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Online il secondo episodio del videogioco targato Atreyu

atreyuSulle orme del celebre Call of Duty, la band di Orange County ha deciso di rinnovare la propria iniziativa di lancio del nuovo disco connettendo musica e video games. Questo Metalheads Zombies è stato creato dal programmatore Jason Odda ed ha come colonna sonora ,appunto,3 dei nuovi brani che andranno a comporre la prossima fatica della band.

Potete quindi riempire di piombo i mortiviventi sotto le note di “Stop!Before It’s Too Late…”, “Storm to Pass” e “Gallows”, collegandovi direttamente al loro sito www.atreyurock/metalheadzombies. Buon “massacro”!



2010 nu metal? News da Limp Bizkit e Deftones

limp bizkitTornata la pace e ripresa l’attività live, arriva proprio dalla voce di Fred Durst la notizia di un prossimo album inedito per i 5 nu metallers. Durante un loro show in Gran Bretagna, è stato proprio il frontman della band ad annunciare che il materiale è praticamente ultimato e che si avvieranno presto in studio per la registrazione di questo nuovo capitolo biscotto floscio.
 
Niente di confermato ma solo voci di corridoio invece il fatto che voglia il nuovo album dei Deftones out nel febbraio del prossimo anno. Non è stato un biennio facile per Moreno & co., soprattutto per la situazione in cui è ancora riversato il bassista, da parecchi mesi in coma semicosciente. Quest’episodio ha indotto la band ad accantonare “Eros”, già completato, per ributtarsi su un nuovo progetto che parta da zero e che abbia proprio in Chi Cheng un punto di riferimento.



“Believers Never Die”: ecco il Greatest Hits dei Fall Out Boy

fall out boy newDopo 5 album e 3 Ep, è giunto il momento anche per gli idolatrati pop-punkers di Chicago del Greatest Hits. Uscirà infatti a novembre “Believers Never Die” , una raccolta di  15 brani che ripercorrono i passi della band di Pete Wentz fino ad oggi, suggellati da 3 inediti. Nell’imminente uscita presenti anche 14 video.
In attesa di rivederli dalle nostre parti, ecco allora un buon piatto da consumare lentamente e con gusto.
 
“Believers Never Die” Tracklist
Dead On Arrival
Grand Theft Autumn
Saturday
Sugar, We’re Goin’ Down
Dance, Dance
A Little Less Sixteen Candles, A Little More
Touch Me
This Ain’t A Scene, It’s An Arms Race
Thnks fr th Mmrs
The Take Over, The Breaks Over
I’m Like A Lawyer With The Way I’m Always Trying To Get You Off (Me & You)
Beat It
I Don’t Care
Americas Suitehearts
What A Catch, Donnie
Alpha Dog
Bonus Tracks:
From Now On We Are Enemies
Yule Shoot Your Eyes Out
Growing Up



Raised Fist+Deez Nuts+Endwell – Mezzago (MI) – 24/10/09

raised fist concertoÉ un Bloom di Mezzago degno delle grandi occasioni quello che si propone come contesto dell’unica data italiana dei Raised Fist, la storica band svedese che torna in Italia per promuovere il suo ultimo lavoro “Veil of Ignorance” (parola molto usata quest’anno fra le band hardcore, nda).
La notte è freddissima, quasi degna della taiga scandinava e dopo un giro di saluti ad amici e conoscenti, ci si getta subito nell’afoso ed irrespirabile locale, tra un giro al merch e una bibita rinvigorente, ma la coda alla cassa è senza fine e decido di rivolgere la mia attenzione allo show che sta per iniziare. Ad aprire le danze sono i new yorker Endwell, che di certo non fanno fare una bella figura alla città patria dell’ hardcore. A tratti fuori tempo e decisamente troppo statici durante tutto il loro set, i cinque americani appaiono monotoni e inconcludenti e laddove la fantasia manca, ecco comparire come d’incanto l’ormai (ahimè) immancabile stacco breakdown, sempre piu’ visto come un muro dietro al quale rifugiarsi. Pochi sono i loro sostenitori, che debbono pero’ abbandonare la loro foga data la noiosità che gli Endwell trasmettono durante il loro live. BOCCIATI SENZA ATTENUANTI.
Passano 20 minuti ed ecco apparire gli australiani Deez Nuts, che fautori del mescolamento fra hip hop e hardcore si credono portabandiera di qualcosa di nuovo che poi cosi nuovo non è. L’opener “There’s No Tomorrow” sembrerebbe il preludio ad un set concitato e dall’anima party, ma ben presto mi accorgo che la pragmaticità dei quattro porta il tuttuno a variare l’idea che mi ero fatto dopo aver ascoltato in questi mesi il godibilissimo Stay True. Impatto sotto le attese, con il cantante J.J. Peters che sembra l’anima di Biggie Small intrappolata nel corpo di un surfista, e tanti pezzi fra i piu’ riconducibili a loro evitati, come il singolo “I Hustle Everyday”. La fiducia è ancora tanta e dato che dappertutto impazzano, li rimando alla prossima occasione. RIMANDATI.
Ed eccoci ai tanto attesi Raised Fist. Hanno appena perso il loro ultimo dei tanti  batteristi, ora in coma dopo un incidente (we don’t know if he ll go to heaven or down the ground dice il cantante Alexander) e la cosa salta subito all’orecchio. Dietro le pelli c’è ora l’ex Dark Funeral Matte Modin che spara all’impazzata per tutta l’ora di concerto come una saetta, pensando forse di suonare ancora con il vecchio gruppo. A mio giudizio una scelta molto piu’ ponderabilissima, in quanto il sound “sballa” toccando picchi di cacofonicità. Beh, c’è comunque da dire che l’acustica del Bloom non è quella dell’Apollo Theatre di Londra, ma lo stesso non mi è parsa nemmeno cosi pessima come molta gente mi ha fatto notare. La setlist sorvola tutta la storia della band, incentrandosi sugli ultimi due lavori “The Sound of Republic” e “Veil of Ignorance”, ma loro sembrano non essere invecchiati affatto. Salti, sputi, sudore e passione al servizio dei fans, cinque macchine da guerra che non necessitano di breakdown. Non mi hanno mai entusiasmato nè lo sono diventato ora, ma devo ammettere che molte band debbano ricredersi sul fatto di essere “in your face” e prendere qualche lezione di svedese per farsi spiegare un domani come faranno a sopravvivere alle ondate di stili e generi ai quali i Raised Fist sono sempre resistiti e hanno sempre mostrato di potersela cavare a occhi chiusi. PROMOSSI.



“Shield Em” di Shield Your Eyes

shield your eyes coverGli Shield Your Eyes sono una band londinese giunta al suo secondo lavoro. Il trio propone un sound che spazia dal post/rock al math passando per il blues, molto Jacobi Wichita, che nulla toglie all’originalità della proposta, ma che nel lungo diventa noioso e quasi inconcludente, forse dovuto alla non ottimissima qualità della registrazione.  I tre giorni impiegati per il recording, non sono stati altro che un vero e proprio live set, con la band solo con i propri strumenti nella sala. Le prime 48 ore sono state dedicata ad una scelta di suoni e strumenti che man mano hanno modificato la loro forma, trasformando forse il prodotto in una specie di brusio, di certo una scelta azzardata e che ha dato dei risultati non di certo buoni.
Rispetto al omonimo debutto, la bruta melodia vocale di Steph è lacerata dal lavoro della sua chitarra, dalle calde linee del basso e dal frenetico drumming delle percussioni, ispirate forse da un black’n'decker portando il tutto a delle ritmiche talmente complesse da debilitare pure gli stessi. Fra le influenze citate dai tre troviamo la precisone telepatica dei The Locust, il D.I.Y. di inizio anni ’90 (elemento evidente soprattutto nella metodologia di registrazione scelta) e una band tra le piu’ influenti per la scena post/hc inglese quali sono gli Spy vs. Spy. Mischiare  vie parassodalmente opposte è una caratteristica dei londoners, e si va dal maniacale boogie groove di “Badtooth Warehouse Boogie”, al mandolino southern rock arrichito da dei tempi da 10 in aritmetica abattendosi in una raucedine musicale difficilmente trasmettibile. L’outro dell’ultima traccia “Sandy” sembra una jam session fra una blues band degli anni ’70 e un qualsiasi gruppo post rock dei nostri tempi, forse l’icona perfetta per definire questi Shield Your Eyes.
Insomma, a questi non gliene frega nulla amalgamare le proprie influenze, ma bensì metterle tutte senza dosi e senza mischiarle in un gran pentolone, andando a creare un album che può essere tanto gratificante quanto complesso, un insieme di contraddizione sicuramente da ammirare e da giudicare effettivamente su un palco, il documento piu’ valido del mondo della musica.



Your Demise a Milano

your demiseCi avevano lasciato meno di due mesi fa durante la tappa italiana del “Weight of the World Tour” in compagnia di Misery Signals e Number Twelve Looks Like You, ed ora gli hardcorer di St.Albans ritornano a farci visita questa volta ai Magazzini Generali di Milano.
L’occasione è la data nostrana del loro tour con i The Devil Wears Prada e anche questa volta siamo sicuri che gli Your Demise sapranno infuocare il pit con i loro breakdown aggiuntivi di quel sound che fa molto NYHC.
Ricordatevi: 29 Ottobre ore 22.00 ai Magazzini Generali di Milano The Devil Wears Prada + Your Demise.



“The People Or The Gun” di Anti Flag

anti flag coverÈ passato solo un anno da quando gli Anti Flag hanno rilasciato “The Bright Lights of America”, un album che ha segnato un cambiamento stilistico che si allontanava un attimo dal loro classico punk-rock anti-patriottico che li ha resi noti ai piu’. Il fatto che fossero sotto contratto con una major come la Sony, non li ha aiutati ad incrementare le vendite e ha portato i 4 di Pittsburgh a fare marcia indietro verso una label indipendente quale è SIdeOneDummy, una premessa ad un ritorno verso il loro piu’ classico dei cliché. Nella maggioranza delle band, il lato prettamente lirico si sconcentra e ci si lascia attirare di piu’ dalla parte musicale, ma per la band di Justin Sane bisogna soffermarsi sul trattamento che essi hanno verso i problemi d’attualità che accompagnano la vita sociale internazionale. “The People Or The Gun” si basa sulla solita formula vincente “antiflagghiana”, con la normale scarsezza di nuove idee e dove i prestiti dai precedenti lavori riaffiorano. Basterà farsi un giro nella nostra personale discografia per accorgersi di quanti vecchi riff e melodie sono state trasportate sull’ultimo lavoro della loro saga.
L’energia sprigionata e la rabbia è sempre fervente, come dimostra la personlaità dietro le pelli di Pat Thetic che fa risuonare il tutto molto “Warped Tour”. Sfortunatamente, uno dei pezzi forti degli Anti Flag è poco presente.
La linea del basso di Chris#2 è sbiancata come del resto la qualità musicale del quartetto, quindi bisognerà guardare indietro nel tempo e ricordare scrupolosamente le sue vecchie performance.
Dotati di una destrezza fuori dal comune nel riportare nei loro sing-a-long le tematiche della precarietà sociale che urlano al mondo, anche in questo episodio demarcano la loro forza nel gestire liriche molto più superiori che all’apparenza. “We are not human resources/we are human beings” è un esempio di come il criterio venga effettivamente riempito, fattosta che numerosi sono i “flop” che vengono alla luce, come nel caso di “I smell bullshit from here”, dove sembra quasi che la funzionalità di essa sia quella di tappabuchi laddove le idee vengono meno. La questione a proposito del loro proseguio musicale senza una fonte di risorse come George Bush Jr. appare come un ostacolo al quale i nostri hanno fatto tesoro, prendendone manforte per sottolineare come la politica dei testi continui imperterrita e, come gia detto, senza macchia. Le stesse parti vocali sono maggiormente qualitative e potenti e a tratti sembra di sentire una fusione di corde vocali fra membi di Rise Against e Rancid. Sia Sane che Chris#2 non sono mai stati in grado di lavorare cosi ottimamente sulle voci e sulla loro alternanza (“You Are Fired” ne è un esempio ragionevole).
In un’intervista rilasciata per un magazine a stelle e strisce, i quattro ammisero di aver reegistrato 17 tracce, ma delle quali solo 10 sarebbero finite sul disco. Fans, dovete quindi sperare che tutte e 10 siano di pregevole fattura, ma io vi anticipo che non è cosi. A brani come “This is the First Night” avremmo anche fatto a meno di prestargli attenzione, tuttavia discrete sono le varie “The Old Guard” e “Sodom,Gomorrah e Washington D.C.”, positive sintesi nell’intero operato. Correlato da un feel “LIVE”, The People Or The Gun pone il dubbio se valga la pena o no andare ad assistere ad una tappa del loro estenuante tour (2 Novembre a Milano, nda) per assaporare le stesse sensazioni di circle pit, del cantare a squarciagola i ritornelli con la consapevolezza di quello che il mondo realmente ci mostra, che si assaggiano in ogni album dei 4 punkers ha sempre dato.
Tutto sommato, un album alla Anti Flag, niente di piu’, niente di meno.



“Old Crows/Young Cardinals” di Alexisonfire

alexisonfire coverLa sicurezza di conoscerli fin troppo bene è scemata a livelli inverosimilmente bassi quando mi sono ritrovato a dover redigere questa recensione.
È stata sorprendente la difficoltà che ho riscontrato nello scrivere due righe su “Old Crows/Young Cardinals”, sbalzando la mia attenzione ad un livello tale fosse che li stessi ascoltando per la prima volta.
Il mio occhio da fan un po’ lacrima, quello da critico sorride. Lacrima perchè si rende conto come la trasformazione degli Alexisonfire abbia raggiunto un apice, come se in “Crisis” si sentissero limitati e chiusi dentro un involucro, dal quale, però, iniziavano ad aprire nuovi spiragli. Sorride, perchè sono convinto che con questa dimostrazione si imporrano presto in un universo espanso, dove andranno a scrivere il proprio nome sul grande libro della storia del rock. I ricordi dei cinque ragazzini che si dimenavano epiletticamente nella casa di “Pulmonary Archery” sono passati, e loro stessi enunciano il cambiamento gia nella prima traccia “Old Crows” (we are not the kids we used to be).
Il primo singolo estratto,”Young Cardinals”, è una canzone che non desdegnerebbe in una compilation skate punk e che me li fa paragonare ai conterranei St.Catherines. Una delle prime differenze rispetto al passato che emerge è l’evidente cambiamento di voce di Pettit, forse troppo sgolato ultimamente, ora dedito ad una melodia piu sporca che a tratti potrebbe fin troppo collidere con il terzo cantante della band, Wade. Ma tanto agli AOF non interessa niente, perchè loro sono come un vascello in esplorazione nell’oceano e al quale interessa vedere la terraferma il più tardi possibile.
Sono sempre in evoluzione, sempre in grado di progredire, senza voltarsi e a guardare al passato. Questa soluzione potrebbe essere interpretata come un arma a doppio taglio. Laddove nuovi fans sono pronti ad abbracciare il suono della band dell’Ontario, quelli di vecchia data si ritroverebbero nostalgicamente a guardare indietro, come quando ti ritrovi a fissare la fotografia di qualcuno che sai che non tornerà piu. Loro consigliano però di seguire il cambiamento e lasciano i ricordi agli altri, “not wishing for yesterday“, perchè adesso si fa così. Trovatemi colui che sarebbe capace di remargli contro. Trovatemi colui che non denota come ormai le basi siano cambiate, come il vecchio post/hc sia solo un orma sulla sabbia cancellata dal mare e come ora l’80′s hardcore la faccia da padrone nelle fondamenta di questo album. Trovatemi colui che dice che i side-project (Fucked Up,City and Colour e Black Lungs) non abbiano influenzato il tutto, creando quella formula magica che sono gli AOF di oggi. Da una parte c’è “No Rest” dall’altra c’è “The Northern”, così lenta ma così impellentemente profonda. C’è “Born And Raised”, secondo singolo estratto e episodio di rara compatibilità di generi, una strada intrapresa anche dai Thrice. E poi “Sons of Privilege”, una canzone che da live ci fara sudare come pochi, dove riaffiorano idee degne di At The Drive-In e Bad Religion, ma sempre con quella spina dorsale metallica contraddistintiva loro. Dovrei citarli tutti, con entrambi i miei occhi.
Una critica va a “Burial”,un pezzo fin troppo scuro e pesante confrontato con il resto, ma che non cambia il risultato.
In conclusione, è il miglior album degli Alexisonfire? Rispondere si è scontato, rispondere no è stupido. Bisogna ascoltarlo, interpretarlo, capire dove siano arrivati, quanto siano cresciuti e fidatevi che se siete loro adoratori da sempre, crescerete anche voi. Possiamo dunque dire, che il fuoco è ancora vivo.



“Yeah, Whatever.” di Binary System Wins

binary system winsIl sistema binario vince? No,stravince.
Da Parma ecco i Binary System Wins, giunti al loro primo full-lenght pubblicato da Moonlight Records.In questo “Yeah, Whatever.” troviamo un mix senza fronzoli di pop-punk e screamo, una multifunzionalità di elementi che risulterà gradevole a variegati palati.
Se devo proprio paragonarli a qualcuno, i primi a venirmi in mente sono i Secret Lives!, band poco conosciuta da noi ma che negli USA ha avuto un buon seguito, mentre a tratti ci si scontra con le sonorità figlie di quella sottile linea che per anni ha diviso il mondo nu-metal da quello post/hc (Glassjaw,Finch). Le influenze captabili sono parecchie, ma i 5 sono davvero astuti nell’amalgamare il tutto in una formula vincente e per niente ripetitiva. Il disco fila via liscio che è un piacere e nonostante la musica proposta possa apparire periodicamente “easy”, c’è da sottolineare come i BSW riescano lo stesso a timbrare il proprio marchio di fabbrica in maniera del tutto personale.
Il songwriting è al di sopra della media nazionale del movimento, merito anche di un cantato in inglese davvero impeccabile. Riconosciuta come lacuna primaria tra le band di casa nostra, qui il risultato è stupefacente tanto da essere un punto cardine e con il quale il cantante addirittura ci gioca maneggiandolo a proprio piacimento, fruttando delle linee vocali (molto influenzate da Palumbo dei GJ), che difficilmente non si ubicheranno nella vostra testa.
Difficile scegliere gli episodi migliori, in quanto tutti e 10 di grande fatturazione.
L’opener “Keep Your Blinkers On” e “Dead Girls Can’t Smile” sono accattivanti e pungenti, quasi che ti vogliano dare fastidio. L’arpeggio iniziale di “When The Sky Turns Red” è un assaggio di quella che sarà il resto della canzone, un senso di introspettività che crea malinconiche e intime atmosfere. “Clean As You Like It” è un piccolo capolavoro pop-punk di notevole caratura che mi ricorda i Donots,mentre “Caught Again” e “From Hero To Zero”(la mia preferita) sono due carezze a pugno chiuso dalla incredibile presa.
Sottolineando il gran lavoro delle chitarre che non lasciano buchi per respirare costruendo dei muri invalicabili, c’è da puntualizzare una presenza ritmica eccezionale. Fantasia e tecnica davvero particolare che non cade mai in eccesso o esagerazioni.
Un album che può dare tanto e che ritengo recepibile da target diversi grazie soprattutto ad una spiccata genuinità. Un album che mostra che se vuoi essere originale puoi esserlo anche senza tricicli e mocassini.



“New Hopes,New Demonstrations” di The Ghost Of A Thousand

the ghost of a thousand coverRimarrà una speranza per emergere tra i colossi made in UK o è la reale dimostrazione di come anche loro possono annoverarsi fra i portabandiere della scena della terra d’Albione? Comunque sia, “New Hopes,New Demonstrations” ha tutte le carte in regola per stanziarsi al pari di due perle che l’Inghilterra ci ha regalato quest’anno come “Grey Britain” dei Gallows e “Common Dreads” degli Enter Shikari. Se con quest’ultimi il paragone di genere è improponibile, con i Gallows non è poi cosi intuitivo come potrebbe sembrare. Recentemente passati nel rooster Epitaph, i 5 fantasmi di Brighton sfornano un disco eccezionale,sempre trascinante, che fa eco a Maylene and the Son of Disaster, Jr.Ewing e al Garage-Punk scandinavo. Ma è inutile cercare di paragonarli a qualcuno, i TGOAT fanno la loro musica, come pochi altri la sanno fare e questo ultimo lavoro ne è la prova tangibile.
Se da un lato i ritmi sono irrefrenabili e cavalcanti come il precedente This Is Where The Fight Begins (Bright Lights, Knees Toes Teeth e Running on Empty), dall’altra parte notiamo il netto salto di qualita’, l’esperienza maturata sul campo. Le atmosfere che circondano Nobody Like A Hero, Fed To The Ocean e Good Old Fashioned Loss puntano molto sulla voce di Lacey,veramente particolare nei momenti piu lenti e che denota una gran padronanza di una stesura lirica e melodica invidiabile.
Detto dei riff trasportanti ai quali ci hanno abituato, una nota di merito va alla sezione ritmica,decisamente migliorata. Se del batterista Memby (uno dei migliori in assoluto al momento,nda), già avevamo avuto prova sul precedente album, con l’innesto del nuovo bassista Tom Wright la situazione si è fatta ai limiti della perfezione, dove l’apporto tecnico di quest’ultimo si denota su piu episodi dell’album. Registrato dall’esperto Pelle Gunnerfeldt (Refused,The Hives) ,quest’ultimo sforzo dei The Ghost Of A Thousand ci fa alzare il pollice al cielo e ci fa urlare FUCKIN’ NEW ROMANTICS, IT’S ONLY ROCK’N'ROLL!