PERUGIA (22 luglio) – Una festa di folla così a Umbriajazz non si vedeva da tempo. E per uno storico festival di jazz che chiude a tempo di rock, l’indicazione rischia di essere anche chiara per quanto riguarda il futuro: insistere sulla mescolanza dei generi, scegliendo per quanto è possibile la linea della qualità e il prestigio.
E i Rem hanno sia prestigio che qualità. Gruppo rigoroso, perfino spartano nelle sue scelte musicali, un rock incalzante ed essenziale che non fa sconti, un frontman, Michael Stipe che ci sa fare, si fa forte della sua assoluta padronanza scenica (in vestito bianco assolutamente classico), della sua gestualità insistita che lo fa sembrare un gigante sul palco anche se è un uomo decisamente minuto, e di quella voce graffiante che è il sound della band americana.
Erano almeno dodicimila all’Arena di Santa Giuliana ad ascoltare il concerto di chiusura del festival (più parecchia altra gente disseminata tutt’intorno allo stadio) e il debutto italiano per il breve tour dei Rem (cinque date con chiusura il 26 a Milano): due ore secche di spettacolo, basato in grand parte sul materiale dell’ultimo album della band, Accelerate, che è insieme un viaggio nell’essenzialità della musica (non è detto che non faccia bene in tanto spreco di effetti speciali a cui l’industria dei concerti si va dedicando) con spazio anche per alcune tirate politiche assolutamente esplicite, veri e propri proclami contro l’amministrazione Bush (che Stipe non esista a definire «tremenda» come va facendo da tempo).
Insomma, è un concerto che va dritto alla scopo senza fare sconti e che concede solo una spettacolarità nella ricercata grafica delle immagini proiettate sugli schermi alle spalle del gruppo.
La musica mette in fila il repertorio di un disco buono, ma che se ha un difetto è quello di essere anche emotivamente troppo asciutto: ecco così brani come Living well is the best revenge, Hollow man, Houston, Man sized wreath, Horse to water, Supernatural superserious, che si rincorrono in una scansione ritmica che non concede variazioni.
Comunque c’è spazio anche per i brani storici, quelli che hanno fatto la carriera di questa band georgiana, hit come Losing my religion (che resta il pezzo migliore), Get up, Night swimming, The one I live, Imitation of life, Drive, What’s the frequency Kenneth. Stipe domina, ma i suoi compagni lo seguono con forza e pulizia, Peter Buck con la sua chitarra, Mike Mills con il suo basso, i sidemen Bill Rieflin alla batteria e l’altro chitarrista Scott McCaughey, perfettamente funzionali e in linea con storia estetica di un gruppo che è riuscito a rimanere fedele a se stesso in ventotto anni di storia musicale in prima linea.
Fonte: www.ilmessaggero.it
