“Zorn” di Eva’s Milk
set 7th, 2010 | By Valentina Zardini | Category: Recensioni, Recensioni AlbumRecensione di Angela Mingoni
Il grunge come inno alla rivolta. In un mondo che non piace perché infetto prende forma e esce un album potente,
cattivo quel tanto che basta, con quella punta di sofferenza, urlata da far esplodere le corde vocali. Esce “Zorn” degli Eva‘s milk, che incarna tutto ciò che possiamo pensare o già sappiamo del Seattle sound.
La band di Novara (più precisamente di Veveri) torna, a due anni di distanza da “Cassandra e il sole che oscura”, proponendo, non propinando, dieci testi che parlano di insurrezione (“I soldati dell‘aurea gioventù“ e “Al tempo di
Caronte“), rabbia e inaspettatamente d’amore.
Ad un concentrato di chitarre elettriche suonate con potenza si aggiunge la forza della parola: l’inferno è l’elemento costante in testi che vogliono costringerci a risvegliarci da quel torpore dell’anima in cui siamo immersi e che ci porterà alla dannazione se non saremo in grado di insorgere (o forse è già troppo tardi perché siamo “tutti persi in questo Eden, tutti morti in questo Eden“).
La voce, quella di Andrea Zanolli, si porta dentro una carica di inquietudine, la stessa che un po’ si prova (ma non troppo) quando ci si rende conto che l’intonazione sembra essere stata messa in un angolo.
Ma non è necessario, anzi, è proprio il grunge in un certo senso che esige il non saper cantare, perché quello che conta è centrare in qualche modo l’obbiettivo, scaricare la frustrazione per ciò che ci distrugge.
Con un grido di dolore si raccontano storie, come la dipendenza per una donna (“Nella bile”, “E’meglio essere illucidi“), con un sussurro si descrive l’amore per lei (“94 buchi neri“, “Come falene“).
L’indiscutibile punta di diamante è “Cuscinate”, diversa perché meno noise. È sbalorditivo come la voce cambi completamente, come diventi calda nonostante parli di abbandono e come le chitarre siano meno pesanti, alleggerite dal suono dell’hammond che risalta nettamente a conclusione del pezzo.
Su dieci tracce l‘unica che davvero lascia a desiderare è l‘ultima,“Zorn”.
Sette (sì, sette!) minuti sono un’esagerazione per una canzone che sembra trascinarsi inutilmente. Il testo mantiene originalità ma la musica rimane piatta, sempre uguale senza veri colpi di genio e tautomero virtuosismi alla
Jimi Hendrix.
Rimanendo sempre e comunque fedeli al genere gli Eva’s milk riescono ad alternare suoni sporchi e testi non del tutto comprensibili (“Turpentine“, ad esempio) a ballate meno inquiete tutte rigorosamente in italiano. Un buonissimo
miscuglio per una band emergente che ha la stoffa per diventare un fottuto gruppo grunge di tutto rispetto nonostante l’inevitabile lotta contro un panorama musicale difficile e ripetitivo.
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