12/04/12
“Del giorno dopo ieri” è un disco che va consumato e capito sotto certi aspetti. Non regala hit radiofoniche e non vede ospiti altisonanti al suo interno. E’ semplicemente un ottimo album rock e di questo i Babel ne vanno fieri. Incontriamo il bassista Simone Tiraboschi, interessante interlocutore e perfetta guida per capire meglio questa nuova realtà made in Italy.
Domande a cura di Luca Malinverno.
Leggendo la vostra biografia si notano diverse collaborazioni e vari progetti. Partiamo quindi con le presentazioni e una sorta di breve ripasso storico di quanto fatto dai Babel dagli esordi a oggi.
Ciao, i Babel sono: Yuri La Cava alla voce, Paolo Corsico alla chitarra, Simone M. Tiraboschi al basso e Andrea Ganimede alla batteria. Chi più chi meno partecipa anche ai Pajarritos, tre dischi pubblicati all’attivo, funk della pianura. Yuri suona in un gruppo crossover, i Kuadra, un disco all’attivo. I Babel hanno confezionato un EP due anni fa e il disco “Del giorno dopo ieri” l’anno scorso in uscita il 17 aprile per This Is Core Music.
Del giorno dopo ieri se non erro era pronto già da qualche tempo arrivando alla pubblicazione solo oggi. A cosa dobbiamo questo periodo di stallo? Alla ricerca di un’etichetta, alla volontà di capire quali strade percorrere?
Dalla registrazione all’uscita passa un anno. Solo un disco molto voluto può resistere a un anno di ricerca dell’etichetta giusta. Beppe di This Is Core e Paso della Ghost Agency sono stati due colpi di fortuna.
Il fatto di proporvi in madrelingua vi rende a mio modo di vedere coraggiosi, in quanto la lingua italiana di per sé non è semplicissima da posizionare in ambiti prettamente rock (a meno che non ci si voglia avvicinare alle proposte commerciali di Vasco Rossi e simili). A cosa dobbiamo questa scelta e cosa vi ha spinto a optare per questa strada?
L’italiano dà la possibilità di trovare la parola perfetta per esprimere un concetto. Non credo a chi dice che sia difficile da mettere in metrica. Abbiamo generazioni di rapper che lo fanno benissimo e anche nel rock esistono alcuni esempi felici. Mi piacerebbe molto fare un disco in inglese da vendere anche all’estero. Dovrebbe però essere concepito fin dall’inizio in inglese. Per ora va bene così.
Musicalmente non siete facilmente catalogabili, in quanto le influenze sono molteplici. Che dischi vi hanno spinto a intraprendere un percorso musicale?
Nelle interviste, a questo punto, il gruppo di turno cita una lista più o meno simile di gruppi che “fa figo”. Mi limiterò a dire che ci nutriamo di dischi che non sono solo fatti di musica. I dischi preferiti sono quelli che creano un nuovo linguaggio, una nuova visione della realtà, non per forza condivisibile. Concedimelo, grazie.
Altro grosso pregio del vostro disco sono i testi, mai banali. Come nasce un vostro testo e quali sono i temi caldi di “Del giorno dopo ieri”?
I brani nascono strumentali. Yuri improvvisa una melodia e io (bassista) scrivo i testi. Y li adatta e il gioco è fatto. Questo permette di lavorare con due teste alla metrica, alla melodia e ai significati. Per non annoiarti sintetizzo i temi del disco in “costume e società”.
Cos’hanno i Babel di tanto speciale da convincere all’acquisto del disco chi legge?
Non è bello parlare bene di sé. Posso dire che non abbiamo inventato nulla di nuovo, facciamo musica in una maniera che solo noi possiamo fare. Se questo ti piace spendi i tuoi soldi.
Per uscire allo scoperto vi siete affidati a due nomi noti del panorama italiano come Giannotti e Intraina, cosa vi ha spinto a sceglierli? Pensate possano essere utili in casi come il vostro per una questione di visibilità mediatica?
Giannotti e Intraina sono due fonici straordinari, gente fidata, una parte fondamentale del nostro progetto. Tra tutti abbiamo registrato sette dischi da Intraina e masterizzati cinque da Giannotti e al massimo ci hanno fatto i complimenti per la scelta. Li consiglierei a chiunque.
Cosa vorreste ottenere da “Del giorno dopo ieri”?
Quello che dovremmo meritare per un disco come “Del giorno dopo ieri”, se è poco prenderemo poco. Abbiamo la fortuna di collaborare con gente che crede nel nostro progetto in maniera spassionata, senza sfruttarci ma con il nostro stesso entusiasmo. Questo è già buono.
E cosa vi piacerebbe sentirvi dire a riguardo di questo disco?
Domanda difficile. Se il disco funziona sul serio il pubblico parlerà di sé e non del disco. La missione sarà compiuta.
Fare rock in Italia è assai complesso, per svoltare sembra infatti essere fondamentale passare attraverso talent show o avere conoscenze altisonanti. In un caso come il vostro, dove si ha tutto per fare bene, non vi fa incazzare la cosa?
Quando la musica non premia i meritevoli perdiamo tutti. La gente giustamente smette di comprare dischi e andare ai concerti. Confido nel fatto che l’arte sia spesso meritocratica e un Dio vendicatore arderà i cattivi.
E visto che siamo in tema di incazzature: oggigiorno suonare dal vivo in Italia sembra cosa per pochi fortunati, è una mia sensazione o un dato di fatto. A cosa dobbiamo secondo voi tutto ciò?
È in atto una psicosi di massa dovuta a una crisi economica reale. I compensi si sono abbassati (a volte azzerati) spesso arbitrariamente. I motivi sono molti, se devo sceglierne uno che mi fa incazzare particolarmente è la mancanza in molti locali di una direzione artistica competente. La musica in Italia sta diventando un hobby per ricchi.
Altro costume italiano è quello di pompare al massimo un preciso filone musicale per poi porlo nel dimenticatoio a breve distanza. Dopo l’indie ora sembra esser giunto il momento del rock stile Teatro Degli Orrori.
Quando mancano contenuti la musica subisce le leggi della moda. Va per un po’ e poi sparisce. I gruppi che hanno detto qualcosa sono rimasti quasi tutti. “La cosa potrebbe in qualche modo giocare a vostro favore o mi sbaglio?”. Non ne sono sicuro ma lo spero, sarebbe un merito per loro e una fortuna per noi. Il primo disco del Teatro Degli Orrori è stata una svolta molto gradita… Con la fortuna che abbiamo il 17 di aprile incomincia ad andare in voga il reggae.
Perché a vostro avviso la critica esalta e rigetta nel dimenticatoio ogni proposta in un brevissimo lasso di tempo?
Se ti riferisci a quella in Rete a me pare frammentaria e poco attendibile, molto soggetta alla moda (a parte rari casi ovviamente). Altrimenti, chi compra più riviste di musica? Uno dei più importanti promotori di musica in Italia dice che le riviste importanti hanno un target 35/50 anni, molte chiudono o rischiano di chiudere nonostante la competenza dei giornalisti. Credo fermamente nella critica se fatta da veri critici, come la musica fatta da veri musicisti.
Cosa bolle in pentola per questa primavera/estate in casa Babel?
Suonare live il più possibile. Anche il prossimo inverno e così via a oltranza. Stiamo lavorando a pezzi nuovi.
In chiusura consigliateci 5 dischi.
Vi consiglio cinque dischi primaverili.
“Admiral Fell Promises” – Sun Kil Moon
“Flood” – Herbie Hancock live
“Trombipulation” – Parliament
“Live in Jerusalem 1994” – John Zorn with Masada
“Riddles Are Abound Tonight” – Sausage

