now.

E: I saw “Full of regret” video and it’s awesome: I loved video story, action you put in it and I’ve been impressed from two important names as Selma Blair and Elijah Wood. But video story is so different from song story. I mean, in your song you talk about regrets, but referring to a an ex girlfriend, and in video you are hunted from two people. What does it mean?
D: It means whatever you want it to mean. You know, you shouldn’t try and read too much into Rock ‘n’ Roll. Just like the Stones said “It’s only Rock ‘n’ Roll but I like it”. Adopt that way of thinking and you won’t wonder what it all means as much anymore.

E: Always talking about video, do you think that the next single video will be a continue of this one, creating a sort of story, or it’ll be something totally independent?
D: The next video will be a prequel to the first video.

E: We are going through an economic crisis period, that is affecting every single aspect of life, also music industry, that is travelling through an hard period because of illegal download and too high prices. Many people prefer to download illegally that to buy their own copy. What do you think could be a good way to invert this tendency between your fans?  
D: Make the packaging more enticing, include more bonus stuff for people who like your band and play great live shows.

E: It’s well known that Danko Jones travel a lot around the world. What do you make to pass your free time during travelling from one city to another, from one date to another? How is to live with same people for three, four, five month a year on such a small space as tour bus without trying to kill each other? 
D: It’s been a long time now so we’ve figured out how to live in close quarters of each other. The trick is to give each other space. We all have laptops so we can pass the time that way, watching movies, reading etc.

E: Which is the band or the singer that you most like to play with? Dead or alive.
D: Would like to play with Metallica and/or Kiss. It would’ve been cool to play with Jimi Hendrix or Phil Lynott.

E: This is for you, Danko. You are a musician, but you also write for music magazine and host a radio show. Did it ever happen that during your radio program you transmit one of your songs? And in case of affirmative answer, how did you feel?
D: I don’t do the radio show anymore. I never played any of our songs as a rule. I thought it was silly to play your own songs on your own radio show.

E: And then, because of you are a writer too, what’s the question that you’d like to answer but that no one has still ask to you?
D: How did it feel when you sold your first million albums?



Intervista con Inhale your Hate

 

13/07/2010

La redazione di Sound Magazine incontra Inhale Your Hate, quartetto metal/hardcore veronese. Attivi dal 2006, hanno recentemente pubblicato il loro disco di debutto intitolato “Terrorized By Reality”. Risponde alle nostre domande il cantante John.
Domande a cura di Irene Ramponi
Come mai la scelta di partire dall’hardcore e di rimanergli fedeli?
Il Progetto Inhale Your Hate è nato proprio per suonare hardcore e con il tempo miscelare a questo altre influenze in modo da rendere il sound più personale e cercare di evitare scontatissimi clichè in cui inciampano moltissime bands… fondamentalmente l’attitudine hardcore ci piace e la nostra speranza è quella di cercare di lasciare un segno in questa scena e di rimanere distanti dalle logiche e comportamenti da fottute rockstars.
 
I vostri testi sono molto diretti; chi li scrive? In breve, quali sono le tematiche?
Mi  occupo io dei testi e cerco sempre di essere molto diretto evitando tematiche troppo introspettive che risulterebbero sofisticate e multi sfaccettate per l’ascoltatore; questo modo di scrivere è dettato anche dalla stessa musica che facciamo che, senza tanti virtuosismi, arriva subito al sodo violenta come “un pugno nelle gengive” (ride)…. Già il titolo del disco ben identifica le tematiche trattate che si muovono dal rifiuto delle logiche di una società moderna improntata esclusivamente sull’egoismo, l’arrivismo e la lesione dei diritti umani a scopo di profitto oltre alla condanna degli impatti violenti che possono avere gli attuali media.
Quella che dipingiamo in questo disco è una realtà fatta di atteggiamenti di indifferenza e apatia verso un sistema che col tempo ci sta drogando, ci rende schiavi sottoponendoci a continue paure e ansie e ci fa precipitare nel baratro dell’odio considerato come unica “arma di sopravvivenza”.

E chi pensa invece alla musica?
Ogni nostro brano ha inizio da una serie di riff di chitarra e a volte da jam improvvisate in cui si possono trovare dei buonissimi spunti per rimodellare alcuni passaggi durante la fase di arrangiamento prima di realizzare una pre-produzione.

Raccontateci qualcosa dell’esperienza Verona HC, una realtà molto importante.
La VRHC è una realtà territoriale che ormai, dopo più di due anni dalla sua nascita, è molto conosciuta in ambito nazionale…la loro filosofia è basata sul principio “DO IT YOURSELF” cioè l’arte di arrangiarsi e infatti questi ragazzi/amici (che mi piace definire come angeli custodi) si sbattono come dei matti per organizzare eventi, festival e fare dei veri e propri “scambi culturali” con band straniere e tutto questo senza nessuno scopo di lucro…una realtà come questa è semplicemente meravigliosa e fa solo del bene ad una scena underground come quella in cui anche noi “operiamo”… senza una crew come questa la strada, anche per noi, sarebbe molto in salita quindi invito tutti gli appassionati a supportare la VRHC www.myspace.com/vrhc.

Quali sono gli elementi, secondo voi, che deve avere un live o un festival per essere quasi perfetto?
Fondamentalmente per realizzare un vero live coi “contro …..” bisogna trasmettere passione, la stessa  che si mette quando si forma una band e si è pieni di entusiasmo. Bisogna pensare ad un live act come ad una occasione unica per esprimersi e quindi anche per rispetto degli spettatori, pochi o tanti che siano, si deve cercare di dare il massimo; purtroppo spesso capita di vedere delle bands che sul palco hanno un atteggiamento freddissimo e i cui elementi non hanno un minimo di feeling tra loro oppure si trovano li solo allo scopo di apparire.

La scena thrash-hardcore è cambiata nel tempo, rispetto agli Anni ’80 e ’90 o è rimasta tale e quale?
La scena è cambiata anche se i principi chiave e l’attitudine rimangono gli stessi. L’hardcore ha subito un processo di modernizzazione dall’inizio del nuovo millennio e questo gli ha permesso di essere più diffuso e apprezzato in quanto la nuova scuola l’ha potenziato con alcuni elementi tipici del groove metal o del trash mettendo così d’accordo ascoltatori diversi. C’è da dire che ormai la tecnologia è cambiata di brutto quindi ora alcune formazioni realizzano dei dischi super-prodotti che non cambiano i canoni della scena ma potrebbero suonare come troppo “finti” e dotati di una pulizia sonora che ahimè si distanzia dal suono più grezzo e caldo dei vecchi tempi.

Cosa vi ha spinti a suonare insieme?
Durante il nostro percorso abbiamo subito qualche cambio di line up che ora ci ha permesso di ottenere una tranquillità che prima non riuscivamo a raggiungere. Noi 4 oltre ad essere buoni amici ci supportiamo a vicenda e in questo modo tutto quello che facciamo ci valorizza. Ti posso dire che c’è una meravigliosa alchimia tra di noi che ci rende molto coesi e questo giova moltissimo sia per i live acts sia durante i vari songwriting.

I pregi ed i difetti dell’essere musicisti underground, controcorrente rispetto alle esigenze del mercato.
I pregi riguardano il fatto di riuscire a suonare ciò che ci piace e nel modo in cui ci siamo imposti di farlo senza limiti e obblighi commerciali; i difetti…beh direi i soliti i maggiori sacrifici nell’imporsi nel panorama musicale per esempio oppure l’impossibilità di trattare questo progetto come un lavoro: in effetti il panorama underground è pieno di talenti e personalmente mi considero un cultore di questo ambiente ma spesso gli stessi sono “al verde”.

Contate di diventare musicisti professionisti e di vivere della vostra musica oppure manterrete un piede nella vita di tutti i giorni?
Vivere della propria musica e soprattutto “senza compromessi” è il sogno di qualsiasi band del nostro calibro, ma nel frattempo, quando teniamo gli occhi aperti, siamo costretti a mantenerci coi piedi per terra e quindi portare avanti le nostre vite considerando gli impegni lavorativi. Anche questo è un elemento che comporta un gran sacrificio ma lo facciamo con naturalezza in quanto crediamo fermamente nella nostra musica e nei nostri obiettivi.

Cosa avete in ballo per la promozione del vostro album? E’ prevista una tournée?
Abbiamo un release party fissato per sabato 24 luglio qui a Verona e per l’occasione suoneranno i PAURA una band brasiliana da “paura!” (ride) poi continueremo partecipando ad alcuni festival estivi molto interessanti e pieni di bella musica e successivamente, con la nuova stagione, proseguiremo con la promozione del nostro disco nei vari club in giro per l’Italia… appena avremo la possibilità cercheremo anche di espatriare … mi raccomando supportateci! www.myspace.com/theinhaleyourhate.



Intervista con Dufresne

 

21/06/2010

La redazione di Sound Magazine incontra i vicentini Dufresne, freschi di pubblicazione del loro ultimo album “Am:Pm”. Risponde alle nostre domande il cantante Nicola “Dominik” Cerantola.
Domande a cura di Michael Simeon

Il vostro terzo album “Am:Pm” è fresco di stampa. Vorreste parlarci un po’ di questo lavoro?
Volevamo forse che questo disco risultasse più vario possibile e che mantenesse certe sonorità a cui siamo affezionati. Ma allo stesso tempo volevamo che non fosse riconducibile ad un filone particolare. Personalmente non amo molto le definizioni nella musica rock perchè generalmente ingabbiano gli artisti e impigriscono l’ascoltatore sono convinto che il rock sia la musica del futuro quindi in continua evoluzione e mi piace pensare che questo disco sia un passo avanti nella nostra carriera musicale. Il mio obbiettivo è riuscire a fare della musica pesante senza rinunciare alla melodia.

C’è un significato particolare dietro il titolo dell’album? Un tema, un motivo conduttore di tutti i pezzi?
Quando abbiamo cominciato a pensare ad un terzo disco dei Dufresne non avevamo ancora in mente di fare un concept album, l’idea di scrivere le canzoni in modo che evocassero sensazioni o situazioni legate ad un particolare momento della giornata è stata più la conseguenza di alcune nostre necessità. Volevamo che il disco rispecchiasse il più possibile quello che siamo e le nostre diversità anzichè cercare una soluzione musicale accomodante. AM:PM è un disco di canzoni ruvide, melodiche, veloci, sognanti, noi ci sentiamo di essere un po’ tutte queste cose,  e ci piace ascoltare musica e generi anche molto diversi tra loro durante la giornata e così abbiamo idealmente interpretato ogni canzone legandola ad un orario.

Avete lasciato il colosso Universal in favore della più piccola Wynona Records. Come mai siete arrivati a questa decisione? Una maggiore libertà espressiva e meno vincoli?
A sei anni di distanza dal nostro esordio discografico come Dufresne abbiamo tutti pensato di rimetterci in gioco e di cominciare a far valere tutte quelle conoscenze e abilità che negli anni abbiamo acquisito.  Questo disco per noi rappresenta un nuovo inizio, un punto e a capo non solo per aver scelto di registrare nello studio di Ciube il nostro bassista e quindi di produrci da soli. Le ultime esperienze a livello discografico e il particolare periodo non facile in cui viviamo hanno rafforzato le nostre convinzioni di sempre ovvero: “do it yourself” scegliere di pubblicare il disco con un indipendente anzichè continuare su una major, produrci video, grafiche, creare una nostra squadra composta da persone che conosciamo e stimiamo per promuovere il nostro lavoro fin ora si è rivelata la scelta migliore che potessimo fare. Se credi in quello che fai devi investire su te stesso tutto il tuo tempo e risorse e un consiglio che do a tutti i gruppi è quello di non aspettarsi che qualcuno vi stacchi un assegno!

Tra uscite, etichette, concerti e tour vari avete un palmares davvero invidiabile per una band non mainstream nostrana. E nonostante tutto riuscite a stare ancora con i piedi per terra, a differenza di gruppi meno blasonati che già si credono rockstar. Dite che crescere nel vecchio decennio abbia influito nel modo di applicarsi alla musica e mantenere una certa etica di non sentirsi superiori a nessuno?
Nono lo so… anche se spesso suonando con i gruppi più giovani noto anche io la differenza, di base c’è una maleducazione e un arrivismo che noi alla loro età non avevamo. Se parti già con  il presupposto di finire in tv di sicuro non ti importa mantenere una coerenza con te stesso e la tua musica. Non so se è un problema generazionale, certo è che negli ultimi anni si e creato un vuoto culturale attorno alla musica come mai prima. Le band sono state svuotate di ogni senso critico e difficilmente un ragazzo si riconosce in un movimento o in un ideale. Forse noi avevamo una visione più romantica, meno disillusa.

Album nuovo, tour nuovo. La promozione di “Am:Pm” è partita in modo tragicomico, e mi riferisco alla recente “campagna di Russia”. Volete raccontarci qualcosa delle vostre peripezie? Magari qualche episodio particolare che vi è accaduto?
Siamo stati in Russia ed Ucraina e devo dire che sono rimasto molto colpito! Sono paesi abbastanza difficili per una serie di ragioni amministrative e ambientali ma nonostante questo  abbiamo trovato della gente molto calorosa e ospitale, ci ha molto sorpreso constatare che molto ragazzi conoscono i nostri dischi e questo è forse il  vero merito di Internet e dei vari social network come youtube o myspace. Quello che abbiamo tutti notato è la voglia che queste persone hanno di divertirsi e di conoscere realtà diverse dalla loro. C’è una grande curiosità nei confronti di band europee come noi in particolar modo noi italiani esercitiamo un certo fascino molte volte giustificato anche dalla cultura del nostro paese. Purtroppo la polizia locale vive di corruzione e non c’era giorno in cui non venissimo fermati, a mosca abbiamo rischiato di venire arrestati ma alla fine tutto si risolve tirando fuori le banconote… è decisamente triste ma se ci ragioni è una guerra tra poveri!

Il primo estratto dal nuovo lavoro è “Keep This Party Going”, di cui sarà presto girato anche il video. Come mai avete deciso di puntare su questa canzone?
Forse il testo è una delle cose che ci ha portato a sceglierla come primo singolo, “Welcome, welcome to everyone…” comincia come una sorta di benvenuto e per questo ci è sembrata anche la più adatta ad introdurre il resto del disco. Quello che abbiamo cominciato come dufresne continua ancora come una festa che non finisce ma si rinnova di nuovi volti e nuove idee. Il video è stato girato a Vicenza e per l’occasione abbiamo invitato amici e fan di sempre. Volevamo in un certo modo omaggiare tutti quelli che da anni ci seguono e spero che il divertimento e la positività che si percepiva durante le riprese venga trasmessa anche a chi vedrà il video finito.

C’è qualche gruppo che vorreste supportare o semplicemente consigliare suggerendolo ai nostri lettori?
Ce ne sono tanti di validi in Italia… Forty Winks, Slowmotion Apocalypse, Il teatro degli orrori, Hierophant, The secret… la lista sarebbe davvero lunga! Basta poco per conoscere nuove band, su internet ce praticamente di tutto ma spero che la gente abbia l’interesse e l’entusiasmo di avvicinarsi per davvero all’ underground italiano e di seguire da vicino quello che succede per costruirsi una propria idea e un pensiero vero e non sulla base di commenti e numero di ascolti dei social network che per quanto utili e indispensabili per promuovere la musica rischiano anche di allontanare chi ascolta dalla realtà.

Bene ragazzi, grazie dell’intervista. Volete aggiungere qualcosa per i nostri lettori?
Se nella vostra città non succede mai niente e vi annoiate prendete la macchina e andate a vedere un concerto, è il modo migliore che conosco per spendere i miei soldi.



Intervista con Calibro 35

 

17/06/2010

Sound Magazine ha il piacere d’intervistare una delle realtà più interessanti del nostro Paese, i Calibro 35, il cui sound è ispirato dalle colonne sonore di film polizieschi italiani anni Settanta.
Recentemente è uscito il loro secondo album, “Ritornano quelli di…” e ne abbiamo parlato con Massimo Martellotta, il chitarrista del gruppo.
Domande a cura di Cristiano Mecchi

E’ difficile cercare di fare delle domande sensate o quantomeno non banali ad un ensemble tutt’altro che banale come i Calibro35. Sto ascoltando a rotazione “Ritornano quelli di….” e la mia attenzione va immediatamente sulla registrazione. Sia live che in studio noto con molto piacere una ricerca del suono molto dettagliata e filologicamente corretta. Avete avuto un approccio , passatemi il termine, vintage, anche per l’esecuzione dei pezzi in studio? Mi piace immaginare abbiate registrato in presa diretta, piuttosto che su nastro…raccontatemi un po’!
Massimo Martellotta: Abbiamo registrato proprio come hai detto tu, in presa diretta sia il primo che il secondo disco. Ognuno di noi fa da sempre ricerca sul suono e se già alla fonte hai dei musicisti con delle idee molto chiare ed evolute sul proprio suono, va da sé che hai la possibilità di esaltare al massimo anche l’utilizzo delle macchine in regia. Puoi quindi veramente plasmare il suono in maniera creativa più che correttiva come si fa spesso. Inoltre da sempre tendiamo a scegliere le take più ispirata, che spesso non sono necessariamente quelle suonate “meglio” ma quelle che ci divertono di più. Un pò come si faceva prima, ma in realtà come si fanno i dischi che ci piacciono.
Il nastro no, non l’abbiamo usato. Ma prima o poi lo facciamo, anche se secondo me ha senso usare il nastro se resti in dominio completamente analogico. Spesso sento dischi “registrati su nastro” dove il nastro non si sente. E allora tanto meglio restare in digitale, piuttosto che fare dischi che suonano peggio di un digitale usato male dove il “registrato su nastro” serve solo a fare i fighi con i giornalisti.

Perché avete deciso di intraprendere un progetto di questo tipo? Cosa vi ha mosso e come vi siete incontrati, visto che arrivate un po’ da tutto lo stivale?
MM: Perché ci siam chiesti: possibile che nessuno l’abbia già fatto? Nessuno l’aveva fatto, o almeno non così. Ci siamo incontrati e conosciuti in studio il giorno in cui abbiamo registrato metà del primo disco dopo che ci siamo cercati a distanza. Tommaso Colliva ha coordinato il tutto e invece di dirci “piacere” abbiamo registrato Trafelato buona la prima. E da lì abbiamo capito che c’erqa una buona intesa e valeva la pena fare un’altra session.

Come scegliete i pezzi da riarrangiare?
MM: Facciamo una cernita di un’ampia rosa di pezzi papabili e poi in base un pò al gusto personale e un pò a quello che pensiamo possa venire meglio registriamo quelli scelti.

Come è avvenuta la stesura di brani propri?
MM: Molti degli originali fanno parte della sonorizzazione del documentario EUROCRIME! di Mike Malloy. Un regista americano impazzito per il nostro sound. Lì sono io l’artefice principale del danno, mi sono divertito a scrivere i brani dribblando i cliché del genere e puntando molto sui timbri dell’organico calibro. Mi sembrava anche un’occasione ghiotta per poter aggiungere una sezione fiati al completo qui e là. Gli altri originali invece sono venuti fuori durante i soundcheck, come nella migliore tradizione di ogni band che gira molto.

Avete avuto molte esperienze live all’estero. Come è stata la risposta del pubblico e degli addetti ai lavori?
MM: direi sorprendentemente buona. Dopo il primo giro in USA, dove NESSUNO conosce il genere poliziesco italiano, i concerti sono andati  bene e ci sono arrivate molte proposte discografiche. Usciamo in luglio negli states con la nublu records. Il pubblico è un pò diverso, generalizzando molto la fruizione è più “di pancia ” negli states e un pò più ragionata in Europa dove hanno più familiarità con il cinema di qualità dagli anni 50 i 70. La cosa che ci fa sempre molto piacere è che il concerto piace indipendentemente da quanto il pubblico conosca o meno il repertorio e l’estetica cui facciamo riferimento. E questo è un buon segnale, credo.

Siete presenti in cartelloni Indie, jazz, fiere del libro ecc… Una varietà davvero vasta di ascoltatori. Quando siete partiti col progetto avevate un tipo di ascoltatori ben preciso verso cui mirare o questo risultato era esattamente quello che volevate?
MM: All’inizio semplicemente tenevamo molto a come gli appassionatissimi avrebbero reagito. E’ un genere considerato di nicchia e toccare gli originali ad un appassionato è da sfacciati e molto rischioso. Fortunatamente è andata bene. Preso coraggio il resto è venuto da sé: nel pubblico ormai abbiamo il quarantenne che passava notti insonni su retequattro, il curioso che dopo va a ballare la techno, l’indie fanatico e ragazzi con voglia anche solo di vedersi uno show divertente.

Ho avuto il piacere di ascoltarvi live al Camploy di Verona. Avete intrapreso un lungo tour durante questa primavera. Quali appuntamenti importanti avete per quest’estate?
MM: questa estate ce ne saranno molti di eventi. In particolare stiamo preparando due concerti speciali: la sonorizzazione di Milano Odia di Lenzi ( 17 luglio a Firenze e 12 Agosto chiusura del festival di radio onda d’urto ) e il 23 settembre metteremo su un progetto del MI.TO di torino. Il prestigioso festival di musica contemporanea ci ha chiesto di sonorizzare il film muto ” il racket” e improvviseremo direttamente sulle immagini. Con direzione a turno di ognuno di noi. Sarà interessante. Spero.

La stampa vi ha spesso accostato a Tarantino (notoriamente un grande appassionato di b-movie italiani)….quale dei suoi film vi piacerebbe musicare?
MM: Tarantino sceglie le musiche come pochi, ed è veramente difficile fare meglio. Ecco perché a me piacerebbe musicare il prossimo, quello che sta preparando ora.  Non ho idea se ne stia preparando uno ma penso di sì. I registi fanno i registi sempre. Nel caso avesse bisogno…



Intervista con La Fame di Camilla

 

20/05/2010

Sound Magazine ha il piacere di incontrare La Fame di Camilla, band indie-rock pugliese arrivata al grande successo grazie alla partecipazione al Festival di Sanremo 2010 e dalla seguente pubblicazione dell’album “Buio e Luce”.
Domande a cura di Angela Mingoni

Per chi non vi conoscesse, chi sta dietro il progetto “La fame di Camilla”?
Dietro il progetto stanno i suoi fondatori: Ermal Meta, Dino Rubini, Lele Diana e Giovanni Colatorti.

E quale genere vi rispecchia maggiormente?
Ci rifacciamo alle atmosfere musicali inglesi e del nord Europa. Molte delle scelte melodiche e armoniche sono ispirate all’indie brit pop-rock.

 
La domanda ora diventa ovvia; cosa rappresenta Camilla, e di conseguenza, la sua fame?
La fame rappresenta il nostro modo di far musica; istintivo e molto di pancia. Camilla…mmmmm…è ancora un segreto ;)

 
Nel vostro curriculum oltre a molti live sono presenti anche importanti collaborazioni, vedi La Crus, Morgan e gli Afterhours.
Non sono state vere e proprie collaborazioni. Abbiamo condiviso dei palchi come anche con Caparezza e altri ancora.

Pensando ad artisti o a gruppi lontani dal vostro genere, con chi vorreste collaborare?
Sarebbe molto bello collaborare con i Negrita. Li stimiamo molto.

 
Ermal, sappiamo della tua predilizione per Cristina Donà, cos’ha lei in più di tante altre?
Mi piace molto la sua voce e il modo in cui accarezza le parole..molto brava! Sono un suo fan

 
Ermal, come voce e frontman della band, componi i testi e la maggior parte delle musiche. Cosa metti della tua terra (Albania, ndr) e della tua storia nelle tue composizioni?
Ciò che scrivo è fortemente autobiografico. Nessun creativo può prescindere dalle proprie esperienze. Poi l’Albania è una terra magica..

2009: “La fame di Camilla”. 2010: “Buio e luce”. Lavorare per una grande etichetta come la Universal, che vantaggi (oltre alla grande distribuzione) comporta?
Si lavora con grande intensità! Non sappiamo i vantaggi che comporta lavorare con grandi etichette, ma sappiamo quelli che comporta per noi lavorare con le persone splendide con cui ci confrontiamo in universal ogni giorno.

“Buio e luce” nasce dall’esigenza di…
Di comunicare, come in ogni canzone, della propria interiorità.
 
Sanremo 2010. Il primo pensiero è di una vetrina musicale associata più che altro ad artisti non di primo pelo per così dire, dove le nuove proposte bene o male rimangono in ombra. Come vive una giovane band come la vostra la partecipazione al Festival? I nuovi talenti avranno mai il peso che meritano?
È importante aver avuto questa possibilità! È una vetrina incredibilmente esposta per cui è importante per questo. Ciò che un artista meriterà di avere lo dirà solo il tempo.

Basta fare un giro su Internet, tra blog e Myspace per scoprire un mondo infinito di gruppi che porterebbero grossi mutamenti nel panorama italiano. Perchè allora il mercato musicale non da loro il giusto spazio?
Il mercato è in fase di implosione quasi! Gli spazi sono davvero pochi e bisogna affidarsi nel più dei caso alla fortuna, purtroppo. Spero la situazione migliori perché c’è tanta bella musica in Italia che merita uno spazio.

Qualche consiglio per tutti coloro che ancora non hanno la fortuna di essere sotto contratto?
Suonare tantissimo e ovunque. Cercare la propria strada attraverso la scrittura. Le luci facili si spengono facilmente..



Intervista con Canadians

 

 

22/04/2010

SoundMagazine ha il piacere di incontrare i Canadians, brillante band indie-rock veronese che ha all’attivo due mini cd e due album: “A sky with no stars” del 2007 e “The fall of 1960″, da poco pubblicato. Risponde alle nostre domande Massimo Fiorio, bassista del gruppo.
Domande a cura di Michael Simeon.

Ciao ragazzi, onorati di avervi su Sound Magazine. Vorreste presentare i Canadians ai nostri lettori?
I Canadians sono cinque trentenni veronesi (Duccio, il cantante, in realtà è di Brescia, ma è nato a Zevio, quindi, almeno di nascita, è veronese) che suonano assieme da cinque anni, hanno fatto due dischi e una manciata di ep. Hanno suonato un po’ ovunque in Italia, riuscendo addirittura a portare le proprie facce in tv (MTV, All Music) e le proprie canzoni in radio (Radio Deejay, Radio Uno, Radio Due, Radio Capital, Virgin Radio, etcetc).
 
 

Il vostro precedente “A Sky With No Stars” aveva creato non poco clamore nel panorama underground nazionale. Ora tornate con il nuovo lavoro “The Fall Of 1960″. Vorreste parlarcene?
Il nuovo disco è stato realizzato con tempi biblici, essenzialmente perchè abbiamo fatto un anno e mezzo di tour per l’album precedente e, una volta finito il tour, ci siamo ritrovati in sala prove con l’unico scopo di scrivere i pezzi per il nuovo disco. Essendo noi persone abbastanza pigre, abbiamo impiegato un anno e mezzo per scrivere una quindicina di canzoni, sceglierne una dozzina e registrarne, alla fine, dieci (e mezzo). L’altra volta avevamo molta fretta di entrare in studio (“Dovete registrare il disco entro fine ottobre”. Era agosto e avevamo solo quattro canzoni, quindi ci siamo ritrovati a lavorare velocemente, concludendo alcuni brani proprio in studio), mentre questa volta abbiamo fatto tutto con calma, abbiamo registrato i provini in sala prove, abbiamo lavorato sugli arrangiamenti, decidendo subito cosa registrare e come registrarlo, in modo tale da arrivare in studio con le idee chiarissime.
 
 

Cosa è successo nel 1960? Avrei capito se fosse stato un crollo degli anni sessanta in generale, ma una data così precisa è legata a qualche avvenimento particolare? C’è un concept dietro tutto l’album?
 Nessun avvenimento in particolare. Per la scelta del titolo dell’album abbiamo usato lo stesso ragionamento dell’altra volta: qual è la canzone con il titolo più adatto? Le tre possibilità erano Carved in the bark, The night before the wedding e The fall of 1960. Alla fine ha vinto quest’ultimo. Dobbiamo però smentire una voce che gira in rete ultimamente: the fall of 1960 significa l’autunno del 1960, e non “la caduta del 1960″. Però d’ora in avanti varierò il significato del titolo da un’intervista all’altra!
 
 

Il vostro sound rimanda spesso all’epoca d’oro del college rock americano, un rock si robusto ma comunque incline al fascino della melodia. C’è da dire però che con questo nuovo lavoro avete tentato di renderlo più personale e maturo. Siete convinti di esserci riusciti? Era questo il vostro intento?
Il nostro intento era quello di fare un disco che ci piacesse sia nei singoli episodi che nel complesso. Secondo me siamo riusciti a fare un lavoro più omogeneo rispetto all’album precedente pur variando maggiormente in fase di arrangiamento e di soluzioni melodiche. Tante canzoni più eterogenee rispetto alle precedenti danno un risultato globale più uniforme. Andiamo contro le leggi matematiche e logiche insomma. Il sound invece è sempre lo stesso (muri di chitarre distorte e ritmiche sostenute, contornate questa volta da pianoforti, mandolini, banjo e qualche violino), abbiamo solo sperimentato nuove metodologie di registrazione, utilizzando il nastro invece dei computer e ottenendo quindi un suono più caldo rispetto ai lavori precedenti.
 

Penso che la musica, per quanto convincente e ben suonata, sia molte volte legata anche al contesto in cui nasce. Il college rock era tipico delle radio dei campus delle scuole americane. La bellezza di Verona è indubbia, però lontano dai cliché a stelle e strisce. Da dove traete la vostra ispirazione? Ed essere uno dei pochi gruppi su suolo italico a suonare questo genere è uno stimolo a dare sempre il meglio per lasciare un segno indelebile?
Duccio vive in un paesino sperduto in provincia di Brescia, probabilmente l’ispirazione la prende da lì. In realtà i testi delle nostre canzoni hanno poco dell’immaginario americano. Parlano spesso di tematiche globali, come ad esempio l’ambiente, un tema molto caro a Duccio. Legami tra i nostri testi e Verona? Probabilmente quando si trattano temi personali è sempre l’amore a farla da padrone, ed essendo Verona la città degli innamorati è questo l’unico legame che mi viene in mente.
Se davvero fossimo l’unica band in Italia a suonare questo genere non sarebbe neanche necessario impegnarsi troppo per lasciare un segno, non avendo alcun rivale. Fortunatamente non è così, e di band italiane che fanno indierock fatto bene ce ne sono molte. Ad esempio i The Record’s, autori di un disco davvero bello, o gli A Toys Orchestra, una band di un altro pianeta, che meriterebbe palcoscenici ben diversi da quelli italiani. La possibilità di confrontarsi sullo stesso terreno di queste band è sicuramente uno stimolo a migliorarsi.
 

Disco nuovo, tour nuovo. Avete già pianificato le date a supporto dell’uscita del nuovo album? Ho visto che suonate anche in chiave acustica, riuscite a bilanciare bene le due dimensioni?
 Per il momento abbiamo moltissime date in trattativa, e quasi giornalmente la nostra agenzia ci dice “ehi, il giorno tale abbiamo chiuso la data nel posto tale”, e quindi parte il giro di telefonate interno alla band per vedere e valutare gli impegni lavorativi di tutti, capire come raggiungere il luogo del concerto (non abbiamo più un furgone, quindi siamo entrati nel maledetto mondo degli autonoleggi. anzi, appello: qualcuno di voi vende o affitta furgoni?), etcetc. Rispetto al tour precedente, dove 3/5 della band non lavoravano e quindi era facilissimo suonare sempre, ora lavoriamo tutti e organizzarsi è sempre più difficile, ma riusciamo sempre a trovare una qualche soluzione per suonare il più spesso possibile. A breve suoneremo a Modena (mercoledì 28 aprile), poi nelle prossime settimane dovremmo essere a Bolzano, Roma, Varese, Monza, Rovigo, e faremo anche un altro paio di date in provincia di Verona a giugno e luglio.
Ovviamente puntiamo tutto sulla ripresa della stagione concertistica in autunno, con la riapertura dei locali e la contemporanea pubblicazione del nostro nuovo video.
 

Il suolo italico è rinomato per essere da sempre ostico nei confronti dei gruppi underground, e per uscirne bisogna farsi un mazzo tanto. Penso che la vostra musica avrebbe più facilità nell’imporsi all’estero piuttosto che qui in Italia. Avete mai pensato di puntare al mercato straniero?
 Sul mercato straniero abbiamo puntato fin dai tempi del nostro primo ep, e in seguito la nostra etichetta ha supportato tali mire espansionistiche, pubblicando il nostro disco in tutt’Europa, negli USA e in Giappone. Il sottoscritto s’è fotografato tenendo in mano copia del nostro disco in negozi a Berlino, Austin e New York, è stata una bella soddisfazione essere dall’altra parte del mondo e vedere il proprio lavoro bellamente esposto in qualsiasi negozio di dischi. Il problema del mercato straniero è la concorrenza: prendi una città come Austin, grande il doppio di Verona ma patria di band come Spoon, Trail of Dead, Okkervil River, solo per citare le prime che mi vengono in mente. Gli standard minimi negli Stati Uniti sono davvero elevati, quindi imporsi da quelle parti è davvero un compito difficile. Noi abbiamo fatto e faremo del nostro meglio, e alcuni piccoli riconoscimenti siamo già riusciti a portarli a casa: Band of the Day su Spin.Com e trafiletto su NME, ad esempio. Speriamo di fare ancora meglio con il nuovo album!
 
Domandone classico, ma decisamente interessante: c’è qualche gruppo che consigliereste ai nostri lettori? Penso sia il modo migliore per scoprire nuove realtà.
Cinque band italiane (altrimenti farei un elenco troppo lungo): Fake P, A Toys Orchestra, Home, Annie Hall, Carpacho. Cinque band/artisti stranieri: Band of Horses, Biffy Clyro, Mew, Earlimart, Lady Gaga.

Bene Massimo, grazie mille per l’intervista e per il vostro tempo. Vorresti aggiungere qualcosa da dire ai nostri lettori?
Grazie a voi! E per i lettori: passate ogni tanto nel nostro sito www.canadiansmusic.com, perchè nelle prossime settimane pubblicheremo alcune tracce inedite o versioni alternative di brani contenuti nel disco.



Intervista con Young Jesus

 

15/04/2010

Provenienti dalla periferia nord di Chicago, gli Young Jesus sono una band di cinque ragazzi (Shawn Nystrand, Cody Kellogg, John Rossiter, Joe Levand e Peter Martin) che basa la scrittura delle sue canzoni sulle esperienze di vita vissuta in maniera estrema, senza limiti o restrizioni. Musicalmente, ascoltando il loro EP di debutto “Late Night Standards” (scaricabile gratuitamente dal loro sito) non si riesce a tener ferma la testa. Un misto di folk/pop davvero riuscito.
Di seguito riportiamo l’intervista in lingua originale.
Domande a cura di Michael Simeon

Ciao ragazzi! Innanzitutto vorreste presentarvi ai nostri lettori?
Si certo. Siamo i Young Jesus da Chicago, Illinois. John Rossiter (voce, chitarra), Shawn Nystrand (voce, chitarra),  Cody Kellog (chitarra), Joe Levand (basso) e Peter Martin (batteria). Suoniamo un mix di indie, punk e folk rock. Suoniamo insieme da circa un anno.

Vorreste parlarci del vostro ep di debutto “Late Night Standards”?
Certamente. L’abbiamo registrato ai Semaphore Studios di Chicago con Eric Block. Abbiamo cercato di comporre musica nel modo più naturalmente possibile. Non abbiamo cercato di entrare forzatamente in alcun genere o classificazione. Abbiamo lavorato solo con l’alchimia che abbiamo come musicisti e amici. Volevamo fare un album che suonasse come un concerto in dvd con lo schermo della tv oscurato. Abbiamo provato a catturare l’energia e l’intensità dei nostri concerti.

La vostra musica è un incredibile mix di indie, folk e rock. Mi ricordate un mix di Neutral Milk Hotel e Brand New, due gruppi che adoro. Come vi descrivereste?
Abbiamo sempre avuto difficoltà nel classificarci. Pensiamo che sia veramente difficile se sei direttamente coinvolto nel gruppo e nelle canzoni. Le canzoni nascono seguendo la musica. Diventano la tua vita. Ed è abbastanza difficile classificare o descrivere la propria vita. Alla fine fondiamo insieme le influenze di gruppi che amiamo come Wilco, The National, The Doors, Van Morrison, Alkaline Trio, Modest Mouse e così via.

La vostra musica sembra essere apprezzata sia dagli adolescenti ma anche da un pubblico più maturo, e penso che sia un buon equilibrio per il gruppo. Come create la vostra musica? La pianificate dall’inizio o lasciate che l’ispirazione abbia un ruolo maggiore?
Non ci sediamo mai con l’intenzione di comporre un certo tipo di canzone. E’ un processo lungo, ma solitamente qualcuno porta lo scheletro di una canzone e poi ci sediamo per qualche settimane a suonare tra di noi. Le canzoni iniziano e finisco in posti completamente diversi. L’ispirazione ha un ruolo enorme. Penso che sia l’unico modo in cui riusciamo a comporre.

Siete descritti come un gruppo di festaioli casinisti a cui piace bere e divertirsi. Pensate che questo modo di godersi la vita influenzi in qualche modo la vostra musica? Nel senso, sicuramente a livello di testi, ma anche a livello compositivo?
“Late Night Standards” era una sorte di ode per il liceo e l’aver messo su il gruppo. E’ successo molto nelle nostre vite agli inizi del gruppo. Suonare rock ha decisamente un legame con il far festa selvaggia, ed è quello che abbiamo fatto. Durante quel periodo il polmone del nostro batterista Peter è collassato due volte. Inoltre Cody, il nostro chitarrista, ha avuto un paio di attacchi improvvisi nel mezzo delle registrazioni. Tali avvenimenti cambiano naturalmente la propria prospettiva nella vita. Quindi ci siamo resi conto che far festa non è esattamente la nostra vita. Stiamo iniziando a riflettere, e si spera a maturare. Le nuove canzoni richiamano a tutto quel far festa, ma anche al fare qualcosa di nuovo. Ovviamente usciamo ancora e beviamo qualche bicchiere, ma le nostre vite sono cambiate.

Mettere il vostro ep in download gratuito sul vostro myspace è una scelta coraggiosa, specialmente per un gruppo emergente. Come siete arrivati a questa decisione?
Abbiamo solo voluto che la nostra musica raggiungesse più persone possibili. Non c’è modo migliore che renderla disponibile gratuitamente.

Penso che “Late Night Standards” sia la chiave giusta per aprir la porta di una grande attività concertistica. Siete già in tour per promuovere l’ep?
Suoniamo a Chicago tutto il tempo. Infatti giusto ora stiamo aspettando di suonare al Bottom Lounge. Stiamo comunque cercando di uscire, e stiamo tentando di muoverci verso la West Coast questa estate.

C’è qualche gruppo che vorreste promuovere consigliandolo ai nostri lettori?
Futuresaurus. Sono un grandioso duo punk di Chicago. Anche gli Emblems. Facciamo concerti con loro tutto il tempo e ci stanno aiutando col nostro imminente ep acustico. Sono grandiosi pure loro.

Bene ragazzi, grazie mille per l’intervista. Continuate a far festa e a comporre buona musica! Qualcos altro da dire ai nostri lettori?
Keep it real! Grazie.

 

 

Hi dudes, nice to meet you. First of all, would you like to introduce yourselves to our readers?
Yes, we would. We are Young Jesus, from Chicago, Illinois. There is John Rossiter (singer/guitar), Shawn Nystrand (singer/guitarist), Cody Kellogg (lead guitar), Joe Levand (bass), and Peter Martin (drums). We play a mixture of indie, punk, and folk rock. We’ve been playing together for about a year now.

Would you like to talk about your debut ep “Late Night Standards” ?
Sure. We recorded at Semaphore Studios in Chicago with Eric Block. We just tried to go about writing the music as naturally as possible. We weren’t trying to force ourselves into any sort of genre or classification. We just worked with our chemistry as musicians and friends. We wanted to make an album that sounds like a concert DVD if your TV screen blacked out. We went in trying to capture the energy and intensity of our live shows.

Your music is an incredible mix of indie, folk and rock. You remind me of a mixture of Neutral Milk Hotel and Brand New, two bands that I love. How would you describe yourselves?
We’ve always had a hard time classifying ourselves. We think that’s a very difficult thing when you’re so involved in a band and in the songs. The songs start to sort of go beyond music. They become your life. And it’s pretty hard to classify or describe your life. In the end, we just blend the influences of bands we love like Wilco, The National, The Doors, Van Morrison, Alkaline Trio, Modest Mouse and so on.

Your guys seems to be appreciated both by teenagers and a mature audience, and I think this is a good balance for the band. How do you create your music? Do you plan it from the start or do you let the inspiration have a major role in it?
We never sit down with the intention of writing a certain sort of song. It’s a long process, but usually someone brings a skeleton of a song, and we sit together over a span of weeks playing off each other. Songs start and end in completely different places. Inspiration plays a huge role. It might be the only way we write.

You’re described as five party smashers who like to drink and have fun. Do you think that this way of enjoying life affects your music in some way. I mean, surely lyrically, but also in regards to composition?
“Late Night Standards” was sort of an ode to high school and to starting the band. A lot happened in our lives at the beginning of the band. Playing rock music definitely has a hard partying stigma, and that’s what we did. In the midst of that though, our drummer’s (Peter) lung collapsed twice. Also, Cody, our guitarist, had a couple seizures, one in the midst of recording. Those sorts of events just naturally change your perspective on life. So, we’ve settled into realizing that partying is not exactly our lives. We are starting to reflect, and hopefully mature. The new songs are coming to terms with all that partying, but also finding new things to do. We’ll still obviously go out and have a few drinks, but our lives have changed.

Putting your ep in free download on your myspace is a brave choice to make, especially for a new band. How did you come up to this choice?
We just wanted to get our music out to as many people as possible. There’s no better way than to give it out for free.

I think that “Late Night Standards” is the right key to open the doors of a huge live activity. Have you already started touring to promote this ep?
We play shows in Chicago all the time. In fact we’re waiting right now to play at the Bottom Lounge. We’re looking to get out, though, and we’re tentatively heading to the West Coast this summer.

Is there a band that you would like to promote by suggesting it to our readers?
Futuresaurus. They are an awesome two piece punk band from Chicago. Also, Emblems. We play shows with them all the time, and they are helping us with our forthcoming acoustic EP. They are also awesome.

Well dudes, thank you very much. Keep partying hard and go on making good music! Anything else to say to our readers?
Keep it real. Thanks!