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“The quite lamb” di Her Name is Calla

Recensione di Annalisa Esposito

Rilasciato a ottobre 2010, “The quiet lamb” è il secondo album studio della band post-rock britannica originaria dello Yorkshire. Al contrario del suo predecessore “The Heritage” (2009), “The quiet lamb” è stato registrato in maniera del tutto anti-convenzionale; per diverse canzoni infatti, si sono serviti anche di alcuni pezzi di chitarra registrati con degli i-phone, sistemandoli poi in fase finale al mix di ottoni, basso e cori di loro specialità.
Il sound non si può tuttavia descrivere semplicemente con il termine “post-rock”: sono evidenti strascichi e influenze di musica folk, come in “Long Grass” (primo singolo del cd uscito lo scorso febbraio), ed è la stessa Sophie, violinista e cantante della band, a descriverlo “più scuro del mare profondissimo”, senza aggiungervi particolari riferimenti. Una musica dove il cantato sembra quasi superfluo, ma che rimane indispensabile al completamento di quelle che sono molto più di semplici esibizioni orchestrali. Le quali a loro volta non cadono nell’ampollosità anche dopo diversi minuti, spezzando in climax e passando da uno stato emotivo a un altro, come se arrivasse un deus ex machina a stravolgerne il destino. Quando il peso delle emozioni si fa più evidente e le canzoni prendono una piega al limite della malinconia, ai violini più strazianti e al cantato quasi imprecettibili succedono chitarre, percussioni e bassi pesanti ed energici, che portano la canzone in una direzione del tutto nuova.
Un esempio interessante è senza dubbio quello di “Condor and River” (traccia di ben 17 minuti), che rimane forse tra le più significative dell’intero album. Parte con pochi accordi di chitarra quasi velati, per poi affiancarvi una batteria e un basso sempre più prepotenti e urtanti, in lotta tra loro; sembra quasi narrare una storia di qualcuno poco fortunato, la cui esistenza è divenuta triste e straziante. Ed ecco che all’improvviso, a metà canzone circa, i suoni più violenti si attutiscono, lasciando spazio a delicati violini e a un lento pianoforte, che accompagnano la voce di Tom Morris (voce, piano e chitarra della band), il quale sembra farsi raccontastorie del povero sfortunato, empatizzando il tutto. Fino a divenire egli stesso protagonista della storia, quando la parte cantata si fa più acuta e l’intensità degli ultimi strumenti aumenta quasi vertiginosamente, spargendo sentimenti uguali in maniera differente dall’inizio.
L’agnello silenzioso è stato dunque ammaestrato abbastanza bene, tanto da esibirsi e vincere un primo premio per raffinatezza e originalità, divenendo al tempo stesso un’ esperienza rara ed estremamente coinvolgente per chiunque desideri e sappia ascoltare.

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