Scrivo di un album uscito in realtà un anno fa, ma lo faccio con assoluto entusiasmo e stupore. Si tratta di una band tutta inglese, i Three Trapped Tigers, che prima di pubblicare questo gioiellino avevano alle spalle 3 EP, tutti pazzeschi, tutti pressochè ignorati dal pubblico e dagli addetti ai lavori italiani.
Il nome del gruppo fa pensare a tre animali selvaggi in gabbia, che non sanno come esprimersi, che si sentono limitati. I limiti qui invece sono oltrepassati a piè pari e meno male, perchè finalmente abbiamo a che fare con un’entità originale e pazzesca.
Perchè sono così esaltata da questo gruppo? Perchè innanzitutto sono dei musicisti spaventosamente talentuosi (se il disco non vi basta cercate qualche live su youtube e mi darete ragione), che partono da un’impostazione classica e spaziano fino all’infinito e oltre. Adoro in particolare il loro modo di scardinare ogni base del rock, del prog, del jazz, dell’elettronica e di rimescolare così tanto le carte da perderne il conto, la coscienza, la percezione di ciò che è reale e di ciò che è immaginato. Ebbene sì, non è possibile citare generi o band di riferimento in cui incanalarli ed è una manna. Niente confronti, i Three Trapped Tigers sono un pianeta in una galassia in cui difficilmente si troverà acqua, ma in compenso c’è di sicuro qualche tipo di intelligenza superiore che fa defluire così bene il talento.
Posso solo testimoniare l’ondata di sensazioni che mi ha trasmesso “Route One or Die”: violenza, senso di sospensione, energia, fiato corto, genialità, una corsa affannosa su un sentiero senza un orizzonte visibile. E’ così, non c’è altro modo di avvicinarsi a loro se non lasciarsi travolgere, senza il bisogno finalmente di tuffarsi di testa in un mare di cemento armato.
