“Una notte l’inferno” di Ciclope
apr 14th, 2010 | By Valentina Zardini | Category: Recensioni, Recensioni AlbumRecensione di Angela Mingoni
La Greenfog Records è orgogliosa di presentare al pubblico un nuovo progetto di matrice sorprendentemente noise: I Ciclope. La loro nascita è da rintracciare verso la metà del 2009 lungo la strada tra Venezia e Padova. L’album d’esordio è più che altro un viaggio dove troviamo un’introspezione sincera fatta di poesie messe in musica, vibrati, strabordanti di dolore e risentimento.
Ecco cosa rimane delle nostre già labili certezze, quando… “Una notte l’inferno”, quinta traccia che da anche nome all‘album. Ci si guarda allo specchio e si vede un viso solcato dalla stanchezza (“Blu”). Quel che resta è il rancore, la rabbia e l’insofferenza per questa vita isterica e frenetica, che tanto ti da, ma altrettanto ti toglie.
I tormenti dell’anima sono come fantasmi che non riusciamo ad allontanare da noi. L’insoddisfazione per una vita vissuta nell’oscurità e nell’ombra, la voglia di morire che torna ogni notte. La realizzazione del pensiero che si sta invecchiando e che a trent’anni, in realtà, non si è giunti a nulla di buono e di concreto.(“Ad occhi chiusi“, “Valzer di pecore e numeri e molte altre). Spiazzante.
La voce, elemento fondamentale, è un urlo (non a caso per genere “noise” si intende proprio l’urlato, il rumore, i suoni un po’ più sporchi che risultano anche sgradevoli all’udito), un grido accompagnato da una forma strumentale semplice con chitarra e basso e niente di più. L’obiettivo è di far concentrare sulle parole che diventano l’unica cosa che conta, anche se le tematiche si rivelano a lungo andare un po’ pesanti con picchi catastrofici che sembrano un tantino forzati ma non finti.
La teatralità, intesa proprio come teatro, attori e palcoscenico, la fa da padrona. Buio, un cono di luce fioca illumina il centro della scena , una figura scura prende forma e grida il suo dolore a noi che guardiamo e siamo ombre immobili (una sorta di rimando all’Espressionismo, una corrente artistica che non a caso imponeva l’esternazione delle angosce , del dolore).
Da segnalare un vago sentore di Linea 77 in una dimensione meno commerciale e meno internazionale (le liriche sono tutte in italiano, senza influenze linguistiche estere), dal punto di vista del suono, non delle parole.
Per chiarire, l’album non è sicuramente percorso dall’ottimismo, vedere solo il male e trovarlo dappertutto è limitante e lo si realizza mano a mano che scorrono le tracce.
Sicuramente il risultato mette il gruppo in luce, visto che si distacca da tutto ciò che normalmente si è abituati ad ascoltare. Non un gruppo commerciale, non un gruppo tradizionale, un gruppo che speriamo mantenga la sua identità fino allo scioglimento, che come è ovvio, prima o poi (anche tra un milione di anni) arriverà.
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