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Amarone in Jazz

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Intervista con Title Fight

 

 

 

 

23/01/2012

La redazione di Sound Magazine ha incontrato i Title Fight nella loro prima data assoluta in Italia al Bloom di Mezzago, l’ 1 dicembre 2011. Con un sound a metà strada tra hardcore e alternative rock anni 90, i quattro giovani di Kingston hanno pubblicato due demo, uno split, diversi ep e un album uscito per Side One Dummy. Tutto il gruppo è presente all’intervista.
Di seguito è riportata l’intervista in lingua originale.
A cura di Michael Simeon

M: Prima di tutto, vorreste presentarvi e dire che ruolo avete nel gruppo?
B: Io sono Ben e suono la batteria.
J: Io sono Jamie, suono la chitarra e canto.
N: Io sono Ned, suono il basso e canto.
S: io sono Shane e suono la chitarra.

M: “Shed” è uscito a maggio, quindi è fuori già da qualche mese, qual’è stata la reazione della gente nei confronti del disco.
B: Sembra davvero bene. Sai è davvero grandioso poter suonare nuovi pezzi dal vivo e dopo che il disco è uscito abbiamo iniziato ad avere un riscontro più che positivo ed è davvero figo perchè abbiamo suonato sempre le stesse canzoni per 2 o 3 anni. E’ davvero grandioso, davvero gratificante, sai molte persone dicono che sono molto contente di come è riuscito il disco, dei progressi che abbiamo fatto e cose così, è figo davvero, siamo davvero entusiasti di questo.
M: C’è stata una grande crescita nel vostro stile, vi seguo da quando è uscito il vostro split con The Erection Kids. Di baste questa è per te (Jamie) e per te (Ned). La vostra voce è più matura: è perchè volevate sembrare più aggressivi o semplicemente vi sono “cresciute le palle”?
TF: Ahahahahahahah!
J: Sono sicuro che sia entrambe le cose. Sai, al tempo in cui abbiamo registrato lo split avevo 15 o 16 anni e ora ne ho 21, quindi si c’è stato un cambiamento fisico…
S: E sulle sue palle…
J: Yeah e sulle mie palle ahahaha
M: Però i testi son grandiosi!
J: Eh eh, grazie.

M: Venite tutti da gruppi hardcore e di base suonate assieme da quel periodo. Cosa vi ha fatto cambiare dal hardcore a qualcosa di più melodico?
J: In realtà abbiamo iniziato come un gruppo super melodico quando avevamo 12 anni, e quando siamo cresciuti abbiamo iniziato ad ascoltare più hardcore, praticamente la nostra adolescenza fino ad ora, non so, virtualmente abbiamo optato per uno stile più abrasivo ma allo stesso tempo melodico.
M: Jawbreaker!
J: Esattamente!

M. Quindi quali sono le vostre maggiori influenze ora?
N: Tantissime cose diverse.
B: Penso che tutto quello che ascoltiamo, ognuno di noi ascolta qualcosa di diverso, porta tutto sul tavolo, non solo musica perchè tutti abbiamo diversi interessi e quando scriviamo i pezzi nuovi abbiamo tutti diverse idee da mettere sul tavolo. Ma parlando di musica, direi tutto l’ hardcore newyorkese anni 80 e 90 e l’alternative anni 90 di gruppi come Texas Is The Reason, Seaweed, Jawbreaker, Samiam, ovviamente Saves The Day, questo è quello che abbiamo nella nostra testa quando componiamo i pezzi nuovi.

M: Questa è una domanda personale per ognuno di voi. Qual’è il disco che vi ha cambiato la vita e perchè?
B: Blink 182, “Dude Ranch”, penso che fosse un bootleg di “Dude Ranch” quando ero nel 1st grade. Mio fratello l’ha dato a Ned e me per ascoltarlo e siamo impazziti perchè pensavamo che fosse grandioso, e poi più avanti – non lo abbiamo ascoltato tanto – quando eravamo nel 6th grade siamo diventati ossessionati dai Blink 182 e sono il vero motivo per cui abbiamo iniziato il gruppo, per via dei Blink 182 e The Descendents, quindi dico quel disco.
J: Sono d’accordo. Dico lo stesso.
M: Solo perchè non vuoi rispondere alla domanda..
J: No, Blink 182 sono il motivo che ha influenzato i Title Fight ad essere quel che sono. Ovviamente dopo siamo finiti in diversi stili musicali, ma Blink 182 sono stati l’inizio.
M: Quindi in tutta la loro discografia qual’è il loro album migliore?
J: “Take Off Your Pants And Jacket”.
M: Davvero?
J: Yeah!
B: Io preferisco “Dude Ranch”.
M: Quindi…i vostri dischi…
S: Uhm quando ho iniziato ad ascoltare musica ci sono stati molti gruppi che ho ascoltato in momenti specifici e che possono essere importanti, ma quello più importante è probabilmente il demo dei Title Fight quando ancora non ero nel gruppo, “Demo 2004″. Può sembrare davvero strano ma non ero ancora nel gruppo in quel periodo e conoscevo i ragazzi solo per via della scuola e avevo sentito il demo dei Title Fight e pensavo fosse davvero buono e mi piaceva e volevo entrare nei Title Fight e ora sono un Title Fight. Sicuramente non il mio disco preferito di sempre, ma di sicuro mi ha cambiato la vita.
N: Io dico Jawbreaker – “Dear You”. Blink 182 sono stati il gruppo che mi ha fatto interessare alla musica ma “Dear You” ha cambiato totalmente la mia percezione su come suonare e scrivere canzoni e penso che i testi su quel disco siano intoccabili, sono i miei preferiti e quel disco è stato un punto cruciale della mia vita nel passare da ragazzino a qualcuno di maturo sicuramente. Amo davvero quel disco e penso che dopo averlo ascoltato c’è stato un cambiamento deciso in quello che erano i Title Fight, ci siamo innamorati tutti di quel disco allo stesso momento, quindi per me è uno dei dischi più importanti.
M: Preferisco “24 Hours Revenge Therapy”, ma sono un nostalgico ed è quello con cui sono cresciuto. Mi aspettavo qualcosa di hardcore da te!
N: “Break Down The Walls” è il mio disco preferito di sempre, ma solamente perchè uhm non so…
M. Cose di famiglia?
N: No, è solo che ho sempre voluto trovare un disco come quello e quando ho trovato “Break Down The Walls” ha praticamente soddisfatto pienamente quello che cercavo: era straight edge, era veloce, era incazzato e questo era quello che volevo veramente. E’ ancora il mio disco preferito, ma è un qualcosa che va oltre la musica, per quello è importante per me, e “Dear You” è stato qualcosa di completamente diverso per me.

M: Siete stati spesso in tour da quando siete un gruppo praticamente. Avete mai pensato di raggiungere questi livelli quando avete iniziato? Intendo andare in tour per il mondo e cose così.
J: Quando abbiamo inziato non avevo proprio idea di cosa volesse dire essere in un gruppo, ovviamente quando abbiamo iniziato ho pensato “oh beh, faremo musica” e l’unica cosa a cui potevo paragonarci erano i Blink 182 che erano un gruppo enorme, ma non ho mai capito come funzionavano i concerti all’inizio, quando ne abbiamo suonato uno. Praticamente non sapevo cosa aspettarmi del tutto, ma quando siamo cresciuti non ho mai pensato che avrei avuto la possibilità di suonare in Europa quando ho capito come funzionava un tour, ma è grandioso, sono davvero contento di essere qui.
B: Yeah, non penso che ci abbiamo mai pensato, nel 2005 parlavamo di fare un tour con un gruppo amico, dicevamo sempre di farlo in estate ma i nostri genitori non ci hanno mai permesso di farlo. Quindi quando siamo cresicuti, al liceo abbiamo iniziato a suonare nei weekend e a fare tour di una/due settimane e poi abbiamo deciso di andare al college, che non è durato molto, al massimo un semestre, così abbiamo deciso di fare questo a tempo pieno, abbiamo avuto questa opportunità e l’abbiamo presta. E’ davvero grandioso.
S: Quando ho suonato per la prima volta in un gruppo tutto quello che volevo fare era suonare in un locale della nostra città chiamato Cafè Metropolis, che non è per niente grande ma a me sembrava la cosa più figa del mondo, e tutto quello che volevo era suonare in un gruppo e fare concerti li, pensavo che sarebbe stato davvero figo e non ho mai pensato che avrei avuto di più o mi sarei aspettato di più, ma poi è successo e ne sono davvero felice.

M: C’è qualche gruppo nuovo che state ascoltando in questo periodo che vorreste consigliare ai nostri lettori?
B: C’è questo gruppo chiamato Daylight che sta per fare uscire un nuovo 7″ e oggi hanno pubblicato un nuovo video. E’ grandioso, suona un po’ come i Nirvana.
N: A me piaccono molto i United Youth. Vengono da Wilks Barre. Sono ragazzini e suonano pezzi hardcore. E’ grandioso vedere che le nuove generazioni di ragazzi della nostra città prendano in mano la torcia e penso che il disco che hanno fatto uscire quest’anno sia uno dei migliori, è grandioso, è davvero bello.
S: Mi piace questo gruppo canadese chiamato Single Mothers, non conosco molto di loro, ho solo il loro demo, ma un mio amico me li ha fatti sentire ed hanno un sound gran sound e mi piacciono molto i testi, li ho ascoltati molto, penso che molte persone li apprezzerebbero se andassero in tour e cose simili.
J: A me piace Strands Of Oak, è un altro progetto delle nostre parti, un po’ folk, davvero figo.

M: Di base l’intervista è finita. C’è qualcos’altro che vorreste aggiungere per i fan italiani e i lettori di Sound Magazine?
B: E’ la nostra prima volta in Italia, grazie a qualsiasi fan italiano per leggere e supportare Sound Magazine. E’ grandioso.

 

M: First of all would you like to introduce yourselves and what you do in the band?
B: I’m Ben and I play drums.
J: I’m Jamie and I play guitar and sing.
N: I’m Ned and I play bass and sing.
S: I’m Shane and I play guitar.

M: “Shed” came out in May, so it’s been out for several months. What is the people reaction to the record?
B: Seems really good so far. You know it’s finally cool to play some new songs live and after the new record came out we’re getting more of a positive reception which is cool you know to finally see cause we’ve been playing the same songs for like 2 or 3 years. So it’s really cool, it’s really satisfying, you know a lot of people say that they’re really happy how the record turned out, the progression we made and whatever, it’s really cool, we’re really excited about it.
M: There has been a great increase in your style, I’ve been following you since your split with The Erection Kids came out. Basically this one is for you (Jamie) and you (Ned). Your voice is more mature: is it because you wanted to sound more aggressive or you just grew balls?
TF: Ahahahahahahah!
J: I’m pretty sure it’s both. You know, I mean back when we recorded the split I was 15 or 16 and now I’m 21 so I guess there was a change, phyiscally…
S: And on his nuts
J: Yeah and on my nuts ahahaha
M: But the lyrics are great!
J: Eh eh, thanks.

M: You all come from hardcore bands and basically you’ve been playing together since back then. What made you change from hardcore to more melodic stuff?
J: Actually we started out playing as a super melodic band, that was back when we were 12, and as we got older we we got to listen to more hardcore, basically our teen years until now, I don’t know, virtually we decided to get to into something more abrasive yet melodic style…
M: Jawbreaker!
J: Yes, exactly!

M: So what are you main influences now?
N: A lot of different stuff.
J: Yeah
B: I think everything we listen to, like each person listens to something different, which kinda brings everything to the table, not just music like everyone has kind of different things we’re into so when we write new songs we all have different ideas we bring to the table. But musicwise I guess everything from the 80′s/90′s new york hardcore, 90′s alternative stuff like Texas Is The Reason, Seaweed, Jawbreaker, Samiam, Saves The Day of course, so yeah I don’t know that’s the stuff we have in the back of our minds when we write songs.

M: So here’s a personal question for all of you. What record changed your life and why?
B:  Blink 182, “Dude Ranch”, I guess it was a bootleg of “Dude Ranch” when I was in first grade. My brother gave it for Ned and I to listen to that record and just like you know freaked out to it cause we thought it was awesome, and then later – well we didn’t listen to it that much – but later when we were in sixth grade we got pretty obsessed with Blink182 and that’s why we really started the band, because of Blink 182 and The Descendents, so I say that record.
J: I agree. Same.
M: You just don’t want to answer to the question..
J: No, Blink 182 is probably what influenced Title Fight to be what it is. Later on obviously we got into different styles of music, but Blink 182 were the start.
M: So in their whole discography which album is the best for you?
J: “Take Off Your Pants And Jacket.”
M: Really?
J: Yeah!
B: I like “Dude Ranch” best actually.
M: So…your albums…
S: Uhm when I got into music there were like a lot of bands that I certainly liked at specific times and I can probably point out as being important, but the biggest thing is probably the Title Fight demo before I was in the band, “Demo 2004″. I know it sounds really weird but I wasn’t in the band at the time and I know these guys from school and I heard the Title Fight demo and it was really good and I liked it and I wanted to be in Title Fight so bad and then I became a Title Fight. Not like the favourite record ever but it’s the most important you know, it changed my life for sure.
N: I’m going to say Jawbreaker – “Dear You”. Blink 182 is the band that got me interested into music but I think “Dear You” changed my whole perception on how to play and write songs and I think the lyrics on that record are untouchable, they’re my favorite and that record is a very defining point in my life going from kinda being like a litte kid to being someone mature for sure. I really love that record and I think after really getting into that there was a definite change in what Title Fight were, we all got in that record at the same time, so for me it’s one of the most important records.
M: I prefer 24 Hour Revenge Therapy, but that’s just me I’m an old timer and that’s what I grew up with. I was expecting something hardcore from you!
N: “Break Down The Walls” is my favourite record of all time, but that’s just because uhm I don’t know…
M: Family stuff?
N: No, it’s just kinda I always wanted to find a record like that and when I found “Break Down The Walls” it kinda fullfilled what I was looking for: it was straight edge, it was fast, it was pissed off and that’s what I really wanted. I mean it’s still my favourite record, but to me it’s just like something more than music, that’s why it’s important to me, and “Dear You” was something completely different to me.

M: You’ve been touring a lot since you’ve become a band basically. Did you ever think to get to this level when you started? I mean touring around the world and stuff.
J: When we started I didn’t really have a grasp on what being in a band was actually like, obviously when we started I just kinda thought “oh we’ll make music” and the only thing that I could compare us to was Blink 182 that was an enormous band, but I really didn’t understand shows when we started out, when I first played one. When we started I didn’t know what to expect at all, but as we got older I didn’t think I’ll ever be able to tour Europe when I actually understood what touring was about, but it’s cool, I’m excited to be here.
B: Yeah, I didn’t think we have really thought about it, I mean back in 2005 we were talking to do a tour with friends band, we always talked about to do a tour in the summer but it didn’t happend cause our parents never allowed us to do it. So when we got older, in high school we started doing weekends, we started doing one week – two weeks long tours and then we decided we were going to college which didn’t last very long, at least one semester and we decided to do take this full time and we got this opportunity and we took it. It’s really cool.
S: When I first played in band all I wanted to do was to play in this venue in our hometown called Cafè Metropolis, which is not a big venue at all but at the time it just seemed like the coolest thing in the world, and all I wanted to do was being in a band and play shows there just because I though it would have been so cool and I never thought I would have anything more or expect anymore but it just kinda happened and I’m happy about that.

M: Is there any new band you’re listening now to suggest to our readers?
B: There’s this band called Daylight and they’re putting out a new 7″ and they put up a new video today. It’s cool, it kinda sounds like Nirvana.
N: I like United Youth a lot. They’re from Wilks Barre. They’re little kids, they play hardcore songs. It’s cool to see the new generation of kids of our town kinda picking up the torch and I think the record they put out this year is one of the best, it’s awesome, it’s really good.
S: I like this band from Canada called Single Mothers, I don’t know much about them I just have their demo, but a friend of mine showed them to me and they really have a cool sound and I like their lyrics a lot, so I’ve been listening to them a bunch, I think a lot of people would like them if they tour and stuff like that.
J: I like Strand Of Oaks, it’s another project from our area, it’s kinda folky , really cool.

Basically the interview is over. Is there anything you would like to add for the italian fans and the webzine readers?
B: It’s our first time in Italy, thanks to any of our italian fans for reading  and supporting Sound Magazine. It’s cool.



“State Of Unrest” di Atlas Losing Grip

Era il 2008 quando uscì il primo album dei Atlas Losing Grip. Un album che bene o male amalgamava tutto ciò che di buono c’è nello skate punk: canzoni energiche, buone velocità, melodie intricate, voce e cori che si integrano alla perfezione. Un disco che pur non rasentando la perfezione sapeva comunque il fatto suo.
Come riuscire a superarsi? Gli svedesi hanno praticamente trovato la quadratura del cerchio. Come direte voi? Prendendo come cantante niente di meno che Rodrigo Alfaro, batterista e soprattutto voce dei storici Satanic Surfers. Astuzia o fortuna? Sinceramente poco importa. Questo “State Of Unrest” è uno dei migliori album di punk hardcore melodico che ho sentito negli ultimi anni. Per chi come me è cresciuto a pane e uscite della Fat Wreck Chords, Epitaph e soprattutto Burning Heart, avrà un tuffo al cuore sentendo questo disco. Inevitabilmente il primo pensiero andrà ai Satanic Surfers, la voce è quella, c’è poco da fare. Ma sarebbe uno stupido limitarsi. Il gruppo esisteva prima dell’entrata di Rodrigo nella band e chi lo segue dagli esordi sa quali fossero le potenzialità dei Atlas Losing Grip.
In questo nuovo lavoro la band fa un ulteriore salto di qualità, sia in fase di songwriting che di resa sonora. Rispetto ai Satanic Surfers le velocità diminuiscono verso ritmiche più punkeggianti, cosa che da un maggiore calore alla voce di Rodrigo, che va a nozze con le melodie killer e i suntuosi intrecci delle chitarre. Se poi ci aggiungiamo una produzione ai limiti della perfezione il gioco è fatto.
Ascoltare pezzi come “Unrest”, “Different Hearts, Different Minds” (la mia preferita dell’album), “Feed The Fire” e “Closer To The End” per essere catapultati alla fine degli anni 90. Stessa passione aggiornata ai tempi moderni. Effetto nostalgia? Di sicuro non da parte del gruppo. Ma per chi ascolta ed è cresciuto con certe sonorità è un tuffo al cuore. Nel senso buono del termine. Come quando non vedi un caro amico per mesi e mesi e poi ti sembra di non sentirti solo da qualche giorno. Certe cose son destinate a non cambiare mai. Per fortuna direi.



“Orphans” di Dine In Hell

“Orphans” è il debutto su lunga distanza dei romagnoli Dine In Hell su Indelirium Records. Il lavoro si colloca nel filone del hardcore metallizzato, o meglio quell’ibrido di hardcore, metalcore, aperture melodiche, roba alla primi For The Fallen Dreams, The Ghost Inside e It Prevails per intenderci. Rispetto all’ep d’esordio “Bites Of Time”, i cinque romagnoli hanno fatto passi da gigante, vuoi per affinità cresciuta nel tempo vuoi per i numerosi live fatti anche con gruppi del genere da cui ne hanno guadagnato in esperienza e magari anche ispirazione.
I dieci pezzi di questo lavoro non offrono grandi novità per quanto riguarda il genere, ma i Dine In Hell giocano bene le proprie carte. Sembrerà strano, ma la prima cosa che mi ha colpito è stata la registrazione, che viene tenuta il più naturale possibile, come se si volesse catturare l’impatto di un live, evitando di cadere nel clichè delle produzioni super pompate con batterie triggerate fino a renderle finte. E questo è già un punto a favore. Altra nota di merito è stata quella di alternare cori hardcore (ma non gang vocals) e voci melodiche alla voce cavernosa del cantante Gazza, bilanciata perfettamente onde evitare di cadere nella trappola della monotonia. Una sintesi di questo pensiero si può trovare nel pezzo “Embrace Your Existence” : ritmiche hardcore sporcate da linee melodiche, breakdowns e le due voci che si alternano (fate attenzione e non pensate di trovarvi di fronte alla dualità vocale dello screamo moderno).
I pezzi sono convincenti: “Into The Misery” è una dichiarazione d’intenti che sfocia nella potentissima “The Forgotten”, uno dei pezzi migliori dell’album a mio avviso, assieme alla già citata “Embrace Your Existence”, la furiosa “The Biggest Infection” e la passionale “Until N. 0″. I restanti pezzi sono dei gregari perfetti per queste quattro bombe: una citazione la meritano il pezzo “Echo”, se non altro perchè vede il featuring di Chad Ruhlig dei Legend, e “Siberia”, singolo apripista di “Orphans”. Menzione speciale va anche alla strumentale “Accept The Good”, che con i suoi delicati arpeggi da tregua all’ascoltatore prima del massacro finale.
Diciamocelo tutto, i Dine In Hell non inventano niente di nuovo, il genere è ormai inflazionato e saturo (ma quale genere non lo è in fondo?). Però ci mettono anima e cuore, cercando anche di variare e di non cadere nei clichè del caso. E quello che fanno, lo fanno dannatamente bene e non è un azzardo dire che sono i migliori del loro genere a livello nazionale, con gli amici Novel Of Sin una spanna sotto. Gruppi che sanno che il duro lavoro paga e solo facendo concerti su concerti acquisti una certa credibilità. E chissà che questo duro lavoro non li porti a ritagliarsi una fetta di notorietà nel panorama estero. Chi vivrà vedrà. Io auguro loro il meglio e consiglio a tutti di dare almeno un ascolto a questo lavoro, se lo meritano.



Intervista con Our Time Down Here

 

 

02/11/2011

La redazione di Sound Magazine incontra i Our Time Down Here, uno dei nomi caldi della scena hardcore punk inglese. Nati come veloce gruppo hardcore senza compromessi, la band ha affinato il proprio sound negli anni, diminuendo la velocità in favore di aperture melodiche (senza perdere intensità) che hanno fatto fare ai cinque inglesi il salto di qualità. Hanno all’attivo due ep e un album, più il nuovo album “Midnight Mass” in dirittura d’arrivo.
Risponde alle nostre domande il cantante Will Gould.

Ciao ragazzi, è un piacere avervi qui su Sound Magazine. Vorreste presentarvi ai nostri lettori?
W: Hey, siamo i Our Time Down Here, un gruppo punk rock dalla costa sud dell’Inghilterra. Mi chiamo Will e canto.

Ancora qualche mese e il vostro secondo album “Midnight Mass” sarà nei negozi. Vorresti parlarcene un po’?
W: Volentieri. E’ un disco totalmente diverso da quanto abbiamo fatto in passato. E’ molto più cupo, molto concettuale di quanto mai lo sia stato prima e penso che molte delle idee che abbiamo avuto mentre componevamo “Last Light” sono state sviluppate e maturate. Abbiamo anche smesso di ascoltare hardcore quando siamo a casa, perchè praticamente suoniamo ogni concerto con gruppi hardcore. Non sto dicendo che non ne facciamo più parte! Le nostre radici sono ben ancorate nel genere, ma per noi è diventato un po’ troppo convenzionale negli ultimi anni. Ci sono grandissimi gruppi hardcore in Inghilterra, ma penso che la gente e noi amiamo così tanto gruppi come More Than Life, Attack! Vipers! e Kerouac perchè offrono qualcosa in più rispetto a parti mosh cucite assieme. La gente si lega a questi gruppi contemporaneamente in modi diversi. Siamo riusciti a far cantare il nostro amico Thom (Kerouac) su un pezzo del nuovo album intitolato “The Reckoning”, ne siamo davvero entusiasti.
C’è da dire che avendo suonato canzoni hardcore velocissime per molto tempo, ora sembriamo un gruppo hardcore che suona pezzi pop punk, perchè manteniamo quelle influenze. Molti dei pezzi più lenti e soft del disco sono stati messi assieme da vecchi pezzi di chitarra che Ian aveva scartato quando suonava nel gruppo youth crew Take Em Out (cercateli su myspace). Mi ha fatto sentire alcuni demo sul suo portatile e gli ho detto: “Hey, posso cantare su questo”, e da li abbiamo messo assieme una canzone prendendo spunti qua e la.
Ho detto qualche volta che se l’album dei Green Day è una “punk rock opera” vorrei che questo disco venisse riprodotto come una “punk rock school play”, con scenografie fatte a mano, mamme che fanno costumi e dove il pubblico si siede su quelle sedie di plastica verde. Perchè è stato creato con un piccolo budget da un gruppo che ha creduto tantissimo in questo progetto e ci ha speso molto tempo, spesso gratis. Per esempio, prendendo spunto dai Dead Man’s Bones di Ryan Gosling, abbiamo allestito un coro di bambini composto dalla nipote di Greg OTDH e i suoi compagni di scuola. Avevo una grande lavagna bianca, ho scritto le parti e mi sono seduto cantando loro le parti: hanno fatto un lavoro magnifico cantandomi le parti da registrare.
Neil Kennedy ha questo tipo di energia eccitante che porta anche te a tirare fuori il massimo possibile da ogni canzone, è contagioso e dopo aver passato lui stesso anni a suonare in gruppi punk rock, il suo apporto all’album è stato impagabile. Personalmente lo considero uno dei migliori produttori con cui lavorare al momento.
Di base è un disco pop punk che parla di cose reali, con un unico messaggio su tutto come nel passato. Anche se ci sono substrati più cupi che sono essenziali per la narrazione, abbiamo lavorato sodo perchè non catalizzassero tutta l’attenzione.
Penso di aver esagerato con questa risposta haha.

Da quando avete pubblicato il vostro primo ep c’è stata una grandissima maturazione nel songwrtiting del gruppo, da canzoni hardcore veloci e grezze a pezzi più melodici. E’ una crescita naturale o semplicemente vi siete stufati di suonare sempre le stesse cose? O avete voluto provare qualcosa di nuovo?
W: Ian ed io componiamo molti dei pezzi per il gruppo mentre stiamo nella baracca dove dorme, nella casa popolare di sua mamma a Romsey. Veramente non riesco a spiegare il chaos in casa di Ian senza rendergli giustizia. Abbiamo avuto un’annata davvero pesante mentre stavamo scrivendo i pezzi e penso che per quest album in particolare, nel mezzo di tutto quello che ci stava succedendo, ci ha spinto a comporre in modo più melodico e affrontare le cose in modo introspettivo e discreto con le parti più heavy, piuttosto che un disco incazzato e rabbioso. Abbiamo giocato molto sulle dinamiche in modo che i pezzi, veloci o lenti, abbiano un senso e siano più significativi. Ho sempre faticato a fare un disco dove le canzoni sono totalmente arrabbiate o totalmente positive. Chiedete a qualsiasi gruppo e vi dirà come andare in tour fa diventare tutti un po’ bipolari, penso che la nostra musica sia cresciuta per riflettere meglio questa cosa. Molte canzoni sono rabbiose, ma sono anche per cuori infranti, disilluse, apatiche e alcune ottimiste. E’ stato un processo naturarle, ho sempre avuto l’idea di fare il disco in questo modo. Non riesco ad immaginare anche come qualcuno voglia che riscriviamo un disco che abbiamo già fatto, siamo fieri del nostro passato ma mi sentirei miserabile a dover scrivere nello stesso modo per sempre!

Il vostro precedente ep “Last Light” è stata una grandissima sorpresa appena è uscito. Tutto sembra così perfetto in quell’ep. Avete mai pensato di scrivere qualcosa di così grandioso mentre lo stavate componendo?
W: Grazie davvero! E’ molto gentile da parte tua. Direi proprio di no: ricordo che è stato davvero difficile per me registrare le parti vocali, perchè la mia voce era troppo stanca a causa dei numerosi tour fatti al tempo. Abbiamo dovuto registrare anche di notte per avere tempo in studio. Mi ha fatto venire in mente il modo in cui i Misfits hanno registrato “Static Age” al loro tempo, probabilmente in modo molto meno figo. Steve Bega, il tecnico del suono, è stato davvero paziente con me,  è una delle mie persone preferite. Seriamente, il nostro gruppo è davvero fortunato ad avere gente che si sacrifica per noi. Vorrei sentire che quello che è successo ora è che abbiamo fatto un deciso passo in avanti da quello che avevamo iniziato con l’ep.
Il mio amico Phil dei Fights And Fires, una volta in tour mi ha detto che aveva già percepito che stavamo andando con quelle idee, con il nuovo album ci siamo decisamente focalizzati sul suono. E’ stato un grande complimento, e posso solo sperare che sia vero.

Quali sono le vostre influenze più grosse come gruppo? Cioè artisti/gruppi che vi hanno influenzato o vi influenzano ancora?
W: Posso solo parlare personalmente, ma penso che abbiamo influenze punk rock di gruppi come Lifetime, Jawbreaker, Hot Water Music, The Bouncing Souls. Personalmente sono stato spesso etichettato come goth kid perchè amo gruppi come The Cult, The Damned, Sisters Of Mercy, The Cure, ma se devo essere sincero amo la musica con risvolti teatrali, specialmente se di natura punk rock. Mi piace molto anche la musica pop, mentre ti sto rispondendo sto ascoltando Fisherman’s Blues dei The Waterboys haha. E anche se probabilmente è davvero evidente, consumiamo AFI e Alkaline Trio più di ogni altro gruppo quando siamo in furgone.

Recentemente il vostro batterista Chris ha lasciato il gruppo. E’ stata una decisione sofferta? Avete trovato un nuovo batterista stabile?
W: E’ stato terribile e non è stata per niente una nostra decisione! E’ uno dei nostri amici più cari ma sfortunatamente non riusciva più ad andare avanti. Andare in tour è come una tempesta che ti strappa dalle relazioni/situazioni finanziarie/vita e scaglia la gente in posti completamente diversi, penso che Chris abbia raggiunto un punto dove non poteva più giustificare il fatto di dover rinunciare a tutto. Ed è completamente capibile considerando quanto sia ridicolo: non è perchè non gli frega più di noi o del gruppo, ma è tutto quello che ne è conseguito. Ha avuto un grandissimo impatto nella mia vita e lo rispetto come persona e le sue decisioni. Nonostante sia stata una decisione che ci ha spezzato il cuore, abbiamo fortunatamente trovato il nostro nuovo batterista Shane. Considerate le circostanze, siamo riusciti ad atterrare sui nostri piedi.

Parlando dell’Europa, quali sono le principali differenze con la scena inglese?
W: La scena inglese è molto più legata rispetto ai ragazzi in Europa, ovviamente è dovuto al fatto che la ci sono scene più piccole sparse in paesi completamente diversi. Da quando il gruppo si è formato, visitare l’Europa è stata sempre una delle mie cose preferite da fare. Sono tutti davvero amichevoli e accoglienti, ci sono molte meno pretese e siamo trattati davvero bene in ambienti di cui magari non conosci neanche una parola della lingua locale. E’ sempre umiliante. Una delle mie cose preferite nella vita è conoscere persone nuove e sentire le loro storie, andare in tour in Europa me ne da la possibilità, quindi sono sempre contento di essere li!

Quali sono i vostri progetti futuri? Avete tour in programma?
W: Vogliamo stare tranquilli per un po’ di mesi in modo da raccogliere un po’ di soldi, ma ci sono stati offerti dei concerti a cui non abbiamo potuto rifiutare. Non andremo in tour per un bel po’. Prossimo anno, invece, torneremo on the road per supportare il nuovo album, e non vediamo l’ora di tornare in Europa e rivedere i nostri amici.

Siamo giunti alla domanda classica. C’è qualche gruppo che vorreste pubblicizzare consigliandolo ai nostri lettori?
W: Ah, non saprei da dove iniziare, ci son tanti gruppi interessanti in Inghilterra al momento! C’è una band di Norwich che si chiama ManBearPig (http://www.facebook.com/pages/Manbearpig/130465853679173) che adoriamo e offrono qualcosa di speciale alla scena inglese.  C’è un altro gruppo, dal Galless, che si chiama Forrest (http://www.facebook.com/Forrestsouthwales) che consigliamo. I Grader di Aberdeen sono grandiosi e sono uno dei nostri gruppi hc preferiti di queste parti ((http://www.facebook.com/GraderMusic). Uno che ha avuto un grande impatto su di noi è The Lion And The Wolf (http://www.facebook.com/thelionandthewolf), ascoltiamo i suoi dischi tutto il tempo, la sua canzone “Ghost On Trinity” è davvero stupenda. Potrei andare avanti ancora, ma penso che se ne consiglio pochi li andate a sentire di sicuro!

Bene ragazzi, grazie per aver avuto il tempo di rispondere alle nostre domande. Volete aggiungere qualcosa?
W: Grazie davvero per il tuo tempo! Spero che tutti daranno un ascolto al nostro disco nei prossimi mesi e si prepari per grandi cose. Seguiteci su Facebook per aggiornamenti! (http://www.facebook.com/ourtimedownhere)

Hey there dudes, it’s great to have you here on Sound Magazine. Would you like to introduce yourselves to our readers?
W: Hey dude, we’re Our Time Down Here a punk rock band for the south coast of the UK. My name is Will and I sing.

A few months and your second album “Midnight Mass” will hit the stores. Would you like to talk about it?
W: Yeah totally, It’s a completely different type of record to what we’ve done in the past. It’s a lot darker, more concept driven than ever before and I guess some of the theatrical ideas we had when approaching writing ‘Last Light’ have been expanded and matured on too.  We also kinda of stopped listening to hardcore as much when we were at home as we play with hardcore bands practically every night.?That’s not to say we’re not into it! we’re deeply rooted in that scene but it’s all just become a little formulaic for us in the last few years. ?There are some amazing Hardcore bands in the UK, but I think there’s a reason other people and ourselves love bands like More Than Life, Attack! Vipers! and Kerouac to such a degree, they’re very different bands offering something more than a series of sewn together mosh parts. People connect with these bands in a different way altogether.?We actually managed to get our friend Thom (kerouac) to come in and sing on a song called ‘The Reckoning’ for the album, we were stoked.?It seems to me though, where we have been writing fast hardcore songs for so long, we still sound like a hardcore band writing pop punk songs, as we retain some of those sensibilities.?Even some of the slowest/softest songs on the record, were actually put together from pieces of guitar work Ian had left over from his old youth crew band ‘Take ‘Em Out’ (myspace them). He’d play the old demos to me on his laptop and i’d go ‘hey I can sing over that’, and we’d put a song together there and then.?I’ve said a few times that if the Green Day record was a ‘Punk Rock Opera’ that I’d hope this would translate as a ‘Punk Rock School Play’, with hand painted sets, mums making costumes and  where the audience sits on those green plastic chairs.?Because everything was created on a tiny budget by a group who really believed in the project and worked over time to get it right, often for free. ?For example, in the vein of Ryan Goslings band Dead Mans Bones we managed to get a children’s choir made up of Greg OTDH’s niece and her school friends to come sing. ?I had a big white board, wrote down the lines and sat there, sang to them parts and then they did an awesome job of singing back the sections for takes.?Neil Kennedy, has this kind of excited energy that makes you want to take the songs as far as you can too, it’s contagious and after years of playing and touring in punk rock bands himself his contributions for this album were priceless. ?For me he’s one of the most exciting producers to work with at the moment.?Basically It’s a pop punk album about real things, with one over all message just like in the past. Though it has a lot of darker undertones that creep up throughout and while they’re there and kind of essential to the narrative, we worked hard to make sure that they weren’t the entire focus.?Man I’ve rambled here haha.

Since you released your first ep there’s been a massive growing in the band songwriting, from raw and fast hardcore to more melodic songs. Is it a natural progression or you just got bored playing the same old stuff? Or you just want to try something new?
W: Ian and I do a lot of the writing for the band whilst sat in the shed where he sleeps, in his Mums council house in Romsey. I can’t really explain the chaos of Ian’s house and do it justice. ?We’d had a really hard year when we were writing and I think for this album in particular, in the midst of everything going on around us, it pushed us, rather than to write a pissed off angry record, to write a lot more melodically and deal with things by being introspective and tactful with heavier parts.?We’ve been playing around a lot more with dynamics so that if we do something harder or faster, it makes sense and seems a little more significant.?I’ve always struggled with doing one record where all the songs are pissed off or really positive anyway. ?Ask any band you know and they will tell you how much being on tour turns everyone a bit bipolar, our music has grown to reflect that now a little more i think.?Some songs are angry, but just as many are heartbroken, disillusioned, apathetic and some optimistic.  ?It’s a natural thing, I’ve wanted to make a record in this vein since i can remember.?I also cant imagine why anyone would want us to rewrite a record we’re already made, we’re proud of our past but I’d be totally miserable being forced to write one way forever!

Your previous ep “Last Light” was definitely a massive surprise when it first came out. All things seem so perfect on that ep. Did you realize you were making something great during the songwriting?
W: Thanks so much! that’s so sweet of you to say. Not at all though. I remember recording vocals being really difficult for me because my voice was so road tired from the amount of touring we did at the time.
We had to do night time recording sessions to get studio time. It made me think of the way The Misfits recorded Static Age back in the day, only probably a lot less cool.
Steve Bega who engineered it was very patient with me, he is one of our favorite dudes.
Seriously, our band is so lucky with the amount of people that go out of their way for us.
I’d like to feel that what’s happened now is that we’ve stepped up into the frame we set with that EP a lot more though.
My friend Phil from ‘Fights and Fires’ told me once on tour that he felt like before where we were playing around with those ideas, with the new record we’d properly committed to the sound.
It was a huge compliment and one I can only hope is true.

What are your main influences as a band? I mean artists/bands that inspired and still inspire you guys?
W: I can only speak personally really but, obviously we have the staple punk rock influences like Lifetime, Jawbreaker, Hot Water Music, The Bouncing Souls etc.?Personally i always get told I’m a massive goth kid because I love The Cult, The Damned, Sisters Of Mercy, The Cure but to be honest I just really dig music with a theatrical edge, especially if it’s of a punk rock nature. I’m a big fan of pop music too, as I type this I’m listening to ‘fisherman’s blues’ by The Waterboys haha.?Also though it’s probably massively obvious, we rock AFI and The Alkaline Trio probably more than any other bands in the van.

Recently your drummer Chris left the band after your last mainland Europe tour. Was it a tough decision? Did you find a new stable drummer?
W: It was awful and not our decision at all! He is one of our closest friends but sadly he just couldn’t carry on.?Touring is kind of like a hurricane constantly ripping the shit out of your relationships/financial situations/life and throwing people into completely different places, I think Chris just reached a point where he couldn’t justify giving up everything anymore. Which is completely understandable considering how ridiculous it is, Its not because he doesn’t care about us or the band at all, it was just everything that came along with that. ?He’s had a huge impact on my life and I have a lot of respect for him as a person and his decisions.?Though it was heartbreaking, we’ve thankfully found somebody who fits the role perfectly in our new drummer Shane. All circumstances considered, we’ve luckily somehow managed to land on our feet.

Talking about mainland Europe, what are the main differences with the UK scene?
W: The UK scene is a lot tighter knit than the kids in Europe, obviously that has a lot to do with there being smaller scenes spread out within completely different countries. Since the formation of the band, visiting europe has been one of my favorite things to do. Everyone is super friendly and very welcoming over there, there’s a lot less pretense and we’re looked after very well despite being in an environment where you might not even know a word of the language. It’s always very humbling. ?One my favorite things in my life is getting to meet different people and hearing their stories, touring europe obviously means a lot of that and so I’m always stoked to be there!

What are your plans for the next future? Any tours programmed?
W: We’re supposed to be quiet for a few months as we gather up some money, but we’ve been lucky enough to be offered lots of shows that we couldn’t refuse. We’re not properly touring for a while though. Next year however, we’ll be back hitting the road more intensely with the new record, and we can’t wait to be back over in Europe again, seeing our friends there.

Classic question time. Is there any band you would like to promote by suggesting it to our readers?
W: Ah I don’t know where to start, there are so many radical Uk bands at the moment!?There’s a band from Norwich called ManBearPig (http://www.facebook.com/pages/Manbearpig/130465853679173) who we love and offer something pretty special to the UK scene.?Also there’s a great band from Wales called Forrest (http://www.facebook.com/Forrestsouthwales) who we really rate too. ?Grader from Aberdeen are really rad and one of our favorite HC bands from over here (http://www.facebook.com/GraderMusic) .?I think one who has had significant impact on us too is The Lion And The Wolf (http://www.facebook.com/thelionandthewolf) we listen to his records all the time, his song ‘Ghosts on Trinity’ is such an truly beautiful piece of work. ?I could go on and on but I hope if I just list a few you dudes might check them out!

Well dudes, thank you for taking the time to reply to these questions. Is there anything else you’d like to add?
W: Thank you so much for your time! I really hope everyone checks out our new record in a couple of months and get ready for some radical things. Follow us up on facebook to keep up to date! (http://www.facebook.com/ourtimedownhere)

 



Circle Fest – 27/07/11 – Lugo (Ra)

Foto di Giulia @ Losingcontrolhasneverbeensofunny

Personalmente aspettavo questo concerto dal giorno in cui i ragazzi di Gold Events hanno annunciato la data. Tre gruppi che fanno capolino fisso nei miei ascolti, tutti insieme per un’unica data sul territorio nazionale. Un’occasione troppo ghiotta per non essere sfruttata a dovere. Non mi era mai capitato prima di mettere piede dentro al Lughè, il locale dove si è tenuto il mini festival, e in un primo momento mi ha colto un po’ di diffidenza, probabilmente dovuta al fatto che il palco era decisamente alto per i miei standard, anche se nel corso del concerto la cosa è passata in secondo piano.
Ma siamo qui a parlare di musica, quindi inizio spendendo un paio di parole sui gruppi nostrani che hanno aperto il concerto. I locali Lantern, a me sconosciuti fino a quel momento, sono stati una piacevole sorpresa, con il loro mix di screamo nostrano – vedi Raein, La Quiete – e hardcore vecchia scuola che se non altro un gruppo che tenta un approccio abbastanza originale al proprio suono, peccato che per la breve durata dell’esibizione e un’accoglienza piuttosto fredda da parte del pubblico che stava appeno arrivando, non hanno ottenuto il giusto consenso. A breve usciranno le prime registrazioni, quindi vi consiglio di tenerli d’occhio.
Seguono i più conosciuti Locked In, autori di un hardcore solido che pur non portando niente di originale, risulta comunque compatto e ha il pregio di smuovere i presenti sotto il palco, segno che la serata stava per entrare nel suo momento migliore. Personalmente non mi dicono niente, ma si sa, gusti son gusti.
Ed eccoci giunti al primo gruppo del trittico magico, ovvero i norvegesi Death Is Not Glamorous (foto 1). Gli Oslo’s Best Dancers, come si fanno simpaticamente chiamare, propongono un esplosivo mix di gruppi come Lifetime e Kid Dynamite, ovvero un hardcore ruvido ma allo stesso tempo pieno di melodie. La scaletta del loro concerto pesca a piene mani dalla loro discografia, allineando classici (This Life Is Huge, Set In Stone) alle nuove produzioni (Spring Forward, Liquid Swords) fino ai vecchi cavalli di battaglia (The Fallback, Think You Can, Assets e Elephants, richiesta da me medesimo e prontamente eseguita), in uno show infuocato e a rotta di collo, dove il cantante Christian, in preda a un delirio al limite dell’animalesco, salta tra palco e pubblico senza un minimo di sosta se non tra una canzone e l’altra, interagendo totalmente col pubblico che ha risposto calorosamente e in toni entusiasti.
A seguire, il gruppo più atteso della serata, ovvero i californiani Touché Amoré (foto 2). Avevo avuto occasione di vedere il quintetto in azione in Slovenia a fine dell’anno scorso e posso dire tranquillamente che era stato uno dei concerti migliori a cui avevo assistito. La voglia di rivederli era enorme, anche perchè nel frattempo hanno fatto il grande salto, passando da interessante realtà indipendente a gruppo sulla bocca di tutti dopo aver firmato per Deathwish Inc., etichetta del cantante dei Converge. Freschi della pubblicazione del nuovo album “Parting The Sea Between Brightness And Me” hanno messo a ferro e fuoco il Lughè, sfoderando i nuovi pezzi (Tilde, Pathfinder, Sesame, Home Far Away From Here, Amends) allineandoli ai pezzi dello split con La Dispute (I’ll Get My Just Deserve, I’ll Deserve Just That) cantati assieme al loro cantante Jordan, uno dallo split coi Make Do And Mend (Hideways, mia richiesta prontamente esaudita) fino ai classici del gruppo (And Now It’s Happening In Mine, Cadence, History Reshits Itself, Broken Records, Honest Sleep). Un’esibizione potente ed emozionante, con una risposta enorme da parte del pubblico che ha partecipato attivamente ai singalongs fino al finale a cappella di Honest Sleep: sgolati, pieni di sudore, ma con un sorriso da fare invidia a qualsiasi testimonial di dentifrici.
Giungiamo così all’ultimo gruppo della serata, ovvero i La Dispute (foto 3) da Grand Rapids, Michigan. Ho sentimenti altalenanti nei confronti della loro esibizione, un po’ perchè scialba rispetto a quanto proposto dai loro altri due colleghi di tour, un po’ per la resa sonora che non ha aiutato il quintetto. Non me ne vogliano i loro fans, mi piace molto il loro “Somewhere At The Bottom Of The River Between Vega And Altair“, ma dal vivo non dico che mi abbiano deluso, ma un po’ amareggiato. La resa vocale non è stata il massimo, molto singhiozzante e affannata, e il suono non ha aiutato i pezzi forti della loro scaletta (Said The King To The River, New Storms For Old Lovers, Damaged Goods, Andria, Bury Your Flame). Perfino il pezzo nuovo (Edit Your Hometown) non è riuscito ad entusiasmarmi, ma la cosa deve essere prettamente personale, perchè il pubblico ha reagito positivamente e calorosamente all’esibizione. Gli unici pezzi che mi han fatto veramente muovere sono stati quelli dello split coi Touché Amoré eseguiti assieme al loro cantante Jeremy (How I Feel, Why It Scares Me). E mentre la gente esausta e soddisfatta non si capacitava dell’esclusione dalla scaletta di Such Small Hands, io non mi capacitavo di una mia reazione fredda ad un concerto di un gruppo che mi piace. Magari sarà stato solo un caso, magari in un altro contesto la cosa sarebbe stata diversa. Magari se riesco darò loro un’altra chance quando tra qualche mese saranno in tour con gli Envy.
E così finisce un’ottima serata, con un bilancio decisamente positivo. Se volete farvi un’idea di quello che vi siete persi (o se volete rivivere la serata) cercatevi i video su youtube. Io personalmente (ma penso anche quasi tutti quelli che hanno partecipato al concerto) faccio un sentito applauso a Edo e Gold Events per essere riusciti a organizzare un festival a dir poco fantastico.



“The Ten Count Ep” di The New Recruits

Si può toccare i più svariati generi in appena 13 minuti di musica senza apparire sconclusionati, fuori controllo compositivo o totalmente banali? La risposta in un certo qual senso viene da “The Ten Count”, il nuovo ep dei The New Recruits, nuovo gruppo del roster della tedesca Let It Burn Records. Uscita un po’ anomala rispetto alle altre dell’etichetta, notoriamente orientata verso sonorità hardcore e metalcore.
Perchè anomalo? Perchè questo è un disco prettamente rock, con diverse sfumature più soft, a suo modo anche commercialotto. Cosa ci azzecca con l’etichetta? O meglio cosa porta l’etichetta a pubblicare un ep si interessante ma così fuori dal coro? La risposta viene dalle note biografiche: The New Recruits sono la nuova creatura di Nathan Gray, leader dei Boysetsfire e dei The Casting Out. Una leggenda insomma. Ma torniamo all’ep.
L’iniziale “What Have We Got To Lose” è il pezzo più energico dei 5 in scaletta, rock vibrante dove la voce di Nathan esplode in tutto il suo calore. Ma le sorprese arrivano coi pezzi seguenti: l’hammond in “I Want More” e in “Step By Step”, la malinconia british di “This Party Is Totally Crashing” e l’omaggio sixties di “My Charade”. Forse avrei lavorato di più sulla produzione, cercando di dare un taglio più ruvido ai pezzi, visto che in alcuni momenti sembra un po’ piatto, ma ciò non mi impedisce di dare un giudizio positivo al lavoro.
Un ep variegato e godibile, che può raggiungere più livelli di pubblico. Certo, se si è abituati a sentire Nathan negli altri due gruppi, probabilmente sarete colti da una strana sensazione, ma “The Ten Count” si lascia ben ascoltare, quindi se volete sentire qualcosa di diverso dategli una chance.



“Recovery” di Anchor

Questo nuovo lavoro degli svedesi Anchor ha creato non poca attesa nella comunità hardcore. Merito di una crescita compositiva notevole, da “Captivity Songs” a “The Quiet Dance” fino a “Relations Of Violence”, ma anche di un’intensa attività concertistica che ha portato i ragazzi a fare più di 300 concerti in 4 anni, cosa che sottolinea la dedizione e la passione di un gruppo che ha saputo costruirsi una decisa credibilità.
Da sempre sostenitori dell’etica vegana e di quella straight edge, con questo nuovo “Recovery”, pubblicato dalla tedesca Let It Burn Records, non cambia la sostanza, ma in un certo senso cambia la forma. Niente di radicale, certo, ci troviamo ancora di fronte ad un hardcore old school semplice e diretto, ma c’è una spiaccata vena melodica negli arrangiamenti che da maggiore dinamicità ai pezzi, che nonostante le metriche semplici riescono a creare un’intensità emotiva non da poco. Questo non vuol dire che si siano rammolliti, anzi, le rasoiate ci sono sempre, basta sentire pezzi come “Testament”, “Hemingway”, “In Sickness And In Health”, “No Love”, “Sleeping World”, giusto per citarne alcuni. La produzione è la ciliegina sulla torta, ben studiata e mai esagerata, che aumenta la “botta” degli 11 pezzi presenti nel lavoro.
Che dire? E’ bello vedere che ci sono gruppi europei che possono tranquillamente competere con quelli oltreoceano. Gli Anchor possono essere considerati a tutti gli effetti un motivo d’orgoglio per la scena europea, difficilmente si trova un gruppo tanto attivo sia dal punto di vista passionale e da quello strettamente musicale. Un sincero plauso al gruppo. Ah si, non dimenticate di procurarvi questo lavoro!



“Shed” di Title Fight

Giungono finalmente al loro album d’esordio gli enfant prodige della scena pop punk moderna americana. I Tilte Fight, con “Shed” tracciano il loro punto di arrivo dopo uno split con The Erection Kids e due bellissimi ep. Considerarli semplicemente un gruppo pop punk è però riduttivo, visto l’accezione moderna (All Time Low, Simple Plan…) e storica (Ramones, Screeching Weasel, The Queers…) che ha il genere. Il quartetto si rifà di più alla scena emo alternative anni 90 (Jawbreaker, Knapsack, Seaweed) senza dimenticare le radici hardcore dei ragazzi che militano/hanno militato in gruppi come Bad Seed, Disengage, Stick Together. Se proprio vogliamo far quadrare il cerchio bassista e batterista sono i fratelli minori del cantante dei Cold World, apprezzato gruppo hardcore su Deathwish.
Ma torniamo a “Shed”. Questo lavoro segna un notevole passo avanti nel suono del gruppo, che già si era intravisto nel precedente ep “The Last Thing You Forget”: le melodie degli esordi persistono ancora, ma il tutto si è fatto più ruvido e tagliente, a partire dalle voci di Jamie Rhoden e Ned Russin. La musica è spigolosa e veloce (“Coxton Yard” , “Flood Of ’72″, “You Can’t Say Kingston Doesn’t Love You”, “Your Screen Door”) ma anche pezzi più ragionati e lenti (il singolo “27″, la doppietta “Safe In Your Skin” e “Where Am I?” e la conclusiva “GMT (Greenwich Mean Time)”) che regalano bilanciamento e varietà ad un lavoro che nella sua breve durata taglia, brucia e butta sale sulle ferite provocate dai 12 pezzi.
Un gran colpo per la Side One Dummy che si assicura uno dei migliori gruppi del genere per quanto riguarda la fiorente scena d’oltreoceano (Man Overboard, Transit, Daylight, Such Gold…). Se volete qualcosa che suoni moderno ma con un occhio alla tradizione, beh i Title Fight fanno al caso vostro.



“Old Hearts Break In Isolation” di Lasting Traces

Ci sono gruppi che suonano cose già sentite senza un minimo di personalità. C’è chi pur di guadagnarsi una piccola fetta di notorietà si butta a capofitto sul trend del momento. C’è invece chi ha la voglia di distinguersi lottando con tutti i propri mezzi, facendo tesoro dell’esperienza e tentando nuove soluzioni pur di risultare orginali e avere un proprio stile.
I tedeschi Lasting Traces appartengono a questa categoria. Dopo un ep abbastanza standard e un interessante split con i connazionali Way Down, giungono finalmente alla pubblicazione del loro primo album “Old Hearts Break In Isolation”. Un’uscita che attendevo da un po’ e che mi ha letteralmente spiazzato, in senso positivo ovviamente. L’iniziale “Lake Nowhere” lascia a bocca aperta con la sua capacità di dosare perfettamente la voce urlata e passionale con linee melodiche di chitarra e ritmi vertiginosi.
In un epoca di canzoni hardcore rallentate e voci straziate, pezzi come “Pipe Dream”, “Comfort In Solitude”, “Intervention”, “Home Truth” sono manna dal cielo: canzoni fresche, potenti e veloci, coadiuvate da testi personali che si sposano alla perfezione con le linee vocali, mai anonime e grondanti di pathos.
Ci sono anche pezzi più ragionati come “Old Hearts”, “Resurrection” (con un interessante innesto di voce melodica a bilanciare quella urlata) e “Sailor’s Grave” che servono a bilanciare il lavoro, aggiungendo ulteriore pathos e dinamicità a questo piccolo capolavoro.
Un lavoro fresco e genuino, capace di uscire a testa alta da una certa tipologia di hardcore in fase stagnante, perfetto nella sua dinamicità e potenzialmente da sing-along durante i concerti. Personalmente, per quanto riguarda il 2011, lo metto sul piano di uscite come “Empty Days And Sleepless Nights” dei Defeater e “Parting The Sea Between Brightness And Me” dei Touché Amoré. E per chi segue l hardcore sa cosa vuol dire un paragone simile. Fatelo vostro!



“Forget The Rain” di Foxxes

I Foxxes sono un giovane quintetto inglese di Cardiff, autori di un hardcore a forti tinte melodiche.
Quello che caratterizza la nuova ondata di gruppi inglesi come More Than Life, The Cold Harbour, Landscapes, Departures, ovvero un hardcore non velocissimo e spesso rallentato per permettere gli intrecci melodici delle chitarre, il tutto condito da testi introspettivi e personali (i maligni direbbero adolescenziali, ma ognuno la vede come vuole).
Già autori di un demo interessante, i cinque giungono alla pubblicazione del loro primo ep ufficiale, “Forget The Rain”. Rispetto al precedente lavoro, il gruppo si distingue per una decisa crescita compositiva acquisita un po’ per nuove influenze, un po’ per esperienza accumulata in tour con altre bands.
Si parlava di chitarre melodiche e testi introspettivi: se cercate queste credenziali o siete innamorati dei gruppi sopracitati, questo ep fa al caso vostro. Arpeggi, intrecci melodici, ritmiche abrasive, voce sofferta e “drammatica” al punto giusto sono le trame sonore di canzoni come “Only In My Dreams I’m Alive”, “Love Is Loneliness”, “Winters Alone” e “Escape Myself”, capaci di arrivare dritte al cuore di chi ascolta.
Un ottimo prodotto dalla sempre più convincente Strikedown Records, destinato a far proseliti in giro per l’Europa, ad aumentare i fans del gruppo e a dar la possibilità all’etichetta nostrana di farsi conoscere anche oltremanica.
Thumbs up!