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“Moving-Waiting Room” di Neyfab

Recensione di Angela Mingoni

Abbandoniamo per sempre il clichet della musica elettronica come motivo per scatenarsi sulle piste da ballo o durante i festival europei, perché questo è anche un genere difficile, contorto, più lento che vivace.
Moving -waiting room è un album maledettamente elettronico.
Potremmo definire il suo artefice, il genovese Neyfab, come una sorta di guru spirituale che attraverso la musica cerca di indicare, a noi ascoltatori, la strada da imboccare per dare un significato alla nostra esistenza, o meglio, al nostro presente.  Sono solo piccoli suggerimenti, dati come fosse un amico senza presunzione alcuna., che ci dovrebbero portare a riflettere su chi siamo.
Quello che decidiamo di vivere ora, in questo preciso momento“depends on you” , come recita in “No hermetic“.
“Don’t think about the future, live the present “ è la frase chiave del pezzo, attraverso la quale veniamo spinti a iniziare o proseguire la ricerca di noi stessi che deve essere continua e costante.
Il testo è accompagnato da una base lenta che sfrutta a pieno (seguendo le “regole” del genere) i sintetizzatori e aggiunge un tocco melodico grazie al pianoforte e al suo suono così delicato e leggero.
“Lose control” non è una canzone particolarmente bella o interessante ma nasconde in sé un aneddoto descritto dall’artista stesso: è stata realizzata interamente su un Eurostar nella tratta Londra – Parigi.
Sì perché Neyfab (all’anagrafe Fabio Tassi) i pezzi se li confeziona da solo e ne segue ogni fase (soprattutto quella del mixaggio) senza bisogno di aiuto alcuno. È un po’ il tuttofare della musica, è un imprenditore di se stesso.
Quello del  viaggio, dunque, è un tema molto importante che rimane presente in tutto l’album. Qui non si parla solo di introspezione (il viaggio dentro noi stessi), ma ci si riferisce anche a qualcosa di prettamente fisico, di
materiale: il treno che corre sui binari, l’uomo che si sposta, vede, visita, conosce e si incuriosisce per qualcosa. L’uomo che ha voglia di stupirsi. 
Non a caso il nostro ragazzotto si è spostato dalla grigia Genova alla ancor più grigia, ma pur sempre entusiasmante, Londra.
Non a caso, “Never fade away” inizia proprio così, con il rumore del treno che si sposta sui binari, diretto chissà dove.
Questo è sicuramente il pezzo più allegro e va accostato a “We need to meditate “. In entrambi i casi l’atmosfera si alleggerisce un poco e diventa un tantino (ma non troppo) spensierata, amalgamata dalle tastiere e dalla drum machine, strumento elettronico per eccellenza, che si sostituisce alla batteria e ne svolge praticamente la stessa funzione scandendo con decisione il ritmo.
Arriva poi il vero motivo per cui questo album esiste (no, è una bugia):
“Moving-waiting room“. In teoria dovrebbe essere il pezzo trascinante ma la realtà si rivela essere ben diversa. Esso non ha nulla che lo faccia brillare o che lo renda più apprezzabile del resto. Certo, il tocco melodico e leggermente pop dato dalla chitarra acustica lo allontana vagamente dall’uniformità generale ma la verità è che non lo rende particolarmente speciale.
Dopo un po’ c’è un momento in cui si è portati a chiedersi se mai arriverà un ritmo (piuttosto che un timbro vocale) diverso, se mai arriverà qualcosa che ti può sorprendere o stupire o lasciare senza fiato ma la risposta purtroppo è no. Ancora sintetizzatori e distorsioni, ancora la solita voce con lo stesso tono e lo stesso controcanto, ancora qualche stonatura in “Perfect inside“, “Whispering luodly” “D e D” e “Shelter“.
L’intero lavoro è pregno di visioni orientali e riflessioni ponderate che premono sulle nostre coscienze un po’ assopite. È un album intimista sul coraggio di osare, che vuole spingere chi ascolta a riflettere su stesso.
Solo quando capiremo chi siamo, solo allora,potremmo scegliere come vivere.

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