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“A new beginning” di Timeforjane

Recensione di Angela Mingoni

Avere successo non è mai facile, troppa competizione, tanta fatica e troppa adulazione verso chi, magari, nemmeno ci vede. Ma se sfondare è davvero quello che si vuole, farsi un minimo di pubblicità e dare un minimo di pepe al proprio progetto non è affatto male.
Ciò che si sa dei TimeforJane è davvero troppo poco e quelle minime informazioni bisogna proprio farsele bastare.
A new beginning, secondo EP della band, arriva ad un anno di distanza dal primo e a quanto pare non ha troppe pretese. Non ci sono spunti o stimoli interessanti, non c’è il brivido della novità, qualcosa che ti faccia pensare che valga la pena ascoltarli ancora e ancora e ancora una volta.
I pezzi (tra cui Time passing by) hanno alcune costanti; tanto per iniziare la sola voce femminile, poi la composizione in inglese e infine, i rulli feroci e graffianti della batteria. Sfortunatamente nemmeno una di questa caratteristiche spicca sull’altra; Giulia, la cantante, sfrutta tonalità acerbe e roche, cercando di riportarci in una dimensione rock anni ’70 che però non rende giustizia all’epoca d’oro e diventa solo un vago tentativo d’imitazione. Per non parlare poi dell’inglese forzato e sbiascicato che lascia sbucare radici italianissime. Ci rimane, quindi, solo il drum che da solo ovviamente non può salvare tutto.
Non parliamo poi del maldestro tentativo di video musicale tragicamente legato con filo doppio al singolo “Fight”. Carina l’iniziativa di far circolare in rete un prodotto visivo oltre che sonoro ma il risultato è deprimente. Non certo per la realizzazione (quando i fondi sono pochi si fa sempre quel che si può), ma è proprio l’idea in sé che non c’è. Non è convincente nemmeno per un secondo, mai; accordi segreti con un ladro sgangherato, una donna che diventa la caricatura maldestra della femmina fatale e altrettanto maldestri play back creano un prodotto a tratti imbarazzante per chi guarda.
Insomma, a quanto pare nemmeno a Treviso l’alternative rock trova brillanti rappresentanti.
Che ormai il termine “alternativo” non abbia più nessun significato lo si è capito benissimo, soprattutto se la filosofia di un gruppo è quella di cercare di creare canzoni orecchiabili (e monotòne) per permettere a tutti di immedesimarsi in esse.
Qui è il punto di partenza che non va, sono le fondamenta che scricchiolano. Come si può pretendere di trovare il proprio posto e mantenerlo se il massimo obbiettivo è di accontentare tutti? Questa sembrerebbe essere mancanza di coraggio, speriamo solo non lo sia davvero.
Se non osi sempre di più non vai avanti ma resti lì e il successo, quello vero, quello dei grandi concerti, non arriva mai.

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