“Music for men” di Gossip
feb 1st, 2010 | By Valentina Zardini | Category: Recensioni, Recensioni AlbumRecensione di Angela Mingoni
Avevo appena finito di scrivere la mia recensione, convinta mi fosse venuta anche abbastanza bene,quando percepisco che qualcosa non va.
Più la rileggevo e più mi accorgevo che c’era qualcosa di sbagliato, di contraddittorio nelle mie parole e poi, poco a poco ho scoperto cosa.
Ero convinta di aver stroncato pesantemente “Music for men” dei “Gossip”.
Quello che più mi premeva era criticare il loro lato fortemente commerciale e borghese di un indie rock che non assomiglia nemmeno vagamente allo stereotipo che si era formato nella mia testa, di un genere moderno che però affonda le sue radici nel passato con la cultura “underground” americana, legata al punk dei tardi anni ’70 e al grunge degli anni ’80. Lo associavo quindi a suoni più sporchi, meno articolati, ad una certa “musica di serie B”, un po’di nicchia, con testi “intellettual-dannati” e suonata in piccoli club dall’atmosfera raccolta. Una dura critica mi avrebbe reso un’ anticonformista, una “giusta che sta dalla parte giusta”.
Ancora non mi era chiaro cosa avessi sbagliato, ma ecco l’illuminazione, finalmente avevo compreso: ciò che veramente mi aveva colpito era proprio la parte più commerciale del disco. “Heavy cross “ e “Love long distance” mi stimolano il pogo selvaggio, mi sono entrate in testa. Si tratta di due singoli dalle sonorità cosi orecchiabili, dai ritornelli cosi facili, che ti ritrovi a canticchiarle per strada facendo la figura di quella che col cervello non ci ha ancora fatto pace.
Ma la verità mi fa un pochino male: si tratta di prodotti ben confezionati, impacchettati dalle case discografiche e serviti ad un genere di pubblico che è ghiotto di radiofonia, che ha la sua stazione preferita e riesce ad ascoltare musica per giornate intere, in ogni momento, per riempire il proprio silenzio.
Anche io non sono diversa da tutti gli altri, apprezzo di più ciò che mi fa muovere la testa e il corpo a ritmo di musica.
Rimanendo su quest’onda non posso quindi dire che il resto dell’album mi faccia saltare sulla sedia o mi invogli a ballare in salotto. Gli intro sono praticamente tutti uguali, le canzoni si ripetono e non convincono, si rischia di assopirsi lentamente ma inesorabilmente.
Tanto di cappello, comunque, al trio dell’Arkansas formato da Beth Ditto (voce) Hannah Blilie (misogina batterista, è suo il faccione che vediamo in copertina) ed infine,Brace Paine (chitarrista dagli occhiali alla Denver), che calca palchi dal lontano 1999 e solo nel 2009 riceve la visibilità che onestamente merita. Non molti riescono a durare così a lungo nel tempo.
Facebook
My Space
Twitter
